fare il pane il secondo giorno dell’anno

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I millennials, non noi, hanno chiuso un secolo di guerre, di imperi frantumati, di dittature sanguinarie, di miseria, di migrazioni sollecitate e imposte, di rapine di risorse, di privazioni. Un secolo che seguiva molti altri secoli con le stesse caratteristiche, senza mobilità sociale, senza speranza duratura, come se questa fosse la naturale condizione dell’uomo. Secoli ripiegati sul potere che l’uomo esercita sull’uomo e lo fa schiavo per togliere a lui il necessario che lo renderà sovrabbondante. Ricco e fieramente ineguale, perché è bene ricordarlo che sono i poveri e i poeti a pensarsi eguali, gli altri pensano di essersi meritata una superiorità che li pone al di sopra.
È il secondo giorno dell’anno, nel primo ha trionfato l’io, quella particelle che identifica e rassicura, quel processo per cui la sera si dorme e si rinvia a domani ciò che di sicuro verrà fatto per noi soli. I propositi sono la glorificazione dell’io e del cambiamento, già questo dovrebbe farci pensare perché è l’io traballante e poco certo che ha necessità di cambiare. Ma così è e i propositi servono per sentirci autori delle nostre vite. Cosa c’entrano i millennials in tutto questo menare il cane per l’aia? C’entrano perché non hanno memoria, non hanno battaglie alle spalle, vedono il mondo secondo un lessico che i loro padri neppure intuiscono. Tra loro e i padri o i nonni, residui del secolo che finisce, ci sono i quarantenni, teoricamente al potere, gestori della novità e del cambiamento ma ancora “pupi” della generazione precedente. C’è un fondo scivoloso sul palcoscenico del mondo e la sensazione di una ineguaglianza crescente che nel redistribuire una crescita globale coglie solo le briciole. Briciole di sapere, di consapevolezza, di ricchezza fatua che appena toglie la fame. I confronti col passato sono congrui sui disastri, sulle carestie, sulle malattie, ma diventano incongrui se misurati con le possibilità distributive mai prima possedute da questa umanità. Mentre ancora non guardano in faccia nessuno, la sofferenza e il dolore ad esempio, la finitezza delle vite e quella più grande del pianeta, la crescita demografica senza controllo, la cupidigia di potere, l’esercizio ingiusto della forza. Potrei continuare e come nei film apocalittici si vedrebbe che si salvano solo i presidenti, i generali e quelli così ricchi che conteranno per ricostruire. Ma cosa ricostruiranno, che mondo sarebbe il loro? Non servirebbero la conoscenza, la poesia, il sapere condiviso che genera una cultura, una lingua, un modo di amare, di sentire se stessi e il futuro: tutto andrebbe perduto. Non è fantascienza, sta accadendo di continuo, adesso, solo che sono piccoli popoli, minoranze, curiosità per un sentire che considera umano il vicino, il parente, la medietà. Per questo sono importanti i millennials, non hanno memoria e possono riprendere in mano le vite, possono non lasciar fare e fermare la deriva di un mondo che agisce per automatismi privi di etica e di umanità seguendo il principio del cosa ci guadagno anziché quello del cosa ci è utile.
Un blogger che stimo molto per le sue analisi politiche, mi ha detto di non scrivere più di politica e di stare a guardare, tanto ormai nulla si influenza più. Meglio che tu scriva di ciò che vedi e senti, mi ha detto, e magari ha pure ragione perché nel parlare, nelle vite vicine c’è una riserva inesauribile di umanità che non si pone troppo il problema del tutti, anche quando parla di noi e di sé. Ma stamattina le borse erano tutte in calo, la terra aveva tremato in centro Italia, 50 migranti erano su navi che non sapevano dove farli sbarcare, in Syria bombardavano,come in Yemen, e in tutto il mondo dopo i festeggiamenti la realtà aveva ripreso il filo interrotto l’anno prima. Solo i millennials, pensavo, avevano sufficiente speranza, andavano, costruivano vite precarie, capivano quello che accadeva davvero.
Fuori si era levato un vento freddo da nord che faceva correre le foglie rimaste e larghe lastre di ghiaccio si erano formate sulla neve vecchia. Il sole illuminava la terra brulla e secca, perché da tempo non nevica e non piove e non è normale.
Camminando sul sentiero che costeggia i pascoli, sono passato vicino a un roccolo dove due mesi fa sparavano a qualsiasi cosa volasse. Erano due cacciatori attorniati da richiami vivi, con decine di gabbiette cinguettanti. Sparavano per divertimento, non per fame e ci hanno ricordato che noi calpestavamo  una terra che era loro. Ma gli uccelli no, non erano loro eppure li uccidevano lo stesso. Stamattina, ricordando l’episodio ho capito che in quelle persone non c’era il mondo futuro ma la ferocia del presente e che non erano loro che potevano salvare gli uomini. Ma i giovani senza memoria e senza “pupari” quelli si, quelli che non avevano bisogno di capire cos’è l’Europa o il mondo perché già lo sapevano. Serviva solo un po’ di etica dell’eguaglianza.
Tornato a casa ho fatto il primo pane dell’anno. I gesti lenti del mettere assieme farina e acqua, l’impastare, l’attesa della prima lievitatura, poi dopo alcune ore, il secondo rimpasto e di nuovo l’attesa. Adesso cuoce e spande l’odore di buono che in ogni parte del mondo ricorda agli uomini la sapienza di un cammino fatto prima dello sfamarsi. E mi sono tornati a mente tutti i pani visti cuocere in giro per il mondo e mangiati ancora caldi con quel sorriso che solo il pane condiviso riesce a generare.

post lamentoso, visionario e politico

Gli italiani e la sinistra si sono scordati della legge elettorale vigente, quella del PD di Renzi e Gentiloni che da la maggioranza assoluta al partito o allo schieramento che raggiunge il 40% dei voti. Già oggi Salvini è il nuovo presidente del consiglio e ogni giorno lo diventa di più. Il M5S è lo sgabello che consente tutto questo. Non capisco come gli strateghi del movimento non lo capiscano o forse questo vogliono: tornare a quella opposizione che li libera dalla realtà.

