i pensieri dell’attesa: in cerca di casa

Dopo tanto dibattere serve una tregua, forse è il non sapere dove andare o il sentirsi limitati che provoca questo senso di girare attorno ai problemi, alle cose, a se stessi.

Oggi volevo entrare in un bar e sedermi come facevo un tempo. Non penso sempre al contagio, un tempo di più. Accadono, sono accadute tante cose che ora non è più il Covid la minaccia principale, ma la realtà non è più la stessa.

I tavoli sono vicini, riemergono liberi I sentimenti e le persone che si sussurrano le parole dei primi incontri, mi inteneriscono con una punta di amarezza. Cosa accadrà all’allegria, in questo tempo d’indifferenza, me lo chiedo senza riuscire a tirare fuori l’autoironia che un tempo mi salvava dall’età, dai percorsi dei ricordi. Si può cantare l’ amore, sussurrare, tenerlo a memoria e poi lasciarlo andare, perché vuol volare. Ma anche raccontarlo mentre il caffè si fredda e il sole gioca con la luna, e gli occhi non si stancano di parlare. Vorrei fosse sempre così, per sempre così.

Nella scuola Alessandrina la misura dell’amore non tollerava teoremi, solo quel piccolo assoluto quotidiano che era anzitutto gesto, ma anche sguardo, carezza, attesa, desiderio e soddisfazione. Né più né meno di un punto fermo che s’allineava ad altri e formava un segmento, una curva e infine diventava cerchio infinito di ogni attesa pensata, esaudita, concessa, rubata e gloriosamente donata.

Il mondo è inquieto, incerto, non ha strade definite, solo tracce e speranza. Forse mi sento triste di ciò che troppo spesso accade e volevo ringraziare chi dirada la vista del cuore, scrive poesia o dipinge colori per sentire perché mirabilmente la descrivono questa necessità d’amore, di sentirsi voluti bene, magari strappando anche un sorriso di leggerezza.

Il mantra d’augurio che offro è che la complicità sovrapponga i desideri, dipinga lo stesso sorriso sulle labbra, tenga la mano come nessuno mai e poi faccia sentire che tutto l’universo quantistico può essere contenuto nell’impalpabile parola amore, ma nessuno lo potrà mai spiegare, solo vivere.

campi arati e musica classica


Le cose si ripetono con diverse tecnologie. Arretro per guardare meglio e poi m’avvicino per cogliere il particolare. Importanti i particolari, la loro somma è il tutto. In musica, nell’arte, si coglie con facilità il mestierante, l’approssimativo per incuria o mancanza di talento, nella lettura ci sono buche e dossi che non dovrebbero esserci, che testimoniano il senso di una imperfezione da incapacità perché altrove non ci sono. Le esecuzioni musicali sono impietose, distinguono subito tra interpretazione e pressappoco. Anche in architettura si coglie con discreta facilità l’incongruenza, non solo per le case che si ripetono uguali, per gli stili che hanno avuto un iniziatore e poi imitazioni che imbruttiscono la semplicità del fare. In un villaggio in montagna o al mare, seppure con materiali poveri, c’era il bello del distinguersi in un fregio e l’essenzialità nell’uso. Un dammuso è perfetto in sé non ha bisogno se non di maestria nel costruire. Così accade negli oggetti, nella tecnologia che avanza ma cede nei materiali, apre buchi dove la semplicità esigerebbe una via piana al conoscere e all’usare. La complicazione che nasconde l’imperizia, il materiale che degrada, la plastica che appiccica. Questo mancare di rispetto considera chi vede e chi usa come una discarica dell’intelletto, si poggia sul non capire dato per assioma, sulla distrazione. Mancano note, c’è una stonatura, le parole sono ripetitive, i fregi sono fatti in serie, tutto porta a un’idea di scadimento anziché di possibilità di discernere.

