Finalmente

Dopo giorni d’inusuale freddo, la magia dell’aria sul corpo nudo al mattino, il leggero aggricciare della pelle prima della carezza del sole, il profumo del caffè appena fatto. C’è la sensazione d’essere vivo nel mondo. E il pensiero si conforma, segue il succedersi del giorno, finalmente libero da vincoli e pareti.

lettera di ferragosto

Mia cara, 

in questa estate che si spegne, l’acqua percuote il tetto, riga i vetri, si unisce in rivoli gagliardi e gorgoglia intrepida verso i chiusini. L’auto, è sotto i faggi del confine e si riempie di foglie. Stanotte il vento ha scosso a lungo i rami e anticipato l’autunno. Tornerà il bel tempo, il sole, il caldo, com’è da te credo. Pensavo prima al mare, al suo calore indolente, alla bellezza del lasciare che il tempo ci percorra stesi, ai pensieri e ai sensi pigri, i desideri senza fretta, le cose che non urgono. Anche qui non urge nulla, ma i pensieri non si sciolgono e penso che a volte siamo troppo densi di significati. Per natura, forse, come attendessimo qualcosa che riveli l’arcano di nascoste connessioni e trovi il legame profondo con chi vorremmo e con quello che ci sta attorno. Ma,troppo immerse nel divario tra attesa e presenza, le cose s’annodano come capelli ricci. Se volessimo dare un nome a questo sentire, incongruo a noi e al tempo, dove per uso l’utile soverchia i progetti e le vite si consegnano all’ immediato, dovremmo concludere che questa persistenza del sentire profondo, è una lingua della terra del romanticismo. Una piccola penisola, spesso flagellata dal mal tempo della fretta, ma splendente nei giorni di sole e che si stacca lieta dal continente dei luoghi comuni e della conformità di pensiero.

Sarà per questo essere fuori tempo,e nel sentire la malinconia che a volte t’invade, che mi prende la voglia dell’abbracciare muto, del silenzio al posto del racconto. Ascoltare e basta, mentre il respiro si accorda, come un avvolgere e tenere. Dei tanti abbracci possibili questo mi viene, partecipe e senz’altro scopo che non sia l’esserci. Come si può e meno di come si vorrebbe. Poi le vite serpeggiano, trovano la loro strada, ma al contrario dell’acqua che si raggruppa e sceglie il percorso più facile e breve per la sua forza, chi ha densità di pensiero, ondeggia, torna sui propri passi, ristà. Mi torna in mente l’infinito dibattito sulla memoria delle cose, e mentre loro, per qualche sensitivo, conservano i desideri nostri , ciò che le ha tenute, toccate, volute, e per altri sono solo oggetti, per noi la memoria indugia sull’impalpabile che ci ha deluso, su ciò che ci ha lasciato monchi di una possibilità. Era, a noi grande, e su di essa, si era generosamente investito, così luoghi e cose, diventano i testimoni di quello che non è riuscito a essere e sembrano avere la nostra impronta di tristezza. Mi pare allora che da questa memoria togliamo ciò che siamo diventati, la crescita che è seguita al dolore e così la possibilità futura ci pare tanto distante e piccola, da giustificare la malinconia dell’assenza di ciò che non è stato. Mi verrebbero, parole inutili, così è meglio il silenzio che avvolge e rincuora chi abbraccia e condivide. Di questo ci si rende poco conto, ovvero come la malinconia scavi in chi nell’altro l’avverte, e che quel vuoto chieda d’essere colmato. C’è chi fa l’indifferente, chi semplicemente non si cura, chi vorrebbe, per una volta, essere un guaritore che cancella le ferite. E per chi non è nessuno di questi uomini, che resta? Resta il partecipare, il mettere assieme, il sentire.

La pioggia ancora cade, morbida e fitta. Nella casa vicina, qualcuno ha acceso il camino, alla finestra s’avvicina una donna che fuma e tiene i vetri socchiusi. Mi guarda e non mi vede, chissà a che pensa. Forse alla stagione. Preferirei pensasse a sé, a come scorre la vita e se la imbeve oppure se le scivola addosso. In paese stamattina, rincuoravano i villeggianti raccontando di antiche nevi d’agosto, come a dire che al peggio c’è sempre qualcosa da aggiungere, mi veniva da sorridere e pure gliel’ho detto che bisognerebbe ricordarsi di quando siamo stati bene e felici non dei momenti bui. Ma questo pare non dia speranza nel futuro e così, attorno il verde, che non lo sa, cresce a dismisura e nessuno lo guarda con meraviglia. Eppure mostra, in piccola parte, cosa sarebbe questo piccolo angolo di monti senza le nostre strade e case di villeggiatura, senza i recinti e i boschi limitati dall’interesse di chi costruisce.

