minimi pensieri 8

La tentazione del bello non diventa ossessione di perfezione ma è il modo per uscire dall’immobilità e dal pantano in cui si scivola in questa società ineguale. C’è una tentazione costante del non decidere, del mantenere la posizione nel timore di perdere qualcosa, o tutto quel poco che si possiede. Solo i giovani fuggono da questa immobile assenza di futuro, non tutti ma quelli che prendono in mano la loro vita capiscono che la coscienza di percorrere almeno una strada, andare verso un dove, è già avere la possibilità di essere se stessi.  Essere prigionieri, a partire dal linguaggio, delle cose seriali, dei modi convenzionali e stereotipati di dire, nel definire e vedere la realtà, ci rende ciechi. E in questo il luogo comune che è la realtà virtuale, dove regole e modi sono apparentemente liberi, precipita l’immobilità della mente. Qui il bello diventa transeunte. Non vivifica, non spinge a sperimentare se stessi, non fa crescere le persone e non le mette assieme. Nasce un sogno di innocenza originaria che appartiene a ciascuno, ma è qualcosa che non esiste se non si verifica nella realtà e nel suo svolgersi. Il conformismo, anche virtuale, uccide i sogni e rende immobili le persone, fino alla rinuncia della libertà. La lingua ci insegna che le cose possono cambiare nome perché non sono ferme, perché hanno più dimensioni, perché mutano nel guardarle, toccarle, sentirle. E così nei miliardi di modi di chiamare i sentimenti e l’amore, nel renderlo vero nei gesti e negli infiniti modi per farlo non c’è forse il prefigurare della vita nella sua molteplicità che ognuno di noi contiene? E non è questa molteplicità la radice dell’innocenza, del bello e del rapporto profondo tra chi cerca, trova, mette in comune ciò che sente ed è?

In questo c’è la tentazione del bello come processo che muove, che induce a vedere ciò che gli altri si rifiutano di cogliere, ed è l’imperfezione perfetta di chi ama profondamente.

senza memoria

L’ha visto mia moglie e mi ha chiamato. È a terra, la testa poggia sul braccio ripiegato, il corpo steso, l’altro braccio s’allunga come uscisse dall’acqua e chiamasse aiuto. È davanti al cancello chiuso della canonica, poco discoste ci sono la valigia e uno zaino.
Sono le 11 del mattino, e siamo a fianco della chiesa. Gli chiedo se sta male, non mi aspetto risposta, ci sono 3 gradi e chissà da quanto tempo è a terra. Altre persone passano per la strada davanti la chiesa, forse lo vedono come un fagotto abbandonato. Per fortuna risponde, prima in modo incomprensibile poi dice che vuole parlare col prete, ma non si alza, chiede di stare quieto, per terra. Suono il campanello. Il prete torna domani, dice la donna che fa le pulizie, ha due parrocchie e non ci sono preti. È inutile chiamarlo perché non verrebbe. Dico all’uomo che si alzi, fa troppo freddo e deve cercare un posto caldo. A fatica si alza, con accessi di tosse e il respiro rotto dalle parole che escono confuse. Mi richiama il 118 che avevo avvisato quando lo pensavo ferito o peggio. L’ambulanza arriverebbe se confermo la chiamata, ma lui non vuole l’ambulanza, vuole il prete e vuole tornare a casa. Casa. A pezzi esce la sua storia. È del nord dell’India, immigrato regolare in Italia, a casa era motorista di motori marini e di elicotteri. Qui faceva il bracciante nei campi dei vivaisti. Mi mostra delle foto sul cellulare. Capisco che gli hanno rubato tutto fuorché i documenti e non vuole più stare in Italia. Dorme all’addiaccio da tre notti perché per entrare in un asilo notturno serve il tampone e lui non ha più nulla, ma non vuole soldi. Vuole tornare a casa. La mascherina gli scende sul mento e gli vengono attacchi di una tosse profonda, la voce si rompe. Gli chiedo di tirar su la mascherina chirurgica. Ci sono adesso altre due persone con noi, anche il sagrestano. Si convince a entrare in chiesa. È malfermo, un po’ confuso. Cerchiamo una soluzione. La Caritas, ha un ufficio in città ma è aperto domattina. La persona che mi risponde, dice che deve passare domani, gli spiego che con un’altra notte al freddo, questa persona avrà solo il problema di essere seppellito. L’ufficio apre domattina, mi suggerisce di parlare con il Comune. Vado dai carabinieri, gli spiego la situazione. Il carabiniere è gentile, mi dice che se ne occuperanno. Intanto, l’uomo, stremato, ha preso sonno su una panca in chiesa. Il sagrestano ci assicura che la Chiesa non chiude e che gli porterà qualcosa di caldo da mangiare. Le telefonate si susseguono, assistenti sociali, vigili urbani, tutti prendono nota della situazione. Mi rendo conto che però non arriva nessuno. Intanto dorme, forse sogna casa. Penso che oggi è la giornata della memoria, ma che nessuno vuole vedere la sofferenza, che la speranza diventa disperazione e che sentiti al telegiornale i morti di freddo, gli annegati in mare, i bambini che soffrono con le loro madri non sembrano appartenere al mondo caldo e protetto in cui viviamo. Penso che la cura di chi non ha nulla, subisce un torto, l’abbiamo affidata allo Stato, ma lo Stato ha procedure, sportelli, orari, poi c’è il buio per l’umanità più debole. È la giornata della memoria, non so se l’uomo indiano riuscirà a tornare a casa. Se racconterà che l’Italia non solo non gli ha dato una possibilità, ma gli ha tolto tutto, fuorché la vita.