Percorrevano strade incerte i cadetti nel grand tour, vedevano rovine e si estasiavano nelle distese di campi arati. Certo non è il soverchio profondo di macchine possenti, un tempo una coppia di buoi faceva il necessario, ora lame si infiggono sulla terra, zolle lucide mostrano compattezze di umidità profonde. Si ara a 50/70 centimetri, la vita sottostante ne viene sconvolta e poi ci penserà la chimica ad aggiustare le cose. Ma lo sapete quanto ci impiega il terreno a diventare humus fertile, 1000 anni, noi viviamo su quello che è stato creato dal lavoro di lombrichi e di miriadi di animali mentre sopra di essi uomini in armatura, straccioni, cavalli e cannoni si sbudellavano a vicenda. Quando il giovane Mozart arriva a Milano per la prima volta ha passato le Alpi e ha visto una pianura ricca di campi coltivati e di boschi, con i fiumi pensili arginati dall’uomo. Dentro gli risuona la meraviglia e la musica che spesso affiora sulle labbra. Un succedersi di tranquillità lo conforta in un viaggio difficile per lunghezza e strade, ma è tutto così nuovo e pieno di bellezze in città, ognuna diversa dall’altra, dove miseria e ricchezza si mescolano. Dopo un’attesa a Milano presso il convento di San Marco, il padre Leopold, riesce a farlo esibire e questo quattordicenne, mostrato come un fenomeno, dà sfoggio della sua imberbe bravura a casa del conte Carlo Giuseppe Firmian. Il concerto si ripeterà, mai uguale, perché Mozart è un improvvisatore oltre che un genio rigoroso. Applausi e sorrisi, fuori attende una notte nebbiosa ma le teste di chi ha ascoltato sono ancora piene di note e assieme ai pasticcini e lo champagne s’intrecciano discorsi sugli eventi europei. L’Europa è quasi in pace, la rivoluzione ancora non si fa sentire ma letterati e filosofi scrivono cose inusitate, mai sentite. La Lombardia è austriaca, un pezzo della Corte Asburgo è a Milano e W. A. Mozart non vuol fare più né il fenomeno da baraccone né il bimbo prodigio, scrive musica a getto, ancora imperfetta nel contrappunto ma a questo ci penserà Giovanni Maria Martini a Bologna. Mozart vorrebbe restare a Milano. Conosce l’italiano e quel mondo colorato ricco di intrighi e di corti qual è l’Italia, lo affascina. Il padre Leopold non allenta la presa, vorrebbe favorirlo ma combina guai alla corte di Vienna. Sa che la ricchezza dell’ingegno di Wolfang è il prestigio di famiglia e che essa dipende da quel talento che non sembra avere mai fine. Trascura la figlia Nannerl e fa male perché la ragazza di talento ne aveva tanto, ma la temperie è quella. La possibilità di diventare un Kappelmaister in una delle corti Asburgo sfuma e il primo viaggio dopo aver percorso infiniti campi e boschi, fino a Napoli tornerà a Salisburgo facendo incredibili deviazioni. Il nuovo che porta Mozart si mescola con il sapere esistente, ne esce qualcosa di originale e talmente singolare che solo la natura può essere un paragone. Una fertilità continua di conoscenze e saperi che mescolano la visione del mondo e la ricomprendono. Guardare nel particolare e cogliere l’insieme, seguire la trama come un pretesto alla meraviglia. Questa è la bellezza che ancora mantiene la sintesi tra l’uomo e la natura, tra l’innovazione, la tecnica e il sapere: non si butta nulla perché tutto deve tendere all’eccellenza. Ne saprà qualcosa Da Ponte quando capisce che i suoi libretti incontrano difficoltà crescenti e stanco di debiti e riti massonici cercherà nella democrazia aristocratica negli Stati Uniti, nazione nuova e già ribollente d’attrazione, di vivere una nuova vita.

Mozart torna tre volte a Milano, appena fuori le mura, cascine e campi arati, con cura e baulatura lombarda per facilitare lo sgrondo delle acque. Questa è una sapienza che testimonia perizia, conoscere la terra per cavarne il meglio è la stessa arte del pescatore che posa la lenza sull’acqua, del pittore che riassume tutto quello che c’è stato prima e lo trasfonde in un nuovo modo di usare il colore e il pennello. Lo sa chi scrive che si imbeve di realtà e di fantasia e fonde entrambe con perizia, come farebbe un fonditore che nel crogiolo crea la nuova lega e già pensa come trasformarla in qualcosa di differente attraverso cose apparentemente distanti come l’olio, la tempra, questa è la nuova e antica metallurgia che cambia il metallo e insieme lo rende unico. Così il contadino conosce il suo campo, a nessun altro eguale. Ne sgrana la terra tra le mani e sente la consistenza, l’afrore, i costituenti di cui neppure conosce il nome ma che percepisce nella giusta composizione, il terroir che lega il frutto alla sua unica madre.

Mozart conosce un pezzo della città e dell’aristocrazia a Milano, ma solo un pezzo perché la città di Beccaria, della vita dolce e lasciva non si mostra ai visitatori, li adopera per arricchire la sua comprensione del mondo. E’ il destino delle capitali e dei campi, dei boschi e delle montagne, degli uomini che sanno chi sono e vedono innanzi: attrarre, ricomprendere, essere nuovi senza rinunciare a tutto ciò che è stato, crescere secondo natura. Come un albero che noi e Mozart vediamo allo stesso modo, ne percepiamo il frusciare, sentiamo che un mondo sotterraneo l’alimenta ed è vita che dà anima alla pianta. Ascolto diverse interpretazioni dello stesso brano, sento la maestria di chi riesce a cogliere ciò che neppure l’autore sapeva di aver messo, perché i moti della creazione delle cose contengono un inconscio che parlerà in modo differente ad occhi diversi, allora la tecnica si staccherà dall’interpretazione. Condizione necessaria ma non sufficiente e se mancherà anche la tecnica allora nulla potrà parlare e dire qualcosa.

Nei campi arati, stormi di uccelli cercano il cibo lasciato dalle macchine che hanno tolto l’ultimo raccolto, accanto le zolle riflettono come specchi il sole di ottobre, le cascine sono molto diverse da quelle che vedeva Mozart, ma c’è ancora arte e differenza che circola nella terra ed è un sapere comune, una conoscenza che rispetta la natura delle cose. Ciò che non compie questo miracolo di equilibrio, corrode e devasta, ecco il nemico dell’armonia che desertifica la capacità di capire, di vedere, di sentire che ciò che l’ingegno produce o è per l’uomo oppure gli si rivolterà contro.