Sulla strada corrono auto verso qualcosa. Ci sono molti posti e luoghi per dimenticare le domande utili che il tempo ci pone. Mangiare ad esempio. Oggi i ristoranti saranno pieni, più del solito ferragosto in cui anche i prati facevano la loro parte. Le pasticcerie saranno state prese d’assalto stamattina, e molti, riempiendosi di sapore, cercheranno la conferma del momento buono, del benessere raggiunto, del futuro quieto e positivo, oppure solo di scordare il presente poco amico. Una tranquillità del non pensare e del trovar conferma nelle cose, quelle tangibili e che hanno ricordi di possesso. In fondo l’esser pieni ha molti significati e per fortuna, qualcuno positivo e felice.

In questi giorni avrei voluto parlarti di ciò che penso di me, dei libri che leggo e soprattutto di quelli che non leggo, delle ultime musiche che mi hanno dato gioia, di ciò che m’ha annoiato. Ci sarà tempo, per chi scrive il tempo non manca. E in quell’abbraccio che ti ho mandato, ti stringo e t’ascolto. Ti sento nella pioggia che nutre e parla del suo andare senza voglia, ti sento vicina e questo è più che abbastanza.

se un uomo dice a una donna che è bella

Se un uomo dice a una donna che è bella,

ma credo che lo stesso valga per la donna,

solo a volte vuol dire che è solo bella.

Altre volte, e sono le migliori,

vuol dirle che è così bella che gli risuona dentro.

Che era una bellezza che attendeva.

Che questa bellezza sentiva che c’era, ma non l’aveva mai trovata

e così disperava.

Insomma vorrebbe dirle che è sì bella,

ma che è molto di più per lui,

e che è quello che conta poi davvero.

Solo che non riesce a racchiuderlo in una parola

che ora gli sembra ora così piena e insufficiente

e mentre la pronuncia, la riempie di pensieri

che lo rendono piccolo e grande assieme.  

bradipo

Corro, divoro vita.

Io no, aspetto che mi venga addosso. Ho esaurito da tempo l’idea che la corsa mi dia di più del capire, che l’esperienza abbia un valore se non mi da nulla e non mi rende almeno per poco felice. Ho anche l’impressione che non sia la corsa ma la leggerezza il vero modo di andare innanzi. Che nella leggerezza ci sia un puntare all’essenza, un trovarla e poterla scambiare con chi ha tempo per condividerla.

Magari sono gli anni che si accumulano, ma la stagione delle corse ormai non mi attrae più. Ciò non significa che rinuncio ad andare incontro al nuovo, anche se mi attrae più la bellezza della novità. E la bellezza ha bisogno di tempo e leggerezza. Per accoglierla e per darle spazio dentro di noi.

Credo ci sia generosità nella bellezza, che sia un uscire da sé che non ha equivalenti se non nell’amore. Eppure è difficile trovare categorie morali nel fruire della bellezza. In una astrazione immemore di limiti  è davanti a noi e si propone, basta coglierla. Sì credo ci sia generosità e semplicità nella bellezza. Se c‘è una cosa che il pidocchioso non potrà mai fare è innamorarsi della bellezza, perché vorrà possederla. Ma la bellezza è qualcosa che oltrepassa i mezzi, stabilisce un rapporto dove l’impossibile non è il possedere ma il non esserne posseduti e prigionieri. E dopo tutto diventerà più opaco e privo di luce, se la si perderà come cognizione. Per questo nella velocità e nel nuovo mi chiedo se c’è bellezza, e quando c’è non è né veloce né nuova, al più lo è a me che la scopro. 

