28 giugno 1914 Karlsruhe

Il 28 giugno 1914 è domenica. Mio nonno e la sua famiglia abitano a Karlsruhe. E’ un giovane uomo, ha bei baffi neri e folti, capelli neri. Lo sguardo è fermo, deciso, con una tenerezza particolare negli occhi. Sua moglie è piccola, magra, dolce e bella, hanno due bambini, entrambi nati in Germania, uno è nato da poco, è mio padre, la sua sorellina ha due anni. E’ una famiglia felice, stanno bene economicamente, hanno una bella casa, il nonno ha un lavoro autonomo. Guardiamolo un po’ meglio. Ha da poco superato i trent’anni, ma ho a parecchia vita sulle spalle. Lui e i suoi fratelli sono emigrati pur avendo un lavoro e un piccolo patrimonio nel paese dove, da sempre, la famiglia ha vissuto. Con loro sono emigrate anche le sorelle. Sono passati per la Svizzera, fermandosi due anni assieme e poi si sono separati. Chi è rimasto in Svizzera, chi è andato in Francia, lui ha scelto di andare in Germania con la moglie, che l’ha seguito sin dal primo momento. Sono sposati da pochi anni. Lavora molto, il Toni, ma è contento di quel paese da poco unito in cui si è fermato. Pensa di stare il tempo necessario per accumulare un buon gruzzolo e poi tornare a gestire la locanda, l’appalto, rimettendo in ordine le case, i campi, e comprandone degli altri. Non è un contadino, nessuno lo è mai stato in famiglia, i terreni servono per la locanda e per l’osteria, per fare vino, un po’ di granturco, ortaggi e mandorle. Abitare sui colli non è facile in quei tempi, e soprattutto dopo l’unità d’ Italia, il Veneto si è ulteriormente impoverito, per questo sono emigrati.

Di Sarajevo non sa ancora nulla, lo saprà il giorno successivo. Immagino quando ne avrà parlato con la nonna, accennando senza calcare la voce per non preoccuparla troppo. Le avrà detto che per loro non cambiava niente, che sarebbero rimasti nella loro casa di città , con i nuovi agi acquisiti e che queste vicende, loro, le hanno già vedute. Non si ricorda, la nonna, dell’uccisione di re Umberto a Monza, e dello zar in Russia? E cos’era accaduto? Nulla. E poi la Serbia, chissà dov’è. Un Paese di pecorai, come il Montenegro, il regno da cui viene la regina. Tutto lontano. L’Italia è alleata della Germania e dell’Austria, cosa può  venirne a loro? Nulla. Hanno anche preso gli attentatori, quindi ci sarà il processo, la condanna e poi basta.

Venivano da anni prosperi e felici, erano persone normali e un po’ speciali, avevano coraggio: il futuro sarebbe stato positivo.  Nei mesi successivi, già alla fine di luglio, le cose cominciarono, invece, a precipitare. All’inizio non capivano, L’Italia era ancora alleata ma non entrava in guerra. E gli italiani cominciarono a non essere più graditi. anche il lavoro era diventato più difficile, così, penso, che se fecero una ragione quando furono costretti a rimpatriare. Con due bambini piccoli, vendendo il vendibile, ritirando i risparmi. Partirono con le sole valigie, fatti salire su un treno che riattraversò la Svizzera. Questa volta non si fermarono, ma sarebbe stato meglio. Chissà cosa pensò mio nonno, probabilmente non aveva voglia di ricominciare subito e i marchi oro e le sterline erano abbastanza per tentare  un’ attività al paese. Poi, in realtà, non ricominciò nulla di definitivo e quei soldi consentirono a mia nonna di essere indipendente fino al 1920. Così tornarono e dopo pochi mesi, il nonno fu chiamato alle armi, per chiudere la sua vita in una dolina dalle parti del san Michele, nel ’17. Era una persona pacifica, non aveva voglia di guerra, ma qualcun altro l’aveva attirato in una trappola del presente. Quel presente che non ha futuro quando le cose vengono spinte troppo da chi non ci pensa, anzi lo vuole determinare il futuro mettendoci la volontà di onnipotenza. Mio nonno invece pensava, e sapeva, che il futuro si costruisce con la giusta lentezza, ma lui era solo maggioranza. Non contava poi così tanto.  Così fu uno dei 12 milioni di morti soldati. E la bimba fu uno dei 5 milioni di morti civili, morì di spagnola nel ’19. La nonna fece il possibile, anzi molto di più. Non si curò del patrimonio, seguì i figli e poi mio padre. C’era un posto per il dolore e uno per la vita? Lei fuse tutto e conservò di mio nonno il ricordo di un uomo giovane, dolce e deciso. Ne parlava, le poche volte che questo ricordo doloroso oltrepassava le labbra, con grande tenerezza. Lei che non si era più risposata, che aveva affrontato e ricostruito la vita dopo la dissoluzione di ciò che aveva e dei legami con i parenti. Da come l’ho conosciuta, e l’ho conosciuta e amata molto, non le importò mai delle cose perdute, non ne parlava, ma delle persone sì. Era attenta agli affetti rimasti e al nonno, del resto s’era liberata con noncuranza.

