i miei futili motivi

Si alzano i toni dello scontro, ma dove finisca la finzione e inizi la verità, è difficile dirlo. Nella battaglia tra chi è furbo e chi difende un principio è d’obbligo la diffidenza. Il furbo può essere intelligente, l’intelligente può scegliere di non essere furbo e semplicemente non fidarsi. Sin qui normale amministrazione. Sul referendum, seguendo l’iter dell’approvazione della riforma, avevo maturato l’idea che la sostanza e la lettera degli articoli, così come modificati, fossero di per sé sufficienti ed evidenti per decidere cosa votare.

Nel mio caso, dopo aver letto, ho deciso per il No.

Poi c’ho pensato meglio e mi sono ricreduto, non sul No, ma sulla semplicità del mio ragionamento e mi sono chiesto il perché di tanta confusione, di tanta imperizia, sgrammaticatura e ambiguità, che saranno fonti successive di ricorsi infiniti. Chi ha scritto fa quel mestiere, ha uffici a disposizione, perché pasticciare?

Eppoi perché toccare così tanti articoli quando per dire che diminuivano i costi della politica e il processo legislativo diventava più rapido e sarebbero bastati l’abolizione del CNEL, la riduzione dei parlamentari di Camera e Senato e la riforma dei loro regolamenti. Con la modifica di tre o forse quattro articoli della Costituzione le cose avrebbero dato comunque il segno forte del cambiamento. Diversa la questione delle prerogative regionali che a mio avviso meriterebbero un esame più sostanziale e si potrebbero abolire le distinzioni anacronistiche oltreché ingiuste, rendendo tutte speciali le regioni, e dividendo bene i poteri con lo stato centrale. Ma questo tocca la forma Stato e merita un approfondimento a sé stante.

Oppure, ancora, se invece l’obbiettivo fosse stato quello di abolire il bicameralismo, perché non sopprimere il Senato tout court? Era più semplice e meno pasticciato, per i rapporti con le regioni basta e avanza la conferenza Stato-Regioni, del resto non abolita.

Se non era stata seguita la via più semplice. Pur non amando i complottismi, la risposta doveva essere altra, con motivazioni meno apparenti, ma sostanziali, così  mi sono chiesto: cosa ci sta dietro a questa riforma? Mi sono tornate a mente le dichiarazioni di una grande banca d’affari americana che da tempo sostiene che c’è troppa democrazia nel Mediterraneo, che i Paesi europei hanno processi decisionali che ancora possono essere modificati e ribaltati dal corpo elettorale, che necessita una verticalizzazione del potere. E non lo sosteneva solo lei, ma anche altre organizzazioni che studiano il rapporto tra finanza e crescita mondiale. Per la finanza la possibilità che un parlamento rovesci decisioni, buone o cattive che siano, raggiunte con fatica dalle lobbies, è un danno immediato e incrementante, cioè toglie la certezza del profitto che ci dev’essere sempre e comunque. Quindi  forse la ragione sottostante non è la semplificazione dei processi, ma il loro controllo e non è, come si vorrebbe far credere, che sia il nuovo che sconfigge il vecchio, bensì il trionfo dell’utile.

E a chi serve questo utile e soprattutto cos’è? Qui la cosa si confonde perché accanto a una versione edificante che sembrerebbe dire che l’utile è il processo decisionale, la necessità di realizzare un programma per il quale i cittadini col voto si sono espressi, (da questo il profondo legame tra riforma costituzionale e legge elettorale), emerge una pericolosa confusione tra utile e potere. Il potere esercita le proprie caratteristiche e più o meno realizza l’utile dei cittadini, ma può anche realizzare in forme meno esplicite l’utile di altri. A questo servono i contro poteri e la verifica elettorale, ma se il potere è in grado di condizionare proprio gli organi di verifica e di contro potere che accadrà?

Nulla se il “capo” , apparso per la prima volta in una legge avente un legame con la parte costituente, è servo del popolo sovrano. Molto se egli persegue i fini di una parte anziché quelli di tutti. Quindi ciò che è in ballo è il raggiungimento di un utile e del necessario potere che lo realizzi. In questa lettura capisco meglio il fine, le cortine fumogene della confusione dei processi legislativi, la mancanza di una legge elettorale che riporti al popolo l’elezione di un Senato con compiti differenziati. Comprendo che ciò che sta mutando è quel concetto di democrazia che la banca d’affari e non solo, giudica eccessivo per essere al sicuro da chi governerà e sulla sua amicizia con il sistema.

