La retorica è una cosa buona e seria, ha un suo luogo e una sua dignità. Ma non gioca con i sentimenti. E quella farlocca stanca. Per cui sono stanco di magie del natale, di marsigliesi, di rivalutazione della cultura che c’era pure prima dei morti di Parigi, di crociate che sconfiggeranno l’isis, ma non mi dicono cosa ci sarà dopo in medio oriente. Sono stanco e proprio per rispetto non parlo dei morti, dedico loro il mio silenzio, la mia riflessione e ciò che posso fare. Cerco di capire il mondo che mi sta attorno, di vederne le connessioni e non ho le conclusioni, ho opinioni. Questo non basta a me, agli altri non so, ma sento l’insufficienza dell’analisi e l’incapacità di superare i limiti del momento. Un progetto del mondo include la necessità di enunciare ciò che accadrà dopo, a obbiettivi raggiunti. Ma siccome i fini non dicibili, giustamente non si dicono, le questioni che attengono alle opzioni individuali sulla libertà propria e altrui vengono sottaciute, poiché si esclude un ruolo attivo dell’economia nel ridurre la diseguaglianza e far crescere la spendibilità dei diritti, allora anche le parole sono sempre parziali e diventano incomplete e non vere. Ciò che si dice ai funerali riguarda i morti e i vivi e se si vuole dare una speranza ai secondi si dovrebbe uscire di retorica, testimoniare la propria insufficienza, scegliere delle opzioni che definiscano l’identità e la cultura di chi vive. Questo sarebbe un passo avanti, una dimostrazione di forza interiore, ben più complicata di quella esteriore, che infine potrebbe includere e far sentire che non c’è uno scarto immane tra chi decide e chi è deciso, che la civiltà include e accoglie, vive e si perpetua, e soprattutto indica i suoi obbiettivi con chiarezza, affrontando le contraddizioni, e che quando esercita la forza ne specifica bene le ragioni e il fine.
In Syria, qualche anno fa, all’inizio della guerra civile, ero in un villaggio di poche case vicino a una delle oltre cento città morte che nacquero e si spensero nell’alto medioevo. Guardando quelle persone, che vivevano di pastorizia e agricoltura, non di turismo, pensai che in tre generazioni, erano passate per quelle case almeno cinque diverse dominazioni e poteri. Che quelle persone erano diventati cittadini dell’una o dell’altra parte, subendo e continuando a fare quello che potevano, cioè vivere. E in quel vivere c’erano state le stesse emozioni degli uomini delle grandi, civilizzate città: amori, dolore, piccole gioie, feste, fatica, ma anche fame e morte. Non erano indifferenti quelli che vedevo, guardavano e aspettavano che ci fosse qualcuno che li avrebbe fatto vivere meglio. E se guardavano con distacco ciò che accadeva, al più immaginando la fuga e il suo dolore nel lasciare, era perché sapevano che il potere non sarebbe durato. Nessun potere. Ma le cose buone duravano e loro attendevano quelle per lasciare la paura. Ecco credo che allora pensai esattamente ciò che penso ora, il potere non dura, gli uomini restano, i valori profondi che una civiltà riesce a distillare, restano. E questi, se vengono ripuliti dalla retorica, danno la vera misura del valore, enunciano con verità gli obbiettivi, uniscono rispettando i vivi e morti. Ma forse anche questa è brutta retorica.
Oggi la giornata è particolarmente uggiosa, cielo grigio su, foglie gialle giù. E non sogno California.
Ma cos’è l’uggia che è uscita dalle parole usate e dalle possibilità reali delle vite di corsa? È una condizione umorale del flâneur, del rentier, del fannullone che oggi si chiama neet, oppure essa è scomparsa con l’età ed è stata riservata ai bambini, che corrucciano il labbro, diventano insofferenti e gridano : mi annoio!
Di cosa, di che?
Oblomov frequentava l’accidia, che è anch’essa scomparsa dai vizi, ma era comunque più attiva dell’uggia. Perché l’uggia è l’ombra degli alberi che ammalora le piante sottostanti. Cioè toglie loro la luce e la possibilità di crescere appieno, di godere della propria natura. Se poi l’uggia la portiamo nel sentire, essa diventa la noia che si accompagna ad una leggera inquietudine. Un non saper che fare accompagnato da un senso di incompiutezza. E quindi, forse, colpa. Ma è tutto leggero, può mutare se qualche sole si accende e ciò che non è concesso alle piante, il muoversi, a noi è dato, quindi per uscire dall’uggia è necessaria una luce. Quale essa sia ciascuno può scegliere. Un piacere momentaneo, un’attenzione improvvisa, un cercare nel sensibile oltre l’apparenza.