8 agosto: nasce la categoria politica del dissidente

Non vorrei scrivere così tanto e spesso di politica. E neppure sono sereno ed equanime al riguardo. Oggi si è approvata una riforma costituzionale importante, spero che chi l’ha fatta non voglia dirsi padre costituente al pari di chi scrisse la Carta nel 1947. L’Italia esce nei suoi equilibri più sbilanciata e fragile, da questa prima lettura parlamentare e purtroppo difficilmente questa legge verrà modificata nei successivi passaggi. Resterà il referendum. In futuro, con l’italicum, la legge elettorale già approvata alla Camera, che assegna gran parte del futuro parlamento, ovvero del potere legislativo (ed elettivo degli organi di garanzia) ad una minoranza del corpo elettorale, chi vince potrà vincere tutto. Essere controllato e controllore. Era questo che il Paese voleva?

Non ho apprezzato il modo con cui la maggioranza del mio partitto ha condotto il dibattito e il confronto, neppure l’opposizione del m5s e di sel, mi è piaciuta. L’una e l’altra più rivolte alla stampa che alla sostanza delle cose, entrambe accomunate dal calcolo politico a futura memoria più che al risultato in aula.  Ringrazio invece i ‘dissidenti‘ per aver rappresentato chi, come me, vuole modificare le cose e dire la propria opinione, lottando fattivamente. A Felice Casson, Vannino Chiti, Walter Tocci, Corradino Mineo e gli altri liberi dissidenti, va la mia gratitudine per la battaglia combattuta anche in mio nome. Da oggi essere dissidente assume una nuova dignità, diventa categoria politica e qualifica chi pervicacemente ribadisce una visione, una alternativa,  senza sentirsi minoranza, perché la ragione non può sentirsi tale. Essere dissidente oggi travalica la questione di coscienza, il sentire personale, diventa una possibilità collettiva e libera di far politica, di modificare la società. Un modo per impegnarsi e lottare senza per forza uscire dalla politica e mettersi in disparte o cambiare bandiera. Praticare il dissenso come coerenza a sé e alle proprie idee, praticarlo ovunque, senza pretestuosità e attese personali, andare in direzione contraria per far emergere le contraddizioni e la ragione, diventa categoria collettiva e quindi politica.

In questo giorni ascolto e penso a quanto sta accadendo in Italia e altrove. Non sono pessimista, spero solo che ciò che è sbagliato non sia irrimediabile. Capisco però che continuando a questo modo, non si risolverà molto: il tempo verrà perso su questioni importanti sì, ma non urgenti né centrali per la vita sociale. Come a Bisanzio si disquisisce e il turco scorrazza dentro i confini. Vorrei astrarmi ma non riesco a non pensare a ciò che capisco, Renzi, ieri sera, invitava ad andare in vacanza tranquilli che tanto ci pensa lui, è una idea che sotto intende che le cose non ci debbano coinvolgere poi tanto. Ci penserà qualcun altro. Una variante del non disturbare il manovratore. Mi spiace non condividere, è così semplice assentire, ma la vacanza aiuta a vedere più chiaro, e così non sono affatto tranquillo. Mi viene in mente l’ashtag per Letta, lo stai tranquillo di pochi mesi fa e anche se parlo poco, sento il peso di ciò che accade. Penso e cerco di capire, se parlo, parlo troppo, ed è come se si desse stura a un contenitore in pressione. Si è accumulato troppo in questi anni e non vedo chiarezza fuori. Ho idee semplici, distinguere tra amici e avversari, tra equità e mercato, tra solidarietà e carità. Vedo un’economia che non viene scomposta dai suoi veleni, vedo sopraffazione e iniquità. Tutto uguale? no, non lo è. Quindi le priorità per me diventano chiare: il lavoro, la giustizia, il falso in bilancio, l’evasione fiscale, i privilegi, la tutela dei giovani e delle parti più deboli della società. Non so quanti sentano le stesse cose, l’impressione è che si seppelliscano i dubbi perché implicano il coinvolgimento e in fondo, vacanza o meno, si vorrebbe che qualcuno risolvesse i problemi senza che fossimo obbligati ad occuparcene, non è mai stato così e quindi non c’è alternativa, o chiudersi in casa e quello che sarà sarà oppure essere dissidenti. Basta scegliere.