Oggi è la giornata della memoria, come allora, non ricordiamo nulla e non vediamo niente.

minimi pensieri 7

Bisogna stare attenti a non esagerare. Percepire il limite. Vale ovunque e con chiunque. Anche con noi stessi. In ciascuno c’è sempre in agguato una ferita mai rimarginata per davvero, e non conta se siamo stati noi a farla. Quei piccoli segnali si dovrebbero cogliere, evitare le piccole nefandezze della disattenzione, oppure lasciare che tutto accada come deve. E se non si coglie la necessità della cura, allora va bene consumare m a almeno assieme. Non è forse il consumo che ci viene insegnato? Il consumo come motore della crescita, del movimento. Dicono. E nessuno più guarda i fiori delle scarpate, neppure li coglie. Strano, sono pieni di poesia e vengono riempiti di rifiuti.

considerazioni apolidi

Indignarsi non basta più. È la premessa, ma senza fatti, gesti, pensieri che operano, l’indignazione è sterile e non muta nulla. Il disagio è fisiologico, ed è ciò che non corrisponde a sé, a un comune sentire con chi ci è amico. L’indignazione è il primo tentativo razionale di dare un nome a questo disagio e di rifiutare il potere che lo comprende.

Un vaso è stato rotto da qualche parte, la cosa ci riguarda. Quando uso il noi penso a persone che non conosco, che non accettano ciò che è acquiescenza o cinismo. Non sono neppure attendisti, l’ha da passà ‘a nuttata, l’hanno considerato una impotenza transitoria per riposarsi, ma le idee non mutavano, restavano forti per cambiare.

Effettivamente non so a chi parlo e così parlo a me stesso. Da anni in politica e nella società si cerca il massimo comun divisore sociale e le persone che lo fanno non mi piacciono. Preferisco quelli che perseguono il minimo comune multiplo, l’eguaglianza e la dignità come diritto comune. Aritmetica di base per una società di uomini pensati come atomi, con molecole difficili, ardue nei legami. C’è una chimica del tenere assieme ciò che è giusto e necessario? Pensateci perché è indispensabile nell’era della pandemia, della diseguaglianza crescente, dell’ascensore sociale che funziona all’incontrario. Se non c’è il giusto condiviso, l’amore e il bene diventano difficili, inefficaci a lungo andare. Le società indifferenti trasferiscono l’indifferenza nei rapporti personali. Se non mi interessa dell’altro , starò con te per utilità, bisogno, difficoltà a rompere il legame giuridico, ma non per amore. Quando fanno quelle grandi manifestazioni sulla famiglia, ci pensano a questa carenza di valori comuni? Ci pensano che per preservare l’amore nella loro famiglia equilibrata e partecipe, è necessario non essere ingiusti con l’amore degli altri? Ci pensano che il giusto è fatica, è differenza, è gesto e indignazione perché qualcosa viene tolto ad uno, e quindi a tutti ?

Un vaso è stato rotto, ma era rabberciato alla bell’e meglio, ci pareva sano e invece non lo era. Quando ci si indigna si sente il limite del passato, di ciò che si è fatto, della propria importanza e possibilità: è un dare testate al soffitto in cui ci siamo confinati. Occorre qualcosa in più, il cielo per non sentirsi soli. Per questo penso al noi, senza conoscere se ci sarà qualcuno che ha le mie stesse insofferenze.