Non avendo ricette, mi tengo la parola e la scavo per coglierne l’essenza, vedo che essa mi riguarda quando il tempo dell’impegno si sospende, quando esso s’associa al mettere da parte e al tempo stesso attendere una soluzione che mi illumini. Devo mettere argine prima che questo sentire diventi molesto, cerchi colpe dove non ci sono. Abbandono le cose che non attraggono, non devo stare qui, esco e qui l’uggia aumenta. Sono le luci di natale che ormai invadono ovunque. Non è la luce che cerco, sento odore d’affari, di festa fasulla. Il kitsch è così sparso da suscitare repulsione. Capisco che l’uggia si dissolve e sta mutando in rivolta, non sopporto, ma neppure mi rintano. Sono costretto a cercare più a fondo. M’innamoro di un libro, lo apro tra l’odore di carta delle piccole librerie, e trovo :
se un giorno, all’improvviso,
un’anima ordinaria- per ragioni
imperscrutabili- si inceppa,
il canto di lode verso
il mondo più non sale.
Un malessere molle
e penetrante la invade –
corpo e sensi, una nausea
indefinibile l’assale.
…
(VIII- Franco Marcoaldi, Il mondo sia lodato )
Alloranon sentendomi più solo, leggero, cerco il senso, non dell’andare, dell’essere, del fine, ma quello semplice dell’essere insieme purché anche in silenzio ci si parli. E per miracolo, l’uggia scompare e resta solo la parola.
…quanto piace il nido di malinconia… Dicevi proprio così e hai toccato una corda che conosco bene: il piacere della malinconia. Quella lieve che mette assieme la mancanza e il piacere, nella piccola sofferenza che essa procura. Credo che la malinconia contenga una forma di eroticità, basta considerare quanto essa porti a sé, allo scendere dentro. Dovessi dare qualità alla malinconia direi che è calda, ma appena oltre il tiepido, che è sensibile al tatto, setosa, e ha il colore degli acquerelli che sfumano verso l’orizzonte. Ti parlo di una malinconia che non pesa, che è sera e nostalgia di calore che protegge, non estenua, e il lasciarsi andare è vigile, col pensiero che vaga, riallaccia cose apparentemente dimenticate. È mancanza senza dolore, qualcosa si è perduto ma si può ritrovare. Non è lo spleen, la fatica del vivere, il peso che accascia, la ricerca dei succedanei del dimenticare. Non è lo spasmo del piacere che subito dimentica e cerca di nuovo l’annullamento del soffrire. Non è questo di cui parlo. È ancora un dialogo che parla di possibilità ma è cosciente che il nuovo non sarà ciò che si è perduto. Penso alle banchine delle stazioni che vedono in continuazione treni e destini transitare. Le cose hanno la memoria che noi depositiamo in esse, un bosco è un bosco, i miei libri sono un colore e un contenuto, quella foto che guardo con insistenza per cogliere un pensiero, è avvenuta ed era indifferente al soggetto. Così se le banchine dei posti da cui si parte hanno il significato del lasciare, contengono anche la possibilità del ritorno. Solo che tutti sappiamo che non sarà la stessa cosa ed è giusto sia così, non ci ripetiamo, i treni perduti si potranno sostituire con altri che porteranno ad altro, ma non sarà lo stesso e se sarà meglio o peggio, nessuno lo potrà dire. In realtà ci provano i mondi paralleli e la meccanica quantistica, ma devo dirti che la cosa, così come mi viene proposta, è una possibilità che provoca una leggera allegria priva di alternative concrete.
Parlo di malinconie e non di una in particolare. Di quelle leggere che si associano al piacere d’essere. Una tra esse, mi colpisce e tengo a bada, è quella del non conoscere a sufficienza. Quando si ha la sensazione di non sapere si perde la nozione del controllo della complessità e questo genera l’insicurezza che si associa alla consapevolezza. È la malinconia che diventa melancolia se non la si confina nei propri limiti. Nel calore della mia casa ci sono molti libri che attendono di essere letti, molta musica che attende di essere ascoltata, molte parole che attendono di essere scritte. Ho fatto un patto con loro, ad essi spetta la possibilità di esistere appieno, a me il leggero senso di assenza malinconica del tempo che scorre e del fare limitato.