2 agosto

2 agosto. Bombe a Gaza. Nessuna tregua, interessi inconciliabili. Servirrebbe una azione di forza dell’occidente, della democrazia per imporre la paca. Ma la democrazia non contraddice se stessa, soprattutto se gli interessi economici e di potere non sono evidenti. E’ assurdo pensare che la democrazia violi se stessa in nome della pace, dell’equità, del diritto a vivere dei popoli, dei più deboli tra essi, eppure è così. Da tempo si parla di democrazia mitigata, da tempo essa è operante, senza che nessuno lo affermi apertamente. Quindi lacrime virtuali, ciascuno sta dove è sicuro, il pilastro del valore della vita è una finzione che vale al più vicino a casa. Non inquietiamoci troppo questo è un mondo riservato a chi può goderlo e lasciamo che le paure restino virtuali. Ieri ricordavo il racconto di Brecht su chi veniva cercato e chi si disinteressava, credo che l’abitudine alla pace in casa ci abbia reso più sordi sulla sventura di chi la pace non ce l’ha. Così semplicemente, non c’è ricordo.

2 agosto. Ero a Rovigo, quando sentii per radio la notizia della strage a Bologna. Che fare? Mi chiesi allora. Speravo nella verità e nella sua funzione risanatrice. Così, assieme a molti altri, chiedemmo la verità, ripetutamente, senza stancarci. Chi non ha vissuto quegli anni, non ricorda che c’erano le stragi in Italia. Ripetute. Bologna fu ancora più grave, fu una pugnalata, e generò ancora più paura. Quando andavo a Roma in treno, la notte, nelle gallerie, dovevo forzarmi di dormire, di non pensare, di sperare. Cosa sperare? Che non sarebbe accaduto a me. E non cadere nella voragine della paura. Fare quello che era giusto fare, andare in piazza, fare il proprio lavoro. Poi senza sapere la verità, le stragi scomparvero dalle paure. Non c’è ancora un mandante per quanto successe, ma chi non ha vissuto in quegli anni non sa e non può ricordare e forse non gli interessa più di tanto. Interessa a me e molti altri e questo rende le commemorazioni un fatto di allora, ma dimenticare non fa mai bene, non aiuta lo Stato, né la democrazia.

2 agosto. Il primo grande esodo dell’estate. Bollino rosso. Code chilometriche. Così dicono le notizie, e sono le solite di ogni anno, anche se osservano che non è come gli altri anni. C’è crisi. Qui i villeggianti sono arrivati. Riempiono i bar, i mercatini, le piazzette.  Parlano tutti assieme, di cibo, di politica, di sport, di gite, del tempo. Stanotte l’acqua scrosciava dolce sul tetto, sembrava una piccola cascata, ma questa mattina il sole filtrava tra le persiane. Fuori le nubi erano gonfie e bianchissime, su un’altopiano il cielo mutevole fa parte dell’arredo atmosferico. 21 gradi. Quest’anno verrà ricordato a lungo, lo dicono tutti, sto zitto perché so che non sarà così, se ne parlerà il giusto poi basterà un po’ di sole e una nuova estate in cui sperare, per archiviare tutto. Si lamenteranno più a lungo gli albergatori, ma un po’ ci siamo abituati e negli anni in cui la crisi non c’era i prezzi non calavano. Passerà.

2agosto. Una quiete da stagione estiva senza estate e da vacanza. Lettura, passeggiate, scrittura e pensieri. Va in vacanza la testa? Difficile. In altri anni sarei stato altrove, ma rompere le abitudini fa bene. Chi si rassegna alla dittatura del tempo resta prigioniero. E il tempo non fa prigionieri.

unità di tempo

Ciò che mi sorprende sempre, è come tutto cambi e tutto viva.

Mi piace contenere le mie età. Sapere che c’è il bambino, l’adolescente, il giovane, l’adulto, e che stanno tutti assieme. E’ bello che escano quando gli serve, perché serve a me. Perché dovrei rinunciare a pezzi di me stesso? Le età, il tempo cronologico sono state al servizio di quello che sono ora. Come i miei errori, le piccole conquiste, la costruzione del pensiero di ciò che sono: un pensiero in divenire, che non si arresta, per difetto di limite. Mi comprendo strada facendo, questo è il mio tempo. Riconoscersi, man mano gli anni passano, e questo è davvero importante. Sapere che i ruoli che ci vengono chiesti sono sempre una violenza da addomesticare e averlo capito.