La democrazia non è il sistema di governo perfetto, ma sinora gli altri sistemi hanno fatto peggio, intendo dire nel meccanismo di corrispondenza tra uso del potere e soddisfazione dei bisogni e mantenimento dei principi di eguaglianza, legalità, libertà. Certamente la democrazia evolverà, ma la domanda fondamentale è se essa sarà maggiore oppure minore in futuro. Il liberalismo che ha sempre considerato che l’individuo e i suoi bisogni prevalgono su quelli della comunità, ha posto sin dall’inizio il problema del peso del voto, e a volte del voto stesso. Perché i migliori, diceva, ovvero quelli baciati dal risultato e dal successo dovrebbero valere come gli altri che non hanno altrettanta intelligenza e fortuna? E i primi non hanno forse strumenti maggiori per decidere per il meglio? Ecco che l’eguaglianza comincia a sparire, la legalità ha diversi pesi, la libertà stessa diventa differenziata. Se la sovranità appartiene al popolo, cioè alla comunità e non ai migliori, e volendo mantenere intatte, libertà, eguaglianza e legalità, e magari espanderle, bisognerebbe avere più democrazia, più possibilità del cittadino di contare e non di meno. Credo che in questo le tecnologie siano già entrate in maniera pesante nella gestione della democrazia, i sondaggi influenzano le decisioni governative, i media amplificano le posizioni, le promesse sono soverchiate da informazioni che spesso si elidono nella contraddizione. Ma il dubbio sull’efficacia di governo può essere ancora risolto semplicemente lasciando che chi sta peggio voti contro e chi sta meglio voti a favore e soprattutto voti chi vuole. Il momento del voto è l’unico momento, in cinque anni, in cui al cittadino viene data la possibilità di esercitare il potere che ha per la gestione dello Stato. È solo in quel momento, poi qualcun altro lo farà al suo posto: chi ha eletto. Ecco il profondo legame tra potere, cittadino e Stato. E la democrazia si preoccupa di far esercitare convenientemente questa relazione.

Ieri nella direzione del PD, nell’intervento di un ministro, è stato detto che esiste una sproporzione tra quanto si discute all’interno del partito (cioè di rapporto tra referendum e legge elettorale e voto conseguente) e ciò che accade nel mondo. Leggendo queste parole, ho pensato che se fosse così il segretario premier non si preoccuperebbe così tanto degli affari del referendum, ma piuttosto del molto d’altro che attende il Paese.  Ma era un pensiero malevolo, così ho pensato che il ministro aveva ragione solo se l’Italia non contava poi molto e che esiste sempre un relativo in ciò che ci coinvolge, che una risata magari avviene finché da un’altra parte qualcuno piange, ma l’una non compensa l’altra. Ho pensato che il qui e ora di ciascuno, proiettato sul futuro è esso stesso un mondo e che chi ha il potere si trova davanti alla necessità di sintetizzare i diversi mondi che appartengono al suo popolo, siano essi quelli della politica come pure quelli delle persone. E quando lo fa, chi esercita il potere, si trova davanti al proprio narcisismo e alla scelta tra un bene e un male relativo e così, il suo propendere per l’uno o per l’altro, renderà il futuro di tanti più o meno positivo. Questo è il potere democratico, che ha grande responsabilità di tenere assieme e di provvedere ai bisogni e al futuro, non quella di dimostrare di cosa è capace. Quest’ultima dimostrazione, quando si esaurisce nella prova muscolare, diventa sempre disgraziata e misera perché non ascolta altri che sé e quindi prevarica. A questo serve la democrazia del voto, a rendere transeunte e limitato il potere, a portarlo nell’ambito che gli è proprio, ossia decidere per il bene comune e non per quello di pochi. E siccome tutti siamo perfettibili, cadiamo nelle nostre contraddizioni e abbiamo idee mutevoli, e a maggior ragione perché siamo insieme con altri Paesi, ci dev’essere qualcuno che non dipende da chi è stato eletto che verifica il potere in modo indipendente e fornisce un’altra verità. Questo potere si conforma a qualcosa di più alto, ovvero alla Costituzione, la legge da cui nascono le altre leggi e giudica in base ad essa l’espressione dell’esercizio del potere. Per questo preferisco avere più democrazia, processi legislativi che raccolgano le opinioni di più persone di idee diverse, far prevalere una maggioranza che non abbia tutta la verità. E preferisco votare e sapere chi voto, per chiedergli conto. Per questo vorrei che chi mi rappresenta rispondesse alla legge come me e non avesse immunità. E che facesse quel lavoro, a cui nessuno l’ha costretto, a tempo pieno,  con spirito di servizio al popolo e allo Stato, nel migliore dei modi, con la possibilità di verificarlo ed eventualmente di non votarlo più. Se questo dispiace alla banca d’affari, o alle grandi organizzazioni della finanza, non mi interessa molto, vorrei se ne facessero una ragione perché per arrivare a questa libertà l’uomo ha impiegato qualche decina di migliaia di anni e non è stato né facile né incruento.