La malinconia leggera è anche terapeutica, misericordiosa verso sé, se riconcilia il ricordo col presente. Adesso direbbero che è resiliente, brutta parola per dire che aiuta a rimettere in sesto ciò che è stato percosso. In noi il passato sembra un sinonimo di ricordo, sappiamo tutti che non è così, il passato è stabile, fissato, il ricordo è vivo, si modifica, si conforma e agisce su di noi. La malinconia l’associo al ricordo e al presente, e sapessi quante cose utili escono dal guardare il soffitto, nel sospendere il pensiero dagli impicci che sembrano importanti e non lo sono. Non a caso il buon Freud ascoltava qualcuno che, steso, guardava il soffitto. Come dire che da stesi non si ride con facilità e che la quiete, e il pensiero che nuota all’interno dei ricordi e li collega al presente, ha qualcosa a che fare con la malinconia di cui parlo e con il ritornare a sé. In fondo quando si torna a casa si torna a sé, ai propri bisogni essenziali, al conosciuto che rassicura. E anche alla leggera colpa del non fatto. Mi sono chiesto se quel senso incompiuto del dovere si colleghi con la malinconia, probabilmente sì, anche se non ne è l’unico motivo. Forse è l’incompiutezza del desiderio d’essere amati quando si è amati, il non basta mai che ci si dice tra amanti. Forse è l’insicurezza che ci portiamo dietro perché l’andare e il fare non sono collegati al pensiero ma alla necessità imposta. Forse è perché semplicemente la vita si compie quando finisce e tutto quello che ci sta prima è ricerca di un equilibrio, di una gioia che metta assieme tranquillità e velocità del sentire, del pensare, dell’agire. Forse è la coscienza di quanto ci trascuriamo perché non ci esploriamo abbastanza. Forse, ma a che serve sapere la proporzione del cocktail, se esso è piacevole?
Ti parlo delle malinconie piacevoli, quelle che non escludono la gioia discreta, il sorridere e il riso e non delle malinconie violente. Delle prime abbiamo nozione e compagnia a vario titolo, tutti. Sono quelle che fanno desiderare la casa, il calore, i rumori noti, ma anche l’andar via, l’essere altrove. La saudade assomiglia molto a queste malinconie, ed è uno star bene moderato che desidera anche altro. La malinconia leggera non s’accontenta, ma apprezza ciò che ha, ciò che è stato ed ha uno sguardo ironico su ciò che sarà. Avendo viaggiato parecchio anche solo, questa sensazione l’ho sperimentata spesso, cioè il pensiero che ciò che conoscevo e avevo a casa non era dissimile da quello che sperimentavo, ma solo in fondo, forse per questo si desidera esplorare e poi tornare. È una sensazione che fa desiderare la casa, il calore, i rumori noti.
Per concludere questo girovagare di parole che parlano di qualcosa che credo tutti conosciamo, ti regalo un ricordo che si associa a un luogo che forse conosci. C’è una provinciale che scende da Teti verso Ollolai, quella che costeggia il lago di Cucchinadorza e poi si inoltra tra rocce e boschi, una strada dove le auto sono rade e le poche spesso ferme al bordo della strada, vuote. I proprietari o sono a caccia oppure sono persi nelle proprietà impervie del Madrolisai. In quei luoghi, per uno straniero, è stato facile sperimentare la sensazione che l’equilibrio esterno e la precarietà che ci portiamo dentro, fanno fatica a dialogare. Quando percorrevo da solo, a sera, quei luoghi, pensavo che c’è qualcosa che ci spinge ad osservare e sentire, col rispetto, a volte col timore, che viene dalla solitudine e dalla estraneità/vicinanza della natura all’imbrunire. Ed era una sensazione che faceva desiderare la casa e il calore. Mi piaceva molto essere dov’ero e al tempo stesso avevo bisogno di raccogliere questa sensazione in un luogo protetto. Credo che questa sia l’altra faccia della meraviglia e dell’avventura, ossia il bisogno di portarla dentro, di trasformarla in vissuto elaborato. Si torna per partire. Si ricorda per viaggiare nel presente, per capire cos’è la realtà. E siccome essa ci sfugge, ed è quanto mai discutibile e al tempo stesso efficace nel condizionarci, ci si raccoglie in quel piccolo spazio sicuro d’insufficienza, ma anche di piacere d’esserci perché siamo stati.
del rapporto si conserva il giusto, apparentemente nulla, a volte. ad un certo punto le braccia si sono fatte dure, stecchi rivolti a un cielo che non preannuncia. La ginnastica del cuore riabilita la morbidezza. Ne tiene in giusto conto, il limite. Non s’arrovella sul passato che giace, orologio rotto, ai nostri piedi. Abbiamo, non abbiamo, fatto il necessario? C’è una teologia del fare e del possibile speculare a quella dell’attendere un fato.
