pulviscolo

20151105_144413

Complice l’ora che preannuncia il meriggio (ricordate il meriggiare pallido e assorto?), tra le piante, s’ indora di sole un pulviscolo. Accade anche in primavera, ma adesso quello che allora era pullulare fertile di vita, esita a posarsi. Come intuisse che altro cadrà su lui. Foglie, piccoli rami, zampettare d’uccelli in perenne cerca di cibo, strati di materia ch’era viva altrimenti. Quel pulviscolo si trattiene in aria, s’appresta, ma non cade. È un funambolo che sfuma i contorni, attrae l’attenzione, segna la luce.

Sulla strada, auto veloci e disattente. Il parco è vuoto, neppure i bimbi lo frequentano, impegnati nel diventare altro da sé. A noi invece, con la voglia d’ubiquità che ci portiamo dietro, sfugge il mondo. 

In un segmento ci sono infiniti punti, ma solo due sono i terminali d’esso. Ecco, c’accontentiamo del punto A e del punto B, e ci pare una gran conquista l’esserci giunti a tempo, mentre il resto è solo suolo da calpestare. Peccato perché ha infinite meraviglie che durano un attimo e poi già sono altro.

piume e foglie

20151029_145921

Nell’aria cadono piume,

uccelli d’autunno e questioni di posto

in piccole baruffe, subito spente. 

Oltre, le foglie,

posano anch’esse. 

e lo stesso albero,

in cui s’aggrappano ora smemorati contrasti,

si scioglie al suolo,

in fulgori di colore,

inutili e cangianti alla vita.

Alto, il sole, allieta ed illude,

noi, 

che il tempo abbiamo scordato.

del dolore

Faccio fatica a guardare la foto di una madre che abbraccia la figlia prima di essere uccisa perché ebrea.  

https://www.facebook.com/ShlomoVenezia/photos/a.10151253417964666.482792.44828619665/10153692251269666/?type=3&theater

Accadde innumerevoli volte e accade ancora. La contabilità dei numeri  non esprime la grandezza e l’atrocità del sentire. Così con ancora più fatica, penso e immagino, il dolore che hanno vissuto quelle persone. Un dolore che faceva preferire la morte. Quel dolore non ha insegnato nulla. E di questa morte, come di altre abbiamo testimonianza, ma di tutte quelle che sono state morti altrettanto dolorose e silenti, non resta nulla.

Può insegnare qualcosa il dolore? Intendo dire, ai popoli, ai governanti, alle persone comuni?

Può mutare una decisione, un gesto a qualcuno che non sia chi ha vissuto il dolore?

E se il dolore è solo un fatto personale, cosa resta di esso?

volti

IMG_0798[1]

Questa fotografia è stata scattata nel 1968, durante la festa delle matricole, poi di fatto abolita dalla contestazione. Non conoscevo gli studenti fotografati. L’ho conservata pur essendo priva di riferimenti personali. E di fatto non contiene nulla. Nulla di conosciuto.

Già allora mi piaceva fotografare volti, figure, corpi, mi sembrava che le storie contenute si potessero intuire da una espressione del volto, da una posa, dagli occhi. Mi sono chiesto, e lo faccio ancora, come si sono svolte le loro vite. Dove sono adesso. Ho la sensazione che nei volti ci sia una continuità che resta, come un’eco di qualcosa di accaduto.

Non sono mai stato un gran fotografo, ma mi piaceva, già allora, fissare ciò che percepivo, intuivo. Stranamente il vedere veniva dopo, magari leggendo la fotografia in camera oscura. Associavo le fotografie a un pensiero, a un suono, un odore. Di allora restano parecchi negativi, spesso non stampati. Mancavano i soldi.

Mi accorgo che documentavo qualcosa a me stesso.

Fotografavo spesso sconosciuti e privi di particolarità forti. Oggi si guarda una foto per riconoscersi (teologia del selfie) oppure per riconoscere o per meraviglia. Il resto fa parte di quel mondo poco interessante che è la realtà. E pur fotografando la realtà mi pareva di distorcerla con le persone, con i loro pensieri, le attese, la normalità unica d’ogni vita. Per questo volevo aggiungere i volti alle cose, perché loro avevano un’altra percezione rispetto alla mia. Ed io non l’avrei mai conosciuta, ma ritenevo possibile che essa in qualche modo mi arrivasse.