E così mi tengo finché posso la mia piccola possibilità e voto No.

la dittatura del presente

Non parlo spesso di politica in questo luogo, se non tra le righe. Ne scrivo altrove, con la consapevolezza di avere una età diversa, storie diverse da quelle attuali. A suo tempo mi sono tolto di torno senza essere accompagnato alla porta. Insomma un vecchio arnese che però non smette di pensare ed agire per quello che considera una passione civile. Non saprei fare altrimenti perché di politica è stata intessuta non poca parte della mia vita, ha determinato scelte che hanno riguardato la famiglia, il lavoro, ha condizionato (nel senso che ha discriminato) tra ciò che era compatibile con quello che pensavo e quello che non lo era. Ma non voglio fare un ritrattino di ciò che è stato, anche perché penso che la mia generazione abbia fatto cose buone e non pochi errori e i secondi meritano di essere almeno in parte, compensati, nei confronti delle giovani generazioni. Penso in particolare a questa generazione che avrà meno dei loro padri, penso a quello che si è determinato come sentire medio del Paese e che ha permutato il privilegio con la meritocrazia, ma non si è occupato, e non si occupa, dell’eguaglianza, delle pari opportunità. Che non riflette sul lavoro e su i suoi contenuti sociali, che accetta un esodo imponente di giovano formati verso l’estero e non attira un equivalente flusso di competenze da altri paese. Basterebbe questo per dire che non siamo un Paese attrattivo, che bisogna intervenire con progetti che riguardino la sostanza della crescita, che bisogna creare condizioni amichevoli perché chi si è formato resti e chi ci vede dall’estero sia invogliato a venire a vivere in Italia.

Ma per fare questo bisogna investire in ricerca e formazione, bisogna essere costanti nelle destinazioni dei fondi e fare in modo che non siano offensivi della dignità del ricercatore, bisogna capire che è il futuro perseguito con lucidità che può cambiare il presente. Un laureato alla comunità costa 125.000 euro, e a questi si devono sommare i costi della famiglia. Ogni anno regaliamo miliardi di euro e intelligenze a chi ci farà concorrenza sul piano dell’innovazione, per questo e molto d’altro, le mancette ai diciottenni fatte di 500 euro non dovrebbero esserci e quei soldi, assieme a molti altri, dovrebbero andare alla scuola e alla formazione.

Quindi esiste un problema di attrattività del Paese che non riguarda solo l’estero, ma i suoi stessi abitanti. Questo problema è stato “affrontato” in una sfida tra nuovo e vecchio, tra nuova visione della politica e vecchio modo di procedere. Se il nuovo si auto certifica come tale è difficile discutere se non in base a ciò che accade, cioè emerge il primato della realtà che parla solo dei risultati e non delle promesse. Se il Paese non cresce significa che le politiche economiche sono sbagliate, cioè saranno nuove ma non efficaci. Se diminuiscono i diritti collettivi, il lavoro continua ad essere fortemente precario significa che la fiducia di chi dovrebbe investire, credere nel futuro del Paese non c’è e che si vive sul presente. Potrei continuare, ma mi voglio soffermare su questa parola e su ciò che contiene in politica: presente. Il presente consente di avere consensi o di perderli ma non genera una coscienza collettiva di un futuro, non sostiene idee forti, non contiene ideali (usiamo anche questa, che a torto è definita ormai una parolaccia), per il semplice motivo che il presente consuma l’attimo e si esaurisce in esso. È un divoratore di futuro, il presente, ma non lo determina se non in piccola parte e in perdita. Diciamo che il presente esalta il potere vero, e lo fa subire anche quando dà l’impressione di poter autodeterminare il proprio destino. La dittatura del presente è la dimensione più piccola della politica che deve provvedere all’oggi di chi amministra, ma anche indicare dove si va, usare la verità per rafforzare la volontà di chi poi determina il successo o meno di un Paese.

Noi, e intendo anche la mia generazione, abbiamo vissuto a credito, per creare benessere presente abbiamo divorato risorse che ancora non c’erano e ci sono, e allora il minimo da fare è che queste risorse ci siano davvero, che lo sviluppo sia reale e condiviso, ma soprattutto che ci sia una idea di crescita e di Paese attrattiva e innovativa. In questo metto le nostre responsabilità generazionali, abbiamo pensato che fosse possibile creare una comunità di persone che avevano al proprio interno possibilità di attuare vite felici. Ci sfuggiva che quella condizione non era data, ma bisognava crearla, attraverso l’economia, il pensiero sociale, l’inclusione, la valorizzazione della differenza come forza creativa. Serviva sì una scuola più libera, ma insieme ad una formazione certa, serviva un’ impresa che cresceva sull’auto imprenditorialità ma nel rispetto delle regole comuni sul fisco, sull’uso delle risorse, del territorio, serviva un diritto che garantisse la legalità e non l’eccezione, il censo, la possibilità di difendersi. Serviva una burocrazia al servizio del cittadino e non di se stessa. Questo non è stato un problema di leggi, ma di politica, per seguire il consenso si sono alimentati i privilegi, si è lisciato il pelo al gatto e intanto il mondo mutava.

