lo spunto

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Chiunque legga sa che c’è una possibilità magica per pensare fuori del rumore delle notizie: basta andare verso la libreria di casa, ma funziona ovunque ci siano libri, sceglierne uno e aprirlo a caso. 

“Sì, stiamo invecchiando, ma in una società che giorno dopo giorno si organizza in funzione del nostro invecchiamento. Da adolescenti eravamo la bussola della neonata industria della moda e del tempo libero; da giovani eravamo corteggiati dai partiti (ah, il voto giovanile! Andava intercettato ad ogni costo, quel voto); in età matura abbiamo occupato il centro della scena; e adesso che stiamo virando intorno ai sessanta, come una calamita orientiamo sul nostro asse la produzione, i servizi, la politica, la cultura, lo spettacolo… Dev’essere triste constatare ogni giorno di essere minoranza ai margini. Capisco che i giovani ci guardino a quel modo. Non solo gli abbiamo negato il potere, ma gli rubiamo persino la consolazione della giovinezza. 

Marco Santagata, Voglio una vita come la mia. Guanda.

Questa giovinezza che si prolunga riguarda uomini (forse in maggior numero, perché più farfalloni?) e donne, ma che farci? Se ci si sente bene, se il corpo non ha eccessivi acciacchi, se non ci sono problemi economici irrisolvibili, un confronto costante con i propri coetanei o quelli immediatamente più giovani è istintivo, e fatalmente quelli che sono messi peggio si trovano sempre, così cresce la considerazione di sé e subentra l’idea di non età, cioè la percezione di non corrispondere a un modello, di esserne eccezione. Il libro è recente, eppure all’autore, sfugge il fenomeno Renzi, ma un fenomeno è pur sempre un’eccezione e prima che i quarantenni (non tutti, quelli che tagliano radicalmente col passato, e quindi gettano catino, acqua sporca e bambino) prendano davvero il potere vero e non siano strumento di qualche gnomo che sa come funzionano le cose, ne deve passare di tempo. Resta questa impressione di giovinezza fuori contesto che porta a un culto edonistico della felicità. Nulla di male, ma se si persegue esclusivamente la felicità propria, quella altrui diventa poco importante. E ovunque sia, l’infelicità diventa un rumore di fondo che lascia indifferenti. Se la felicità e il benessere sono questioni di merito e la definizione di felicità si sposta decisamente verso l’individuo, allora questo vedendosi -e sentendosi ammirato- per il suo potere e il successo, è facile perda la nozione di ruolo e di età.

Faccio un inciso su meritocrazia: quando nacque alla fine degli anni’50 era un termine negativo perché preconizzava un distacco delle élites dalla gran parte delle persone e ne postulava l’arroganza e l’esercizio del potere in senso non egualitario, poi si trasformò in valutazione positiva da perseguire nella scala sociale ed oggi è proposta come unico modello di mobilità sociale. E’ una trasformazione laica della benedizione divina insita nel protestantesimo che nella prosperità e nel successo vedeva un segno della benevolenza divina, ma senza mecenati o redistribuzione: ovvero chi ha si tiene ciò che ha raggiunto. 

Santagata parla di una generazione, la mia, prediletta dagli dei. Cresciuta nella più grande trasformazione che la storia dell’umanità occidentale abbia conosciuto. Senza guerre, fame, malattie irrisolvibili, in un progresso tecnologico inventato dalle due generazioni precedenti, ma utilizzato al meglio solo ora. Chi ha avuto la fortuna di nascere in un’epoca in cui la crescita era continua, la mobilità sociale per chi studiava o aveva ingegno era assicurata, ora fa fatica a considerare che questa sia stata fortuna e quindi ridimensionarsi in conseguenza. Il fatto che quarantenni determinati vogliano sottrargli il potere è un’ulteriore dimostrazione della sua forza e giovinezza e siccome il confronto si gioca sul momento, il tempo diventa una variabile insignificante. Credo ci sia una intrinseca soddisfazione in qualsiasi conquista e non aver trovato un patto generazionale, comporta che il confronto continui ad esercitarsi, in ogni campo, dal successo economico alla conquista della bellezza, senza una necessità di progetto o prospettiva, perché queste farebbero emergere il tempo come determinante. Ne consegue l’incapacità di vedersi, di cogliere una collocazione sociale che abbia relazione con l’età, porta la giovinezza protratta indefinitamente a creare il mito di sé, la sensazione di non avere altro limite che la propria capacità di soddisfacimento.