E’ il 28 giugno, è domenica, la famiglia è riunita per la cena. Dalle finestre aperte entra il caldo già estivo, le voci un po’ strane della strada, la brezza della sera. Forse mio padre piagnucola o forse dorme, la bimba gioca. Magari c’è un po’ di nostalgia ma  il futuro è pieno di tenerezza come il presente. Lontano è successo qualcosa che li riguarderà, non lo sanno. Anzi credo che mia nonna non abbia mai ben collegato le cose e forse è stato bene. Lasciamoli così in una piccola grande felicità, in una domenica di giugno di cento anni fa.

grandi navi

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In porto a Venezia, stamattina, c’era due grandi navi. E almeno altre tre più piccole. Grandi navi è un eufemismo perché già le piccole sono grandi: 7 ponti, migliaia di passeggeri e uomini di equipaggio. Le grandi sono grattacieli coricati in mare. Per chi le ha viste non c’è bisogno di sottolinearne l’assurdità in bacino di san Marco, per gli altri basti dire che quel bacino, il canale della Giudecca, furono creati, palazzi compresi, per le navi di legno della repubblica, dove anche le più grandi erano gusci di noce al confronto.

Attorno a me in porto, c’erano i turisti che sbarcavano. Sudati sotto il sole, alcuni al riparo delle pagode di tela bianca, altri un po’ dispersi, tutti molto attoniti. E’ il turismo che prevede due giorni di sosta, che dorme in nave, che affolla i monumenti, che consuma chincaglieria e cappuccini, che passa da un luogo all’altro senza soluzione di continuità. Dovrei anche dire che risparmia una Venezia che amo, che segue sempre gli stessi itinerari e che è facile evitarlo. Però le persone che ho attorno non sanno ancora come sarà davvero la loro giornata, sono arrivate e attendono di seguire gli accompagnatori. Rispetto ai viaggiatori d’un tempo sono operai della vacanza, ma non è un pensiero snob, si godono un mondo che viene preconfezionato per loro, che ha tempi rigidi e allegrie programmate. Questa mattina c’era uno spettacolo in più non previsto, guardavano una corale che attendeva di cantare a un convegno. Erano estasiati dai cappelli di paglia, i pantaloni bianchi, le magliette rosse e bianche a righe. Ecco la Venezia che si porteranno dentro, e sarà un’ esperienza grande, memorabile, ma non è la Venezia vera. Ma quella Venezia è riservata a chi la ama davvero, a chi la frequenta perché può oppure perché, come un’amata, non può farne a meno. Però dal porto la Venezia delle cartoline ancora non si vede, ci sono piazzali, macchine e gru, docks e magazzini. Tutto ha grandi dimensioni, solo che sparisce soverchiato dalle navi. E’ male tutto ciò? Per Venezia sì, perché qui tutto è fragile e basta un nonnulla perché sparisca un pezzo d’arte. Bisogna pur dire che i veneziani, molto affezionati alla Repubblica e alla città, non sono mai andati molto per il sottile, se serviva, si abbatteva o si interrava. Del resto non fu Francesco Morosini che non ci pensò due volte a cannoneggiare l’Acropoli durante l’assedio di Atene. E comunque, guerre  a parte, già alla fine dell’800 si pensava di portare il treno in piazza san Marco. Diciamo che dopo la Serenissima e le Magistrature che curavano equilibri e salute della città, e di chi la abitava, ci sono stati un paio di secoli di progressivo obnubilamento. Non si capiva bene dove si stava andando, pur essendoci molta determinazione. E il culmine iniziò dopo la prima guerra mondiale con l’industrializzazione della città, quando tutto cominciò a diventare troppo grande e insostenibile per un territorio che visto dall’alto è piccolo e talmente denso da non consentire più alcuna speculazione. Per fortuna questo spirito che vedeva nella crescita industriale una salvezza della città, in buona parte è mutato. E’ rimasto l’attaccamento a Venezia man mano che questa si spopolava e se una parte grande di essa vive sul turismo di massa, la necessità di un equilibrio tra il vivere in mezzo alla bellezza e lo scempio per il maggiore utilizzo di essa, è avvertito in modo forte e inusuale. Anche da chi non vi abita. Le grandi navi sono percepite come una violenza, forse per la loro dimensione e pericolo potenziale, più che per gli effetti reali. Il moto ondoso di migliaia di barche fa più danno ogni giorno, però queste sono la vita della città, le altre sono un intromettersi violento. E’ uno scontro feroce tra il porto e chi pensa e sente che non vi sia possibilità di compromesso, che non solo i palazzi, ma anche l’acqua ha bisogno di cura, che una città ormai ridotta a 60.000 abitanti non deve cercare all’esterno il proprio sviluppo, ma trovare ragioni forti di crescita sostenibile con quello che c’è. Diciamo la verità, Venezia non si può visitare in una giornata, la città è così ricca e priva di difese che è facilissimo razziarla, ma così non si ha l’anima, che esige pazienza per essere conquistata. E se questo si capisce allora tutto diventa più lento, anche il turismo. Ecco che l’immagine da diffondere nel mondo per Venezia dovrebbe essere quella di un viaggiare lento, di un tempo d’amore tra l’uomo e ciò che vede, cammina, sente. Ma per far questo servono atti coraggiosi, cultura e identità. E il prossimo sindaco dovrebbe dire subito cosa pensa sulle grandi navi, sullo sviluppo, sulla crescita residenziale, che dev’essere popolare se si vuole avere un popolo. Anche sul porto dovrebbe dire cosa pensa. E decidere la dimensione e l’uso del porto attuale, ma da subito operare per spostare fuori laguna ciò che è, anche solo potenzialmente, pericoloso. Perché così com’è non ci sarà mai una soluzione, ma solo un vivere di interessi forti che con la città hanno poco a spartire.