Non sono gli amici a josa, neppure il cicaleccio inane, ci sarà qualcuno che prova lo stesso bisogno e non si arrende. Come in quei giochi da bambini, in cui uno diceva all’altro, pensando di averlo vinto: ti arrendi? Allora, alcuni, tanti, abbiamo imparato a rispondere no, non mi arrendo e il gioco non finiva, poteva cambiare verso.

minimi pensieri 6

La misura della rabbia che ciascuno di noi ha in sé diviene il suo rapporto con la realtà. Spesso la sua interpretazione. Senza connotare la rabbia come negazione assoluta e cieca, si vede che in essa ci sono tutte le gradazioni di un’emozione che è motore energetico ed energivoro. Essa non trattiene e richiede azioni che riequilibrino la sua spinta per essere compatibile con la ragione. Poi se ci si spinge nel classificarla oltre il banale che tutto include, si distingue tra rabbia, sdegno, indignazione, disgusto e chissà quant’altro ci indisponga, dando a ciascuna emozione il suo obiettivo interiore, ovvero lo scostamento che distacca il nostro mondo da ciò accade. Siamo arrivati al punto, la rabbia o chi per essa, rappresenta la domanda e la risposta al quesito (cosa che incidentalmente spesso si relaziona con la melancolia) : era questa la realtà per cui abbiamo lavorato e che abbiamo sognato?

una lettera almeno

La parola scritta e la calligrafia sono importanti per me, porto attenzione anche a come le singole lettere si esprimono, al loro andamento nella pagina. Cerco di intuire cosa ci sia dietro il muoversi di quella mano che ha tracciato con intenzione di lettura e di comunicazione. Ma di lui, del Nonno, non è rimasto nulla. Di certo scrisse più volte, in molte occasioni. Chi è distante scrive, e lui fu spesso distante, e a quei tempi non c’era altro mezzo. Però si è perduto tutto. Credo sia accaduto in quei tre anni bui, nati alla fine del 1917, dove tutto fu precario o forse dopo, negli innumerevoli passaggi di casa, migrazioni, che comunque carte, mobili, cose, si persero o furono guastate.

C’è una fotografia, da cui venne ricavato il suo ritratto che lo mostra in un gruppo di fanti con le baionette innestate. I fucili, così bardati, sono alti come loro, un po’ ridicoli a vederli ora, ma c’è un ordine, come in una foto di classe. Di sicuro il fotografo di reggimento li dispose secondo un’ iconografia consolidata che doveva fornire più idee a chi vedeva: l’ordine e la forza, la solidarietà del gruppo, la familiarità, la certezza di un ritorno. Una sorta di famiglia al fronte che doveva rassicurare chi era a casa. Non so cosa pensò mia Nonna nel vedere la fotografia, di certo sperava e attendeva, aveva i bambini piccoli di cui occuparsi, doveva tenere assieme e sostenere la famiglia dopo il rimpatrio affrettato dalla Germania, mantenere una casa propria che non la vedesse ospite. Con la fotografia di sicuro giunse uno scritto, ma questo non si trova nel retro, così penso che la Nonna tenne più cara l’immagine, delle parole.

Il 233° reggimento fanteria “Lario” fu formato nel gennaio del 1917, il ruolino del battaglione fornisce ampie notizie sui periodi al fronte, sulle località di combattimento, sulle perdite subite. Il battaglione prima del definitivo scioglimento dopo la fine della guerra nel ’18, venne più volte ricostituito, segno che le perdite in combattimento erano tali da metterne in discussione l’operatività e l’esistenza. Un battaglione di morti che si rinnovavano. A maggio 1917 in tre giorni perdeva 1806 effettivi e 30 ufficiali, a luglio nuovamente perdeva moltissimi uomini e ad agosto in due giorni tra il 18 e il 20, le perdite erano di 1594 uomini e 67 ufficiali. Moltissimi, gran parte, sono i dispersi, cioè i non identificati. Il Nonno, muore e viene identificato il 19 agosto. Ho cercato la località: dolina delle bottiglie, riportata sia sullo stato matricolare che sui bollettini di reggimento. Con molta difficoltà, di recente, sono riuscito a trovarne traccia geografica, ora è oltre il confine, in Slovenia, non molto oltre la zona di Redipuglia e colle di Sant’Elia. Se sarà possibile andremo a cercarla, noi, i discendenti, come ho fatto altre volte. Spesso è stata una delusione: una dolina è una depressione, una buca più o meno grande, nel terreno pietroso e carsico. Il paesaggio è mutato, solo perché ricco di vigneti che hanno fatto la fortuna di qualche cantina. Terre poco abitate, come allora, prive di attrattive che giustifichino le terribili carneficine che furono perpetrate in quei luoghi. Spesso i villaggi sono abbandonati e le poche case rimaste hanno muri di sasso che si ergono a contenere tetti sfondati e alberi nati all’interno.