C’è inanità nel voler mutare questo confronto, l’incapacità di un passo indietro e di redistribuire la fortuna avuta mettendosi a disposizione. Invece l’abbiate fame di Steve Jobs è precetto intergenerazionale e si esercita in uno scontro continuo, fatto di cose piccole e grandi, di conquiste sul campo. Il male non guarito è quello del confronto su un terreno, quello del potere, che non ha età, ma solo forza e fascino. Questo intacca ogni possibilità di essere noi e condanna all’io. La generazione benedetta dagli dei, può lasciare molte macerie e sopratutto figli che non siano migliori di lei.

n.b. la parola spunto mi è venuta a mente pensando a Boris Vian e allo “sputeremo sulle vostre tombe”, segno di una solitudine infinita di chi alla fine perderà senza lasciare rimpianti.

niente da dichiarare

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Ronzano le notizie del giorno, cose già accadute, consumate. Guardo verso il cielo, c’è un azzurro stinto che sfuma in grigio, nuvole colorate. Lo so che non è vero, ma il freddo sembra mangiarsi la luce. Più bassi, tra le case, alberi zitti, facciate colorate che perdono brillantezza, balconi aperti solo dove si vive. Ieri notte, dagli appartamenti che ospitano studenti sul corso, finestre aperte, musica ad alto volume e voci punteggiate di scoppi di risa. L’appartamento a fianco era buio e silenzioso, ma le finestre erano altrettanto aperte. Le vedevo tra il fumo denso di sigaro e il vapore del fiato. Erano tutti altrove e forse al rientro la casa sarà sembrata meno accogliente, ma la disattenzione è giovane e incurante di utilità, è un tratto d’essere, uno stile. Si invecchia nell’attenzione alle cose.

La luce scema, diminuisce a vista d’occhio, i lampioni sottolineano l’assenza. Magritte ci vedrebbe l’inquietudine malinconica dello spettatore. Chi osserva è privato di qualcosa che altri hanno, fosse solo il tepore giallo d’una casa. L’osservatore non ha ancora pensato agli affetti possibili che sembrano esserci in un posto caldo e intimo, eppure già ne sente la mancanza. Nelle infinite variazioni della curiosità, l’assenza non viene considerata un movente, è quindi possibile muoversi in una scala senza limiti, c’è un desiderio insoddisfatto, una ricerca, una coscienza d’esso quando è già diventato altro. Nel nostro metereopatico oscillare tra stagioni, luce e calore, portiamo le storie in contesti indifferenti. Nulla di oggettivo, solo un ricordo intenso che riallaccia questa sera in un desiderio vissuto chissà dove. A Kiel, forse, oppure a Venezia, o a Odessa, o a Trieste. Era bisogno di calore, nostalgia, affetto, oppure futuro andante, ma molto, molto mosso e precario. Allora cosa conta il luogo? Nulla. Ricordo perfettamente che la luce scemava, si scioglieva tra le case e dietro d’ esse si sentiva rumore di mare, c’era un profumo di legna, il freddo che cresceva, e la sensazione che la solitudine entrava nelle ossa, scorreva dentro e usciva attorno. Non era ancora aggressiva, era curiosa e con la fatica di vivere che cresceva. Si sarebbe potuta riposare entrando in quelle finestre piene di luce, in quel suono di pianoforte, in quella sensazione di caldo che emanava la grande casa fiduciosa. Era tutto inerme e trasparente, e non c’erano persone visibili che passassero da una stanza all’altra, intente a cose belle e loro. Così l’assenza di figure includeva tutto: la pace, il calore, il rifugio contro il freddo e la notte, l’affetto possibile, l’odore tiepido della pelle nell’abbraccio che accoglie, il profumo che si spande quando si è molto vicini, le parole, i sorrisi, il sentirsi. E includeva pure il silenzio che non viene mai detto, quando si è assieme, eppure è così pieno e dolce …

trovare il filo

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C’è eroismo nel perseguire l’inutile. Concedere alla vita imposta solo il necessario e poi tenere il resto per sé, per seguire un daimon troppo spesso conculcato e vilipeso e così ricondotto ad una dimensione conchiusa, domestica. Non è forse quella la dimensione in cui nascono i segreti, prima personali e poi condivisi dall’evidenza, prima che dalla necessità e dal ragionamento, e che escono a stento? Così sulla parete si allineano un numero imprecisato e impressionante di piccoli barattoli di vetro tappati (Bormioli?), tutti uguali, su stretti scaffali di legno volutamente non verniciato. L’odore che si sente nella stanza è quello del truciolo e della resina mescolato con le abitudini, i riti, e forse i cibi, che certo appartengono ad una sfera  privata. I vasetti hanno contenuti illustrati da etichette scritte a mano con inchiostro stilografico e costringono ad avvicinarsi per leggere. Peccato perché l’effetto d’insieme così sfuma e si perde, ma non si può avere particolare e insieme allo stesso momento, bisogna lasciarsi prendere e basta. Ed è grandiosa la sensazione nella sua indeterminatezza.