Di questo la mia generazione pur nata con buone intenzioni, porta non poca responsabilità. Ma il nuovo che la sostituisce incide su questi problemi? È rigoroso? Non guarda in faccia nessuno? Oppure è solo una sostituzione di gestori del potere. Ecco, io propendo per questa seconda impressione perché la casta resta tale, i poteri veri sono intoccati, cresce l’antipolitica come delegittimazione delle regole, e lo fa la politica stessa salvo poi lamentarsi che la protesta prende strade strane. Cioè il gattopardo trionfa. Qualcuno potrebbe dirmi che noi non abbiamo fatto di meglio, che è solo astio, ripicca per essere stati messi da parte, ma non sono i fatti che dimostrano la bontà o meno di ciò che accade? La mia generazione deve farsi da parte, subito, e dare per quanto può, un contributo senza chiedere nulla in cambio, quello che invece non può accadere è che il nuovo non sia tale, che non affronti i problemi reali: la durata dei processi, la burocrazia, la legalità precaria in molte parti del Paese, il lavoro dei giovani (e di chi giovane non è visto i tempi della pensione), la ricerca orientata allo sviluppo e all’eccellenza. E voi credete che la cosa più urgente da riformare fosse la Costituzione, portandola in senso centralista e più liberista?  Io non credo, ma di questo avremo modo e tempo di parlare.

transete

C’è una parola veneta, transete, che probabilmente deriva dal latino transeat, ed esprime il portar pazienza, il farsene una ragione. Credo sia un sentimento comune che, ad onta delle dichiarazioni roboanti, della fiducia distribuita a piene mani, coinvolge il Paese e i suoi abitanti. Però questo attendere che passi non ha la filosofia e gli occhi antichi di chi ne aveva viste tante e sapeva che anche i forti, gli arroganti, i dominatori, passavano davvero, ma è più una sfiducia sulla possibilità di cambiare. La mobilità sociale non esiste più, i dati sul l’occupazione migliorano ma se si guarda a cosa c’è dietro, oltre al modo di rilevarli ( basta che una persona lavori un giorno a settimana per definirla occupata),  c’è un mondo di voucher, di lavori presi e lasciati, di nero che paga in parte in regola e un terzo dei giovani senza occupazione. E questo non è un dato transitorio, ma ormai strutturale se non si interviene sulle modalità di lavoro. Il sud cresce più del nord, è un buon segnale ma significa anche che il nord non cresce più, che le banche cedendo i crediti difficili, oltre ai mutui, cedono i prestiti fatti alle aziende in difficoltà e le condannano a morte. C’è un corpo ferito che aspetta succeda qualcosa che lo riguardi davvero, che il profluvio di parole porti via la spazzatura della corruzione, dei furbi che infestano ogni angolo di vita, aspetta, ma non fa, non si muove.
Un politico che stimo, ai suoi tempi democristiano, si chiedeva qualche giorno fa, cosa fa la sinistra di fronte ai grandi problemi dell’immigrazione, della povertà crescente, dell’insicurezza e del terrorismo diffuso. Diceva che una risposta la destra la dava ma mancava quella della sinistra. Solo che parlava del PD e il PD non è la sinistra ma al più un centro riformista che contiene pulsioni minoritarie di sinistra. E allora la domanda è: cosa fa il centro riformista di fronte a questi problemi, come pensa di rispondervi con un liberalismo che è l’antitesi del cambiamento reale dello status quo? Anche la risposta al terrorismo che dice di vivere in una normalità, di non cambiare le proprie vite è una non risposta perché quella normalità di cui si parla è un terreno in cui cresce la pazzia omicida, il rifiuto violento, l’ommissione della gravità dei problemi e la difficoltà della loro soluzione. La normalità in un mondo globalizzato e interconnesso, cos’è?
Far finta di niente e sperare che passi, ma se non passa? Una ricetta sull’affrontare l’ineguaglianza crescente, l’impoverimento delle classi medie, l illegalità e là corruzione come prassi economica e sociale è stata proposta dalla sinistra. Sanders negli Stati Uniti propone soluzioni, Pichetty assieme ad altri economisti ha trovato modo di rappresentare correttivi economici. Molti altri si sforzano a mostrare una realtà che se si vuole mutare esige tempi lunghi e azioni costanti di riequilibrio sociale, economico. Ma questo elettoralmente non paga, chi vuole passi, lo vuole subito e soprattutto non ha intenzione di coinvolgersi nel mutamento. Così il problema non sono le proposte ma quanto queste possano diventare un orizzonte condiviso, un modo per costruire le vite. Ripeto bisogna chiedersi cos’è la normalità e se quella attuale è quella che vogliamo conservare. Questo è un tema di sinistra ma anche di tutti quelli che seppelliscono l’insoddisfazione in una attesa catatonica di qualcosa che comunque verrà ma non sarà quello che si voleva perché fatto da altri e per altri fini.