Devo dire che anche adesso ho la stessa illusione e che nel fotografare spesso cerco qualcosa d’altro rispetto a ciò che apparentemente vedo. Non sarò mai un buon fotografo, ma in fondo la fotografia è una scrittura e l’adopero come mi viene. Proprio come le parole.

la macchina di babele

cropped-cropped-img_9726.jpg

Per quelle strane coincidenze, che non sono tali, George Gamow, matematico americano famoso negli anni’50 e Jorge Luis Borges, scrittore molto famoso in quegli anni e pure dopo, ipotizzavano in libri totalmente diversi, della generazione automatica di testi. Gamow immaginava una stampante automatica in grado di combinare le lettere e gli spazi, che operava senza limiti di tempo. Questa macchina avrebbe prodotto tutti i testi già scritti, anche quelli perduti o solo pensati e quelli ancora da scrivere. Bastava discernere il buono da ciò che era semplicemente una sequenza informe di spazi e di lettere. Fatica a suo modo infinita come la produzione dei testi.

Borges, nella Biblioteca di Babele, mostrava tutti i libri già raccolti in una biblioteca circolare, ed era un universo ben più inquietante nella sua indifferenza, ma il contenuto era lo stesso: si poteva generare qualsiasi libro scritto o da scrivere, metterlo in uno scaffale e forse qualcuno l’avrebbe letto e scoperto, ma anche no. Sarebbe comunque esistito lo stesso.

Il pensiero che si disperde, non solo nelle nostre menti, ma anche quando viene fissato, è la raffigurazione della babele dei contenuti che ci sono nel mondo ed ora nella rete. Universi che parzialmente si fondono, verità e menzogna che si sovrappongono, impossibilità nel discernere, nell’apprendere anche solo in piccola misura il desiderato. Dispersione di pensiero e infinite biblioteche di Alessandria che hanno avuto e avranno il loro carnefice. E diverse e parzialmente rinasceranno.

Ci si stringe in gruppi, in crocchi che parlottano tra loro, per evitare la dispersione. Questo può essere emblematico di una disperazione sottesa, di una solitudine che condanna il rapporto tra pensiero e sua manifestazione, oppure può parlarci dell’unico e della sua parziale riproducibilità. Come per gli infiniti testi, gli infiniti pensieri non saranno mai gli stessi, si perderanno già dentro in noi. Ma pezzi di pensiero riemergeranno in altri, in contesti e fattispecie differenti. Li riconosciamo e generano affinità. Molto sarà perduto, ma cos’è il molto rispetto all’infinito e al relativo che esso genera. Non possiamo averlo il tutto, ma chi cerca, o anche è solo curioso, trova. Ed è stupefacente cogliere qualcosa che ci assomiglia nelle parole di un altro. Non è noi, ma ci dà la sensazione bellissima di non essere soli.

18.03



Sono le 18.03, l’ora del rosso degli stop. Delle code col verde dei semafori. Lampeggiano insegne di farmacie, bar, supermercati e offellerie. Immersi nei gas di software taroccati, c’è chi guarda il nulla, chi il telefono, e pochi il tramonto che gonfia nubi di luce gialla e rosa.

È l’ora dei ritorni e dell’andar via. Schizzi di buio nei vicoli, prime luci, rossi melograni e cachi gialli tra le foglie dei giardini.

Auto, musica, parole, pensieri, Janacek e Kafka. Chissà come sono i moravi adesso.

Non pensarci e guida, è la modernità, bellezza.

la solitudine nell’amore

IMG_0329

Per cogliere, almeno in parte, la dimensione di una persona c’è bisogno di pazienza curiosa, di disponibilità a gioire e pochi pregiudizi. Ma anche della capacità di non capire, appieno o in parte, c’è necessità, dandosi tempo e libertà reciproca.

In questa caparbietà dell’interesse, che a volte sconfina in amore, non si esaurisce la dimensione di ciascuno. Anzi è necessario essere sé stessi, e ancor più, esserlo, quando emerge la fiducia e la speranza.

È questa la soluzione alla solitudine?

Non per sempre  e non a tutto l’esser soli perché, mai del tutto svanisce la percezione del non potersi far comprendere, o mostrarsi completamente.

Perché anche volendo, ciò non è possibile, e così il bisogno d’amore, ovvero di fusione totale non può essere mai colmato interamente. Potremmo considerare che è proprio questa incapacità a colmare il bisogno che ci spinge verso l’altro, che amplifica la conoscenza di noi attraverso i suoi occhi, i suoi gesti, il suo essere felicemente diverso e compatibile. Fortunatamente non è uguale a noi, però riconosciamo il nostro bisogno in lui e quindi, per poco o tanto, non è la solitudine a prevalere.

In fondo siamo un ossimoro che mette assieme solitudine e vicinanza e facciamo in modo che esse reagiscano tra loro per generare gioia o tristezza, speranza e consapevolezza. La bellezza dirompente di tutto ciò è che possiamo non essere prigionieri di una sola condizione e che conteniamo un’ incredibile proposta di futuro.

finis terrae

Una sera arrivò Alvise e disse: non ce la faccio più a leggere l’Espresso, tra complotti, burattinai, notizie su come va il mondo, la notte vado a letto pensando d’essere in mano d’altri e non dormo più. Vorrei essere un uomo che decide per sé, almeno questo.