Ci sono terra e sabbia di vari colori e provenienze, caratteri di piombo di tipografia, pezzetti di legno con tracce di dipinto e una parte di un viso, insetti vari immersi in un liquido, un pezzo di cemento del muro di Berlino, altri pezzi di altri muri, frammenti azzurri di azulejos, campanellini di argento e bronzo, piccoli animali di vetro, plastica, metallo, molte rocce e minerali classificati per genere e provenienza, cristalli, stoffe colorate diverse, classificate per fibra, raso di seta e damasco, carta scritta e spezzettata a frammenti larghi in cui si leggono pezzi di frase, tabacco in foglia e conciato, vetri multicolori a tasselli, tessere di mosaico, liquidi colorati, conchiglie piccole, semi differenti con l’indicazione della pianta, infiorescenze secche di aromatiche, spighe di cereali vari, piccoli meccanismi, diversi carillon, movimenti di orologi meccanici, quadranti di orologi di varia foggia, componenti elettronici prima della miniaturizzazione divisi tra resistenze, condensatori, diodi, transistor, mine di matite colorate, trucioli di legni diversi divisi per essenza, soldatini di plastica e di piombo, astronavi trovate nelle merendine di fine anni ’50, limature di vari metalli classificate per resistenza e durezza, calamite recuperate da oggetti diversi, calamite a ferro di cavallo, coriandoli di fotografie che rivelano particolari staccati dal contesto, foto ritagliate, celluloide a pezzi, fotogrammi, pellicole arrotolate, lenti di vetro, ditali di varie fogge, materiale e colore, piccoli solidi geometrici di cristallo, pennini, inchiostri, gomme consumate, gessetti, pastelli di cera, numeri di legno della tombola, lego, manine di bambole e burattini, perline da infilare, ruote dentate, piccolissime viti d’ottone d’orologeria, fili colorati e lampadine da presepe, piccoli frutti essiccati rossi, neri, bruni, verdi, pepe in grani multicolori, modellini d’auto, navi, aerei, monete metalliche di vari stati ed epoche, carta moneta, dadi, nodi diversi fatti con funi bianche, scaglie di colore puro, pezzi di domino di avorio (?), petali di fiori essiccati e boccioli, bacche, radici, fili colorati di rame a pezzetti, vasetti vuoti con scritto aria di varie provenienze, foglie secche di alberi diversi classificate per famiglia, piccoli biglietti rettangolari di treno o di tram di cartone spesso, biglietti da visita, fornelli di pipa di terracotta, ceramica, pannocchia, carte da gioco di varie città (solo fanti e cavalli ?), fiammiferi colorati, scatole di fiammiferi, parole ritagliate, molti vasetti di parole e numeri scritti su striscioline di carta sottile arrotolata, caratteri di lingue sconosciute, biglie di vetro con l’interno colorato, tappi corona di birre e bibite strane, tappi di champagne, lampadine per pile, fiocchi di fibre tessili varie. E molto altro ancora.

Bisogna trovare un filo, se c’è un filo, che unisce tutto questo. O una passione, o un’inquietudine che si placa, o una mania. Qualcosa c’è, ed è la cifra di una vita, qualcosa di molto intimo che non ho avuto l’impudenza di chiedere, e così ho detto quello che pensavo: che meraviglia.

punta dogana

E’ bello andarci adesso, nel pomeriggio. Fare tutta la fondamenta, magari fermandosi allo squero di san Trovaso e nella piazzetta vicino alla chiesa per godersi il sole. E voltarsi verso il tramonto. Lo sfondo dei colli euganei ingentilisce anche Marghera, che non è brutta da questa distanza, anzi un arco di tubi, qualche torre troncoconica di raffreddamento, le guglie del craking con il pennacchio di fiamma possono pure essere suggestive. Nelle giornate limpide, da Venezia, si vede tutta la corona di colli e prealpi illuminata dal sole ed è uno spettacolo impagabile. Ma non da qui, dovremmo andare verso santa Marta, qui ci dobbiamo accontentare dello Stucky, dei colli e di Marghera e di una infilata di tutto rispetto, tra la Giudecca e le Zattere, fatta di case, marmi bianchi, mattoni, chiese, acqua. Mica poco. E poi ci si gira e si guarda verso San Giorgio. Ma non siamo ancora arrivati e perdiamo tempo. Qui si perdeva tempo. D’estate lo si perde ancora seduti ai tavolini dei bar sulla fondamenta. Quand’ero ragazzo, anche si nuotava in canale, c’erano dei camerini bianchi e azzurri, una piscina delimitata da pali e reti nel canale, le ragazze che prendevano il sole. Poteva essere Trieste e Barcola, ma io non lo sapevo e stavo al sole, chiacchierando con gli amici e cercando di crescere. Un padovano a Venezia, guardato con un po’ di sospetto, accolto per amicizia. Si perdevano gli ultimi giorni di scuola, era ebbrezza di vita, non la prima e, per fortuna non l’ultima, una delle tante iniziazioni al vivere. quelle che non finiscono mai. Ma sto divagando.