c’è una mucca in corridoio

La situazione è complicata. Maledettamente complicata. E il rischio di confondere ragionevolezza con real politik è alto. Poi sotto traccia convivono i migliori e peggiori istinti di tutti quelli che un qualche conto in sospeso ce l’hanno, e sanno che se ci si siede sulla sponda del fiume qualcosa passa, non di rado è il cadavere di quel qualcosa, sistema o uomo, che pieno di boria si è infinitamente proposto come il migliore è semplicemente non lo era. Ma si può vivere sempre sulla sponda del fiume? Ad alcuni, non pochi e furbi, questo riesce, ad altri no. Questo riguarda tutti a partire dai partiti. Ma sembra si paesi sempre del PD e Il m5s come sta? Non benissimo se si osservano le pratiche da vecchia Dc che mettono assieme la giunta di Roma, gli scheletri a zonzo per i corridoi, mentre fuori ci sono le attese che non possono attendere. Marino era un mostro di cambiamento visto ora. Non c’è di che essere soddisfatti, però mi fa specie che chi ha perso malamente cominci a compiacersi delle difficoltà del vincitore. Ma anche questo è un modo per non fare i conti con le sconfitte. Non si è mai fatto questo conto ed è un’anomalia dell’Italia, qui si deve sempre vincere oppure non se ne parla. E così negli anni c’è stato uno smottare lento verso il fiume, chi è furbo si salva, gli altri semplicemente si disamorano. Eh si perché stranamente anche nella gestione della casa comune serve amore e autocritica. Non va bene l’autocritica? Almeno un po’ di sana autoironia che attraverso la percezione del proprio limite veda i problemi degli altri, dica che si è sbagliato e che si vuole cambiare assieme. Non questo racconto infinito di successi dentro una realtà fatta di crisi e di bisogni primari negati. Ha ragione Bersani quando con una delle sue metafore parla del non accorgersi della mucca in corridoio. È una casa comune che va a fondo, con allegra rappresentazione dei propri successi (?) si vuole ignorare che l’Italia è in crisi, che l’Europa è in disfacimento, che il mondo non è pacificato anzi comincia a considerare strutturale il terrorismo. Come dire: è un prezzo da pagare alla diseguaglianza, all’incapacità di affrontare i problemi delle persone, allo strapotere dei pochissimi rispetto alla miseria della maggioranza. Risalire dal greto del fiume per riprendere in mano, con umiltà, il proprio destino. Considerare che siamo davvero in una casa comune, che ci sono beni da non buttare e hanno nomi impegnativi, dignità, lavoro, legalità, onestà, tutela dei più deboli, diritti comuni, dovere civico, costituzione, ecc.ecc. Farlo con coscienza del limite, rispetto e attenzione e per favore smettiamola con la narrazione che racconta altro da ciò che si vede e fa perdere la voglia di ridere quando serve davvero. La narrazione è triste se non dice la verità, toglie la capacità di distinguere e disamora. E questo è un guaio, davvero un guaio per il presente e il futuro. A chi piacerebbe vivere in un Paese di indifferenti?