borbottio

Anziché parlare ultimamente borbotto, i pensieri mi salgono alle labbra, alla penna e li ascolto. Non ho nessuno in particolare a cui rivolgermi, sono un droghiere che nel suo negozio odoroso di legni, agrumi e vernici, lambicca conti, previsioni, scaffali da vuotare, proposte da allineare. Ci sono molti tipi di silenzio, il borbottio è quello più innocuo, si capisce che qualcosa non va ma non è chiaro cosa sia. Ho sempre apprezzato quelle persone che hanno poche idee ma chiare, che sanno dove dirigersi, quando fermarsi, gli altri si muovono come i gas, sbattono contro le pareti, non si capisce mai per davvero dove sono. Precedono la meccanica quantistica traslandola nei pensieri. Chissà se qualcuno ci ha pensato di verificare se noi, non i computer di nuova sperimentazione, pensiamo quantisticamente, ovvero trasformiamo indifferentemente onde in particelle, pensieri in atti concreti e viceversa. E l’entaglement forse ha un corrispondente nell’emozione simultanea, sia essa un amore o altro, che si comunica a distanza attraverso l’intuizione e l’idem sentire. La telepatia è stata il sogno e l’incubo di chiunque volesse conoscere i pensieri di chi era per lui importante. Sappiamo che sprazzi di coincidenze statisticamente compatibili si verificano assieme a eventi di cui non si spiega la nascita se non con il caso. Ma cos’è il caso che sembra interagire pesantemente con le nostre vite e non trova ragione se non esaminando tutte le forze che contemporaneamente determinano un momento del vivere. Si dice con allegria o minaccia che trovarsi nel posto giusto al momento giusto sia parte del tempo e della necessità, ma questo cosa c’entra con i miei silenzi?

Forse dovrei fare un passo indietro e raccontare ciò che determina il tacere o il borbottio. Detto con parole semplici è il disallineamento tra le attese e ciò che accade perché questo influisce e soprattutto fa comprendere che noi siamo sì signori del nostro destino, ma solo del nostro, nel mentre tutto il resto procede per suo conto e se le cose sembrano condurre verso esiti non desiderati allora diviene evidente quanto e cosa contiamo per davvero. Una ridimensionata all’ego non fa male, ma ci sono altre cose che l’ego sorregge, il libero arbitrio ad esempio. Possiamo essere liberi se non siamo davvero padroni delle nostre azioni e quanto di tutto questo lievita e diviene un insieme che condiziona le vite di tutte. Accade in politica, nei posti di lavoro, nella vita relazionale, negli amori, un po’ dappertutto ciò che è lievitato ingloba la società precedente e la riordina in nuove priorità, in obblighi sconosciuti fino a quel momento, speriamo anche in nuove piacevoli esperienze di vita. Certo che con un pianeta doppiamente in pericolo per la nostra specie si dovrebbe stare cauti nel far lievitare la realtà secondo possibilità negative. Insomma noi siamo contemporaneamente soggetti alla legge di Boltzmann ma anche a un universo reale e deterministico che ci obbliga in una direzione quando troppo trascina da quella parte.

E quando si ha comprensione di tutto questo che si può fare? Qui si aprono due strade o il rifiuto del determinismo, cioè ci si oppone a ciò che sembra rafforzarsi come necessario se questo riguarda le nostre possibilità di vita e felicità. Rifiutare il determinismo significa andare in piazza e dire che non si è d’accordo, che bisogna che le cose cambino, che la vita è più importante di ogni convulsione del potere. L’altra strada è quella del silenzio e del borbottio individuale, ovvero il rifiuto di essere parte di qualcosa di negativo che ci riguarda. Se il nostro cervello funziona secondo le ipotesi della meccanica quantistica non c’è nulla di determinato ma una realtà che è il succedersi statistico di momenti in sequenza. Le cose possono mutare, tornare indietro, essere favorevoli anche se esiste la possibilità contraria. Le cose cominciano dalla nostra testa e da essa dilagano anche senza parlare, conta ciò che facciamo, ciò che rendiamo reale.

n.b. la quantità di forse che costella questa pagina dà misura di quanto poco solidi siano i presupposti e le conseguenze tratte, ma di una cosa sono sicuro: o attraverso il silenzio di massa che pesa come un macigno o attraverso la protesta urlata ciò che sembra determinato ed è esiziale per noi e per le nostre vite può ancora essere mutato, prima di trasformarci davvero in una vibrazione.

utile è la vita e quello che essa genera

Pensare ciò che è utile a chi si ama è quasi una necessità. Bisogna sentirne il limite e lasciare che scorra la felicità com’essa crede, per averne, di rimando, il calore.
Penso, ma non da ora, che si trascuri come fosse dovuto e naturale, tutto il bene creato e dato, l’amore generato che dovrebbe rendere fieri non solo d’averlo vissuto, ma tenuto nella sua considerazione piena. Se hai amato, ami; vivi anche le difficoltà con l’inerme forza di chi sa volare eppure sta a terra perché serve esserci. È bello percorrere con la mente serena, il cammino fatto è aver voglia di camminare ancora, di volare con la fantasia e con il desiderio, dentro e fuori di noi. Ascoltando la meraviglia di vivere con passione la vita.

Utile è la vita e quello che essa genera. Inshallah.