Di quest’uomo, mio Nonno, resta il nome su un sacrario, mancano le testimonianze scritte. Perché mi soffermo su queste? Perché ho pensato spesso alla memoria orale, a ciò che mi raccontava mia Nonna, che era molto poco di quello che accadde in quegli anni. Un riserbo sdegnato circondava le vicende delle famiglie dei maschi, tutti morti nella prima guerra mondiale, con il poco edificante epilogo che ne seguì in termini di divisioni di proprietà, tutele. La sua indipendenza e libertà le impedivano di dire. Era andata così, aveva provveduto a sé e ai figli. Ma a me interessava il rapporto tra lei e il Nonno, e dalle parole pudiche emergeva un amore forte, una devozione alla memoria, collegata alla tangibilità, all’immagine, e all’uomo. L’uomo nel suo provvedere e nell’esserci, c’era stato e Lei era innamorata di quell’uomo. Finché aveva potuto c’era stata la cura, l’espressione dell’amore.

Dal ritratto che ho, si vede un bell’uomo, giovane, con folti baffi, il viso deciso e dolce. In quel viso ho ritrovato tratti di mio Padre. Mi mancano i suoi pensieri, posso immaginare una sofferenza mantenuta propria e un rassicurare chi era a casa. Ne sono sicuro, ma avrei voluto leggere le parole perdute. Noi che viviamo nell’epoca in cui le memorie digitali conservano tutto e quindi lo rendono di fatto inaccessibile, la memoria diventa un rumore di fondo, e nuovamente dobbiamo affidarci al tangibile: le parole, i sentimenti, i gesti concreti. Il significato è in ciò che si fa o che si vorrebbe fortemente fare, per questo le calligrafie sono segni di qualcosa che avviene ed avverrà. Annuncio e traccia. Mi manca la traccia che era sottesa, come ci fosse un indefinibile precluso. E forse è giusto così, si ama per intuito e si vive l’amore per gesti: c’erano entrambi. Riguardavano loro, i Nonni.

minimi pensieri 5

Ci sono pomeriggi che sarebbe meglio dedicare al sonno o alla contemplazione. Per la seconda basterebbe una fotografia e porre nella testa di ciascuno dei raffigurati, i pensieri che li animano nella nostra rappresentazione. Commedie in un solo atto per interpreti che hanno bisogno di avere se stessi come pubblico. Succedanei della meditazione, dove essa fa il vuoto, la finzione (neanche tanto visto che è ciò che si sente) fa il pieno. Antidoti all’umore un po’ così. Affermazioni apodittiche come : ho troppi ricordi e poca capacità di tagliare pezzi di passato e non dolermene. Non sono utili. E neppure emerge lo Scontento di me. Lo tratto come esso fosse un alter ego che ti accompagna silente e paziente, mai infastidito dall’altro ego, chiassoso e ilare di sé. Buona è invece la voglia di isolata quiete che aiuta a ricomporre i cocci. Punto d’arrivo: c’è moltissimo di bello, emozioni, sentimenti profondi, cose di cui ringraziare per averle vissute. Percorso accidentato, pieno di distrazioni fastidiose, ricordi modesti e molesti, fallimenti grandi e piccoli. Che poi i fallimenti bisognerebbe rivalutarli, sono il successo meno un quid, non sono come i naufragi che ti tolgono tutto e che se arrivi in un’isola nuova ci sono pure le formiche cannibali, per cui devi davvero ripartire da zero. Con un fallimento parti da tre o anche da dieci, basta che tu li veda questi numeri tramutati in amori solidi e cose tangibili, senza considerarli meriti o fortune acquisite. Riassunto: pomeriggio sulle montagne russe, (le dolomiti sono meglio) e pensieri sparsi come le trecce morbide, ma senza affannoso petto. Insomma se non si è fatti bene sul lato del perdonarsi è possibile migliorare. E domani si può fare di più.