La sinistra e il PD tacciono sul pericolo incombente, perduti nelle interminabili analisi di identità, come se l’identità non fosse visibile appena fuori dalle sedi di partito, dagli alberghi delle inutili convention. Ed è la realtà di bisogni veri, a partire dal lavoro e la legalità, è la realtà che non vuole più i nomi usurati dal troppo passato.

Dovrebbe farsi strada la consapevolezza della sostanziale ininfluenza sulla realtà sociale e politica del Paese, delle decisioni e dei dibattiti di molti mesi e anni, avvenuta in un’area, la sinistra, che ha trovato nell’avversario politico le proprie ragioni di identità e non nell’interpretazione del nuovo e dei nuovi bisogni diffusi. Abdicando dalla rappresentanza, dalla alternativitá vera delle proposte e delle soluzioni, si scompare anche nel contrastare una destra pessima che sta conquistando il potere. Serve una sana professione di umiltà che dica non il buono fatto ma ciò che non si è colto e proponga uomini e progetti nuovi e radicali per il Paese.

Si dice di essere al servizio, bene, questa condizione anzitutto significa non servire gli interessi che hanno generato la povertà crescente, l’ineguaglianza, l’assenza di legalità. Bisogna essere differenti e credibili. Questo insegna il corpo elettorale, ma pare che la cosa non si voglia capire.

a chi giova?

Sulla situazione politica che si è creata, la mia percezione è che manchi un legame con il Paese, che non si dica la verità a partire dai programmi elettorali che ciascuno propone. E i primi ad essere presi in giro sono gli elettori. La vicenda del mancato governo giallo verde è emblematica al riguardo, sia nei modi in cui si è svolta ma soprattutto nel suo epilogo, dove esiste un vincitore che comunque incassa e un gabbato che pensava di aver fatto un affare vendendo la sua merce (i propri voti) al migliore offerente.

Ma ora che accadrà, perché nel vociare di questi giorni, nella confusione, comunque emerge l’immagine di un Paese ancora più diviso. Anzi è come vi fossero diversi paesi, con diversi abitanti che non hanno interessi comuni, ma neppure vincoli contratti, competitori economici, arretratezze sociali e tecnologiche da risolvere e che tutto si possa trasformare in un braccio di ferro tra furbi dove chi vince ha segnato un punto a suo favore e fatto fesso l’altro. E chi è l’altro se non lo stesso Paese. L’assenza di responsabilità politica, cioè il mendacio, il non dire la verità, l’usare la cosa pubblica per fini di parte, come può essere giudicata e castigata dai cittadini? Perché senza responsabilità politica non esiste neppure l’opposizione, sono tutti all’opposizione, e mentre le cose degradano, la nave affonda e ci si arrangia; chi è sulla scialuppa e chi nuota, ma i più annegano. Bisogna farsi delle domande e cercare di salvare il Paese, essere radicali nei rimedi ma rifiutare gli apprendisti stregoni, proporre quello che è possibile fare con i tempi per farlo. Chiedetevi a chi giova tutto questo e forse qualche dubbio vi verrà, come viene a me.

Gli elettori non sono assolti dalla legge elettorale, neppure dalla loro condizione se vogliono davvero uscirne, come non lo è la politica e questa debolezza di statisti, di persone ragionanti, dai forti principi è sostituita dai vocianti. Ci mettiamo nelle mani di guaritori per non vedere la malattia che si chiama illegalità diffusa, diseguaglianza crescente, povertà, debito immane del Paese, sperequazione territoriale della crescita. Non so quale sarà il prossimo segnale che verrà dato e con quanta responsabilità, ma se oltre a spaccare il Paese, si frantumano le possibilità di crescita, di soluzione dei problemi di equità, di risposta alla povertà crescente, non c’è soluzione alla crisi di identità comune. Il radicalismo può essere una soluzione ma il Paese parla di diversi radicalismi, uno per ogni problema e sono tra loro largamente inconciliabili, questo farebbe pensare che un leader che dica la verità, che proponga poche risposte ai problemi principali potrebbe ancora unire, essere creduto perché parla a tutti e unisce. Non so se esista, so che l’odio crescente, la paura, la ribellione non si governano e causano solo disastri.

27 maggio 2018

Molte cose accadono di maggio in Italia, sembra un mese in cui il destino comune svolta, e ci ricorderemo di questa data, delle parole del Presidente della Repubblica che dicevano cose inusuali nei discorsi pubblici. Parlavano di spread, di risparmi degli italiani, di mutui, di trattati da rispettare, di onorabilità del Paese. Si sa le parole sono parole e in politica non è considerato un peccato mentire, dire una cosa e pensarne un’altra. È nel sentire comune attribuire alla politica, non ai suoi frutti, una sorta di recita in cui le offese non sono mai così gravi, gli apprezzamenti sono di maniera, i patti si rispettano se conviene. Ma ieri sera c’era qualcos’altro che rimandava a momenti recenti e passati, c’era ad esempio il referendum sulle modifiche alla Costituzione che non era passato e che rivendicava agli attori della Carta una dignità e un ruolo ben definito, c’era l’eco di una legge elettorale che sembrava più contro qualcuno che per qualcosa e stranamente l’aveva approvata gran parte del Parlamento, c’era il ricordo di altri momenti tragici della Repubblica quando il Presidente si era rivolto alla nazione per superare fatti irreparabili. Tale era stato il momento della uccisione della scorta di Aldo Moro e poi la morte dello stesso Statista. C’era l’impressione forte che il gioco che coinvolgeva tutti si fosse trasformato in una cosa seria e che le parole del Presidente dicessero la verità, la realtà dopo tanta narrazione.

