Si alzano i toni dello scontro, ma dove finisca la finzione e inizi la verità, è difficile dirlo. Nella battaglia tra chi è furbo e chi difende un principio è d’obbligo la diffidenza. Il furbo può essere intelligente, l’intelligente può scegliere di non essere furbo e semplicemente non fidarsi. Sin qui normale amministrazione. Sul referendum, seguendo l’iter dell’approvazione della riforma, avevo maturato l’idea che la sostanza e la lettera degli articoli, così come modificati, fossero di per sé sufficienti ed evidenti per decidere cosa votare.
Nel mio caso, dopo aver letto, ho deciso per il No.
Poi c’ho pensato meglio e mi sono ricreduto, non sul No, ma sulla semplicità del mio ragionamento e mi sono chiesto il perché di tanta confusione, di tanta imperizia, sgrammaticatura e ambiguità, che saranno fonti successive di ricorsi infiniti. Chi ha scritto fa quel mestiere, ha uffici a disposizione, perché pasticciare?
Eppoi perché toccare così tanti articoli quando per dire che diminuivano i costi della politica e il processo legislativo diventava più rapido e sarebbero bastati l’abolizione del CNEL, la riduzione dei parlamentari di Camera e Senato e la riforma dei loro regolamenti. Con la modifica di tre o forse quattro articoli della Costituzione le cose avrebbero dato comunque il segno forte del cambiamento. Diversa la questione delle prerogative regionali che a mio avviso meriterebbero un esame più sostanziale e si potrebbero abolire le distinzioni anacronistiche oltreché ingiuste, rendendo tutte speciali le regioni, e dividendo bene i poteri con lo stato centrale. Ma questo tocca la forma Stato e merita un approfondimento a sé stante.
Oppure, ancora, se invece l’obbiettivo fosse stato quello di abolire il bicameralismo, perché non sopprimere il Senato tout court? Era più semplice e meno pasticciato, per i rapporti con le regioni basta e avanza la conferenza Stato-Regioni, del resto non abolita.
Se non era stata seguita la via più semplice. Pur non amando i complottismi, la risposta doveva essere altra, con motivazioni meno apparenti, ma sostanziali, così mi sono chiesto: cosa ci sta dietro a questa riforma? Mi sono tornate a mente le dichiarazioni di una grande banca d’affari americana che da tempo sostiene che c’è troppa democrazia nel Mediterraneo, che i Paesi europei hanno processi decisionali che ancora possono essere modificati e ribaltati dal corpo elettorale, che necessita una verticalizzazione del potere. E non lo sosteneva solo lei, ma anche altre organizzazioni che studiano il rapporto tra finanza e crescita mondiale. Per la finanza la possibilità che un parlamento rovesci decisioni, buone o cattive che siano, raggiunte con fatica dalle lobbies, è un danno immediato e incrementante, cioè toglie la certezza del profitto che ci dev’essere sempre e comunque. Quindi forse la ragione sottostante non è la semplificazione dei processi, ma il loro controllo e non è, come si vorrebbe far credere, che sia il nuovo che sconfigge il vecchio, bensì il trionfo dell’utile.
E a chi serve questo utile e soprattutto cos’è? Qui la cosa si confonde perché accanto a una versione edificante che sembrerebbe dire che l’utile è il processo decisionale, la necessità di realizzare un programma per il quale i cittadini col voto si sono espressi, (da questo il profondo legame tra riforma costituzionale e legge elettorale), emerge una pericolosa confusione tra utile e potere. Il potere esercita le proprie caratteristiche e più o meno realizza l’utile dei cittadini, ma può anche realizzare in forme meno esplicite l’utile di altri. A questo servono i contro poteri e la verifica elettorale, ma se il potere è in grado di condizionare proprio gli organi di verifica e di contro potere che accadrà?
Nulla se il “capo” , apparso per la prima volta in una legge avente un legame con la parte costituente, è servo del popolo sovrano. Molto se egli persegue i fini di una parte anziché quelli di tutti. Quindi ciò che è in ballo è il raggiungimento di un utile e del necessario potere che lo realizzi. In questa lettura capisco meglio il fine, le cortine fumogene della confusione dei processi legislativi, la mancanza di una legge elettorale che riporti al popolo l’elezione di un Senato con compiti differenziati. Comprendo che ciò che sta mutando è quel concetto di democrazia che la banca d’affari e non solo, giudica eccessivo per essere al sicuro da chi governerà e sulla sua amicizia con il sistema.