Questo avrei voluto raccontare a quei turisti che si accalcavano sotto le pagode bianche e aspettavano al sole, e gli avrei anche proposto un tragitto nuovo per arrivare a san Marco, prendendo qualcuno per mano e facendogli fare le Fondamenta nuove, oppure Castello, o ancora la parte così vicina e così sconosciuta, di santa Marta. Li avrei fatti attraversare il canale per vedere le Zattere, il merletto dei palazzi che si vede solo ad altezza d’acqua guardando dalla Giudecca, proseguendo fino a san Giorgio. E nel chiostro bellissimo, gli avrei raccontato che Venezia non muore se il mondo vuole che non muoia, che l’amore ha bisogno di tempi lenti e frenesie lontane, che le passioni si consumano con gli occhi e con il sentire. Gli avrei detto delle nefandezze passate e in corso, perché questa è una storia d’uomini e non di dei, che tutto quello che hanno attorno perirà ma che noi siamo fortunati perché ne possiamo godere, a condizione che non si pensi sia nostro. Ecco così che l’amore dura, quando si pensa che non sia solo nostro, quando c’è rispetto e attenzione. Questo e altro gli avrei detto portandoli fuori a vedere il bacino di san Marco. Quello che non si vede dalle navi, quello che non si saluta con la mano, ma si porta con sé. Sempre.

 

 

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imprecisione

Tenendo impreciso l’inizio del tempo, 

le cose, gli atti,

e più ancora il pensiero che lo mosse,

allegri si mostrano, lacerti di speranza.

Ciò che non si è fatto potrà iniziare poi.

Forse, ma non importa poi tanto,

la distanza genera impensate serenità

e basta un appiglio per non precipitare

nel non fatto che annichilisce.

E’ questione di dimensioni, nella vita si sceglie,

in disparte non resta il marginale,

ma l’importante che abbiamo scartato.

Delle tante bellezze del possibile, qualcuna si è scelta, 

mentre altre, ancora, sorridono invitanti.

Per non smarrirsi nel desiderio 

è giusto dare, a ciò che si lascia, una possibilità: 

sarà tempo.

E da un passato dove un briciolo s’espanse,

viene una data per l’ inizio, 

ma non vogliamo tutto ciò,

perché è bellissimo che il fiume scorra 

e non abbia solo una piccola fonte,

un limite, a noi che limiti non abbiamo.