Scrivere mantra è sempre un utile esercizio per dare un senso alle spirali che percorriamo. Qual è il loro senso, verso l’esterno infinito oppure nel profondo, all’indietro, verso l’origine?
Lì un giorno sono stato, eppure di quel giorno è rimasto non il luogo, ma la presenza. Come i viaggiatori dovremmo davvero innamorarci dei luoghi e delle persone, non lesinare gli addii della voce, se questo era già scritto. Tenere il molto che riceviamo invece, nel cuore, con la cura degli oggetti che prefigurano divinità. E lasciare ch’ esse agiscano nel profondo. Ma non possediamo la sublime modestia del viandante, il suo acume quieto. Così quando leggo di un disagio che prende alla gola, che le persone si allontanano, e si preannunciano stanchezze interiori, foriere di giorni grigi e inconosciuti, vorrei dire che ci sono sempre braccia attente, che ciò che è in pericolo, di fatto se n’è già da tempo andato, che tenere è un’arte difficile perché non trattiene ma custodisce.
La domanda forse era: perché tutto ciò accade? Perché è la vita ed essa impone, quasi sempre, il suo tempo al nostro. Perché non sappiamo davvero nulla che ci ponga al riparo dal disamore, non abbiamo ricette e le soluzioni sono sempre parziali, ma l’esserne consapevoli fornisce qualche strumento in più. Di qualcuno ho ammirato svisceratamente il coraggio, di altri sento, nelle parole, la paura che precede l’ignavia, in altri ancora una consapevolezza dolorosa che getta dentro un vortice da cui certo si esce mutati nel profondo. Volevo dirlo, con parole di vicinanza e non ci sono riuscito. Ho tenuto cari pochi amici, di loro posso dire che non cessa il confronto sul presente e sul futuro. Altro non so, ma chi non ho trattenuto dialoga con me e se non penso sia una questione di reciproche responsabilità e colpe, so che potrà accompagnare il ricordo d’aver vissuto. Non altro, ma è già davvero molto.
Ho cotto il pane, impastato 24 ore fa. La casa ha un profumo di buono che si aggiunge a quello del legno e della carta. Annuso. Chiudo gli occhi e annuso. La radio trasmette notizie e riflessioni. Si può annusare il silenzio? Spengo. E leggo. La poltrona è accogliente, la luce dietro, mi scalda un po’ il collo, sembra una carezza inaspettata e desiderata, che si fonde con il testo.
Viviamo di ossimori e l’attesa è l’ossimoro più grande. Il possibile e l’avverarsi contenute nella stessa parola. Quasi un fenomeno quantistico: ci sarà un gatto nella scatola oppure no? e soprattutto verrà a cambiarci la vita?
La notte viene incontro tranquilla, pensieri, qualche ricordo e i conti in sospeso che s’allontanano in punta di piedi.
Oggi avevo voglia di tornare a casa.
Accade dopo molte giornate di ripetute, banali e intense cose diverse. Quando hai ascoltato per troppo tempo persone che parlano solo di sé. Quando serviva un confine e invece l’hai superato. Quando i giorni si sono ammonticchiati gli uni sugli altri. E hai lasciato fare. È allora che al posto della stanchezza ti fermeresti e basta, senza un che fare alternativo. Nel lavoro, gli impegni gestiscono il tempo, ed esso gestisce le cose, fissa priorità. Quando invece, come oggi, di urgente non c’è nulla, la giornata presenta il conto e il tempo sembra infinito, diventa evidente la composta pochezza delle priorità fittizie.
E’ una sensazione che conosco bene e me ne sono andato.
In ottobre, tornando per la pedemontana, trovavo le prealpi che facevano da sfondo e dietro c’erano le dolomiti friulane già innevate. I colori mi prendevano e quasi commuovevano. Pensavo alle cose che avevo attorno, desiderando soste per guardare meglio. Avevo voglia di tinte forti e dense.
Poi, con novembre, lunghi giorni di nebbia e di grigio. Ma non stasera, così i pensieri potevano correvano con l’auto.
Sono partito che c’era luce, poi è sceso lo scuro di colpo. L’autostrada si è riempita di luci rosse, gialle, lampeggianti e fari bianchi. C’erano i frettolosi, i riflessivi e i lenti, ma non si vedevano le persone. C’erano macchine piene di ombre e luci forti che passavano.