tornare al rift

La strada che dall’ altopiano dove si trova Asmara conduce a Massaua, corre spesso parallela alla ferrovia che fu realizzata dagli italiani durante il periodo coloniale. La strada è ricca di curve che permettono l’ascesa ai 2300 metri dell’altopiano, la ferrovia era più ardita e spesso si gettava a capofitto verso la pianura. La mattina in cui feci quella strada partendo da Asmara, in una curva a gomito un vecchio camion Lancia, carico di pomodori, si era rovesciato su un fianco creando una larga pozza rossa scivolosa che invadeva l’intera strada e gocciolava oltre il ciglio verso il burrone. Il pulmino oltrepassò il camion e poi l’autista scese a chiedere se serviva aiuto. Ne approfittammo tutti per andare a vedere i tratti di ferrovia che erano oltre il ciglio della strada e ci accorgemmo di quanto ardita fosse stata la collocazione. L’altopiano scendeva per balze scoscese, era una sorta di tronco di cono e sul fondo si vedevano i resti di camion e altre ferraglie indistinte. A qualcuno parve di riconoscere una motrice di “littorina” che era stata trasformata in casa. C’erano piccole aperture nella roccia, caverne che sembravano anch’esse abitate. Attorno al camion si affollavano persone che caricavano ceste di pomodoro e se ne andavano, l’autista, disperato, urlava senza che nessuno gli badasse. Credo fosse contento che il camion si fosse ribaltato verso la montagna e non fosse finito nel burrone e che la sua preoccupazione fosse quella di rimetterlo sulle ruote. Cercava volontari e pali per sollevarlo, quindi il carico era un buon contraccambio per la fatica da compiere. L’impresa mi sembrava pericolosa e disperata, visto il peso e la strada in discesa, così cominciai a parlare con un vecchio signore che parlava italiano e stava seduto su una traversina diventata panca, sotto la pergola di una casa osteria. Anche lui era convinto che l’impresa fosse difficile ma confidava nel buon volere di Allah. Era una mattinata di sole, non faceva troppo caldo e senza fretta, forse, le cose si sarebbero sistemate. Gli chiesi dei camion finiti nel burrone, se qualcuno si preoccupava di soccorrere i camionisti. Mi guardò con gentilezza e mi disse che c’erano almeno 800 metri di salto, nessuno sopravviveva e ai corpi ci pensavano gli animali. Poi qualcuno degli abitanti delle grotte li avrebbe seppelliti. Quando un camion volava giù dalla strada se c’era cibo, in molti avrebbero mangiato, poi sarebbe toccato alle cose caricate e infine, i pezzi di motore sarebbero stati recuperati e venduti a qualche interessato.

Non volevo fare troppe domande, ma gli chiesi quante persone vivevano sul dorso dell’altopiano, la risposta fu che erano molte, poche, dipendeva dal cibo e dal motivo per cui si erano trasferiti lì. Capii che non erano eremiti, ma persone che sfuggivano alla leva obbligatoria, qualche ricercato o chissà chi altro, ma erano cose di cui non si parlava, nelle grotte c’era acqua e tanto bastava. Intanto i lavori di quelli che si portavano a casa le ceste di pomodori e dei possibili facchini, procedevano. Noi risalimmo sul pulmino e proseguimmo verso Dogali e Massaua.

Ho ripensato al Corno d’Africa e alla Dancalia, nei giorni scorsi, quando gli scenari di un inverno nucleare hanno cominciato a farsi più frequenti. Noi qui possiamo manifestare perché tacciano le armi e finisca la guerra in Ucraina, credo sia la cosa più concreta che i popoli possano chiedere a chi gli governa, ovvero portare a un tavolo di trattativa e di pace le due nazioni in guerra. L’efficacia di questa azione sarà proporzionale alle manifestazioni e alla coscienza che un conflitto con l’impiego di armi atomiche non avrebbe vincitori, ma porterebbe alla scomparsa della nostra e di molte altre specie animali e vegetali. Dopo un’esplosione nucleare e dopo la distruzione di uomini e cose, una immensa quantità di polvere si alza verso il cielo e la stratosfera. L’oscuramento della luce solare comporta un brusco abbassamento della temperatura, la fotosintesi viene inibita, ciò che piove è acqua radioattiva, a parte i governi e i privilegiati che potranno andare nei rifugi, il resto di persone, animali, piante non si possono salvare. Uno scenario apocalittico che da solo dovrebbe far mettere al bando ogni arma atomica. Di sicuro ogni civiltà, ogni opera d’arte, ogni bellezza, verrebbe annullata con la vita. Forse, qualcuno sopravviverebbe perché distante dalle esplosioni, perché non troppo colpito dalle piogge radioattive. Per quello ho pensato al Corno d’Africa, alla Dancalia dove la temperatura è di 50, 60 gradi, ma qualcuno ci vive oltre agli scorpioni, ho pensato al Rift da cui l’uomo è venuto e che è ancora abitato con difficoltà. Nessuno di questi uomini sarebbe in grado di dire cosa c’era di bellezza e di tecnologia nel mondo, sono i dannati della terra che sopravvivono in condizioni estreme. Non si pensa mai alla miseria del mondo, degli uomini che potrebbero essere salvati, ma immani somme di denaro sono investite in armamenti, è ora che la civiltà decida di vivere e far vivere. Di aiutare chi è in difficoltà eliminando le difficoltà al vivere. Il bivio è questo e ciascuno può scegliere se essere per una vita migliore oppure aiutare l’apocalisse. Spero ce ne ricorderemo nei prossimi giorni, riempiendo le piazze, manifestando perché tacciano le armi e si arrivi alla pace e al disarmo, perché il tempo a disposizione diminuisce e ancora si può tornare indietro, poi non più e credo che nessuno di noi voglia tornare al rift.

p.s. due giorni dopo tornai all’Asmara per la stessa strada, il camion era ancora su un fianco, i pomodori non c’erano più, qualche tornante più in basso avevamo trovato un secondo camion fuori strada, ma era finito in un fossato. Intorno non c’era più nessuno, neppure il vecchio seduto sulla traversina, solo la macchia di pomodoro, seccata al sole, aveva formato una crosta sull’asfalto che veniva via a pezzi. .

la sera è il mondo

Da qualche tempo un branco di lupi attraversa l’altopiano, attacca qualche preda facile, un vitello, un asino, anche i ghiri e poi si sposta nell’altopiano vicino. Fanno così anche gli orsi. Stasera camminavo al limite del bosco, pieno di verde e intricato di cespugli, guardavo la bellezza delle macchie di colore, i grappoli di bacche rosse del Sorbo, il verde del muschio ch’era velluto d’ombre vive, pensavo ai lupi e all’ambiente che si assestava dopo tanta rapina di case sempre vuote. Il bosco, gli animali, rioccupavano gli spazi lasciati liberi e trovavano nuovi equilibri.