Sembra che la responsabilità si debba per forza insegnare. Credo che ciascuno di noi sia responsabile ad ogni età. Come può, perché gli viene chiesto, ma soprattutto perché c’è una tendenza al bene e il bene non è forse la capacità di vedere ciò che ci sta attorno? Le età convivono, i ricordi sono altra cosa: sono il segno del cambiamento, le mappe del percorso fatto. Ricchi di lacune e modificati a piacimento, ma pur sempre un modo per leggere ciò che è stato. Sono un portolano che, senza la testa del nocchiero, è solo un insieme di linee e di direzioni. Così nel mio tempo circolare, l’età si sente quando si fanno le cose vecchie, non quelle nuove. E’ per questo che il tempo ha bisogno d’essere riconosciuto, per cambiare e lasciar vivere il bambino che è in noi. Ché poi non significa altro che conservare la meraviglia di allora, l’inutile utile a sé, l’anarchia che supera i divieti e si costruisce. Ed è così l’adolescenza che trasforma la meraviglia in sentire che dura, che scopre i sentimenti, li rende creazione, non è forse questa una capacità di leggere i rapporti lasciando che questi ci prendano, diventino forza che ci muta? E ancora perché dovrei rinunciare ai furori della giovinezza, al vedere il mondo in termini di giusto e ingiusto, alla speranza che esso cambi perché io cambio? E della mia età adulta, del potere che mette assieme la mente con le mani, dell’essere assieme ad altri e del capire in loro i miei limiti, della capacità di costruire, perché dovrei privarmi? C’è una continuità nelle vite che si traduce nel trasmettere vita, anche quando i figli non ci sono. Una famiglia genera una famiglia. La prima famiglia siamo noi, con la nostra indipendenza e la capacità di contenere tutto il nostro mondo. Anche se non lo capiamo tutto assieme. Contenerlo e lasciarlo agire. Per questo tengo al bambino come all’adulto e penso con tenerezza che lui ha fatto per me più cose di quante io, adulto, sia riuscito a restituirgli. Lo tengo da conto, lo proteggo, come le altre mie età. Sono me, se rinunciassi a loro, taglierei dei pezzi di me.

Ed io mi piaccio intero.

“Cambia lo superficial
cambia también lo profundo
cambia el modo de pensar
cambia todo en este mundo
Cambia el clima con los años
cambia el pastor su rebaño
y así como todo cambia
que yo cambie no es extraño
Cambia el mas fino brillante
de mano en mano su brillo
cambia el nido el pajarillo
cambia el sentir un amante
Cambia el rumbo el caminante
aunque esto le cause daño
y así como todo cambia
que yo cambie no extraño
Cambia todo cambia
cambia todo cambia
cambia todo cambia
cambia todo cambia
Cambia el sol en su carrera
cuando la noche subsiste
cambia la planta y se viste
de verde en la primavera
Cambia el pelaje la fiera
cambia el cabello el anciano
y así como todo cambia
que yo cambie no es extraño
Pero no cambia mi amor
por mas lejos que me encuentre
ni el recuerdo ni el dolor
de mi pueblo y de mi gente
Lo que cambió ayer
tendrá que cambiar mañana
así como cambio yo
en esta tierra lejana
Cambia todo cambia
cambia todo cambia
cambia todo cambia
cambia todo cambia”.
——————————————-
Traduzione.
“Cambia ciò che è superficiale
e anche ciò che è profondo
cambia il modo di pensare
cambia tutto in questo mondo.
Cambia il clima con gli anni
cambia il pastore il suo pascolo
e così come tutto cambia
che io cambi non è strano.
Cambia il più prezioso brillante
di mano in mano il suo splendore
cambia nido l’uccellino
cambia il sentimento degli amanti.
Cambia direzione il viandante
sebbene questo lo danneggi
e così come tutto cambia
che io cambi non è strano.
Cambia, tutto cambia
cambia, tutto cambia
cambia, tutto cambia
cambia, tutto cambia.
Cambia il sole nella sua corsa
quando la notte persiste
cambia la pianta e si veste
di verde in primavera.
Cambia il manto della fiera
cambiano i capelli dell’anziano
e così come tutto cambia
che io cambi non è strano.
Ma non cambia il mio amore
per quanto lontano mi trovi
né il ricordo né il dolore
della mia terra e della mia gente.
E ciò che è cambiato ieri
di nuovo cambierà domani
così come cambio io
in questa terra lontana.
Cambia, tutto cambia…”.
——————————————-
Mercedes Sosa, Todo cambia – 4:55
(Julio Numhauser)