problemino

Che fare degli incompetenti, dei furbi, degli arruffoni, degli scansafatiche, dei disonesti, degli imbecilli, presi ciascuno nella sua peculiarità, e di cui tutti abbiamo nozione e non per sentito dire, perché sono attorno. Ovunque. E che fare dei meccanismi per cui non di rado, alcune di queste persone, arrivano a posti di responsabilità, presunta, perché quella vera non se la prendono? Insomma il problema è come fare in modo che esista una responsabilità personale, anche di chi li assume, li promuove, li giudica. Finora l’esercizio della pubblica opinione, anche quella avvertita, raziocinante, meno eticamente ottusa, si è esercitato sulla politica. Non che questa sia esente da responsabilità, anzi, le responsabilità sono proprio nella sua incapacità, passata e attuale al netto delle tante riforme spacciate per tali, di incidere sull’efficienza, sull’eliminazione della furbizia e del privilegio, sulla convenienza e sui poteri occulti. Che essendo occulti, questi ultimi, mica si mostrano, ma fanno e per fare hanno bisogno di una galassia di inefficienze, di controlli assenti, di controllori comprabili, di procedure farraginose e lavoratori svogliati, ecc. ecc. La politica è responsabile, ma chi governa o è all’opposizione, di più, perché dalla teoria e dalle promesse deve passare alla pratica. Quindi alla politica, seguendo il concetto di sussidiarietà, ovvero a partire da quella più vicina e non da quella più distante e irraggiungibile, va chiesto di provvedere. Però la cosa non si esaurisce qui. Cerco di esemplificare con un episodio recente. Ad una riunione di piccoli imprenditori, c’erano alti lai sull’inefficienza della politica, sui balzelli intollerabili della tassazione, sulla burocrazia e sui controlli e tutti, dico tutti, dicevano che bisognava cambiare, ovvero togliere controlli, togliere tassazione, rendere libero il mercato del lavoro, eliminare le contrattazioni sindacali, ecc. ecc. Tutto vero ma nessuno che chiedesse una maggiore efficienza della pubblica amministrazione, controlli reali sul lavoro nero, una lotta vera alla corruzione, un fisco equo che facesse pagare però le tasse a chi non le paga. Sommessamente è stato chiesto dov’erano quando andavano in comune a chiedere i condoni edilizi per l’edificazione abusiva dei capannoni in area verde, per necessità magari, ma abusivi. Dov’erano quando invece di investire nell’azienda costruivano appartamenti, investivano all’estero, esportavano capitali. Dov’erano quando il lavoro senza tutele era un elemento forte di controllo della produzione, con il nero, l’evasione dei contributi, la riduzione dei livelli di sicurezza perché costavano. Dov’erano quando invece di pagare le tasse aspettavano il condono tombale e intanto compravano le auto di lusso, le barche da 21 metri, le ville in collina. Erano in un altro Paese oppure in questo, e se il sistema era, ed è ancora, quello, che classe politica ne sarebbe uscita che consentisse il patto tra crescita e potere? Non ci sono state risposte sul merito, ma è stata rivendicata l’onestà dei presenti. Cosa che io credo, ma la realtà mi dice altro e allora credo che il problema del dov’erano verrà rimosso assieme all’invito di chi dice cose maleducate. 
Preciso, la società dei migliori non esiste e non è neppure possibile, e forse è meglio così perché sarebbe terribile nella sua ricchezza di giudici, però esiste un utile comune, qualcosa che più o meno suona così: non faremo il massimo però un accordo su quello che è mediamente equo e fa stare meglio si può trovare. E questo accordo è compito della politica oppure di chi sente che le cose così non vanno, io penso di entrambi, non di uno solo, di entrambi.

il topo e la buca

programma elettorale

Vorrei rassicurarti caro elettore, non ti dirò poi molto, 13.8 cm di scrittura. È un quadrato d’impegni sulle nostre poche vere necessità, nella certezza che staremo bene assieme. E vale per entrambi, perché cammineremo a lungo in compagnia. Cominceremo a far in modo che l’acqua defluisca senza invadere le case, che la cultura cresca per suo conto trovando spazi e ascolto. Le spazzature se ne andranno la mattina presto, e parlare davanti casa tornerà ad essere un piacere. Risparmieremo il necessario per l’inverno, senza lesinare nel divertimento nell’estate, e ci sarà nuova erba per far correre i bambini e alberi per farli riposare. Pianteremo nuovi fiori perché la primavera ne ha bisogno e rimetteremo in ordine le scuole perché è più bello imparare dove si sta bene. Sarà bello camminare e correre con la bicicletta tra colori e bianco per allietare il giorno e luce sufficiente per far scorrere la notte. Il vigile ci abituerà a non prendere le multe, il poliziotto a vedere il pericolo dove c’è davvero. Ci saranno sempre luoghi aperti a chi non sa più dove andare e una spalla su cui mettere la mano per chi fatica a camminare. Per curare non mancherà un ambulatorio senza orari con medici accoglienti. E ci preoccuperemo della vita di chi ha perso il necessario per sperare. Cacceremo il topo e colmeremo le buche nelle strade. Scegliendo il buono, cureremo il bello, per sentire d’aver vissuto bene in questi anni. E tutto questo non ti sembri poco perché scoprire che si sta bene assieme, ci rassicurerà di esser sempre ricchi di presente e di futuro. 

lavoro e libertà

Tra le tante cose inutili che penso e quelle, per fortuna molto meno numerose, in cui credo c’è una correlazione forte di concetti, una specie di sillogismo tra lavoro e libertà. Li penso collegati da un sentimento del sé a cui tengo molto: la dignità. Non c’è libertà senza lavoro e se questo è privo delka libertà di proporsi, dire, contrsttare, allora subentra la dipendenza e la costrizione. In questo che per il pensiero al governo è volterrianamente il migliore dei mondi possibili, la vera rivoluzione è nel proporre il diritto al lavoro come esercizio di dignità e libertà individuale.

