Chissà se l’anima è un muscolo ed ha anch’essa le sue contratture, il bisogno d’essere curata per non zoppicare.
Chissà se l’anima è un muscolo che ha palestre sconosciute e solitarie, che pratica attrezzi quali l’introspezione e il discernere, ma anche la misericordia e il raziocinio.
Chissà se l’anima è un muscolo che si distende per abbracciare tutto ciò che gli occhi possono contenere e il cuore sentire, ma anche rifiuta ciò che non le appartiene. Si divincola e respinge e quando è costretta, intristendo deperisce.
Chissà se l’anima è muscolo che a volte trova il pudore di stendersi e finire tranquillamente una lettura che ha mosso pensieri, provocato emozioni, cambiato quello che pareva.
Chissà se l’anima è un muscolo che capisce attraverso il suo sangue che scorre e dove prima c’era il sonno della certezza, lascia che ora viva il piacere d’una nuova percezione.
Chissà se l’anima è un muscolo e quello che a volte mostra è la dolenzia che chiede aiuto. Nasconde la sua fatica e magari confonde le acque, fa la spavalda mentre vorrebbe farsi compatire.
E quando sembrerà additare e sorridere, magari è un artificio, una scorciatoia che si trasformerà in altro che sempre vorrebbe essere compreso.
Allora se l’anima è un muscolo, chissà quante volte si chiederà se può scrivere mi piace a un’altra anima che dice la sua pena.
Le si era rotta la macchina e Louise aveva appena fatto più di 2 km a piedi a 13 gradi sotto zero. Arrivata a casa, suo marito Tiny, stava armeggiando con una stufa rubata e non la guardò neppure.
Lui non si era nemmeno preoccupato di quanto erano freddi i piedi e le mani di Louise.
Lei, aveva acceso il forno, cercando di cacciare il gelo che le toglieva ogni sensibilità e con il calore i tessuti cominciarono a far male. Piangeva sommessamente.
” Vuoi un Kleenex?” aveva domandato Tiny.
“Voglio la separazione” aveva risposto lei.
(Tom Drury, La fine dei vandalismi, NNE)
Poi il libro continua ed è un bel leggere che consiglio.Mi soffermo sulla disattenzione che è incompatibile con l’amore, con lo stare assieme, con l’avere davvero qualcosa da dirsi.
Divago da queste parole che sono l’esame di qualsiasi vivere comune: avere qualcosa da dirsi, implica attenzione, lettura sbagliata o giusta del pensiero, preoccupazione, affetto. Sono affetto da te, si dovrebbe dire, non sono innamorato di te (e di me). Sono affetto dalla necessità del tuo benessere, dai tuoi errori che non vedo e dalle qualità che solo io scorgo. Ma questo muta, si diluisce e diventa altro se manca una educazione ai sentimenti, e non importa sia raffinata, basta che l’attenzione ci sia e il bene dura. Comunque vada la vita. Per questo dovremmo pensare e dire: ti vedrò sempre, non diventerai mai invisibile per me. In fondo un poca di attenzione è naturale, è cortesia, l’altra attenzione che si aggiunge è quel progressivo dare splendore a ciò che conta. Se non mi vedi, non conto nulla per te. Magari non è vero ma nella grammatica dei sentimenti, vedere l’altro è indispensabile e solo l’essere visti fa cadere il pudore, altrimenti non ci si mostra, si chiude pian piano la confidenza ( con fidare, significa credere nell’altro) e resta la forma, il corpo, finché dura ed è interessante.