minimi pensieri 4

Questo non dovrebbe essere il luogo in cui si scrivono cose serie o personali, al più campari e patatine. Lo dico con una discreta malinconia perché non c’è nulla in queste piattaforme che trattenga il buono che viene risucchiato in un gorgo che nulla restituisce. Nulla resta. Non la politica, non la poesia, neppure l’analisi della realtà o le sensazioni personali. Le foto si sovrappongono, esattamente come le parole, resta un sentore di buono che riguarda alcuni e un’indifferenza crescente per altri. Le conferme trovano soddisfazione, le verità parziali o le falsità sono piene di follower, alla fine, quando si spegne lo schermo, non resta nessuna immagine negli occhi. Certamente non lo sdegno ma neppure il sorriso, perché di tutto ciò che è passato attraverso gli occhi e la mente al più resta un vago ricordo. È l’apparire che conta, l’immortalità che ha tutto ciò che non è definitivo e illude che si sia raggiunto qualcosa ma è solo lo sguardo che seguiva il volo di una mosca.

la piccola torre

La piccola torre di guardia era di legno, alta sulle mura, con due soldati di giorno, uno di notte. Sotto era il corpo di guardia con qualche uomo in più. Stava, la torretta, addossata alle vecchie mura e regolava l’accesso a una delle porte della città. Sotto di essa, si pagava il dazio, si veniva esaminati, a volte riconosciuti e, in qualche caso non erano sguardi piacevoli. Il tempo passava lento e i soldati oltre a scrutare l’orizzonte, giocavano a carte, attendevano il cambio, scrivevano sui muri con la punta dei coltelli. Chi non sapeva scrivere, disegnava. Così nacque l’idea a qualcuno di essi di fare un’immagine sacra che proteggesse chi era di vedetta. Mestiere ingrato ed esposto che necessitava di una protezione in più rispetto al normale. Questa immagine tracciata su tavola, si arricchì di colore, e posta alle spalle della vedetta, pareva lo proteggesse o almeno lo ascoltasse nelle lunghe ore di solitudine in cui parlare da soli era naturale.

Gli abitanti del borgo, erano povera gente. Le viuzze dentro le mura avevano case basse abitate da legnaioli, falegnami e venditori di paglia per i sacconi, sopra i quali dormiva la città. Anche loro avevano bisogno di protezione, per gli incendi soprattutto, perché tra case di legno e fienili il pericolo di perdere tutto era sempre in attesa d’una disattenzione. Così, si era saputo dell’immagine nella torre di guardia, e anche gli abitanti chiedevano alla Madonna protezione, per gli incendi ma anche per i guai piccoli e grandi della vita.

Passò molto tempo, cambiarono gli usi, le mura furono in parte abbattute per far posto a palazzi e case, la torretta di legno restava in piedi vuota, con l’immagine ancora al suo posto, spesso invocata dagli abitanti che ora la consideravano loro protettrice. Vicino c’era il convento di san Michele Arcangelo, ricco di immagini e di bei dipinti che illustravano i fatti miracolosi dell’Angelo. Gli abitanti andavano alle funzioni, ascoltavano le prediche, ma la Madonna del rione era quella della torretta e a Lei chiedevano le grazie. Poi la torre di guardia dovette essere demolita perché instabile e pericolosa, allora emerse il problema di trasferire l’immagine altrove.

La faccenda non era una semplice decisione politica da concordare con il Vescovo o con l’abate del vicino convento, perché in mezzo c’erano miracoli, c’era una devozione che includeva l’appartenenza. Quell’immagine era parte del borgo e la Madonna era uno dei suoi abitanti. Soccorse a risolvere quella che poteva diventare una questione grave, una donazione per edificare al posto della torretta una cappellina che poteva ospitare l’immagine staccata. Fu tirato un sospiro di sollievo da parte dell’autorità, ma per i strani motivi di cui poco si conosce, ad una donazione altre s’aggiunsero, magari piccole degli abitanti del borgo e ciò che doveva essere poco più che un sacello assunse misure e posizione ben più grandi, per cui furono necessarie altre pubbliche decisioni e il sacello divenne chiesa e neppure piccola, tanto che per trovarle posto, essa fu messa dov’era la porta, al centro della nuova grande via aperta verso il mare. L’immagine della Madonna, staccata e restaurata, fu posta al centro della chiesa che stranamente, unica in città, era a pianta circolare, senza navate ma convergente verso quella immagine. Dopo i nomi importanti di rito, la chiesa riprese il suo toponimo antico, ovvero quello di una piccola torre, un torresino.