Ho ripensato a una canzone di Rino Gaetano, Aida, e l’ho sentita come la storia di donne che conosco, che con fatica rivendicano la dignità di essere che è la storia della libertà in questo paese, ma il tema può essere tranquillamente privato del genere perchè le storie nelle difficoltà s’assomigliano.

Per passare dalla privazione di libertà -e cioè dal fascismo- fino alla libertà è stata necessaria una guerra di liberazione. Oggi non siamo in quella condizione ma l’esercizio della dignità di essere viene precluso a non poche donne e uomini e allora sarebbe utile riflettere su chi erano e cosa pensavano del lavoro e del suo ruolo, le donne e gli uomini che cadevano davanti ai plotoni di esecuzione, nelle città e in montagna. Pensavano che da questo sarebbe nata il riscatto e la dignità di un popolo. Il benessere, certo, ma non solo quello, c’era l’idea che lavorare, essere indipendenti e utili fosse una condizione vitale, un diritto.

La mia generazione, che venne dopo quelle della guerra, interpretò questa necessità con la stabilità del posto fisso, più per reazione all’indigenza e alla miseria che era la condizione da cui uscire che per mancanza di fantasia. Era difficile anche allora pensare di avere una famiglia e non sapere se l’avresti mantenuta, per cui le lotte si riferivano a quella condizione in cui precario significava a rischio di povertà. Oggi ci sono le stesse domande in un contesto apparentemente diverso. Solo che qualche anno fa, si sapeva che il lavoro era un diritto e la libertà si difendeva in piazza. Oggi la soluzione non è il posto fisso e in piazza non ci va nessuno. Obnubilamento? Poca coscienza che i diritti e la libertà non sono conquiste permanenti? Oppure come riferisce una recente ricerca molti baratterebbero la libertà in cambio della tranquillità economica, del posto fisso e sicuro. Chi si preoccupa, infatti, di un futuro incerto quando il presente di certezze non ne ha nessuna. Ripensare nuovamente il nesso tra lavoro e libertà diventa allora essenziale e non posso pensare di chiudermi nella mia sicurezza, la libertà non è un lusso da ricchi ma una necessità collettiva. Il presupposto per cui il mio pane sicuro non diventi inutile e raffermo.

anziani conservatori e magari gufi

In momenti diversi della storia d’Italia, persone anziane e giovani, assieme, manifestarono fortemente e pubblicamente, l’amore per il proprio paese e la sensibilità di essere parte di una storia comune. Ciò rese queste persone importanti per tutti. Ci fecero sentire in una comunità positiva. Migliori, insomma. Sono persone che oggi potrebbero essere ascritte a conservatrici o anziane o entrambe le cose, e invece furono rivoluzionarie. Com’è rivoluzionario il modo di parlare al cuore delle persone, superando il divario ideologico, facendo emergere concetti che non si possono identificare nella distinzione tra vecchio e nuovo. La libertà ad esempio, oppure la solidarietà, o ancora la partecipazione, la giustizia, la legalità, l’eguaglianza, il bene comune. E di tutti questi, e degli altri principi, che fanno parte di una cultura positiva dell’uomo, che non lo adopera, non lo asserve, si è avuto bisogno nei momenti in cui era più grigio il momento, le contraddizioni più evidenti, le speranze di cambiamento fievoli. Queste persone hanno dato il senso di una continuità, di un’appartenenza a qualcosa di più grande che merita rispetto e sacrifici. Una religione laica del vivere comune, che oltrepassava il credo ideologico, l’iscrizione a un partito, la professione di una fede. Queste persone mi mancano. Non perché non esistano, ma perché sono banalizzate ed etichettate con epiteti. Loro che hanno sempre preferito il pensiero proprio a quello uniformato e prevalente, ridotte a mucchio,.

Alcune di queste persone fanno parte della vita mia e di molti. Ma quel che è certo è che non volevano essere icone. Di certo non Giovanni 23°, Pertini o Berlinguer. E neppure Falcone, Borsellino o Ambrosoli. E chissà quanti altri ci vengono in mente nel loro testimoniare valori comuni che consideravano semplicemente giusti e necessari. Anche oggi sono molte le persone che propongono una visione dello stare assieme che prescinde dal pensiero prevalente e si rifà a una prospettiva di vita e di futuro in cui esistano e si possano esercitare quei principi di cui parlavo innanzi. Lo so che esistono e non tacciono e per loro ho la stima e l’apprezzamento che si deve a chi indica una strada che tiene assieme e non divide. Sono uomini che parlano a uomini, non chiacchierano, parlano. È questa la differenza