Siccome sono contorto, divagante e âgé, finendo il libro e guardando il calendario, ho pensato a 29 settembre di Battisti Mogol, la più famosa canzone del ’67. Cantata innumerevoli volte, maestra di comportamento per una generazione, col suo racconto di un tradimento light. In fondo la tentazione del nascondersi la presenza dell’altro è in agguato ( seduto in quel caffè, io non pensavo a te), ma non è questo che conta, sono invece le parole recitate da una sola parte a essere sbagliate. Parole che pur con tutti gli stereotipi di quegli anni non sono diverse adesso: l’uomo che prima si smarrisce (di colpo lei sorrise), che percorre immemore l’avventura, ma poi si sveglia, soffre e infine sceglie la sicurezza dell’amore consolidato. Storie come tante, ma allora nessuno si chiese che fine avesse fatto la ragazza del sorriso. E infatti scomparve, divenuta trasparente. E neppure adesso lo si chiede troppo. In una educazione sentimentale invece, la trasparenza non è ammessa perché la trasparenza è dilagante e muta in ipocrisia e se rinserra le domande in una certezza di scelta, non le risolve. Nella disattenzione non è importante solo il fatto che fa diventare cosa un’altra persona ma l’accadimento, il risveglio e il pensare a te dopo. Cosa cambia in un’autoassoluzione che evita le domande? Nulla, riaccadrà. Se quella canzone divenne famosa era perché parlava di ciò che accadeva -e accade davvero- e lisciava il pelo nella moralità della scelta. Non si poteva pretendere troppo da una generazione che cominciava appena a parlare di sesso, ma non ancora della persona. Si sarebbe dovuto iniziare ad approfondire se l’amore era avere qualcosa di profondo da dirsi, e non il possesso dell’altro e quando il sentimento finiva cosa accadeva. Invece come per Tiny si cominciava dalle lacrime e dal vuoi un Kleenex, mentre era il corpo che si stava gelando per disattenzione.
Mi piaceva molto 29 settembre cantata dall’Equipe 84, perché diceva che se si sbaglia non casca il mondo, però mancava un passaggio ed era: purché si veda l’altro.
Che accade dopo l’uragano? Ciò che succede dopo una calamità è lo specchio della nostra realtà sociale. Non quella raccontata, ma quella vera che ha bisogno di analisi e risposte. Uso tre parole guida: solidarietà, diseguaglianza, normalità. La solidarietà è quel meccanismo che non dipende dalla protezionecivile, né dal ministero dell’interno, né dalle raccolte di fondi dei giornali. È qualcosa di immediato che supera le considerazioni di convenienza, che aiuta come può, e con quello che ha, persone che non potranno restituire ciò che ricevono se non facendolo a loro volta quando sarà necessario. La solidarietà è il collante di una società che accantona i luoghi comuni e affronta un problema nella sua urgenza ed evidenza. La diseguaglianza è quel pezzo di realtà sociale per cui a fronte di una calamità chi è ricco, se perde la casa la ricostruisce senza problemi, se invece vive del suo lavoro, perde la casa e quello che ha, non solo non riuscirà a riavere ciò che era importante per lui ma si impoverirà ancora di più. Il fenomeno della segregazione delle elites, enunciato da Baumann, semplicemente racconta la realtà per cui, anche di fronte all’uragano, il ricco si chiuderà nel suo mondo e non vedrà, solidarizzerà, con i bisogni di chi subisce il disastro e viene lasciato a se stesso. Chi è diseguale per ricchezza è in grado di assolutizzare i suoi problemi, di influire sulla soluzione politica di essi e non riceverà risposte dilatorie alle sue richieste, mentre ignorerà la realtà degli altri. Normalità è la condizione di apparente assenza del problema. Il canale tombinato, la casa non a norma, il mutamento irreversibile dell’ambiente non sono problemi finché il canale non esonda, la casa non crolla, l’aria o l’acqua non generano malattie. Tornare alla normalità per chi subisce un evento che gli toglie ciò che ha, significa tornare alla situazione in cui stava bene, ma quello stare bene conteneva il pericolo, lo occultava, pensava che non sarebbe accaduto a lui. E qui emerge un’ulteriore parola guida: consapevolezza. Solo chi vive la realtà ne può essere consapevole e farla diventare elemento di cambiamento, può togliere diseguaglianza rendendo sicuro l’ambiente in cui vive, può usare la solidarietà perché un problema di alcuni diventi un problema di tutti. Se invece passato il disastro ciò che ha permesso alle persone di riconoscersi come uomini e come portatori di bisogni sociali viene scordato, se ci si impedisce di vedere la realtà nella normalità, allora il disastro sarà ancora più grande perché preparerà il disastro prossimo venturo.
p.s. di questo ragionamento c’è una versione che riguarda il singolo e i sentimenti importanti e stranamente ha molti punti di coincidenza, ma questa è un’altra storia da raccontare.