Da san Trovaso, dopo i Gesuati, la riva cambia, diventa più solitaria e man mano ci si avvicina ai magazzini del sale, le persone rarefanno. Vi consiglierei di andarci con una persona con cui siete legati, l’aria di novembre è fredda, ci si stringe, i baci e gli abbracci verso punta dogana sono un’esperienza bella. Comunque si arriva e qui le cose cambiano ancora una volta. per me almeno. Sulla sinistra c’è il bacino di san Marco, sulla destra san Giorgio, la punta è davvero punta e divide l’acqua, la luce, il calore, le sensazioni. Sono due bellezze differenti, alle spalle ci siamo lasciati il sole che tramonta, davanti le luci della città gloriosa. Guardando verso palazzo Ducale ci si aspetterebbe un doge alla balconata centrale che accolga le navi che portano l’oriente, le spezie, la luce. Perché i veneziani, l’oriente l’hanno sempre avuto nel cuore, come quell’Enrico Dandolo, che dopo aver comandato una crociata, aveva pensato bene di abbreviare la strada e trasferire Venezia a Costantinopoli ed ora è sepolto a Santa Sofia. E quel doge che non s’affaccia vede, navi con il pavese issato, l’orifiamma sull’albero maestro, i vessilli con il leone, gli alberi e le vele in manovra. Non quei palazzi di ferro che passano ora con migliaia di turisti vocianti, vede navi da mar e da laguna. Navi da ricchezza, panciute e pronte a percorrere il mondo, ma soprattutto il Mediterraneo e l’oriente. Forse questa visione di Venezia potrebbe essere ancora attuale, città che appartiene al mondo e città che cresce nel Mediterraneo, che è legame e punto di scambio e ricchezza comune. Cultura, intelligenza e fare, come un tempo. Ma divago ancora, guardate, invece, quanto è bella la riva degli Schiavoni, le luci, le barche e le rive piene di persone, e anche la dimensione malinconica che si porta ogni sera con il bisogno di caldo e di luce. Ma non ascoltatela più di tanto, restate in equilibrio sul limite, perché è bella quell’aria che invita a trattenersi ancora un poco. E’ come la speranza, che chiede di trattenersi ancora, di indugiare, di aspettare.

San Marco è un punto d’arrivo e di partenza, san Giorgio è la città che resta, che non va, che si trattiene e costruisce. E’ bello san Giorgio, bianco, mirabilmente proporzionato, intuibile nei suoi chiostri che aprono altri orizzonti. Guarda un altro santo, un altra piazza e pur senza essere piazza, è spazio e presidio, chiesa solida, struttura, trionfo organizzativo. Bello capire che qui c’è uno spartiacque tra poteri, da un lato quello temporale che aveva una basilica come cappella del doge, il commercio, la ricchezza, l’oro e la potenza, dall’altro l’ordine benedettino riformato e risorto a Padova, nerbo di un intendere la vita come apprendere e fare, una chiesa che ha terre, capacità, oro e potenza, altrimenti. Per capire ciò di cui parlo basti pensare che chi progettò chiesa e chiostri e sale era Andrea Palladio e che l’immensa parete del refettorio aveva tra le sue meraviglie una tela enorme commissionata al Veronese, le nozze di Cana, trafugate poi da Napoleone e portate al Louvre.  E così anche la pittura parlava di una munificenza senza limite, di una capacità di risolvere i problemi e mantenere la festa che solo i veneziani potevano avere. Vedere da punta dogana, San Giorgio maggiore illuminato dall’ultimo sole è bellissimo, poi la notte pian piano lo spegne, lo acquieta in una pace che sembra sonno, mentre la riva di fronte è piena di luce, di vita e di persone.

Siete arrivati in punta e sentite l’aria che si raffredda rapidamente, avete la sensazione che ciò che brulica tra acqua e terra sia un contenitore, una chambre marveilleuse, dove voi potete vedere ciò che avete dentro oltre la meraviglia che sta fuori. Uno spartiacque tra due mondi, un limes che qui si integra, la città da un lato, lo spirito dall’altro e il tutto percorso dalla vita, dai bisogni, dall’ordinario, dai desideri, dalla crescita, dalla necessità. Un luogo in cui tornare, e così doveva essere per chi aveva, come i veneziani, per pavimento il ponte di una nave e per soffitto il cielo. Godetevi la punta e la visione, almeno per un poco, stringete qualcuno a voi e poi ci sarà tempo. C’è sempre tempo. 

