l’uomo della pioggia

l’uomo della pioggia

Ha cominciato a lavare la camicia come facevano le lavandaie di un tempo, solo che non aveva un fiume a disposizione, ma una piccola bacinella di plastica e la rastrelliera delle biciclette davanti alla chiesa dei Cappuccini. E intanto pioveva a raffiche mentre lui lavava immergendo nella bacinella e sbattendo sulla rastrelliera. Era a capo scoperto e cantava in una lingua che sembrava chiusa in gola, fatta di vocali buttate in mezzo a consonanti di saliva. Cantava strascicando le parole, come ad ascoltarne il suono, e lavava sotto la pioggia. Nessuno chiedeva. Il piazzale era vuoto. Tutti giravano al largo sotto i loro ombrelli. Vedevo che molti di questi ombrelli erano variopinti, come a ingraziarsi quel cielo grigio e forte di vento che strattonava le tele e faceva procedere di sghimbescio. I cestini erano pieni di ombrelli rotti, di stecche piegate, di molle ormai senza senso, di manici nuovi su aste spezzate. Poi ha preso da un sacchetto giallo, ch’era dentro a una cassetta da frutta messa a mò di cestino su una bicicletta, una coperta, l’ha stesa sul selciato tirandola bene, in modo che non facesse pieghe. Come un tappeto. La coperta era consunta, di quel colore nocciola che andava di moda un tempo, ed aveva qualche strappo che lui accostava per coprire la pietra sottostante. Poi, sempre sotto la pioggia s’è accoccolato sui talloni continuando a cantare. Allora ho visto due cose distinte e notevoli: il volto, che era abbastanza giovane, con una barba nera più da carenza di cura mattutina che di scelta, e gli occhi che guardavano ostinatamente verso il basso. Il viso forte, poteva essere di chiunque, solo che questo era bagnato fradicio, rigato in continuazione di gocce e chiuso al modo circostante, ma, pareva, non a sé e al suo pensiero. L’altra cosa che ho notato era la direzione della coperta. Era rivolta verso sud sud est, la stessa direzione del vento ch’ era girato. Poi dalla posizione accoccolata ha posato le ginocchia, e allora ho pensato che si sarebbe allungato in avanti con le braccia tese fino a posare la fronte, e invece ha preso il sacchetto giallo e in ginocchio, sempre sotto la pioggia, con cura ha cominciato a piegare le poche cose che aveva. Come a metterle dentro un cassetto che profumasse di lavanda, di legno, di casa. Per ultima ha piegato la camicia lavata e poi col palmo ha preso la pila delle sue povere cose infilandola in quel sacchetto giallo. Solo allora si è alzato e ha ripiegato la coperta, ancora cantando tra sé e sempre con le persone che giravano al largo. Potrei raccontarvi il resto, ma non avrebbe molto significato. Però vi dico un pensiero che, brevissimo, mi ha attraversato allora: quello era un uomo come me, con una sua solitudine grande. Si teneva a galla con qualcosa. Come facciamo tutti. E non lo meritava. Nessuno merita la solitudine. Ho ripensato ad altri luoghi, ad altre solitudini e mi sono sentito più solo.

7 pensieri su “l’uomo della pioggia

  1. E io ti dico che questi poveretti mi fanno una pena immensa.
    Mi chiedo cosa li abbia portati a quella condizione, le loro storie, a volte tragiche, o la perdita del lavoro, della casa, vicende oggi sempre più frequenti. 😞

    E il pensiero di essi, mi segue e mi rattrista molto.
    E penso che spesso noi ci lamentiamo ….”del brodo grass” come direbbe mia nonna, e altrettanto spesso non ne abbiamo …diritto o motivo.

    Delicate e molto commoventi le tue parole, Will, sanno toccare il cuore. Grazie.

    Bella serata, ciao,
    con l’immancabile sorriso per te 😊
    Ondina

  2. @ Ondina: vedere il disagio, il dolore e l’umanità, non girarsi dall’altra parte, sentire che non siamo diversi nel l’umanità, tutto questo almeno rende reali le vite. E forse ci aiuta a vedere il molto che diamo per scontato. Buona giornata Ondina 🙂

  3. @ Marta: hai ragione. C’è tutta la vita sua in quei gesti lenti, nel canto, nel ripetere abitudini che saranno state un tempo senza disagio e dolore. Belli i tuoi versi, Marta, colgono ciò che altri non volevano vedere.

  4. La solitudine si appiccica alla solitudine, è una malattia che cerca contagio oltre un certo limite: guardi il solo e ti senti ancora più solo. E’ vero. Si scrive in solitudine con tutte le nostre cose dentro, a volte penso che la letteratura più bella e sconosciuta è stata scritta nei gesti così, senza parole. Un’infinita e accorata poesia.

  5. Scrivere con i gesti, Enzo, e tu lo sai bene, è come una danza armonica e ben riuscita. Mette assieme per sé il senso e il piacere del senso. Nella solitudine si affinano capacità che altrimenti resterebbero sopite. Magari un giorno racconterò del vecchio riparatore di biciclette. Buon pomeriggio. Qui c’è il sole.

  6. Aspetterò la storia del vecchio riparatore di biciclette, tu sai raccontare.
    Qui il sole sta sparendo dietro il vulcano che è innevato copme non capiatava da anni: c’è un freddo inusuale ma tutta l’isola all’interno è piena di neve. Buona serata

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