L’Italia ha un debito di 2400 miliardi di euro, è il terzo Paese più indebitato al mondo, ma gli altri si chiamano Stati Uniti, Giappone, Cina, Francia, Regno Unito, Germania, cioè Stati che hanno tassi di crescita spesso il doppio del nostro e soprattutto meno segnati da disfunzioni strutturali che si chiamano lentezze burocratiche, illegalità diffusa, evasione contributiva e fiscale, precarietà lavorativa, sociale, geografica. In queste condizioni ci si trova come una famiglia che ha bisogno di un mutuo per pagare la casa in cui abita e la banca accende un’ipoteca sul bene, finché si è solvibili e si paga la casa che si considera propria, resta tale, ma quando non si paga più, si perde tutto perché in realtà quella casa era del creditore. Per questo le parole che hanno un significato assoluto poi non si possono esercitare fino in fondo se non si è credibili. Sovranità ad esempio, è una parola reale e forte solo quando si è realmente liberi, ovvero non si dipende da altri per la nostra modalità di vita. Io credo molto alla libertà e alla sovranità e so che queste parole hanno un prezzo, come credo molto alla Costituzione e so che non si può difendere quando fa comodo e metterla sotto i piedi quando è fastidiosa. So anche che l’equilibrio dei poteri è una garanzia per tutti e non solo per alcuni, che il Presidente della Repubblica non può essere di parte ma sopra le parti. Questo accade in particolare nei momenti di crisi, Mattarella viene da un’area politica precisa eppure quell’area è quella più in crisi in base alle sue decisioni di ieri sera. Non ha fatto il conto becero, del lasciamoli governare, si schianteranno da soli. Neppure si è messo in attesa a guardare come fosse una farsa da gustare assieme ai pop corn. Anche perché sa bene che un governo che fallisce lo paga l’ intero Paese e di più, le parti deboli di esso. Ha cercato di assecondare, ha esplorato, ha atteso che due partiti fermassero una sua decisione e che cercassero il loro tentativo di accordo. Poteva fare altre cose? Certo, ad esempio dare un incarico pieno a Di Maio o a Salvini e attendere che fosse il parlamento a bocciare, poteva farlo, ma credo avrebbe incluso il trasformismo dei parlamentari nell’incarico visto che nessuno aveva i numeri necessari. Quindi ha seguito la strada tracciata dalla legge elettorale per tre quarti proporzionale e di necessità coalizionale se non si raggiunge il premio di maggioranza.

Però una cosa non poteva farla, ovvero far finta di niente e firmare tutto quello che gli veniva proposto, ha ribadito che ci sono prerogative di controllo del Presidente che non possono essere toccate e che assicurano che chiunque vinca avrà delle regole da rispettare: il patto costituzionale nel suo insieme e i trattati firmati, perché essi sono garanzie interne ed esterne per l’intera nazione e non per una sola parte. Di questo dovremmo essere consci, ovvero che se un capo partito può agire per interesse politico, il capo dello Stato deve agire per interesse della Nazione. È opinabile il suo agire? Certo perché le leggi hanno una interpretazione, ma non per questo si abrogano e io sto con la Costituzione e il Presidente, sapendo che è questa la garanzia di un terreno comune per la politica. Gli altri possono alzare la voce, mentire, guardare a piccoli interessi, ma chi rappresenta l’Italia è solo con se stesso e la Costituzione e finché la difende e la applica, anche quando posso avere opinioni diverse, io sto con lui. A difesa della Costituzione.

qui non si parla di politica

Un tempo lo si trovava scritto nelle osterie: qui non si parla di politica. Era un cartello stazzonato, con qualche mosca spiaccicata, retaggio del fascismo e dei suoi pericoli. Poi di politica si è parlato molto, spesso di squincio per dire con chi si era, autodefinirsi senza grande fatica, e l’ideologia aiutava molto. Anche chi era anti qualcosa era comunque parte di un gruppo in cui circolava qualche risposta e non pochi perché. Poi è subentrata l’indifferenza. Più o meno negli anni 80/90 quando fare politica aveva acquisito assieme alla Milano da bere, una sua rarefazione ideale, ma tutto era già nato prima.

Si dice adesso che tornino i fascismi, che l’istinto autoritario sempre presente nelle azioni e nel pensare umano, prenda il sopravvento. È il bisogno di un capo quando non c’è più un padre e anche la madre diventa incerta, oppure è quel bisogno di non avere responsabilità, di delegare che ha ucciso la cultura della partecipazione. E a cosa  si può partecipare se tutto attorno dice che sei in competizione, con tutti, nel lavoro, nella coda al supermercato, nel trovare un posto all’asilo per tuo figlio? La competizione atomizza, riduce la persona a non dover chiedere perché mostrerebbe le proprie debolezze, oppure fa chiedere il non dovuto, la raccomandazione, comunque riduce gli spazi di fiducia, abroga le regole comuni. Quest’ultima parte diventa fondamentale, senza regole comuni tutti sono avversari o nemici e in politica si assiste ad una condizione esilarante in cui tutti vorrebbero essere all’opposizione. Questo è il combinato disposto di anni di balle, di narrazione della realtà, di irrisione degli ideali, di demonizzazione del noi, che hanno demolito il senso comune. Non si parla della bellezza della differenza ma del culto della differenziazione, non si disquisisce sul perché siamo assieme e in tanti possiamo fare più della somma di ciascuno ma del rifiuto di stare assieme.