La sera avanza in fretta sui monti, regala gli ultimi spettacoli di rosso e poi cede al blu intenso. La sera ha in sé la nostalgia del riparo e del sonno, credo che l’istinto della tana preceda l’uomo, ma ha, in questo raccogliersi, il pensiero che spazia attorno e mentre vede la meraviglia sente che non può appartenere a nessuno, che è connessa alla quiete e quindi alla pace. I pensieri mettono assieme le notizie e sentono la minaccia che incombe su di noi, su chi ci è caro, sull’intera specie. I pensieri seguono il passo, sono lenti, non fuggono ma pesano e si pongono domande senza risposta:non c’è ragione all’irragionevole, non c’è giustificazione alla minaccia dell’estinzione.

Penso che attorno a Cernobyl ora la foresta ha ripreso ciò che le era stato tolto, che i luna parck arrugginiscono e tetti e pavimenti si sfondano mentre alberi crescono dentro le case. Penso agli animali che sono tornati e rioccupano gli spazi degli uomini, entrano nelle aule, guardano indifferenti, una frase lasciata a mezzo sulla lavagna, i banchi rovesciati, i gessi colorati sparsi sulla cattedra. Penso ai pochi uomini che abitano quei luoghi e attendono che si concluda la vita perché non saprebbero dove andare. Ho letto molto di ciò che è rimasto, visto documentari, fotografie, è la bellezza rovesciata, senza un occhio che la apprezzi, senza una ragione che non sia quella di essere.

Sull’orlo del vulcano si può tornare indietro, bisogna chiederlo incessantemente, perché la nostra sera non sarà la sera del mondo ma quella del capire la bellezza, dell’esistente per produrla, in un sorriso di vecchio, nelle parole di un bambino, nella forza di un amore che coinvolge e travolge. Alla sera del mondo deve essere posto l’argine della luce, della volontà di vivere, dell’amore che non può morire. Non così. Non può essere questa la sera del mondo.

ma io che ci faccio qui? ovvero istruzioni personali per scrivere e leggere

Quante volte me lo sarò chiesto a fronte dei silenzi e degli equivoci, delle parole ricevute per rasserenare ciò che non si rasserena. La risposta, poi, avrà abbozzato, oppure tirato in lungo fino a trovare una ragione per tornare a scrivere e raccontare le stesse diverse cose che tanti hanno vissuto, ma ciascuno a loro modo. Le vite si assomigliano, ma non tanto. Pare che l’ominide si sia affrancato dalla condizione di branco esposto ai capricci del fato attraverso il raccontare, che questa sia stata pian piano l’origine di una consapevolezza superiore, di una coscienza che evolveva. Quindi è una perdita quella del non saper più raccontare e se altri sono i modi per trasmettere conoscenza, nessuno ha le peculiarità di un dire che è come il DNA, unico. Non significa che sia buono o cattivo, è unico, il giudizio sull’abilità e sull’eccellenza viene poi e quelli che davvero sanno raccontare e trasmettere il sentire sono pochi, ma ciò non può elidere la necessità del dirsi.

Nei pomeriggi in cui leggevo sino ad avere le guance che scottavano, quando scrivevo versi senza un senso che non fosse mio, sentivo il tempo che premeva ad una porta che avevo chiuso. Sapevo che sarebbe entrato avvolgendomi di colpe per il “dovere” trascurato, per i compiti che attendevano assieme allo studio. Allora uscivo nella sera e cercavo, nei visi, nelle luci che si accendevano fioche (in quel tempo non si illuminava molto), una conferma della tristezza che montava dentro, nata in un dividere ciò che desideravo da ciò che era necessario. Volevo che ci fosse un barlume di condivisione in quei passi veloci verso casa, in quel soffermarsi nei negozi per l’ultimo acquisto. Sembrerà strano ma vedevo solo nei seduti ai tavolini dei bar, le vite che erano rifuggite da un senso che fosse comune. Parlavano, ridevano, sciupavano il tempo senza timore, erano spenditori di parole vacue, di racconti quasi verosimili, ristretti a un uditorio di due o tre sodali attratti più dagli aperitivi e dalle patatine che dalla qualità delle storie. Erano perditempo, anch’io lo ero e se rivendicavo una differenza, era in un sentire e in una solitudine generata dal non poter comunicare ciò che mi sembrava grande e forte, mentre mi avrebbero chiesto conto di ciò che non facevo.

Anche oggi mi accade e lo sento più acuto perché i doveri non ci sono più, una buona parte del vivere ha avuto il suo senso e le sue scelte, se scrivo da troppo tempo conosco il mio limite e la sottigliezza che rende grandi, so che non è la combinazione delle parole ma la forza che esse emanano a condurre verso una meta, colui che legge. Allora mi chiedo, non se ne sarò mai capace, delle mie limitatezze ho coscienza, ma se il luogo sia adatto, se la fatica che impongo all’eventuale lettore, ovvero quella di capire non solo il senso, ma ciò che sta oltre lo scrivere, sia giustificata.

Chi scrive è un’anima persa, che è vibrazione e rappresenta la tensione del diventare materia, ma all’inizio è unicamente vibrazione. Questi sono i sentimenti a senso unico se si provano davvero e scrivere è un sentimento a senso unico. Non ha alcuna utilità apparente, scrivere, molto soddisfa quando trova chi lo comprende ma è una voce senza risposta. Il narcisismo lo si può mettere da parte, non è mai stato amore, la comunicazione profonda è altra cosa, ricevere un complimento fa e dà piacere, ma si esaurisce in attimo. Cerini che rischiarano angoli di notte. La scelta è sempre tra stare e andare sapendo che l’una equivale l’altra, che un’assenza viene rimpiazzata da altro e che solo pochi, pochissimi, conserveranno una traccia di ciò che è stato un sentire rivestito di un corpo invisibile. Così si decide se andar via, con difficoltà e trovando ragioni per restare e parlarsi addosso, perché un distacco è una fatica e una solitudine che si aggiunge.