non c’è niente da capire, al più qualcosa da sentire

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Sapevo che le parole, il significato, il ritmo di quella sequenza che le teneva così bene assieme, non l’avrei tenuto a mente se non avessi copiato quel pensiero. E’ così che si sono riempiti quaderni e cassetti di appunti. Ma spesso non era possibile farlo e allora quel concetto, che mi pareva così bene espresso, si sarebbe perduto. Cercavo di mandare a memoria le parole, mi pareva di riuscirci, ma poi si scambiavano, qualcuna si perdeva finché quello che restava era una schifezza da dimenticare. Non sapevo da cosa venisse quell’equilibrio magico (a me pareva tale), non c’era sempre e spesso non produceva quell’effetto di movimento che sembrava un ritmo, un suono, ma quando c’era mi sembrava che in quella frase ci stessi dentro tutto. Cioè quello che potevo fare, essere, diventare, se solo avessi avuto calma e tempo. Poi ho imparato che non era possibile trattenere tutto, che il senso di perdita non era giustificato, in fondo ero sempre io e tutto era dentro di me, come fossi un cesto di giocattoli e bastava mettere dentro una mano e qualcosa da guardare con sorpresa ne sarebbe venuto fuori. Un ricordo è come un giocattolo vecchio, non serve più per giocarci e neppure è importante se funziona, è un pezzo di noi, di qualcosa che ci ha fatto essere, ed io avevo la fortuna di ricordare. E di mettere assieme ciò che c’era con quello che ancora non c’era. Vedete, è facile stupirsi per qualcosa di inusuale e bello, per un tramonto, una persona stupenda, un’intuizione che svela, ma per un insieme di parole è più difficile e capivo che la cosa riguardava me, non altri. Gli altri potevano ascoltare, vedere, se ero bravo, le cose che io vedevo, ma quel suono e quella bellezza di significato era una faccenda personale. Che poco rilevava, che non era utile e non produceva nulla di tangibile o economico. Ma ero io e se accettavo che quelle parole si fossero messe per chissà qual motivo in quell’ordine, acquisito quel significato, accettavo me. Un sognatore o un flaneur accetta la sua natura e mette in comune ciò che può, sa che quello che vien fuori dalla sua testa può annoiare, infastidire, non essere capito e questo spesso lo ammutolisce. Ma quando racconta ciò che sente non è per mostrare quanto è bravo, ma per dire: vedete, ci sono persone che esigono molta pazienza per essere capite, strane, particolari. Si può farne a meno, ma se vi interessa capire ciò che dicono dovrete fare un po’ di fatica. Come per un cruciverba o un rebus incrociano significati e se talvolta ne viene un motivo per riflettere, ecco, era tutto quello che volevano comunicare.

pretese

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E’ come dire: non capisco la matematica. Oppure: non mi piace la poesia. Ed esserne pure contenti. Eppure controlliamo il resto, guardiamo l’ora per sapere quanto manca a qualcosa d’importante, ci fermiamo a guardare un tramonto, ci commuoviamo per una musica, ecc. ecc.  Adoperiamo l’aritmetica, preferiamo e gustiamo il bello, anche senza esserne educati. In quei momenti, forse, vorremmo capirne di più, per goderne di più. Allora può essere indifferente, o addirittura motivo di gloria, non capire i sentimenti, farci la scorza, e non sapere (che poi significa scambiare e comunicare) di cosa si parla quando usiamo parole come amore, condivisione, affetto, tristezza, solitudine, ecc. ecc. ?

E se questa fosse solo un’ incapacità culturale, una timidezza ad entrare in campi troppo sensibili e pericolosi, divenuta carenza d’educazione, allora ciò che sembra lasciato all’intuizione e sensibilità del singolo, avrebbe di una grammatica, delle regole sintattiche, e così sostanza e sfumature emergerebbero ben oltre l’apparenza, la superficialità, il sentire innato. Un tempo solo alcuni studiavano, e usavano il sapere, il resto brancolava nell’istinto e nella fatica dolorosa delle vite, così, oggi, i sentimenti sono ancora terreno in cui al più giova l’esperienza e nessuno insegna come entrarci, rimanerci, uscirne. E come viverli al meglio. E si vede cosa ciò produce.

il pescetto di liquirizia

Un pescetto, una lira. Nero di gomma e liquirizia, perfino bello con le sue scagliette accennate. 10 lire, dieci pescetti, messi in un pezzetto di carta bianca, accartocciata con perizia. O in una bustina, ma più di rado: le bustine costano. Il vaso dei pescetti è di vetro, esagonale con una bocca larga da cui si attinge con una piccola sessola. E’ accanto ad altri vasi uguali con diverse leccornie colorate, ci sono anche delle more di liquirizia di varie misure e delle palline ricoperte di micropalline colorate e dure, ma costano di più. Quanti pescetti ci sono in un vaso? Una ricchezza. Ho imparato il valore della lira così: una lira un pescetto. Anche il valore del condividere ho imparato, pescetti e more di liquirizia, terra catù, o tabù erano beni comuni, chi le teneva per sé era un avaro. Cajia, si diceva in dialetto, attaccato alle cose, taccagno. Era un’ offesa importante.

Ci sono i nativi digitali, gli euro nativi, io sono un lira nativo, anche se la lira rarefaceva come moneta reale già quando ero bambino. Mi piaceva il pesce che c’era sulle 5 lire, mi sembrava evocativo di ciò che potevo comprare. E la spiga delle dieci lire era segno di opulenza, il pane che stranamente più o meno aveva lo stesso valore. 10 lire un panino croccante.  Capivo meno la cornucopia sulla liretta, non sapevo cos’era, e anche se andava meglio la bilancia sull’altro lato, l’equivalenza pescetto-lira era un processo astratto. E mi sembrava quasi una magia il fatto che con una moneta mi dessero 10 pezzi di piccolo piacere, magia assimilata nel concetto di valore. Ho fatto più aritmetica in latteria che a scuola, compresa la soluzione immediata di problemi di calcolo. A scuola c’erano spesso mele e patate da comprare, vasche da bagno che si riempivano in continuazione, tempi da calcolare, resti da pretendere, dalla lattaia tutto era immediato, rapporto uno a uno, resti non ce n’erano mai.