Si sono create delle realtà prive di prova effettuale, insomma verosimili ma non verificabili. È la narrazione che dice a chi sta peggio che non è vero, è la statistica che parla di lavoro in crescita a chi non lo trova, e diventa la colpevolizzazione di non vivere nella realtà giusta, ovvero quella raccontata. E siccome le narrazioni sono diverse e per paure o speranze differenti, ognuno sceglie la sua, salvo poi scoprire che era una balla, che non è possibile, o meglio che chi racconta effettivamente gli darebbe ciò che promette ma qualcuno glielo impedisce. Un cattivo si trova sempre, un complotto affascina, ma la realtà non cambia.

Se si dovessero dire quale siano i compiti identitari della politica democratica, a mio avviso, si dovrebbero individuare in due priorità: ricomporre la realtà in una sola, quella che tutti vivono, poveri e ricchi, e fare della politica una scelta individuale. Non è una cosa nuova, dopo il 1943 chi scelse l’antifascismo e la resistenza fece queste due cose. Prima di essere comunista o democristiano o socialista o repubblicano, scelse di vedere la realtà del fascismo che era ben diversa da quella che era stata raccontata per vent’anni e unificò la sua realtà con quella degli altri antifascisti. L’altra scelta fu quella che lo riguardava nei confronti della politica ovvero se contare o meno nel creare il proprio futuro; poteva essere indifferente, opportunista, ignavo, oppure scegliere. In molti scelsero e cominciarono a creare un paese condiviso. Chi era all’opposizione voleva prendere la guida del Paese per portare innanzi un benessere più forte, ma agiva all’interno della stessa realtà.

Tutto questo si è smarrito e nella politica, è compito della sinistra rimettere assieme la realtà dei bisogni con quello che viene raccontato. È compito della sinistra dare risposte che riguardino i problemi reali non le conquiste immaginarie che non si traducono in vita quotidiana. È compito della sinistra fare della politica una scelta individuale che mette insieme, che partecipa a un noi. È compito della sinistra far sì che la competizione serva anzitutto a chi perde mentre premia chi ha più qualità. Non è difficile spiegare questo concetto, se chi concorre non vince deve avere la possibilità di far meglio e di vincere la prossima volta. Ci dev’essere un noi anche quando si ha l’eccellenza perché il Paese cresca, altrimenti si allarga l’abisso tra i pochi primi e i tanti ultimi e questi non si solleveranno più. Si cresce assieme perché ci sono idee diverse e un tessuto comune, regole comuni, legalità comune.

Qui non si parla di politica ma di condizioni per farla, di onestà e pulizia, di un arrivare alla sinistra e non di dire: io sono di sinistra ma mi va bene tutto quello che impedisce l’equità. La notizia buona è che non c’è nulla che non possa essere fatto meglio e a servizio di tutti, quella cattiva è che non ci verrà mai regalato. E adesso ognuno decida perché la decisione è personale.

 

domenica si vota

Con confusione e difficoltà gli italiani arrivano a un appuntamento che dovrebbe definire come saranno governati nei prossimi anni. Premetto che non cercherò di convincere nessuno. Non mi viene, non l’ho mai fatto. Ho le mie idee, discuto, dico per chi voto e poi mi fermo perché credo che votare sia importante e che ognuno debba avere la responsabilità di ciò che fa.

Da molti anni ormai, e precisamente dalla scomparsa dei grandi partiti storici, c’è una progressiva sfiducia in ciò che verrà fatto dalla politica. Un giudizio a priori che include le storie passate e il futuro. Come se questo Paese fosse irriformabile e dovesse andare sempre più giù, in un baratro di privilegi, illegalità, caste, diseguaglianze. Con il cessare di un noi che mettesse assieme, che facesse argine, prima sono diventate più difficili le proteste collettive, poi gli ideali di cambiamento, infine le persone sono state spinte a competere le une contro le altre in una logica di difesa del poco rimasto a disposizione. Così anziché rivendicare i beni comuni, i diritti conquistati, il welfare universalistico, il noi si è sciolto nell’acido dell’io incapace di vedere oltre un vantaggio, una barriera, un futuro personale. Quest’io non è l’identità, ma la debolezza del singolo, la richiesta di un favore che lo riguardi da parte di chi può, la condanna di chi non riesce ad arrivare all’ affermazione personale che coincide con lo stato economico. I poveri crescono nell’indifferenza eppure anche i poveri votano, le donne hanno meno diritti, differenze costanti con gli uomini, sono caricate di pesi che potrebbero essere tolti da politiche della famiglia, ma anche le donne votano. I ceti medi, gli operai, il lavoro in generale è più precario anche per chi ce l’ha, ma anche queste parti della società, votano. I giovani sono i più bistrattati, hanno meno benessere dei loro padri, sono inseriti in una società che per loro considera solo l’attitudine a competere, sono immersi in una precarietà che non cessa praticamente mai, ma anche i giovani votano.

In questi ultimi 20 anni il voto è diventato un modo per protestare, per dare il segnale che questa società e il modo di condurla non andava bene. Scomparse le ideologie, l’attesa di un futuro che fosse la realizzazione degl’ideali personali e collettivi, l’inefficienza del cambiamento si è tradotta in due risposte: o la ricerca del favore, della protezione del potente, oppure il rifiuto aprioristico di un’ aggregazione che fosse per qualcosa. In sostanza i voti sono andati sempre più contro qualcosa e qualcuno. Questo c’era anche nelle ideologie, ma il voto contro un avversario era a favore di qualcosa, mentre ora è semplicemente contro, e basta.

Di fatto si è tolta la caratteristica principale dell’esercizio della cittadinanza ovvero l’essere parte di una comunità che persegue un fine comune. E questo ci si dovrebbe chiedere al momento del voto: quale fine comune sostengo? Quale speranza contiene il mio voto? Il votare e l’essere cittadini sono funzioni che non si esauriscono in un giorno ovvero quello delle votazioni, perché sia l’essere insieme che la realizzazione della speranza continuano nel tempo, e il controllo comporta che vi sia un’attenzione critica costante.