La strada è lunga, e silenziosa, la fatica leggera del guidare si interrompe ai caselli, poi riprende. Fino alla città. Poi le solite lunghe file di auto che escono da qualcosa ed entrano in qualcos’altro. Telefonini accesi che illuminano i visi in attesa. Le ombre che si definiscono: si vede che parlano a persone invisibili, ma intanto acquistano il genere, la presenza. C’è un brusio di messaggi nell’aria che si mescola agli scarichi, immaginavo i piccoli suoni dell’elettronica ormai familiari che generano pensieri immediati: qualcuno mi ha pensato, ha scritto. Siamo sempre connessi dalla dimostrazione di esserci, tra insicurezze che crescono, bisogno di calore, storie che s’ intrecciavano.
Mi veniva in mente, stasera, a come le vite s’assomiglino differenziandosi nell’esperienza, mentre l’attesa resta la stessa, ovvero quella dell’essere amati. Pensavo a me e a loro, che erano specchio di qualcosa che accade a tutti. Guardavo e al tempo stesso avevo un bisogno di calma per assaporare le cose, per il senso che solo gli amori lunghi e le passioni intense, hanno. Posare, fermarsi, essere avvolti e avvolgere.
Il cielo scuro aveva i toni gialli del riflesso della città. Alberi neri e quasi spogli lungo la strada, un tappeto di foglie attendevano la gioia degli spazzini. Facendo le solite strade mi accorgevo che attorno sparivano nuovamente le persone. La mia mente fotografava ma non vedeva visi, storie nascoste, sapevo che in realtà c’erano, ma non mi veniva di metterle nel contesto dei pensieri. Così ascoltavo musica e parole dalla radio, aggiungevo le mie parole, il cantare a bassa voce.
Pensavo che di tutto conosco poco, ma ascoltavo e l’ascoltare era una piccola qualità che possedevo. Pensavo anche che questa sera era molto simile ad altre vissute in certe città dell’est, della Moravia, che era un bel pezzo che non andavo in Cecoslovacchia. Che quello era un vecchio nome, per un paese che si era diviso in due e che Moravia mi piaceva di più.
Così sono arrivato al mio piazzale, agli alberi gialli di luce e di poche foglie, ai grandi cedri. Le scale, la porta, i gesti usuali. Come ci fosse un codice personale e rassicurante di azioni. La cena, i gesti della cura, infornare il pane. C’era un bel silenzio. Sono innamorato del silenzio che ho attorno, ho la possibilità di lasciarlo tale o riempirlo con ciò che mi piace. Ho anche pensato che le cose che penso e leggo, riguardano me, che io mi specchio in esse e che se non si riesce a raccontare per bene è perché noi siamo complessi ed essenziali allo stesso tempo e usiamo l’essenzialità per comunicare. Dobbiamo semplificare perché nessuno ascolterebbe tutte le finezze che abbiamo, e allora bisogna lasciare spazio all’intuizione, al sentire, all’avvertire in silenzio, se qualcuno ha voglia di ascoltare.
Siccome tutto questo era nella mia testa e si mescolava, ho pensato che forse l’avrei raccontato, come sto facendo, ma che nulla avrebbe reso la sensazione che danno certe ore del giorno e che questa era una di queste. Quieta e riempita di tutto quello che c’è e di quello che non c’è. Ma per dirlo avrei dovuto esemplificare e raccontare un’insegna di farmacia vista in piena notte. Non c’era nessuno e la farmacia era chiusa, ma lei imperterrita, accendeva i led che correvano dall’ interno verso l’esterno e poi viceversa, formava figure, mostrava l’ora a nessuno, e le indicava in una sua malinconia inutile. Così prima pensavo che viene di amare la malinconia lieve dei propri limiti, quella incapace di reagire alla propria diversità, all’ignoranza di ciò che non si sa, mentre combina misteriosamente quello che si conosce e che sembra generare sensazioni e pensieri unici.
In quella insegna che pulsava, fatta in Cina, dove neppure sanno cosa significhi farmacia, eppure collocata qui, nella notte che non pensava al giorno, c’era l’inutile del non poter comunicare.
Pensavo anche che queste cose sono i motivi per cui si torna a casa, per cui si desidera un abbraccio silenzioso, la certezza di un amore, di farlo bene quando è il momento, il pensiero che la vita è molte cose assieme.