la cina è vicina

Lo scozzese parla dello Yunan e della Cina. Arrossisce se gli si chiede degli amori e delle donne, dei fatti personali. Sorride e cambia discorso. In Cina credo si trovi bene con la sua riservatezza che volentieri parla di paesaggi, tempo e persone del campus. Si attarda sulle abitudini generali e la bellezza, ma non parla di sé. Così qualcuno si preoccupa di raccontare la sua storia. Molto in inglese e un po’ in italiano. Sono singolari le vite avventurose, una sequenza di fatti particolari, rotture dell’abitudine e dei vincoli che si ripetono tra tempi senza storia. Raccontati sembrano naturali i molti, disparati, mestieri, i 18 mesi sabbatici in giro per il mondo, il naufragio alle Figi dopo 1500 km di mare senza saper bene navigare. Le sciocchezze che si possono raccontare perché c’è un dio che protegge gli avventati prima che diventino avventurosi. Così lo lasciamo in quella barca in metallo incagliata nella barriera corallina di un piccolo atollo e pensiamo che è sempre possibile ricominciare se si è vivi.

La conversazione prosegue e si spezzetta. Parlo di politica con il mio vicino. Abbiamo idee simili, ma lui è molto più radicale di me. Non ha i miei imbarazzi nel capire, le sue idee sono chiare e ne ha ragione professionale. Mi racconta cose che in buona parte conosco, ma con la penetrazione di chi ci lavora. E così la riforma della pubblica amministrazione, si rivela molto meno riforma di quel che sembra, il potere si parcellizza, le cose semplici da fare non si fanno e si continueranno a produrre montagne di inutile carta e pochi controlli. Intanto lo scozzese è arrivato in Cina e lì si ferma. Potere dell’inglese, si può trovare un lettorato in una università e molti studenti che seguono le lezioni, anche se prima nella vita affittavi macchine a Edimburgo. E’ da dieci anni nello Yunan e quando gli parlo di Puccini, Turandot, e di Ping, Pong e Pang, un po’ capisce e un po’ no. Gli spiego e si sorride. Bizzarrie di italiani. La conversazione si spezza e si capannella. Torno a parlare di politica, di analogie autoritarie per quanto sta accadendo. E se quelli che non si preoccupano, che rassicurano, si sbagliassero? Difficile essere indifferenti se capisci cosa accade.

Riemerge l’inglese, i racconti di vite senza posti dove tornare per davvero. Spinte incoercibili ad andare, ad annodare e poi allungare la fune. Penso alla scorsa settimana, quando ero in mezzo alla folla. Mi pareva di sentire un brusio. Mi accade sovente quando non conosco chi mi sta vicino, e non sono le parole, sono le vite che vivono a far rumore. Chissà cosa pensano, mi chiedevo, tra persone che andavano o si fermavano secondo trajettorie sconosciute. Sono sicuro che esiste un dizionario semplice, fatto di poche parole che descrivono ciò che si vuole, ciò che è urgente, ciò che condiziona. Se lo si conoscesse, nella folla non importerebbe la lingua che viene parlata, ma emergerebbe un riconoscersi oltre le storie. Toh, anche tu… e sarebbe quasi un battersi sulle spalle. Così avviene nelle vite avventurose, ci si riconosce al livello necessario. Invece tutti proseguono percorsi propri, apparentemente liberi, immersi in solitudini che vengono scambiate per identità e che confluiscono nel rumore senza suono, nel tentativo di scacciare domande fastidiose.

Così penso e lo scozzese continua a raccontare. Le parole si intrecciano. Faccio fatica a seguire il suo inglese, mi perdo, metto assieme il senso con l’inglese più alla mia portata degli altri. Mi stanca questo capire a tratti, il non avere le parole giuste. Mi distraggo. Penso che attorno a noi il mondo ci parla con segni e linguaggi che non capiamo appieno. Anche se è tutto in italiano. Cosa accade nel mondo e in Italia, ma per davvero, oltre la reticenza e la propaganda. Siamo sull’orlo di una svolta autoritaria, come dice G.? E chi lo capisce davvero? Chi fa la fatica di decodificare senza essere già apocalittico e quindi avere un giudizio preformato. C’è confusione appena fuori. Qui la cena e il vino sono buoni. Siamo in un circolo che si protegge con le parole, con i gesti e le abitudini. Con l’amicizia. Eravamo tutti comunisti al tempo di Bellocchio e la Cina di allora era vicina e comprensibile, ma in altro modo, ora che l’abbiamo in casa, siamo tutti liberali.  Anche le nostre storie sono ricche di fatti senza tempo in mezzo. Chissà cos’è successo negli anni silenti che ci pare di non aver vissuto. Lo scozzese tornerà in Cina e noi dove andremo?