Insomma al noi come lo intendo, serve un’ idea di benessere che coinvolga tutti,  e che questa non sia sottrattiva, ovvero il mio benessere non può essere il malessere di altri che come me hanno aspirazioni e diritti comuni. A mio avviso sono due i diritti che si sono affievoliti in questi anni: quello di un lavoro dignitoso e sano per tutti, quello del diritto a una vita che includa il benessere di tutti e la tutela dei più deboli. Questi diritti che sono il legante egualitario in una società di diversi, di persone che hanno personalità e attese differenti, sono stati oggetto di una progressiva erosione per cui il lavoro è diventato lavoretto, la sanità si sta progressivamente privatizzando, con dieci milioni di persone che ormai non si curano più, mentre le parti più a disagio della società non dispongono di meccanismi di supporto che le aiutino a uscire dalla loro condizione o almeno ne leniscano lo stato. Quindi questi diritti bisogna rafforzare per riportare il noi al centro del voto. E poi esercitare il controllo sulle politiche perché migliorino il benessere collettivo del paese, tutelino la dignità delle persone e la crescita attraverso il lavoro giusto, sano e stabile.

La mia scelta di voto è per un insieme di persone che si sono riproposte di creare una sinistra forte e di governo in Italia, ed è in Liberi e Uguali che mi riconosco, per i programmi che vanno al cuore dei problemi, perché hanno un noi all’interno delle soluzioni e perché questo noi include tutti: quelli che votano per questa lista e quelli che non la votano. È un farsi carico attivo e propositivo del malessere per trasformarlo in benessere. E questa è una speranza vera, un processo che coinvolge e include, che non che lascia per strada ed esclude. Si riparte dall’attuazione dell’articolo tre della Costituzione dove la Repubblica, ovvero chi la governa, dà pari dignità ai cittadini, comunque la pensino e si fa carico di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’eguaglianza, il pieno sviluppo della persona umana e la partecipazione effettiva all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.  E questo penso sia il compito di chi governa e che mette un noi condiviso nella propria azione, nelle leggi, nel futuro del Paese. Quindi voto per una speranza che vuol farsi realtà assieme a molti e non un patrimonio di pochi. E in queste settimane ho avuto la sensazione, partecipando alle discussioni, che soggetti nuovi si siano proposti per questa speranza da rendere politica. Donne soprattutto e giovani. Persone che lavorano, che attraversano i problemi di una grande quantità di cittadini in Italia. Persone che si sono avvicinate alla politica senza una storia che venisse da lontano eppure sentendo una spinta forte a dare un contributo, a essere, insieme a tutti, protagonisti. Non ne conoscevo nessuno, eppure vivevamo nella stessa città, per un vecchio arnese della politica, come me, che ha fatto il suo tempo e pensa di rispettare le sue idee dando una mano, è stata una bella sorpresa.

Domenica si vota e si comincia, non contro qualcosa o qualcuno, ma per un futuro che magari non sarà esattamente quello che ho in testa ma che se verrà discusso e condiviso, sarà nuovo, positivo e nuovamente insieme.

non ho mai smesso di occuparmi di politica

Non ho mai smesso di occuparmi di politica, e tu lo sai, ho semplicemente taciuto su quello che facevo, come occupavo il mio tempo libero. Ho sorvolato anche sui contrasti che sentivo come ferite a un pensare maturato negli anni, fin da giovane. Sapessi quanto radicato è in me questo pensare e come faccia parte del mio modo di vedere il mondo. Si tratta del non estraniarsi, dell’essere parte di qualcosa che non sono solo io, ma si divide e nasce con altri. Però tacevo mentre partecipavo, come faccio ora, perché mi è impossibile non farlo, anche senz’altro ruolo che quello di avere una speranza da irrobustire con le azioni. Credo che questa necessità nasca molto presto in me, perché m’infastidisce il lamento continuo, l’invettiva gratuita e priva di azione, mi respinge il noi e il loro. Questo popolo, che siamo noi, è fatto di tutto quello che c’è, compresa l’anima nera, compresi quelli che denunciavano gli ebrei per avere la taglia e i loro beni. Qui i santi e gli eroi, che pure esistono,  non fanno la massa, sono silenti e non aspettano che le cose cambino ma provano a cambiarle. Berlinguer ha detto con una bellissima frase, che era rimasto fedele agli ideali della sua gionezza, in questo luogo in cui le giovinezze vengono indefinitamente protratte, gli ideali si sono lasciati perdere.

Hai notato che sempre più spesso trasmettono serie televisive in prima serata che parlano di persone comuni, di sessanta/settantenni che parlano di loro. Quelli che le producono hanno semplicemente capito che chi guarda la tv a quell’ora non sono né i giovani né i quarantenni, ma quelli che andavano a letto con carosello e che adesso sono diventati tanti e potenzialmente spendibili in questo paese. Guarda le pubblicità e vedrai che cambiano per mettersi in comunicazione con loro. E sono questi che dovrebbero aver conservato e trasmesso, gli ideali della giovinezza, sono gli immersi e i salvati dal ’68, quelli a cui è stata graziata un’ esistenza grigia, fatta prevalentemente di divieti. Invece sono tra i brontolanti, i teorici del loro e del noi che si sentono giustamente vessati ma non fanno nulla perché le cose cambino. Così, dopo aver pensato che toccava ad altri, che avevo già fatto troppo in vita mia, anche in errori, tentativi, abbagli, ho capito che non ce la facevo a ritirarmi solo con i miei libri. Non potevo guardare la realtà così come la interpretavo senza esprimere un’opinione e sommessamente ho ripreso a fare politica, come posso e mi sento, ma lo faccio, perché non è giusto lamentarsi se non si è almeno feriti da una lotta.