La democrazia non è il sistema di governo perfetto, ma sinora gli altri sistemi hanno fatto peggio, intendo dire nel meccanismo di corrispondenza tra uso del potere e soddisfazione dei bisogni e mantenimento dei principi di eguaglianza, legalità, libertà. Certamente la democrazia evolverà, ma la domanda fondamentale è se essa sarà maggiore oppure minore in futuro. Il liberalismo che ha sempre considerato che l’individuo e i suoi bisogni prevalgono su quelli della comunità, ha posto sin dall’inizio il problema del peso del voto, e a volte del voto stesso. Perché i migliori, diceva, ovvero quelli baciati dal risultato e dal successo dovrebbero valere come gli altri che non hanno altrettanta intelligenza e fortuna? E i primi non hanno forse strumenti maggiori per decidere per il meglio? Ecco che l’eguaglianza comincia a sparire, la legalità ha diversi pesi, la libertà stessa diventa differenziata. Se la sovranità appartiene al popolo, cioè alla comunità e non ai migliori, e volendo mantenere intatte, libertà, eguaglianza e legalità, e magari espanderle, bisognerebbe avere più democrazia, più possibilità del cittadino di contare e non di meno. Credo che in questo le tecnologie siano già entrate in maniera pesante nella gestione della democrazia, i sondaggi influenzano le decisioni governative, i media amplificano le posizioni, le promesse sono soverchiate da informazioni che spesso si elidono nella contraddizione. Ma il dubbio sull’efficacia di governo può essere ancora risolto semplicemente lasciando che chi sta peggio voti contro e chi sta meglio voti a favore e soprattutto voti chi vuole. Il momento del voto è l’unico momento, in cinque anni, in cui al cittadino viene data la possibilità di esercitare il potere che ha per la gestione dello Stato. È solo in quel momento, poi qualcun altro lo farà al suo posto: chi ha eletto. Ecco il profondo legame tra potere, cittadino e Stato. E la democrazia si preoccupa di far esercitare convenientemente questa relazione.
Ieri nella direzione del PD, nell’intervento di un ministro, è stato detto che esiste una sproporzione tra quanto si discute all’interno del partito (cioè di rapporto tra referendum e legge elettorale e voto conseguente) e ciò che accade nel mondo. Leggendo queste parole, ho pensato che se fosse così il segretario premier non si preoccuperebbe così tanto degli affari del referendum, ma piuttosto del molto d’altro che attende il Paese. Ma era un pensiero malevolo, così ho pensato che il ministro aveva ragione solo se l’Italia non contava poi molto e che esiste sempre un relativo in ciò che ci coinvolge, che una risata magari avviene finché da un’altra parte qualcuno piange, ma l’una non compensa l’altra. Ho pensato che il qui e ora di ciascuno, proiettato sul futuro è esso stesso un mondo e che chi ha il potere si trova davanti alla necessità di sintetizzare i diversi mondi che appartengono al suo popolo, siano essi quelli della politica come pure quelli delle persone. E quando lo fa, chi esercita il potere, si trova davanti al proprio narcisismo e alla scelta tra un bene e un male relativo e così, il suo propendere per l’uno o per l’altro, renderà il futuro di tanti più o meno positivo. Questo è il potere democratico, che ha grande responsabilità di tenere assieme e di provvedere ai bisogni e al futuro, non quella di dimostrare di cosa è capace. Quest’ultima dimostrazione, quando si esaurisce nella prova muscolare, diventa sempre disgraziata e misera perché non ascolta altri che sé e quindi prevarica. A questo serve la democrazia del voto, a rendere transeunte e limitato il potere, a portarlo nell’ambito che gli è proprio, ossia decidere per il bene comune e non per quello di pochi. E siccome tutti siamo perfettibili, cadiamo nelle nostre contraddizioni e abbiamo idee mutevoli, e a maggior ragione perché siamo insieme con altri Paesi, ci dev’essere qualcuno che non dipende da chi è stato eletto che verifica il potere in modo indipendente e fornisce un’altra verità. Questo potere si conforma a qualcosa di più alto, ovvero alla Costituzione, la legge da cui nascono le altre leggi e giudica in base ad essa l’espressione dell’esercizio del potere. Per questo preferisco avere più democrazia, processi legislativi che raccolgano le opinioni di più persone di idee diverse, far prevalere una maggioranza che non abbia tutta la verità. E preferisco votare e sapere chi voto, per chiedergli conto. Per questo vorrei che chi mi rappresenta rispondesse alla legge come me e non avesse immunità. E che facesse quel lavoro, a cui nessuno l’ha costretto, a tempo pieno, con spirito di servizio al popolo e allo Stato, nel migliore dei modi, con la possibilità di verificarlo ed eventualmente di non votarlo più. Se questo dispiace alla banca d’affari, o alle grandi organizzazioni della finanza, non mi interessa molto, vorrei se ne facessero una ragione perché per arrivare a questa libertà l’uomo ha impiegato qualche decina di migliaia di anni e non è stato né facile né incruento.
E così mi tengo finché posso la mia piccola possibilità e voto No.