Spesso non so che fare dei centesimi di euro, me li chiede il supermercato, che ho scoperto essere taccagno, cajia, mentre il posteggiatore, per l’offerta sotto l’euro, mi guarda malamente. Bisogni e valori diversi. Però un centesimo è 20 lire. C’è il tracollo del valore in questa corrispondenza e con un centesimo di euro non mi danno neppure un pescetto. Ecco il difetto dei lira nativi, hanno la percezione di un’assenza, di un tracollo, di qualcosa che si è deteriorato e che poi ha mutato nome per nascondere la realtà che cambiava. Come se l’entropia venisse mutata in qualcosa di accattivante, chessò euforia ad esempio e l’universo non degradasse più. I leader politici fanno abitualmente questa permutazione di significati, tanto gli indici di de-crescita non li guarda nessuno. Che sia questa la decrescita felice?

Il lira nativo torna al pescetto che è la base di valore della soddisfazione originaria: piccola, ripetibile fino alla saturazione del gusto. Quanti euro mi servono per avere la stessa soddisfazione? Provate a rispondere, le implicazioni sono tali e tante che la cosa è solo apparentemente banale.

tra confine e città

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Il sommaco non lo sa che c’è un confine. sia pure di seconda categoria, dove si passa a piedi e nessuno ti controlla. Non lo sa e macchia di rosso l’una e l’altra valle, indifferentemente. Si distribuisce e radica con la caparbietà della vita. E qui la vita è anzitutto caparbia. Difficile per il terreno, difficile per la precarietà, difficile e muta perché si parla poco. La commistione è facile, ma quella ci pensano gli uomini a renderla difficile. E per mescolarsi si devono superare gelosie di luogo, lingua, spazio. Eppure l’imperativo della vita è ibridarsi, trarre il meglio da ciò che viene offerto, poi si verranno distinzioni, identità e sospetti che sono più paure. Ma l’imperativo sarebbe: mescolatevi e sarete biologicamente migliori. Sul confine tutto si mescola eppure si distingue. Anche i modi per portare un servizio, la luce o l’acqua sembrano segnare diverse modalità e intelligenze. Sul crinale, verso il lago, corrono pali e fili elettrici. Per qualche oscura deviazione mentale, ovunque vada la mia attenzione è attratta dall’ordine in cui pali e fili sono posti. Mi sembra che questo abbia un significato oltre l’utile e le abitudini. Negli Stati Uniti e in Canada, grovigli di cavi nei vicoli, trasformatori appesi, accade anche in Portogallo, in Argentina, oppure in certe aree africane e medio orientali. Qui, invece, pali di legno o tralicci, seguono crinali, le città sono abbastanza libere da cavi, trasformatori sulle case non se ne vedono. Come se per qualche oscura, residua, forma di rispetto la ferita di un palo e d’un filo che tagliano l’orizzonte venisse ridotta a tracce che si susseguono, strade aeree per equilibristi e uccelli e i grovigli vengano nascosti chissà dove perché almeno qualcosa venga risparmiato. Ma oltre ai pali, i fili e gli alberi, non c’è nessuno. La solitudine pervade tutto. E non solo è più difficile vivere da queste parti, ma si nota l’assenza d’uomini e di macchine. Le strade sembrano portare verso un nulla che è dietro l’ultima curva. E così nei paesi i movimenti lenti fanno sembrare tutto più vecchio, affaticato, così anche nei gesti sono lontane le frenesie di Milano, le luci notturne di Roma, il semplice assembrarsi nelle piazze di città. Qui tutto è rado. anche gli uomini. E allora per chi è tutta questa bellezza? Con questa domanda tra solitudini gloriose d’autunno, tra scrosci di pioggia tappezzate di rossi, gialli e cremisi si scende a Trieste. E la città è calda di scirocco, luccicante di pioggia, vociante di chiacchiere serali attorno ai bar. Ma negli spazi, sul molo Audace, la pioggia ha cacciato i soliti perditempo, e anche Piazza Unità, stasera, è stranamente libera da persone. Sarà per questo che tra gli ultimi sprazzi di luce, emerge una bellezza violenta di edifici e manufatti deserti, apparentemente senz’uso. Non c’è un utile stasera, la pioggia l’ha spazzato con piccole raffiche di scirocco. C’è solo bellezza di pietre ordinate, di luci, di calore che trapela dalle vetrine dei negozi, dei buffet, dei ristoranti, dei caffè famosi. E c’è solo bellezza nel gesto d’una bianca ballerina di strada che prova i suoi passi nella piazza. E’ avvolta nel suono di un violino, accordato un po’ approssimativamente e si muove, in questa oscurità che cresce, leggera, muta e perplessa. Come il vento.