Fin qui la fantasia della storia che legge i pensieri e i fatti insieme e chi ha voglia di approfondire o visitare la chiesa può farlo anche oggi, ma questa storia trascura chi lavorò, costruì, percorse le fondamenta, mise i suoi pensieri, le sue parole tra quelle nuove mura. Quelli che fecero l’edificio, gli architetti e gli esperti muratori, capirono che non era solo un edificio come gli altri, ciascuno (ovvero alcuni con diversa fantasia), volle manifestare la sua presenza e fece parlare i fregi, le combinazioni dei marmi, le decorazioni dei contrafforti della cupola. MIse a disposizione il sapere che si era accumulato nelle sue mani provenendo da generazioni di lavoro e lo porse come anch’esso fosse omaggio a quell’antica devozione. Per cui ricci di pietra scanalati, in bella vista, si univano alle travi di legno occultate che con diverso spessore, sotto gli intonaci, sostenevano la cupola. E così i disegni dei pavimenti riprendevano geometrie tali da mutare secondo l’angolo con cui erano guardate per cui si poteva pensare di camminare nel vuoto o tra infinite losanghe.

Questo per dire che quando l’opera dell’uomo rende omaggio, lo fa sia all’Essere superiore in cui crede, ma anche a se stesso perché dà il meglio di sé. Ed instaura un dialogo dove il non finito apparente è invece attesa che ci sia una risposta e che a questa si aggiungono le proprie parole in un conversare senza tempo, né limite che continua e si trasmette per chi sa ascoltare e sa leggere. Di questo certamente furono colpiti i fedeli, e lo sono ancora mentre mettono candele, bisbigliano preghiere, chiedono grazie raccontando come va la loro vita e quella di chi è loro caro. Un parlare che a fior di labbra, appena si sente e che altrove non trova orecchi per ascoltare O forse solo il desiderio di una quiete, di un fidare e d’ un affidarsi che non trova riscontro nella troppa sicurezza che appena fuori le porte li aspetta e non non capiscono se essa riguardi loro o un numero statisticamente importante che può non ricomprenderli. Anche queste persone hanno una loro cifra che attinge al profondo del loro animo e insieme all’inconosciuto, mettono ciò che è in loro forte e necessario, offrono la loro umanità in un dialogo che riguarda loro e loro soltanto. e si sentono compresi. Come gli antiche armigeri che nelle notti raccontavano la loro vita e osservavano il buio che li avvolgeva chiedendo che esso non entrasse il loro.

Naturalmente gran parte delle persone non percepiscono questo bisbiglio che continua e usano le cose, i luoghi come essi fossero realmente ciò che a loro appare, ovvero limitati alla funzione, mentre qualcosa di più grande si snoda negli anni e nei secoli, e non è solo storia, ma il racconto di ciò che ciascuno trova di se stesso in un edificio, in una immagine, in un lavoro non compiuto e che attende non la materialità del gesto ma l’attenzione della mente per parlare.

minimi pensieri 2

Non c’è nulla da espiare, non gli errori compatibili con il vivere, non le colpe presunte che sono state ritagliate da figurine ormai desuete. Di certo non il vissuto e la vita condotta con mano spesso incerta, le scelte alla fine sono venute. Un tempo si pensava il diavolo agli incroci perché comunque scegliere scarta ciò che potrebbe essere buono in cambio dell’agevole oppure del complesso, ma comunque rispondente ad un progetto. Di tutto questo scegliere, lo potessimo raffigurare dall’inizio del vivere, verrebbe un infinito labirinto dove le vie s’intersecano e non di rado si tornerebbe a qualche casella precedente. Dal gioco dell’oca della vita dovremmo imparare che saltare un giro spesso non è una penalità, ma un’occasione per capire come evolvono le cose e che tutta la fretta che viene premiata è così effimera da correre per suo conto, trascinando anche noi dove non vorremmo mai essere giunti. Può consolare che il relativo supera di gran lunga l’assoluto e che ben poche cose possiamo tenere strette. Decidere quali siano, forse è l’unica decisione vera del vivere serenamente e spesso felici.