A volte mi chiedi cosa cerco. Credo non avrò mai una risposta, perché quello che cerco è mettere in relazione il dentro e il fuori e spesso il fuori è insufficiente o eccessivo e allora respinge. E’ come capire la propria diversità e pensare che questa sarà una ricchezza che si potrà condividere con pochi altri, mentre la vita porta a occultare, tacere, muoversi secondo canoni prefissati. Forse per questo mi lascio prendere dalle cose che vedo, le trasformo e le rendo mie. E spesso mi basta, ma non mi esaurisce. C’è sempre molto che potrà arrivare ancora.
Tutto questo, nella notte e nel profumo di pane si mescola e confluisce in pensieri quieti. Non c’è ansia, neppure certezze, ma la pace non si nutre di certezze bensì di equilibri e di possibilità. Come il gatto nella scatola quantistica che non si sa se sia vivo o morto, ma c’è e noi vogliamo sia vivo. E vogliamo che questo continui ad accadere perché vivere è meglio di qualsiasi alternativa, magari volendo bene ed essendo amati.
Così superando il confine dell’utile in ciò che faccio, penso che vorrei dormissi bene e facessi bei sogni.
a. Ma allora è solo un rapporto di dare e avere, di generosità e avarizia. E quel rischiare fa parte dell’animo generoso che osa, forse non ha meriti perché è portato ad essere così, mentre invece è assente in chi ha paura di perdere ciò che non ha, e crede di avere. Ma anch’egli è così …
b. Non so dove finisca l’indole, la predisposizione. Di certo ciò che facciamo è una risposta a una richiesta profonda. Le cose sono tangibili, tenerle strette è uno specchio dell’intangibile, cioè quello che muove i nostri pensieri, le nostre azioni. Non è un ragionamento binario, nei sentimenti, nell’amore c’è tutto: la paura, l’entusiasmo, l’insicurezza, la gelosia, la certezza, il coraggio e la codardia. Poi, come in una carta geografica, si tracciano confini, si mettono colori differenti per distinguere le pulsioni, i desideri, le condizioni. Vengono stabilite le connessioni, le strade. Si fissa la loro importanza. Ti ricordi quel verso? Metterò un oceano tra noi e non basterà. Le mappe servono per capire, per stabilire ciò che si vuole davvero possedere, non sono il catalogo delle cose, ma dei desideri che potranno essere oppure non essere.
a. Quindi tu dici che tutto si riporta a noi. Che è necessario coprire quel primo tradimento, quell’interruzione di protezione che ci viene dalla nascita e che tutta la vita ulteriore è una ricerca di fissare un confine che ci permetta di comunicare. In fondo l’avarizia, ossia la paura di non avere il necessario dagli altri, l’amore che ci rende liberi dal possesso, è una carenza di fiducia. Ogni rottura nasce da una mancata risposta di qualcosa che è sentito come necessario. Le cose finiscono ben prima tra le persone di quando diventano evidenti. C’è qualcosa di essenziale che non basta e non viene dato. Forse per questo subentra la paura di lasciarsi andare, c’è il ricordo di infinite sconfitte e insieme il bisogno di vincere. Almeno una volta vincere. Però al tuo discorso sulle mappe manca una dimensione, il tempo. Il tempo agisce su di noi, sulla nostra capacità di speranza, sulla possibilità di condividere la verità profonda che conteniamo. In fondo restare alla superficie consente di muoversi, di trovare equilibri, di vivere insomma, mentre cercando dentro e in profondità, si trovano le contraddizioni, la nostra stessa difficoltà di vivere con noi. Noi vorremmo qualcuno che ci accudisse, e più che fare i conquistatori, essere conquistati.
b. Il tempo quando si tenta di costruire una comunicazione profonda semplicemente, non c’è. È un per sempre finché dura la comunicazione, finché c’è volontà di accorciare le strade, di mettere in comune i propri territori. Attorno vedo spesso silenzi camuffati da dialogo, solitudini spacciate per compagnia, ma i conti li facciamo con noi, non con chi ci vede. È vero che il tempo agisce su di noi, ma agisce diversamente se abbiamo qualcosa da mettere in comune, se prosegue il lavoro su noi stessi. Restare alla superficie consente il tradimento senza consapevolezza, senza mutamento. Essere accuditi e accudire in fondo coincidono.