elogio della verza

Con i primi freddi, anzi con la prima brinata, le verze che erano ben presenti in ogni orto, diventavano più buone. Così si diceva, forse perché la fibra dura delle foglie esterne, ghiacciando, diventava morbida. Mio nonno allora cominciava una cura a base di zuppa di verze, il broeton (gran brodo, forse per la quantità di liquido che accompagnava le foglie), e di verze soffegae (soffocate dal coperchio, stufate). Sembrava fosse una dieta dimagrante e depurante in preparazione degli stravizi delle feste, ma soprattutto era un antidoto al freddo che entrava da ogni interstizio (e ce n’erano molti) nella casa. Di sicuro qualche effetto l’aveva perché qualche chilo lo perdeva. Lui sosteneva che la verza aveva proprietà sgrassanti visto che si accompagnava così bene con il maiale. Le spuntature, le costicine, i cotechini, insomma dove c’era grasso la verza assorbiva. Così diceva mio nonno che tutto era fuorché un nutrizionista. Di certo gli piacevano i sapori forti, quelli di pianura, da nebbia e da gelo. Tornando a casa col tabarro, sul birocio col cavallo o in bicicletta doveva avere un freddo terribile. Tutto era frammisto nelle diete di periferia che era già campagna. La verdura aveva dominato estate e primavera, l’autunno era stato un po’ più parco, ma col gelo c’era poco. Era tempo di carciofi, radicchi di campo, trevigiano da imbiancare per marcitura delle foglie esterne e poi le verze, i broccoli. Le patate erano scorta di carboidrati che non mancava, ma la verdura fresca serviva, eccome se serviva, visto che le vitamine della frutta erano precluse. Quand’ero bambino ricevevamo due casse che a me piacevano come contenitori per i giochi, erano fatte di vimini e scorza d’albero intrecciate, piene di arance, limoni e mandarini, mandate da amici di Latina ed sempre manomesse perché gli agrumi, come datteri e banane erano merce rara e costosa. Ma erano una festa a parte, che non era frequente né diffusa.

Per trasmissione culturale, credo, i nonni mi iniziarono alla cultura della verza, università essenziale del sapere padano. Non quello di Bossi e Salvini, ma quello che scorreva da migliaia d’anni nella valle più produttiva e a quel tempo povera, d’Europa, la pianura padana. La verza la si trova ovunque nelle ricette invernali delle regioni della valle, nella cassoela milanese, nelle ricette piemontesi ricche d’agli, fino farle parlar slavo e mescolarla con i fagioli nella jota delle valli friulane dove l’Italia non si distingue più dalle propaggini dell’est. A casa sarebbe stata, assieme al baccalà, ai radicchi con pancetta e gli gnocchi, una costante invernale. Come il freddo e la neve. Credo che poche piante siano generose e umili come la verza e che poche si prestino altrettanto all’estro: dall’essere bollite per stomaci deboli, sino al trionfo della stufatura e al sapore sapido che da chissà cosa viene estratto considerata la semplicità che l’accompagna nella preparazione. Quindi semplicità, umiltà, generosità, doti che accompagnavano i popoli della pianura, avvezzi a conoscere invasioni d’altri e forse per questo dotati di un relativismo salutare. Dalle mode culinarie straniere, dalle culture, traevano quello che poteva essere coltivato e incontrare il gusto. Credo che gli gnocchi conditi con zucchero e cannella di tradizione tedesca e triestina difficilmente avrebbero attecchito in alcune parti povere del veneto, nel polesine o nella bassa padovana ad esempio, se non fossero stati il succedaneo festoso ma compatibile dei blasonati agri dolce, dei saor raffinati, della repubblica del leon. E così per il cren che nelle ruvide basse accompagna ancora i bolliti, mentre nelle parti più raffinate e pedemontane il dolce e il pepe si mescolano nelle mostarde, nella pearà, nella pevarada e poi mutano sino agli gnocchi con le susine e nelle brovade di confine .

Una cucina povera e ricca di sapore, accogliente e discreta, era la più bella metafora delle persone che ho conosciuto da bambino. Metto due ricette semplicissime, che faccio abitualmente e non per nostalgia, ma perché mi piacciono proprio nella loro ruvida schiettezza:  

La verza, meglio grande, viene lavata e privata delle foglie esterne con la costola più dura, queste vengono sminuzzate in pezzi più piccoli o affettate a strisce corte. In una pentola capiente, si mette a soffriggere una cipolla tagliata sottile con uno spicchio d’aglio, appena il soffritto è biondo si mettono le foglie sminuzzate, poi si aggiungerà anche il torsolo tagliato a pezzi. Si lascia che le foglie si insaporiscano per bene e poi si aggiunge acqua in relazione alla consistenza della zuppa che si vorrà ottenere. Si mette il sale grosso e si copre e si fa bollire molto a lungo. In pentola a pressione almeno 40 minuti, oppure un’ora e 20 e più in pentola normale. E questo è il broeton che va servito caldissimo, con olio crudo, pepe e formaggio. Una volta si usava polenta fredda dentro il brodo, oppure pane biscotto.

Oggi l’ho fatto con il cous cous alla faccia del sindaco della lega della mia città che non riceve il console del Marocco e devo dire che era proprio buono.

Per fare invece le verze soffegae si taglia il resto di verza in quarti, con la parte delle foglie più tenere e centrali, mondate del torsolo, e poi a strisce sottili. In una padella si soffrigge cipolla e aglio e man mano si mette la verza, si condisce con pepe e sale e con un po’ di dado granulare. Si copre e si mescola ogni tanto. Alla fine, quando le verze sono color giallo carico (25-30 minuti) si spruzza d’aceto e si consuma a fuoco alto per un minuto. Vanno bene come contorno per carni o anche da sole se arricchite di salsiccia sbriciolata e cotta assieme.