Però c’è il mondo reale e questo ha urgenze che esulano dai perditempo, dallo scrivere e dal solipsistico vedere il proprio sentire tradotto in parole. Strana condizione quella di un mondo che esalta i rapporti e usa a man salva nella pubblicità i sorrisi, le immagini serene che traboccano nelle felicità e al tempo stesso colloca tutto questo in una sorta di meta universo perché poi viene il telegiornale oppure il film, oppure il pezzo di teatro che riporta sulla terra i sognatori per 10 minuti. Non so se l’abbiate notato ma tutto deve restare in superficie perché se il mondo, le notizie venissero raccontate con i sentimenti che contengono ci sarebbe una ribellione immediata. I vecchi piangono come i bambini, perché manca loro l’amore non la sua narrazione, ma si accontentano di quello che passa il convento e soprattutto devono restare innamorati della vita senza ancorarsi al loro raccontare che è sempre più esigente della realtà. Per questo mi chiedo spesso che ci faccio qui e la risposta è interlocutoria, per andar via servono almeno tre condizioni, una spinta forte, una strada o un sentiero, un luogo che si costruisce nella testa e che non si raggiungerà mai ma motiverà il camminare.

Pensare ciò che è utile a chi ci legge è quasi una necessità. Ma bisogna sentirne il limite e lasciare che scorra la felicità com’essa crede in noi, lasciare che il flusso non si arresti, per averne, di rimando, il calore.
Nel raccontare/raccontarsi non trascurare il bene creato e dato, l’amore generato, far sentire la bellezza come si può e che già averla colta dovrebbe rendere fieri, e ancor più averla vissuta. Forse tutto si può riassumere in poche parole: hai amato, ami, vivi anche le difficoltà con l’inerme forza di chi sa volare eppure sta a terra. Raccontare l’inutile e la bellezza del percorso che si fa, volare dentro e fuori di noi. Non attendere nulla che molto ci verrà dato, anche se non sarà l’atteso e ascoltare, raccontando, la propria voce che parla della meraviglia di vivere con passione.

autunno

Ciascuno di noi ha un suo autunno personale. Come per tutte le stagioni, una è particolare e diventa un contenitore di sensazioni, colori, profumi, leggerezza dell’aria. E’ una sorta di campione depositato nel nostro ufficio internazionale dei pesi e delle misure, quella su cui tutti gli autunni verranno confrontati e con un giudizio un po’ crudele si attenderà che un altro prenda il suo posto, ma persuasi che ciò sia difficile.

Il ricordo rende uniche le stagioni, ma tende a sovrapporsi per cui una stagione è quasi il riassunto dei fatti di tutte le precedenti. Come vi fosse una contemporaneità del passato. In fondo la vita è rappresentazione e l’unità di tempo, luogo e spazio, permette di capire noi come sommatoria di tutto ciò che è accaduto e che sarebbe potuto accadere.

L’auto corre veloce sull’autostrada, è mattina e non c’è traffico. Quando è accaduto ancora qualcosa di simile?

Andare verso Belluno è accedere alle dolomiti, tutto quello che c’è prima sembra sminuirsi. L’altezza, i colori, la scabrosità della roccia nuda, le persone montanare per davvero, le spigolosità che generano i silenzi e gli inverni freddi, le valli che legano strade verso i paesi e le case abbarbicate. Tutto questo fa dimenticare che prima c’è una bellezza eguale, dove ciò che non è aspro è dolce, dove a qualcosa si innalza verso il cielo, corrisponde ciò che s’ abbassa e accoglie. Sono arrivato dalla pianura, e questa e le prealpi, iniziano a tingersi d’autunno, ciò che è vivo muta colori che la roccia non riuscirà ad eguagliare. La vita prende il dominio sulla bellezza algida e aspra, attrae con i suoi colori e la fa rifulgere.

Il sole a mezzogiorno illumina il lago di santa Croce. Dal Fadalto, il lago è sotto i nostri piedi. Siamo arditi e sicuri sulla terrazza che si getta sul vuoto. Le tavole sono apparecchiate, è ancora bello pranzare fuori. C’è profumo di legna e di arrosto. Stamattina, venendo, c’era una nebbia gialla, molliccia e veneziana, più da canale di valle che da terraferma. La prima nebbia di stagione, ancora incerta se essere fumo. L’ho poi vista in basso, ma era già bianca e forse nube, ai lati dell’autostrada che s’inerpicava sulle arditezze impudiche dei ponti. Su, finché s’è aperto il cielo e si è chiuso l’orizzonte, incassato tra valli e il bruno verde giallo degli alberi. C’era già qualche macchia di rosso. Muta la stagione e adesso il lago è vapore sospeso di luce e di indeterminatezza. Fa caldo, guardiamo muti, ciascuno per suo conto. Dopo ci saranno parole, piccole nervose risate, necessità di scomporre la bellezza per ritrovare le nostre piccole identità soverchiate. L’autunno, in montagna arriva prima, eccede di sensazioni e colori molto più che al mare dove invece ingrigisce. Qui la luce diventa sottile, un filo che lega le cose, lì si spampana in mille rivoli e riflessi d’acqua.