Vedi, si pensa che ci siano compiti precisi nella società, che chi si è assunto il compito di fare le leggi, di amministrare, ha responsabilità più grandi di quelle di chi viene amministrato. In buona parte è vero, però se non eleggo qualcuno che sia meglio di me, se non ho un’idea di futuro, se gli ideali sono definitivamente perduti, chi mi governa dovrebbe essere un illuminato dal ruolo che risolve i problemi con la bacchetta magica facendo contenti tutti e vedendo contemporaneamente il presente e il futuro. E tutto questo avendo i miei stessi limiti e magari qualche principio in meno. Insomma una sorta di mago Otelma, ma senza trucco. Ti pare possibile?No, e infatti non lo è, perché fare politica è esprimere una preferenza e un’analisi del presente e dire quale futuro si vorrebbe, ma non nel paese dei balocchi e neppure a costo zero, perché qualcuno alla fine deve pagare quello che viene dato e prima non c’era.

Sono stanco di chiacchiere, di rarrazione, cioè che mi dicano cosa dovrei vedere quando vedo altro e come molti, per questo, oltre a votare controllo quello che viene fatto in corso d’opera, se mi era stata promessa una cosa e se ne fa un’altra, chiedo ragione. Questo è il mio modo di fare politica che non si esaurisce nei dieci minuti in cui metto una croce. Ho applicato il concetto giuridico che mi vuole attivo e controllo chi riceve il voto, quello che la legge dice passivo ma invece ne fa di cose e ne promette di più. Visto poi che mi fanno scegliere sempre meno chi vorrei votare mi accanisco di più a sorvegliare chi mi è stato imposto e protesto perché voglio scegliere. Non mi convincono più i giochetti, e non perché sia diventato particolarmente furbo, ma perché se qualcuno tradisce la mia fiducia mi va sotto i tacchi.

Non scelgo dappertutto, non potrei mai ritrovarmi a destra e neppure al centro, ma quando tre anni fa ho cominciato ad allontanarmi da quello che era il mio partito, era perché esso non era più quello che meritava la mia fatica. C’ho fatto persino un blog allora, per chiarirmi le idee e l’ho chiamato essilio, perché da qualcosa mi sentivo allontanato. Pensavo di scrivere un diario delle mie difficoltà, poi mi sono accorto che diventava inutile perché era la passione che veniva messa in discussione, perché improvvisamente, io, con le mie idee, i miei ideali ero diventato vecchio.

Questo è un luogo in cui il lamento è facile ma a me piace capire perché le cose non mi andavano bene e se se n’era andata la speranza. Esigente lo sono sempre stato, però qualche ragione, un futuro comune, una lotta forte e con risultati, mi convincevano, ma il partito in cui ero allora, e pure con ruoli dirigenti, era diventato un posto in cui era difficile discutere, fare la minoranza. Tante, troppe parole e troppi cambiamenti senza analisi di ciò che accadeva, insomma due anni fa ho scritto la mia lettera di dimissioni, e senza nessun clamore me ne sono andato. Perché essere di parte è una scelta , e quella ormai non era più la mia parte, ma restava il partecipare, che è un dovere. Mi sono fatto tante domande e molte me ne faccio ancora, però capivo che stava mutando il modo di fare politica in maniera così radicale da impedire che gli errori si sanassero e anzi si accumulavano uno dietro l’altro, scavando una voragine tra gli elettori e gli eletti. C’era supponenza e arroganza, le peggiori facce del potere, e la vicenda della Costituzione me l’ha confermato. Non mi piace una politica in cui uno comanda e gli altri ubbidiscono, per questo è necessario partecipare.

Sai, non capisco gli indifferenti, quelli che tutto è uguale e tutto gli va bene. C’è quella bellissima pagina di Gramsci in cui dice che odia gli indifferenti e mai l’ho capita come in questi anni, prova a pensare: con il diffondersi delle notizie, con la possibilità di vedere il mondo e non solo ciò che accade ma che probabilmente accadrà, oggi le persone dispongono di una possibilità di mutare la loro condizione e il loro futuro come mai è accaduto prima nella storia dell’umanità. Eppure si depongono le armi della critica, si vede l’insorgere di nuovi separatismi, di minacce per la pace, l’eguaglianza sparisce , i giovani emigrano, il lavoro si precarizza e le persone si ritirano nel lamento. Pensano di non contare nulla nell’epoca in cui l’opinione pubblica non è mai stata tanto potenzialmente forte. Per questo odio gli indifferenti perché sanno ciò che accade e pensano solo al loro tornaconto, perché non vedono che il presente, perché s’imbastardiscono di soddisfazioni momentanee e attorno creano le premesse del deserto. Se tutti fossimo indifferenti saremmo meno di pecore, potrebbero toglierci e darci secondo convenienze di chi ha il potere e già lo fanno. E invece il potere odia quelli che si interessano, che lo controllano, perché questi forniscono ad esso un’alternativa, creano le premesse per scalzarlo.

Così senza dirtelo ho ripreso a fare politica, ma tu lo sapevi, l’hai sempre saputo. Sai cosa mi manca? Non i miei anni giovani, ma la forza del sentirsi assieme, di capire che una causa grande è parte dello sforzo di tutti. Sto bene da solo, però per fare politica servono molti consapevoli, serve che ci si senta di andare avanti, non solo di difendersi, ma di affrontare i problemi e di risolverli. Non tutti ma uno alla volta e posso assicurarti che è una grande soddisfazione perché hai la coscienza di aver fatto insieme un piccolo passo avanti e da lì si può fare altra strada. Questo è far politica, ma tu questo lo sai.