Era una sensazione che provavamo quasi tutti e forse dipendeva da ciò che leggevamo, ma non solo. Dopo essere andati alla conquista del mondo, il ritorno era stato feroce.  Ci scherzammo molto, quella sera, ma il senso d’essere in mano d’altri, la difficoltà a scomporre in fatti semplici ciò che accadeva, ci pesava addosso.

Alvise era stato il primo a sposarsi, il primo a diventare ricercatore, il primo a fare un figlio. Fu anche il primo a separarsi. Annusava le cose con la giusta ironia, vedeva il limite, agiva di conseguenza e con coerenza. Era avanti perché in molti si pensava che non ci sarebbero stati limiti alla crescita individuale e collettiva. Il privato, da questo punto di vista, era davvero politico. Poi diradarono  le cene comuni, le discussioni, le vacanze assieme, le vite di tutti sono continuate, scisse dagli impegni, ma forse anche dalle sensibilità comuni che si sgranavano col tempo. Pensavamo vagamente le stesse cose. Una manata di passeri era stata lanciata in cielo, disorientata e decisa, poi ciascuno era andato per suo conto.

Non si fanno mai bilanci, sarebbe ammazzare qualcosa che può crescere. I bilanci servono alle aziende, a chi deve scrivere un segno davanti a una cifra, e nella vita non si dovrebbe essere mai meno che un uomo. Non noi almeno. Ma quello che mi pesa adesso, è l’idea, la consapevolezza, che troppe speranze si siano accumulate e che abbiano generato sogni guasti cosicché d’esse sia difficile trovare traccia in ciò che sta attorno. Pensavo al tema della famiglia, ben vivo in quegli anni, tanto che gli effetti si videro subito. E ne discutemmo così tanto che le vite cambiarono, luoghi comuni si dimostrarono privi di consistenza, barriere caddero. Non tutte e non a fondo, la riflessione seguì la generazione che l’aveva prodotta, quella successiva la usò, ma la prima, nel frattempo, parlava d’altro: s’era sfiancata nella teoria e adesso faceva pratica. Così sull’amore, la sua durata, sui sentimenti molti restarono a mezz’aria e la cosa tornò ad essere quello che era prima: un problema personale. Oggi  sul tema ci riflette la chiesa cattolica, e in quella difficoltà che essa ha di cogliere la ragione dell’amore, e della sua preminenza, c’è una labile traccia di ciò che non si è elaborato a sufficienza e quindi non si normato di conseguenza. E colpisce il fatto che chi scrive le leggi, siano esse civili o religiose, sia sempre tanto indietro da non riconoscere il presente.

Del futuro da tempo non si parla più. Per il resto la complicazione è cresciuta, le trame sono continuate, le soluzioni semplici scartate. Insomma tutto immutato o quasi. Solo che allora eravamo giovani e la speranza era qualcosa da fare assieme. Adesso non capisco più dove finisca il presente e quanto di esso sia narrazione. Story telling come si dice ora, ma sul presente non c’è molto da dire. Almeno non da me. C’è chi condivide entusiata, chi si accontenta o si fa una ragione, chi sposa una idea di futuro raccontato, comunque questi hanno altri strumenti dai miei, per determinare un futuro che sia attraente. L’impressione è quella di essere ormai un francobollo staccato da una busta, un tempo è servito a qualcosa ora è una curiosità da collezione. Sarà per questo che non capisco e mi sento escluso da questo presente. Non è quello per cui abbiamo, lavorato, lottato, fatto. E quando subentra questa consapevolezza, in chi la percepisce prevale la fatica di mettere assieme l’insofferenza con un progetto e questo produce inanità, disadattamento, indifferenza.

A volte mi chiedo se ci sia ancora terra da percorrere in questo mondo liquido, se servano le idee, le energie gratuite che si è disponibili a mettere in comune, se invece di farsela raccontare la si voglia scrivere una storia. Poi penso che non serve, che siamo destinati  all’oblio come generazione, che non rappresentiamo utilità marginale se non per l’economia. Anzi serviamo a questa e ne sosteniamo un pezzo, ma poi ci vien chiesto di pensare piano: per favore state zitti, andate in vacanza, spendete, ma soprattutto non disturbate con i vostri sogni stantii.

ascolta

Piccoli rumori oltre la porta,

lo scalpiccio discreto,

una maniglia che apre,

il soffio d’ un passaggio,

la tenda che si muove,

un cuscino si sgonfia sotto il peso.

L’orologio ha la fatica di portare avanti il tempo,

ma le ore battono distratte,

e il corpo ha suoni quasi impercettibili:

tra un raschiar di gola imbarazzato,

il fruscio d’un gesto,

non c’è nulla da dire.

Il silenzio,

o quel che ne resta,

avvolge, anch’esso discreto,

quasi temesse di far rumore.