a. Sai che ti dico, che è tutto in superficie, che anche quando conosciamo le meccaniche e le cause poi continuiamo a compiere gli stessi percorsi appena modificati. Che educarsi alla geografia e all’esplorare deve superare un’indole e questo è fatica. Siamo così imperfetti che usiamo la ricerca della perfezione come un mezzo per non accettarci, per non riconoscere d’essere contraddittori. Noi perseguiamo il culto dell’immagine, dell’apparenza perché la profondità e la solitudine da attraversare sono fonte di paura assoluta. Perché ci si accontenta raccontando il mito della perfezione. E questo fa rimanere alla superficie, al tangibile, alle cose, ben più facili da amare e tenere rispetto al profondo che è rischio di perdere tutto. Che amare è apertura illimitata di credito alla fiducia dopo essersi sentiti traditi. Hillman ci racconta il tradimento della fiducia come percorso di crescita, come affrancamento e libertà, ma non è una condizione felice e dopo il tradimento non si sarà più gli stessi di prima.
b. Hillman racconta una relazione che diventa comunque più profonda, che diventa reale perché passa attraverso il disincanto. Ha ragione eppure non lo sento in contraddizione con le mie mappe. In fondo abbiamo bisogno di capire chi siamo e solo i sentimenti e l’amore definiscono il nostro perimetro. Poi potremo decidere se vogliamo esplorare o meno, ma serve un segno, una freccia che dica: io sono qui. Abbiamo cominciato con la metafora del navigare, ma andare verso qualcosa è una conseguenza, come la voglia di fuggire. Dovremmo chiederci cosa ci sta dietro. C’è una rivoluzione in atto nel comunicare (che significa andare verso qualcosa, verso un altro, il mostrare per scoprire), ed è lo smartphone come porta di accesso al virtuale che cessa di essere tale, ma diventa luogo del non rischio, del mostrare più identità. Non so cosa significhi nel profondo, se sia uno stare alla superficie o rivelare pezzi di sé che qualcun altro dovrebbe ricomporre, quello che è certo è che sta disgiungendo l’affettività iniziale dalla scoperta. Potrà venire dopo l’amore o il semplice affetto, ma si comincia dalla curiosità e dalla superficie. Però io penso che se si vuole un senso bisogna cercare con determinazione una risposta vera e la domanda è molto semplice e difficile: ma io voglio davvero affrontare il rischio di mutare la mia vita per dare risposta ai miei bisogni, oppure mi accontento?
a. Da parecchio tempo sono sulla superficie. Navigo. Sento il mio tempo che fugge in mezzo a un mare di cose, ciascuna in sé urgente e importante, poi destinata a scomparire senza lasciare traccia. Questa sensazione del tempo è diventata la percezione di una direzione mancante. Perché la freccia del tempo, anzitutto, indica una direzione, un andar verso. E un porto verso cui dirigersi sarebbe molto, almeno per sapere da dove si ripartirà.
b. Oppure restare e scendere nel profondo, ma la superficie risucchia tutto verso l’alto, impedisce di esplorare abbastanza. Le divinità ctonie non si palesano, però agiscono, agitano e dissimulano paure. (ride)
a. Un tempo sembra fosse più facile, forse c’era meno distrazione. Che sia per questo che la psicanalisi è così intrisa di mito? Corriamo, e c’è un senso a questo, finché restiamo gioiosi fanciulli, persi nel gesto fisico della corsa. Sudati, ansanti, fermi per poi riprendere.
b. Corro, eppure desidero fermarmi. Uscire da un andare che alla fine protegge, rassicura, ma non si sa dove porti. Come in mezzo al mare, c’è il sole o la tempesta, il freddo, il vento, la bonaccia, ma alla fine qual’è il senso del galleggiare se la meta non viene da noi?
Dovremmo pensare a dove noi portiamo le nostre sofferenze, i piccoli dolori improvvisi, e dove sono collocate le nostre gioie. Una geografia dell’anima per comprendere come ci si muove, i percorsi, le frequenze.
a. Già, una mappa dei sentimenti che spingono l’andare. Una carta formato A0 da svolgere su un tavolo e cercare nelle ellissi e nei rettangoli che contengono parole che descrivono, i collegamenti. I colori differenti delle isole e di ciò che le tiene assieme. E navigare dentro noi, nel sentire. Qui una passione che si protende, più distante un desiderio che si frastaglia nel cercare una soddisfazione, e tutt’attorno l’oceano dell’abitudine, del consueto, che rassicura sulla capacità di navigare. Il conosciuto non spaventa.
b. Parto, è il verbo che definisce l’andare e al tempo stesso il sostantivo che fa nascere. Un viaggio è una nascita, un viaggio dentro di sé è la rinascita. Ma include lo sconosciuto che portiamo con noi, ovvero noi stessi. Vorrei rinascere in me. Questo il senso dell’innocenza: scoprire non ciò si era e non si è mai stati, ma ciò che si può essere attingendo alla sorgente che la mappa dei sentimenti ci indica. Dov’è la ragione dell’amore e del suo bisogno? La circumnavigo oppure avrò il coraggio di metterci piede affrontandone il rischio?
a. Allora solo chi perde un amore può ritrovarlo. Solo chi non ha lesinato, è stato esigente, ha rischiato, ha combattuto e infine ha perduto, può riconoscersi e trovare il coraggio di riaffrontare il viaggio.