 

7 novembre 10/17

In questo scartafaccio che è willyco, si sono accumulati articoli, scritti, frammenti di cui non ho precisa memoria. E questa è una buona cosa: quando rileggo verifico i ricordi e cosa sono diventati. Ma non è solo questo, è il riassumere il com’ero che m’interessa, soprattutto nella sua dimensione pubblica perché l’altra è più personale e la può leggere solo chi ne ha la chiave segreta della conoscenza diretta. Sollecitato da facebook sono andato a rileggere un post scritto 7 anni fa in questo giorno. In esso parlavo dell’autorottamazione politica avvenuta per tempo, parlavo della libertà acquisita e del fatto che la politica è una passione che si manifesta in molti modi, ma che erano finite le attese personali, insomma essermi fatto da parte per tempo e non accompagnato alla porta aveva avuto vantaggi notevoli. In quelle parole che forse allora non erano ancora così serene, c’era una verità personale che verifico anche ora, ossia che si può fare politica per tutta la vita ma non si possono interpretare tutte le stagioni e che l’esercizio del potere è una conseguenza dell’agire politico non la sua motivazione. In questi giorni si discute delle elezioni in Sicilia, della vittoria della destra, della sconfitta di Renzi e del PD, della sinistra che non decolla e non trova l’aggregazione necessaria per essere credibile di fronte agli immani problemi di una società che ha basato sulla paura e l’individualismo la conservazione del benessere acquisito o presunto. Di tutto questo parlare mi interessa poco, e credo che a parte un profluvio di personalismi parlanti non ci sarà nessuna analisi seria di ciò che sta accadendo. Allora mi sono chiesto, come allora, che significa esercitare la mia libertà in una democrazia delegata, quanto essa incida sulla mia vita e su quel noi che è prossimo, che suscita emozione e identità comune. La risposta è che la critica e la partecipazione sono ancora gli unici strumenti che ho a disposizione per esserci in questa società. Che l’identità collettiva è un insieme vuoto se si traduce solo in una presunta liberazione dalle regole comuni, che la politica e l’amministrare sono questioni serie e centrali per la vita di tutti ed esigono competenza e capacità unite all’onestà personale e collettiva. Mi direte, e questo che c’entra con la Sicilia? C’entra molto perché se i numeri del familismo politico sono particolarmente acuti in Sicilia, se l’economia di quella regione è sostanzialmente un’economia basata sull’impiego pubblico, mi devo chiedere quanta Sicilia c’è in me che non ci abito, quanto è stata deviata la cosa pubblica verso l’interesse del singolo, quanto si è giustificato l’illegale per avere un equilibrio in cui tutto convivesse. Facendo questa riflessione mi sono accorto che quanti hanno votato il candidato di destra pur essendo di sinistra hanno fatto un ragionamento di comodo, ovvero quanto quel candidato mi può assicurare in termini di mantenimento dei privilegi e quanto perderei in una modifica radicale di essi? In questa democrazia delegata basata sul calcolo dell’interesse personale si piega la politica locale e nazionale. E si subisce il mondo. Per uscirne servirebbero non lacrime e sangue ma verità e giustizia. Verità per dire le cose che tutti vedono e giustizia per togliere alla realtà una interpretazione che si basa solo sulla forza e sull’arbitrio. In fondo per far questo c’è bisogno di uomini che considerino la parola un vincolo d’onore, che non promettano cose che non sono possibili, che siano di parte e difendano interessi ma con l’onestà di dirlo. Non si può fare a meno della politica, si può scegliere, come ho fatto, di non esercitarla ulteriormente con compiti pubblici, ma si deve essere conseguenti con quello che si pensa, se vogliamo un Paese migliore dobbiamo essere migliori ed eleggere persone migliori, non compari. In questi anni si è consumato un tragico errore ovvero quello che le cose possano migliorare da sole, non solo non è così, ma nessuno saprà proporre una via alternativa se questa non viene costruita e partecipata assieme. Riflettete su questo, dal 2007 anno della più grave crisi economica degli ultimi 100 anni, tutto si è concentrato non su come essere diversi da prima, ma su come uscire dalla crisi per fare le stesse cose di prima. Cioè come ricreare le condizioni della malattia che ha cercato di uccidere nazioni e democrazie. Questo è il senso della politica e del suo cambiamento, mutare le condizioni che hanno generato l’abisso, aggiungere equità e togliere povertà, assicurare diritti spendibili e libertà comuni. Quanto di tutto questo è contenuto nelle politiche attuali in Italia, in Europa, quanto la regione Sicilia o la mia regione, vorranno modificare il loro stato di dipendenza dal favoritismo, come vorranno crescere e mutare le condizioni di vita di chi ci abita. Ecco, queste domande fanno parte della passione politica e non si curano delle parole che sentirò in questi giorni, del teatro in fondo credo non interessi più a nessuno se non agli attori, ma in questo copione noi quanto vogliamo esserci? 

non dite che non ve l’avevo detto

C’è una diffusa tendenza a belligerare che circola, mostrare i muscoli conta più del ragionare. E del resto forse non succede quando la misura è stata colmata? Intanto si scaldano gli animi per averli pronti quando sarà ora di rafforzare le scelte compiute altrove, basta che nessuno pensi di perdere più di quanto guadagnerà. Provate a riflettere: non è questo il senso più vasto dell’attrazione di un’idea, di una fede, ovvero ficcarsi in un futuro che sia meglio e più vantaggioso dell’adesso? Questo funziona quando è l’individuo a essere solo e non crede più di poter soddisfare i bisogni con un’azione comune e cerca altri che alzino la voce con lui, più che ragionare e costruire. Così qualcuno la butta sul facile: scoppierà una guerra, ma non spiega il perché e dove.

Sembrerà strano ma concordano i pessimisti che allineano gli indizi e gli ottimisti si rifanno agli interessi evidenti, anche se entrambi sperano che accada altrove.