A casa usavano strutto, ma si può benissimo farne a meno. Con le foglie più tenere si può cucinare la verza lessa e condirla con olio e sale, oppure con la parte più interna, i cuori, tagliatii sottili e soffritti farne un brodo per i risi e verze. Insomma ci si può sbizzarrire nella semplicità.

Questo al nonno scappato di casa perché amava i cavalli a 14 anni e ritrovato dopo sei mesi in un circo a Napoli, sarebbe piaciuto. 

così immagino

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Così immagino il tavolo ordinato e penso al mio, ingombro di cose da fare, di idee interrotte, di appunti, di riottosità per ciò che si dovrebbe. Sul tuo c’è un foglio, una penna, un tablet. Rigore come il bianco alle pareti. Rigore come il tentativo di un ponte verso l’innocenza. Rigore per accedere all’ordine della perfezione. E’ ordinata la perfezione? Mi piacerebbe parlare con te di tre parole guida: innocenza, super io, serenità. Partendo dalle sensazioni, come quando ci davano i temi scuola e un legame bisognava pure trovarlo tra il poco appreso e ciò che ribolliva dentro (e che voleva uscire). Potremmo anche parlare di ormoni e di libertà, di tangibile, materico, sensuale e anche di etereo, romantico, passionale. Tutto messo assieme, agitato per bene, reso urgente. Era lì la natura del disordine? dell’inquietudine? Immagino, ma è un mio pensiero, che senti il disordine come antitesi di una purezza primigenia, un peccato contro il nitore. Era ordinato il prima del ribollire ? Era un facile comporre le forze anarchiche del desiderio nella quiete delle cose al loro posto? Approvazione. Di chi? Perché? Che ci sia sempre il bisogno d’un amore interrotto alla base di tutto? Sembra di muoversi su una spirale che mentre ci allontana fa vedere la vita che si ripete, era solo un poco prima, e il centro, da cui emana o converge è sempre un po’ oscuro. Sembra tenere più energia di questo evolvere pigro che allontana, il centro. Si va sempre verso l’esterno con le gambe e verso l’interno con la testa. Il cuore va ovunque, ma chi lo ascolta davvero, il cuore?

Fuori dalla finestra, dalla porta, il verde e gli alberi. La collina si arrampica verso le case. La strada è venuta dopo, prima i sentieri. Gli alberi, e ancor più gli arbusti e le erbe, non hanno altro ordine che il reciproco vivere. Sgomitano ma trovano sempre un equilibrio conforme alla vitalità. Quello che ribolle anche in te e che hai altrove condotto e regimato. Diversioni da sé. Le pratichiamo tutti e a larghe mani, perché essere è fatica. Nei miei ricordi di bambino, il disordine non mi ha mai infastidito, erano gli adulti che lo pretendevano. Anche in quei quaderni ricchi di aste e linee orizzontali lo volevano. E in quelle associazioni strane di lettere e suoni: celo si scrive con la i, ed è cielo. E io scrivevo e cancellavo, perché gli occhi contraddicevano le orecchie, il suono. Finché si aprì un buco nel foglio e piansi. Da allora il cielo ha una i e dentro ha un colore senza troppe vocali. E un piccolo dispiacere. Conformarsi.

Come sarebbe stata la scrittura primigenia senza obbligo di conformità ad un codice comune? L’armonia delle linee e dei tratti. Un ideogramma per mettere assieme pensiero e sua rappresentazione. Un codice senza sintassi. Efficace tra pochi, avrebbe impedito lo sviluppo dell’umanità. Niente regole, niente letteratura, niente matematica. Divago. Il dottor Divago perduto tra necessità e libertà. Guardo il foglio con l’immaginazione e lo vedo bianco. Nel cestino, appallottolati, i pensieri da gettare. Ordine. Il tablet e il pc conservano tutto ciò che vogliamo e ci presentano sempre una pagina pulita. L’apparenza ordinata dell’elettronica e del digitale, sotto c’è un magma di fotografie che non verranno analizzate, spesso neppure riviste, pensieri sbozzati, testi che si consumano nella loro formalità e conseguente inutilità. Come una voragine la memoria magnetica ingoia tutto, non discrimina e restituisce l’apparenza dell’ordine. Il disordine è madre di tutte le cose e si espande come una spirale sfrangiandosi d’energia, ma qualcuno ci convinse che abbiamo bisogno di perfezione al posto della imprecisione. Non ci resta che l’armonia per liberarci dal mito della perfezione e dall’innocenza. L’armonia, e l’equilibrio che non è un suo sinonimo, per rispondere a sé, non ad altri. Una condizione di forza.

C’è un ordine nell’armonia. Riguardo la congerie magmatica del mio tavolo, come una eruzione che ridisegna il mio paesaggio interiore. Vale se perseguo l’armonia altrimenti ne sarò, più o meno felicemente, travolto. Ma tu su quel foglio bianco, cosa scriveresti?