caldo fresco

La camicia leggera, la sensazione del vento sulla pelle, i calzoni corti. Percorrevo la città in bici, (lo faccio ancora), assaporando l’estate. Non so quando sia iniziato il piacere fisico dello svestirsi, del voler caldo e fresco, assieme. Di certo presto, nelle abbronzature di bambino, nella pelle che faceva fatica a scottarsi e amava il sole. Dalla città al mare e viceversa, in un ciclo che durava fino a settembre. E lì devo aver imparato il gusto dell’ombra sul corpo dopo il sole perché ne ho precoce -e tenero- ricordo. I portici freschi dei pomeriggi giocati a carte, la sabbia fina e l’odore d’acqua di canale, l’imparare a nuotare per poter fare i tuffi,  il capanno vicino alle docce dove il sapore del chinotto e l’odore dei saponi si mescolavano. Così per tutto luglio e poi arrivava l’ombrellone o le tende improvvisate in spiaggia, i piedi scottati dalla sabbia a mezzogiorno, le dune alte come case da cui gettarsi in corse a perdifiato, il cercare le ragazze che prendevano il sole nascoste, i rossori senza ancora saperne il perché, il mare fresco la mattina. Su tutto imperava il sole e in questo tornare fiducioso alla luce, c’era un richiamo a qualcosa che stava prima, qualcosa di inscritto nel profondo dove il calore era simbolo di benessere e il sole di benevolenza. In questo piacere innominato c’era già la ragione di quel godere del calore della luce, del farlo proprio sulla pelle, nel sentirlo riemergere la notte quando l’aria, dalle finestre aperte, percorreva il corpo steso, nei risvegli difficili e nel primo caffè, nelle risate di mattina, nella sensazione dell’acqua fresca, nel buttarsi sull’asciugamano e chiudere gli occhi e vedere grigio e tante piccole luci, nel lasciarsi andare al calore e poi, asciutto, ricominciare in acqua e di nuovo al sole, in una teoria infinita di ore che era l’estate. Un ciclo di giorni eguali e diversi che continuavano ed era fatta di pelle, caldo, sole, ombra, suoni, odori, profumi forti, pensieri radi, carte, ombrelloni, panini con il salame, pescatori che portavano il pesce a riva, luci al neon, musiche forti di notte, lenzuola fresche di lino, corpo nudo, colore, sete, acqua e tamarindo, bibite fresche, ghiaccioli, letture facili, desideri fondamentali, improvvisi, pulsioni pigre.

Anche ora, il richiamo del sole e dell’ombra sono due poli che contengo con eguale piacere, come fosse questa la misura dell’estate, assieme ai sapori forti degli aromi notturni, assieme ai contrasti di una stagione in cui c’è il caldo e la ricerca del suo antidoto, il sentire che tutto rallenta ma non si riposa. E lasciarsi, finalmente, andare, percorrere, abbracciare dalla luce e dal calore. Estate.

mattinale

Il bambinetto pedala sul suo triciclo. E’ a torso nudo, ha un paio di calzoncini scozzesi un po’ troppo grandi. E’ cicciotto e allegro. Si gira spesso per controllare il rimorchio di plastica su cui ha messo palette e secchiello. Ha giocattoli vecchiotti, ma è felice. Gira attorno a una casa di periferia, fatta negli anni ’50. Case di malagrazia e di molta fatica, senza progetto e di nessuna bellezza, ma è servita per dare un luogo e una prospettiva ad almeno due famiglie. Ghiaia e una corsia di cemento tutt’attorno, sulla rete di recinzione, roseti, potati innumerevoli volte, fioriscono, nell’angolo una baracca di lamiera. Il bambinetto ha una casetta di plastica da giardino, era molto colorata, ora è stinta e forse riciclata, come i calzoncini, da un fratello più grande. E’ un po’ sbilenca, lui si ferma, mette a posto il tetto, raddrizza una parete, poi parcheggia il triciclo e con gli attrezzi comincia a scavare. Si vede che è intento e felice. Del sole, della giornata calda, della stradina silenziosa, del richiamo della mamma che gli annuncerà qualcosa che lo riguarda. C’è amore attorno, una giornata felice, un futuro. Lui non lo sa ma vive in una parte del mondo che è in pace e se questa parte resterà così, dipenderà anche da lui quando sarà adulto.