Il bosco è secco e nessuno pulisce, basta un fiammifero a scatenare l’incendio, solo che ora nessuna Danzica sembra sufficiente per morire e la fame del disagio è disarmata. Alcuni pensano che ci sarà un fragore lontano e che non toccherà  a loro. Altri hanno paura. Una fottuta paura boia ma intanto si coprono gli occhi e nessuno fa nulla. Anzi soffia sul fuoco delle fobie e ci si spacca in piccoli agglomerati di individui e consegnandoci nelle mani di chi dice che ci difenderà. Da cosa? Da chi?

A guardar bene, i capi che alzano la voce, sono gli stessi che per dare sbocco alle paure, indicano il nemico, armano la mano, e cercano di dimostrare che sarà facile e non c’è nulla da perdere. Tanto, dicono, avete perso tutto, peggio di così?  

Altri dicono che non c’è via d’uscita senza rinunciare a pezzi di libertà e pensano sia il meno peggio.

Però c’è un peggio e crearlo con le proprie mani non rende creatori, ma servi al giogo di qualcuno. Se il mondo scivola, se i conflitti lontani si avvicinano, se in casa si alzano i toni, resta a noi dire e fare ciò che è necessario, confrontare i presunti mali, vedere nell’arricchimento di alcuni la povertà dei tanti. Da oltre 70 anni questa parte del mondo è in pace (o quasi perché la ex Jugoslavia dimostra che di facile e scontato non c’è nulla) ma questo è accaduto perché la cooperazione era più importante del conflitto, abbattere i muri più importante che erigerli, crescere e rispettare più importante che chiudersi e prevaricare. Cambiare strategia e approccio porterà conseguenze, i rumori sono tutt’attorno, ma davvero vogliamo barattare la nostra civiltà con lo scontro?
Rispondetevi e non dite che non ve l’avevo detto.

extra ecclesiam nulla salus?

La frattura dapprima è impercettibile, una piccola resistenza al conosciuto che diviene pian piano tensione e incrinatura. È un mutare la certezza perché la realtà muta e ciò induce un uscire di abitudine, il porsi domande senza rifugiarsi in risposte non ragionate. Quando non c’è indifferenza è naturale porsi domande, far spazio al dubbio e guardare con occhi diversi, anche se questo produce un piccolo iniziale spaesamento e deriva. Stiamo parlando di persone socialmente attente, che hanno fatto scelte in passato, provato passioni forti, hanno cercato di capire e interpretare la realtà per poi schierarsi senza criteri di convenienza.

Si potrebbe dire che se a dubbi e domande nuove ci fossero risposte convincenti la frattura si ricomporrebbe, ma purtroppo quasi mai è così. Credo avvenga una svolta in chi dovrebbe rispondere, che è ben conosciuta in economia, viene applicata la risk analysis, ovvero si pensa che la fatica che fare per mantenere nello stesso progetto  le persone che pongono domande non giustifichi la fatica del rispondere e magari il mettersi in discussione. La risposta quindi è sempre negativa perché chi ha il potere pensa che questo sia a tempo indeterminato, e resta fermo ai paradigmi che gli hanno consentito di conquistarlo, scivolando in una coazione a ripetere. Così quella che potrebbe essere una evoluzione comune scivola verso la frattura della reciproca disistima. Qui avviene una cosa strana perché mentre l’avversario può godere della stima, colui che era amico attraverso l’insensibilità alle domande e alla non condivisione induce la sensazione del tradimento e quindi perde la stima riservata a chi ha da sempre idee differenti. Sembra che la domanda che nasce in chi condivideva sia : ma come, eravamo assieme, avevamo le stesse priorità, lo stesso modo di vedere il futuro e ora mi cambi tutto senza coinvolgermi, senza discutere con me, senza accettare che anche tu possa sbagliare? Sono solo io che sbaglio? A queste domande non c’è una risposta che sembra veritiera e si ha la sensazione di una comunicazione unidirezionale, puro esercizio di potere che afferma la sua maggioranza. Così si approfondisce la frattura e poco conta che l’esperienza dica che extra ecclesiam nulla salus, chi diventa eretico è stato spinto fuori dalla conservazione che esclude una crescita e una passione comune. Se questo vale per lo spirito, a maggior ragione vale per quell’insieme di volontà senza assiomi ma con molti tabù, che è la società. Finché si capisce che la salus è proprio fuori della chiesa perché consente di rispettare la realtà che si vede e i principi su cui si sono costruite le scelte della vita.

Dicevo che il conto cinico del potere è fatto tra ciò che si perde e ciò che si acquisisce. È un conto conservativo che vale proprio per il potere e per le sue nuove giustificazioni non per la risposta ai problemi di disagio sociale. Neppure tocca le consorterie, i privilegi acquisiti, le tolleranze per l’illegalità, i favori da elargire, perché questi sono funzionali a quel potere che si dice nuovo ma si regge sul vecchio.
Ecco perché la frattura diventa irreparabile, poteva essere mutazione ovvero un cambiare comune ma è stato prima disinteresse e poi scontro, infine impossibilità del proseguire assieme perché l’ambito non era più condivisibile. In fondo resta il riconoscimento di due fallimenti, anche se credo siano sbilanciati, ovvero da una parte c’è l’idea che ciò che si è rotto era parte di sé e dall’altra invece la considerazione che ciò sia un evolvere necessario delle cose. I problemi veri non sono stati toccati, si è spostato l’ago dell’equilibrio da una all’altra parte ma con una variazione che non ha fatto percepire una direzione, un nuovo che finalmente disegnasse ed attuasse una visione differente del vivere comune. Il campo resta lo stesso, diversi i compagni d’avventura, non i problemi che non sono mai semplici ma esigono verità e pazienza. Doti che il potere difficilmente ha se non è davvero nuovo.