Così comprendo ciò che non è esatto, 

e amo i miei orologi in ritardo, 

scandiscono la bellezza che non è ordine, 

e abbraccia,

ricamando di possibili alternative,

i sogni.

elogio della timidezza

La timidezza allena e costringe ad una sensibilità maggiore. Poi nella vita s’impara a sopperire quello che l’istinto non regala e ciascuno ha i suoi piccoli schemi per mascherare il tratto timido che resta. Ma ci sarà un canale in più, sempre attivo, che valuterà parole, gesti, silenzi considerandoli specchio di chi li compie. Il timido, anche se mascherato, prende sempre sul serio la persona e ciò che gli viene detto e fatto. E pensa di capirlo oltre l’apparenza. Ad esempio, ci pensa anche in relazione al gesto educato, visto che il cripto timido tiene in gran conto l’educazione. Nel ringraziare sente, allenato dalla timidezza, il gesto dovuto, quello affettato, quello sentito. Naturalmente avverte ancor più l’assenza del gesto. Tra un gesto che è sinonimo di buona educazione, il rendere grazie per abitudine e un gesto sentito c’è una distanza che è coperta dal sentimento ed è questo ad essere avvertito. Se all’educazione viene unito il rapporto con l’altro, sparisce l’affettazione e il gesto dovuto, resta la percezione di un riconoscimento reciproco. E questo ha grande valore per chi ha frequentato la timidezza.

Tutto questo sentire è presunzione? Questa parola ha cattiva fama, anche se è il mezzo che nasce dal difendersi: si presume per prevenire. Allora usiamo un termine più in voga e positivo: intuizione. Quel canale in più che ha la timidezza è intuizione, ovvero anticipazione di ciò che è ancora latente. O ancor più, tentativo di comprensione profonda inerme. Avere qualcosa di positivo a disposizione per capire non esime dall’errore, diciamo che rende sensibili e attivi, e non è poco nell’età dell’indifferenza. 

amicizie virtuali

Mi viene chiesto di confermare una “amicizia ” su fb. Me lo chiedo anch’io, confermo? Amicizia ha un significato preciso, e per me il social ha meno rilevanza del rapporto umano vero, però c’è anche questo mezzo. Mica mi obbliga nessuno a starci, basta non raccontare come non si è. Quello che dico, sia nel virtuale o meno, è sotto mia responsabilità, quindi se si parla si dovrebbe permettere d’essere ascoltati. Ma la vita è altro, su fb è tutto è così parziale… Anche se possono nascere vere amicizie, in fondo tra affini ci si riconosce.

Non facciamola lunga, i veri amici hanno il mio telefono, sanno che ci sono, e questo basta per tracciare un confine. Non ho obiettivi, non devo crescere in popolarità, non ho nulla di cui vantarmi, leggo il profilo e acconsento. Può finire qui, ma sarebbe meglio avvisare che sono un po’ esigente e che se qualcosa mi disturba, prima dico che non mi va e poi taglio. E non si tratta di avere idee diverse, o almeno non troppo, ma se i nostri mondi che non si parlano, qui lo si scopre dopo. Mica è come nella realtà che capisco se cercarti o bere il caffè con te. E’ importante un caffè assieme, perché ti parlerei di ciò che penso con fiducia e senza pesare troppo le parole.

Questo è il limes con la realtà: cercare davvero l’altro e unire un piccolo piacere alla nostra fiducia. 

 Amor mio fedele, primo, pure la notte in sogno ti vedo; / mi sveglio e non ti rivedo, / e comincio a piangere a lungo. / Poni il mio amore nella tua anima / com’io l’ho nel mio cuore, / perché così vanno le cose nella vita: / amare come si è amati.

“amicizie pericolose”

Essere amici dei potenti comporta dei rischi e qualche certezza. Il rischio è quello di essere coinvolti nella caduta, la certezza è quella che al favore ottenuto si unisce una dipendenza difficile da sostenere. Però scegliere di evitare le “amicizie pericolose” ha un costo, spesso la marginalizzazione in politica o negli affari. Anche nella professione queste “indipendenze” si pagano. Guardo le vicende veneziane di questi giorni, penso a quanti esibivano la frequentazione dei potenti di allora come passe partout per il proprio accreditamento. Molto oggi viene negato, nelle teste vengono ricapitolate occasioni e incontri, ciò che era a pacche sulle spalle ricondotto a semplice istituzionale e necessaria conoscenza. E tutto porta a rapidi reset del passato. E così penso all’evidenza, alle carriere degli yes man, le contiguità vantate, le feste esclusive, il potere esibito. Ci sono degli indicatori infallibili per capire quanto si conta nella testa dei potenti: l’essere invitati nei palchi d’onore, ai ricevimenti dei prefetti, alle tavole esclusive di C.L. Se questi inviti cessano, significa che non si conta più, ovvero che non si è potenzialmente interessanti per altro e che il proprio ruolo pubblico è scomparso. Visto quanto accade, ed è già accaduto in passato, capisco che non cercare le “amicizie pericolose” è una predisposizione inconscia, che conoscere per lavoro è molto diverso dall’essere sodali, che “non contare” è una libertà grande, che ciò che salva è una timidezza diffidente che induce a non lasciarsi andare, a non cercare confidenze eccessive. E infine, che dire di no, non è facile, ma paga se è conforme a ciò che si sente. Potrebbe essere definita una scarsa attitudine a puntare verso l’alto o meglio, un’ambizione molto limitata. Ma non è una diminutio, è una vera benedizione se si sa apprezzare l’equilibrio che genera.