A Gaza ho visto case simili, tantissimi bambini che giocavano, strade che finivano contro una casa, proprio come in questo vicolo di periferia. C’era caldo, il cielo era di un azzurro preoccupante, da giorni non si vedeva una nuvola. Cominciava la seconda intifada e ci dicevano di stare attenti, lì ho ritrovato la follia della normalità nella guerra dove la vita continua mentre si spara a poca distanza. Non ci è accaduto nulla, la sera tornavamo a Ramallah, si parlava di futuro, di progetti. Cenavamo tardi e la notte si sentiva il crepitare delle armi automatiche distanti.

In un altro vicolo vicino, una ragazzina torna a casa dalla piscina. Ha uno zainetto, il vestito leggero, l’abbronzatura di città e cammina con un passo aggraziato. E’ magra, molto carina, fa il primo anno di liceo, ha bei voti e una famiglia disastrata in cui vive. E’ nella bellissima età in cui ci si innamora perdutamente senza alcun filtro sociale e tutto sembra possibile. La sua dolcezza riscatta gli urli della casa da cui proviene. L’ho vista giocare poco, ma di sicuro l’avrà fatto, adesso la sento come una possibilità bella di vita, un contenitore di sogni che in parte si realizzeranno. Studierà e se ne andrà, potrà vivere ed essere felice. Lei forse ancora non se rende conto appieno, ma vive in una parte del mondo che è in pace e se questa parte del mondo resterà così, dipenderà anche da lei e dal suo impegno di adulta.

Penso ai tre ragazzi ebrei, uccisi da un odio senza umanità. Penso ai 4 bambini palestinesi morti ieri in spiaggia a Gaza mentre giocavano spensierati. Penso agli oltre 200 morti palestinesi di una guerra incipiente. Sento l’indifferenza dell’estate attorno, le emozioni leggere che fanno saltare le pagine di giornale e puntano al gossip, al positivo e confinano tutto in un brusio lontano.

Come si ama, si vive, si cresce, si provano sentimenti nell’età in cui tutto accade lontano? Perché se parlo di crisi, di difficoltà, di politica, anche qui sento il silenzio? E’ l’indifferenza, il tener fuori dalla propria porta il mondo che ci salverà? Non mi indigno più troppo facilmente, e non è cinismo, il fatto è che mi commuovo e la commozione è la spia dell’impotenza, del sentirsi inermi di fronte a un mondo che non è quello che sembra logico. Non quello che vorrei, ma quello in cui sarebbe bello vivere. Parlare di ciò che si sente, della bellezza, dei sentimenti è in fondo facile. Posso ascoltare musica, leggere libri che mi appassionano, godere dello spettacolo della natura, posso camminare, provare sentimenti profondi, pensare che tutto questo abbia un futuro e parlarne a persone che sentono le stesse cose. Posso decidere cosa fare e ho tempo per posticipare. Quando c’è la precarietà e la guerra, anche mezz’ora viene vissuta come un pezzo di vita, mentre io posso permettermi di vivere a tratti, di dire farò domani, di godere di un’attesa. Chi ha una guerra attorno non può farlo, deve vivere adesso, avere sogni immediati.

Non posso farci niente, però mi chiedo se essere insensibili, non parlarne, non sentirsi parte del mondo poi ci aiuti a stare davvero meglio. Avviene tutto fuori dalle nostre vite e ci chiudiamo in un particulare che alla fine diventerà la nostra dimensione. Toglierà le speranze comuni, non ci farà sentire in grado di cambiare assieme ad altri il mondo. Mi pare che tutto si restringa, che diventino angusti i vicoli in cui vivo, la pace che mi consente di pensare, provare, riflettere è un privilegio. Ho tristezza per quelli come me che sentono la propria impotenza, fiducia che il bambino del triciclo, la ragazzina, i tanti ragazzi che vedo per la città faranno qualcosa di sé. Tenteranno una felicità che li riguarda. Non so se diventerà una felicità comune, non so neppure se ho insegnato a mio figlio che la felicità comune è più grande di quella singola.

E’ mattina, c’è il sole ed è estate. Io sono parte di un mondo, mi tengo i dubbi, le piccole felicità e la sensazione che qualcosa mi sia, ci sia, sfuggito. Ma forse c’è tempo. Forse.