Stasera ero indeciso se parlarti della memoria o della nebbia. Così pensavo in auto mentre mi sorbivo quei 125 km che mi separavano da casa e fuori non si vedeva che qualche luce rossa degli stop in mezzo al bianco che cresceva a ondate appena dopo la città.
Ti parlerò della nebbia, per la memoria c’è tempo. Ti parlerò di quello che sembra contenere la nebbia e invece non contiene. Nella nebbia ci si nasconde, il geloso la scruta, non vede nulla ma intuisce. Nella nebbia ci sono due emozioni pure: la sfrontatezza e la paura, ed entrambe, essendo l’una la negazione dell’altra, hanno la stessa radice: parlano di sé (o di te se preferisci, o di me o di chiunque altro). C’è chi si butta nella nebbia e chi la percorre con felpata circospezione, entrambi hanno paura di trovare chi non vorrebbero mai incontrare. Guccini che di queste cose se ne intende, diceva: lasciammo tutti e due un qualcuno, che non ne fece un dramma o non lo so. Quel non lo so era la paura dell’altro che non c’era, ma era meglio non incontrare. E cosa c’era meglio della nebbia per non incontrare? Nella nebbia si nasconde e muta il presente, il futuro. Persino il passato. E poi sparisce con il giorno, con la luce.
Un tempo la nebbia entrava trionfante in città (ecco la memoria, ma non è di questa di cui voglio parlare), prima invadeva le grandi piazze, poi si infilava nelle strade, diligente le riempiva e infine finiva nei vicoli fino a qualche alto muro di giardino. Si vedeva man mano sfumare ciò che era solido, umano, e restava l’inconsistente. Quante mani allora, hanno cercato l’altra mano timidamente nascosta in tasca. Quante spalle e quanti fianchi si sono toccati prima di sfociare nell’abbraccio stretto. Come mutavano i contorni delle cose, si aprivano desideri e speranze. Credo sia ancora così, anche se la nebbia si trattiene ai margini della città, invade i prati e i giardini, accarezza appena, l’acqua e l’erba. Ci saranno certamente altri usi, forse altri mezzi, ma le attese saranno le stesse. Penso sia così.
Adesso la nebbia protegge poco gli innamorati, si tiene lontana dalle case, esce ed invade le strade. Colpisce la velocità, cioè quello che gli innamorati non amano e che invece sembra contare assai in questo mondo, infarcito di cose che si sovrappongono, come quei tostoni che ammanniscono i bar nei pranzi veloci di mezzogiorno e che mescolano un po’ tutto. Verdure e formaggio, carne e salsine finché, alla fine, la scelta è tra mangiare o lasciar perdere perché se si mangia quello che resterà sarà un mescolarsi in cui trionfa solo i salato e il sapido. ma senza identità, né riconoscibilità. Così la nebbia attacca i gusti mescolati dalla velocità e impone alternative secche: piano o veloce. E la domanda che si annida dietro a veloce, è perché?
Con la nebbia, le luci della rotatoria facevano un bellissimo effetto di magia: coni di luce si allargavano e poi si fermavano su un letto bianco che non riuscivano a penetrare. E questo prendeva consistenza, inghiottiva cartelli e riferimenti abituali. Tutto sparito. Anche il navigatore si gettava nel dubbio: davvero c’era una strada in cui svoltare? e dopo quanti metri?
E finché l’auto si muove circospetta nelle ondate bianche, si pensa alla mano che stringe la mano, alle spalle e ai fianchi che si toccano, all’abbraccio stretto, al bacio. È tutto così distante nella nebbia, eppure vicino. Come solo il desiderio sa fare. Ed è tutto così senza tempo e luogo, nella nebbia, come solo l’amore sa fare. Forse per questo la nebbia vorrebbe tempi lenti e innamorati da avvolgere, cose da far sparire e amori da nascondere. Forse per questo, stanotte, la nebbia assomiglia all’amore e non sembra un pretesto.