un buon metodo

Un buon metodo per decidere da che parte stare nella confusione di questi giorni, è chiedersi: ma se fossi stato al suo posto, che avrei fatto?
Vale sempre e dà la misura della nostra etica personale, pubblica e privata. Ci dice che non siamo sopra le parti, che il relativo riguarda le coscienze prima deĺla ragion di stato, le convenienze e chissa quante altre inconfessabili ragioni. Ma la domanda a cui rispondere è sempre quella su come noi ci saremmo comportati. La risposta sincera toglie molta fuffa dai ragionamenti, molta spocchia nel giudicare, ci dimensiona e determina se siamo diversi o meno.


l’europa è delle donne e dei giovani

Solo le donne e i giovani potranno far fare un balzo in avanti alle libertà e ai diritti. Solo loro potranno, magari con l’aiuto di molti uomini di buona volontà, bloccare la deriva di destra e di conservazione che ha fermato l’unica speranza che possa essere giocata nella globalizzazione: un’ Europa unita, politicamente ed economicamente, dove ci siano diritti spendibili, crescita compatibile, mobilità sociale, tutela dei beni comuni ed equità.

Sono loro, le donne e i giovani che più hanno da perdere in un mondo in cui la libertà di muoversi viene limitata, dove viene impedito l’esercizio libero dei sentimenti, dove alla religione laica della libertà si sostituiscono le religioni che discriminano, convertono obbligatoriamente, impongono una morale e un dogma.

In 50 anni nell’800, dal 1820 al 1870, un movimento di idee, trasversale alla società di allora, controcorrente, fece emergere gli Stati nazione, unificò ciò che pareva impossibile mettere assieme, prese la libertà e l’applicò alla costruzione di una economia e di una crescita scientifica senza precedenti. Come fu acquistata, la libertà in Europa venne perduta, solo dopo il 1945 ricominciò una crescita basata su nuovi principi. Ma l’economia e la finanza in particolare, hanno affievolito, assieme al benessere, la percezione che la crescita non è automaticamente il progresso sociale e civile di uno stato, di un continente. Dopo l’ultima fiammata del ’68, che ha costretto la politica ad occuparsi delle aspirazioni di una generazione, del genere femminile e della libertà, come elemento che cambia i rapporti, non c’è stato più nulla che spingesse governi, opinione pubblica, cultura a misurarsi con il tema delle libertà reali, dal bisogno, dall’ineguaglianza, dalla subordinazione, dai pregiudizi di genere, dalla sessualità consultata, dalle culture che negano la libertà.

Ciò che oggi viene descritta come una deriva populista di destra è certamente il timore di perdere privilegi e condizioni che appartengono a pochi e sono negate a molti, ma questo non vale solo nei confronti di chi viene da paesi extra europei, bensì vale per i cittadini della stessa Europa. La speranza di avere un posto di lavoro che corrisponda a ciò per cui ha studiato per un giovane, è talmente bassa che viene considerato un valore la flessibilità intesa come modalità di fare qualsiasi cosa. La speranza che queste generazioni hanno di avere una tutela, almeno equiparabile a quella goduta dai propri padri, è inesistente. Le donne, hanno una difficoltà crescente a veder riconosciuti diritti che appartengono alla persona e che sono tutelati in modo differente nei vari stati e i processi di equiparazione delle normative che riguardano i generi sono solo sulla carta e spesso neppure su questa. I movimenti anti europeisti non hanno nei loro programmi l’estensione dei diritti, non hanno la formazione di una Europa unita e libera dai confini, non hanno sistemi economici coordinati ed interscambiabili. Anzi hanno al loro interno, chiusure, protezionismi, limitazioni, sessismo di genere, enfatizzazione della cultura nazionale o religiosa basate su presupposti che non sono verificabili se non proprio attraverso quella libertà di capire e contaminarsi che è sempre stata propria della cultura europea. 

Quindi quello che si prospetta è un mondo chiuso, dove ci si difende con i muri, dove la libertà è limitata da leggi eccezionali che diventano normali, dove la libera circolazione delle idee, delle persone, delle merci viene regolata, contingentata, impedita.

Chi ha da perdere in questo processo sono le parti sociali più deboli, i giovani, le donne, a cui viene – e verrà preclusa – la possibilità che i diritti siano estesi, che ci sia una normalizzazione delle libertà di essere con l’unico limite posto dalla violenza sull’altro. Per questo mi aspetto che ci sia una coscienza della realtà e un risveglio, dei giovani e delle donne, che essi dicano la loro sul mondo che vorrebbero, che lo sostengano, che impongano la discussione delle loro esigenze, che non aspettino da altri quello che da questi non potrà mai venire.