passavo e ripassavo

Passavo e ripassavo,

aduso al girare a tondo,

gatto perplesso in cerca di senso.

Passavo e ripassavo leggendo,

tra grani di terra rossa, 

il primo verde, le lettere d’amore.

Cercavo e trovavo,

ripassando,

matita su carta che copia monete nascoste.

Cercavo e trovavo senza saziarmi,

alzando gli occhi,

chiedendo.

Solo gli occhi, che altro serviva?

 

sempre

Sempre oltre la linea dell’orizzonte eppur vicina.
Splendida e luminosa
come le mattine uccise a letto per beffare il giorno.
Nascosta dentro un’ombra,
disseminata nella brezza dei tigli,
dispersa nel sole feroce delle ore legali.
Sconvolta come il mare
che attende la luna per desiderare il cielo.
Ritardi oltre il minuto,
che solo i gonzi pensano fuggente,
come la noia di sé, per l’appunto.
E sorrido.

tornare

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Mi prende, a volte, la tentazione di tornare ai libri miei che tappezzano le pareti attorno. Alla musica che paziente attende d’essere ascoltata. Alla mia scrittura senza fretta, agli inchiostri, ai pennini e alla carta buona. A volte mi prende la necessità di prendermi tutto il tempo possibile, di stare in silenzio, di lasciare che il dentro e il fuori si parlino, e tutto si allacci e scorra. E’ la necessità di tirare il fiato, sentire l’aria che riempie, il buon sapore degli odori, i rumori di ciò che sta attorno. Così scorro con gli occhi i luoghi che conosco. Penso che ho bisogno di piccole, poche cose: le aromatiche sul terrazzo, qualche fiore che procede per suo conto, il cibo semplice. E gli occhi tornano sui libri, tanti libri, più di quanti mai leggerò, per tenere aperta la vita e la speranza, il futuro e il passato intrecciati. Ho la fortuna (e a volte è vincolo a capire) d’ una grande memoria che ricorda ciò che la rete della vita ha tenuto e messo assieme, ciò che è stato e non è stato. E in questa piccola pace sento l’equilibrio di quello che si raccoglie attorno e dentro me con rinnovato ordine: la passione, il tumulto, il rifiuto, l’amore. Il futuro e il tedio che con piccoli dispetti si confrontano. E penso allora che è tempo di tornare, ma non ancora tempo di chiudere le porte al mondo. 

di notte, allora

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Stanotte penso a mia madre allora, donna eppure ragazza. Lo sarebbe sempre stata nella vita. Penso al mio nascere in casa, in piena notte e che ero sveglio allora come adesso. Penso a mia nonna che mi ha visto prima di mia madre e voleva una nipote femmina, ma io ero maschio e così ci ha messo più amore per insegnarmi chi ero. Penso a mio padre giovane e provato dagli anni di guerra, ma che non si tirava mai indietro. Penso al suo coraggio e alla passione che mi ha insegnato. Penso alle difficoltà in cui erano tutti, lì attorno, e alla speranza che li alimentava. Penso a mio fratello che spiava la culla e al fatto che dopo tanti anni ci ripetiamo che ci vogliamo bene. Penso alla forza che c’era allora per rinascere dopo gli anni bui e alla voglia di prendersi in mano. Penso che sono stato fortunato a nascere in mezzo a tanto amore, che le difficoltà sono state superate, che un futuro migliore si è creato. Penso che è bello avere una storia, aggiungere un anno e cercare di trasmettere qualcosa a chi prenderà il tuo posto. Penso che c’è continuità e che non siamo soli, e che dopo esser nati c’è bisogno d’un amore che ci riconfermi l’amore ricevuto, ma che entrambi restano e non ci lasciano mai soli davanti al mondo.