Per l’ animale di città, l’autunno scende tra palazzi e campi, mescola l’acqua di fiumi nervosi, ha il fumo delle caldarroste, si scioglie nelle nebbie bianche che colmano le piazze di pianura. Guardo ancora il lago, siamo già alti e c’è più luce, ma la sera viene prima e non ha la stessa accoglienza per gli amanti di città. Qui il calare della luce spinge verso le case, le strade si vuotano, le finestre si accendono. E’ un bisogno di calore, cibo, di sicurezza nel sentore di cose conosciute. Adesso in città, ci sarà un rincorrere l’ultimo tepore della giornata, i ragazzi resteranno tra i tavolini nelle piazzette, e riempiendo di voci l’aria cancelleranno i gridi degli uccelli tra le case. Sul fiume il sole darà spettacolo, gli sguardi passeranno da un volto cercato, amato, all’albero sul greto, fino al rosso che trionfa veloce verso la notte.

E’ autunno.


Posted on willyco.blog 23 settembre 2014

civil servant ovvero la politica dal punto di vista del cittadino

Troppo facile riflettere sulle elezioni cercando colpe e capri espiatori, francamente mi interessano poco i riti dei congressi, la distribuzione delle responsabilità, le analisi che alla fine lasciano tutto com’è. Il vero cambiamento sarebbe che chi ha perso cambia mestiere e torna al suo lavoro vero nella società: la politica non è un lavoro ma un servizio. Non accadrà perché nessuno vuole mutare se stesso, rinunciare ai privilegi e davvero capire le ragioni della sua sconfitta. Ci sono motivi che non si discutono nei talk show e nei salotti, ma che si riassumono in due parole: adeguatezza ed esercizio estenuato del potere. Chi non capisce chi è il suo elettorato, chi non è adeguato all’evolvere degli eventi, chi si racchiude nel potere che la funzione genera anziché sul buon esercizio di essa, alla fine verrà sconfitto dalla realtà.

Sulle cause della crescita della destra, sul disfarsi dei partiti è tutto, o quasi, noto. Nessuna cosa in politica è improvvisa ma si addensa per tempo, lancia segnali che se non vengono raccolti mutando, prefigurano l’avverarsi delle profezie. Già le profezie oggi si chiamano sondaggi e si gonfiano delle loro ragioni, sino a far smarrire il profondo senso che fa mutare d’opinione le persone, dimenticare le conseguenze dei gesti che verranno originati dal voto. Da cosa nasce cosa, in politica come ovunque, soprattutto se manca un’educazione pubblica ad essere non gestore di un potere, ma un civil servant della casa comune. Farebbero molto meno timore le idee se esse fossero collegate alle soluzioni che rispettano la dignità di tutti. Questa del servire è bene supremo della politica, che si unisce alla lungimiranza nel vedere il benessere comune adesso e innanzi. Se ciò non accade non è per la giusta contrapposizione delle idee con cui quel benessere deve essere realizzato, ma per l’esercizio distorto del potere rispetto ai fini enunciati. Conculcare gli uni per far prevalere le ragioni degli altri non è il governo della polis ma il suo contrario, è la divisione tra chi detiene il potere e chi subisce. I cittadini diventano sudditi. Ma i cittadini vorrebbero, e a volte pensano, che la politica dovrebbe essere soluzione ai loro problemi e servizio alla società comune. La differenza tra l’io e il noi è il grande spartiacque dell’essere civil servant e della distinzione tra destra e sinistra.

Sarà così il prossimo governo, con le sue nere reminiscenze e i compromessi con il passato, oppure ci penserà la realtà a riportarlo sulla necessità. I fatti e ciò che accade dentro e fuori il Paese, sono discriminanti per chi si appresta a governare. Lo sapremo presto perché tre questioni vitali minacciano la società e la minaccia sarà più grave per chi è più debole. La guerra in Europa con le sue conseguenze crescenti sia economiche che di esistenza fisica per interi popoli e quindi come il potere verrà adoperato per favorire la pace prima dell’abisso. La questione del lavoro e del reddito che originano povertà e diseguaglianze crescenti ormai trasversali tra le età, dove nulla è più sicuro e il futuro non si costruisce come una proiezione del presente ma come una precarietà portata a condizione perenne. Il disastro ambientale in atto, le sue conseguenze sul clima e sulla possibilità di una vita normale in tutto il Paese. La siccità, le inondazioni, il surriscaldamento e la scomparsa di vaste aree fertili, mettono in discussione il produrre e il risiedere.

Su questi temi è possibile che le soluzioni siano al servizio di tutti, che non si operi attraverso i privilegi e che il potere sia un servizio e non una manifestazione di potenza e di servaggio? Attenzione e conoscenza sono l’esatto contrario dell’arroganza e della sufficienza. Questo vale per chi ora ha la maggioranza e per chi ha perso e deve capire come mutare se stesso per non diventare inane appendice di un potere che si nutre di se stesso e diventa violenza.

Cominceremo presto a saggiare la realtà, a vedere ciò che si è creato, se il nuovo è quel civil servant che è rispetto del bene comune oppure esercizio della forza. Si partirà dalle cose semplici come i diritti civili, il welfare, la dignità delle persone, ma già da questo si capirà quale sarà il ruolo e la posizione del Paese sulle grandi questioni enunciate. Ciò che si fa si disfa, ma mai senza macerie.

lettera 10

Caro dottore, ho riflettuto molto in questi mesi di cambiamento sociale e politico, a come questo clima cambi i rapporti tra persone e i sentimenti che ciascuno prova. Una sorta di prova del nove che verifica se ciò che abbiamo moltiplicato dentro e fuori di noi risponde al risultato che abbiamo attorno. Oppure sia un conformarci a ciò che accade, appesi ad una inermità che non ci rende innocenti, ma piuttosto fornisce la reale dimensione di ciò che contiamo. Mi chiedo come si sia arrivati così vicini all’orlo del baratro, con una minaccia nucleare che sembrava scongiurata, con il clima che degrada l’ambiente che noi per primi abbiamo degradato, con l’avvento della destra ideologica in Italia e non solo. Dove eravamo quando si preparava tutto questo, cosa facevamo oltre a dire che non era nostro compito, che non potevamo, che le cose si sarebbero aggiustate da sole e da ultimo, che la pandemia ci avrebbe mutati. Invece non solo non siamo mutati ma abbiamo accresciuto l’indifferenza collettiva. Il noi è diventato un contenitore di distanze e di impotenze senza volontà, non una costruzione collettiva che muta il mondo.

Questo mutare mi porta all’io e mi chiedo se, e come, nel profondo, sono mutato. Non sono il paradigma di nulla ma capisco che i sentimenti mutano come fossero vasi comunicanti, che se aumenta la paura, diminuisce la disponibilità, che un rubinetto regola la selezione rigorosa su chi è davvero amico e chi lo è meno. In questo periodo di pandemia è rimasto l’essenziale del sentire, le verità hanno soverchiato le speranze e il loro tempo di elapse. Ciò che sembrava solido è stato saggiato nel mortaio delle idee fondanti, dei sentimenti che contano davvero. Siamo tutti più soli e normali di una normalità mutata. Forse la resilienza è questo apparente non mutare in superficie ma cambiare le fibre e le strutture del sentire.

Un tempo mi chiedevo com’era l’amore, intendendo con questo ciò che è profondamente rivoluzionario, al tempo in cui viviamo e pensando che vi fosse un sentire comune, ora lo penso solo come una zattera in cui si possono rifugiare quelli che sono così vicini da essere fidati. Le tante rotture di amicizie di questi tempi divisivi non sono forse questo distanziarsi da alcuni e porre la propria paura in mani che si sentono come sicure. La fede del fidarsi non è forse lo scudo con cui ci si trova insieme e si dice tu sì, tu no, tu fino a questo punto e poi basta. L’amore al tempo dell’anatra zoppa sull’orlo del vulcano è la mano che tiene e quella che ha bisogno di noi e ciò rassicura, anche se è l’isolarsi nel noi. Mettiamo in comune ciò che può essere condiviso ma non è vitale, quello che non ci farà cadere nel rischio. Ma l’amore è rischio, come la mettiamo dottore?

Questi pensieri disordinati mi fanno scivolare nel ricordo, in ciò che è stato e in ciò che avrebbe potuto essere e mi chiedo se in me ci sia del rancore che cambia la percezione delle cose. Certo, ricordo episodi e ingiustizie subite, sono sicuro che rimuovo quanto io sono stato fonte di ingiustizia, anche se episodi e persone mi tornano a mente. Chissà se mi hanno perdonato, ma è la parola rancore che mi fa paura e non perché posso esserne oggetto, ma perché lo percepisco come un motore potente di negatività. Come qualcosa che toglie vita e annulla il buono che posso aver fatto. Sugli altri non posso ormai far nulla, la storia castiga chi non coglie il momento in cui è necessario agire e già questa è una punizione, ma su me stesso posso ancora agire.

Non riesco a capire se provo rancori, non mi pare, non credo, ci sono ferite non rimarginate bene, questo sì, ma non tali da farmi dire che siano queste il senso dell’aver fallito nel fidarmi, nel porre le mie decisioni nelle mani sbagliate. Però sento il bisogno di perdonarmi ossia di avere misericordia per gli errori compiuti, di poterli trasformare in positività, Ci sono stati momenti in cui il convergere di spinte diverse mi hanno posto di fronte a una scelta oppure hanno messo altri di fronte a una scelta e ho scelto, hanno scelto. In qualche modo ho fatto ciò che pensavo fosse opportuno. In fondo se io stesso ho avuto dubbi o non mi sono considerato abbastanza, oppure non ho lottato per ciò che credevo mi spettasse, oltre a esserci un po’ di verità, può essere stato il sentire simmetrico di chi poteva darmi ciò che volevo. Un’assunzione di responsabilità comune che mi riporta a chiedermi com’ero negli occhi e nel sentire altrui, ma che non può essere il motivo per avere rancore.

Allora, caro dottore, penso che quest’opera di rimozione dell’impressione negativa su un passato sia compito certamente mio, ma anche suo e non si tratta di ricevere rassicurazioni, ma di attivare quella forza che necessita per dire ciò che tengo davvero caro. E’ ciò che mi serve ora, che servirebbe a tutti quelli che vogliono in qualche modo contribuire a rendere diverso il presente e il futuro: uscire dal personale, dalla colpa e guardare al buono che c’è attorno, a quello che si possiede e metterlo in comune. Come si può, senza onnipotenze, ma con l’idea che aver vissuto sia stato complessivamente positivo e che vivere lo possa essere ancora.

Insomma, caro dottore, per mettere a posto il mio noi, lei mi deve aiutare a mettere in ordine il mio io e allargarlo quanto serve perché il sentire, i sentimenti siano adeguati al bello che certamente ci deve essere in questa età della paura, oltre la piccola visione che posso avere. E senza smarrirmi nella domanda: ma come siamo finiti in questa situazione, perché sarebbe un socializzare la colpa, il modo per non chiedersi cosa si può fare di piccolo ma utile, per cambiare ciò che non va in noi e fuori di noi.