Stasera c’era una luna incredibile in cielo. Incredibile perché inattesa. Era grande, appena gialla, con le tracce dei crateri. Era sopra la basilica, poi sopra una statua, ancora sopra una giostra con i cavalli e le carrozze. Una giostra illuminata, di quelle antiche, dove i bimbi vanno finché non hanno gusti inutilmente forti e condizionati da mode, finché sanno ridere per un apparente nonnulla e non si sforzano. Era una giostra in cui a volte c’era qualche bambino piccolo con la mamma o con il nonno. I padri sono ancora a lavorare la sera e arrivano stanchi a casa: non amano le giostre come i bambini e così la giostra è sempre semivuota.
La luna era inattesa e grande, come la sera che calava dolce. Ed era dolce davvero perché l’aria non era più né calda né troppo fresca, non ancora. E le persone stavano sedute sui muretti, nei bar che sono sul corso o che guardano il Prato, e mangiavano o bevevano quieti, come si fa quando si vuole stare con una persona e si cena o si beve assieme, ma senza uno scopo vero perché ciò che importa è stare assieme.
Nonpossiamo essere diversi da quello che siamo, non possiamo fingere e adeguarci, e sottometterci o urlare sempre. Non possiamo e se guardassimo davvero dentro a quelle tracce che chiamiamo pensieri, se li liberassimo dal ragionamento resterebbero due poli: una grande immensa solitudine e un immenso grande amore che attende di avere un ponte. Per colmare la solitudine, per diluirla, per cancellare l’urgenza delle risposte e affievolire le domande.
Non possiamo essere diversi da ciò che siamo davvero, per questo la luna era incredibile, le parole usate per giustificarci non uscivano ed era chiaro che dobbiamo cercare dentro altre solitudini le parole che servivano. Che ne faremo di noi se tutto ciò che abbiamo è una giustificazione a non essere, un chiedere scusa e un prendere a prestito parole che non hanno consolato.
La luna era un ponte fragile di meraviglia tra una solitudine e un bisogno d’amore. E continuava a sorgere stasera, ed era grande di sé, attirava gli sguardi, forniva materia per qualche parola che aggiungesse dolcezza ai discorsi, al parlottare, persino ai silenzi che s’arrampicavano per scavalcare ostilità radicate, aggiungeva un punto di tregua. Era un dirsi sapendo troppe cose e così solo i bambini la guardavano davvero incantati, ma per poco prima di riprendere un gioco, una domanda, una corsa, o un giro di giostra su un cavallo di cartapesta. Loro, i bambini, sono abituati alla meraviglia e ancora non sono diversi da quello che sono e magari sono tornati dal mare, o sono rimasti a casa, e gli è sembrato naturale perché sono ancora bambini.
Non possiamo essere diversi da ciò che siamo e non possiamo far sempre tacere il bambino che è in noi, per questo guardavamo tutti la luna e lasciavamo che entrasse dentro, e lei entrava, girava con la giostra, addolciva i discorsi, gettava un ponte che faceva sognare.
Che sarà rimasto dell’impronta del corpo davanti al quadro di Bridget Riley?
Gli atomi e le molecole d’aria per accoglierlo si sono spostati, dei neutrini l’hanno attraversato indifferenti, qualcuno si è messo un po’ a lato e ha intrecciato le aure. Ma senza volere.
E del vedere che ha prima scrutato e poi cercato, è rimasta solo l’eco e l’impressione d’una vibrazione che si trasformava?
C’erano voci attorno. Alcune normali, altre sussurrate, avranno spinto l’aria addosso. Senza sapere hanno accarezzato un timpano e gli abiti che si muovevano, ma anche il viso e il collo d’uno sconosciuto.
E del viso che s’è girato, degli sguardi incrociati, dell’attenzione momentanea che ha trovato un particolare che stupiva, cos’è rimasto?
E mentre il quadro, lui fermo, faceva muovere piano i corpi eretti, piegava con gentilezza le teste, generava pensieri che cercavano appigli di conosciuto, lo sapeva che pian piano stava diventando un foglio su cui ciascuno scriveva con caratteri solo a lui conosciuti, che ne dipingeva un lato, che metteva sul bordo l’impressione sopraggiunta e che infine lo lasciava cadere volteggiando nella pila di fogli della sua memoria?
Poi il corpo si muoveva, gli occhi cercavano di essere sorpresi e occupavano nuovi spazi mentre vibrazioni, atomi rimescolati assieme a pulviscolo danzavano. Era la memoria dell’aria che finiva in uno stipo dell’universo dove tutto il possibile di quel momento si archiviava in attesa di un nuovo presente.
E il corpo era parte di quel possibile che coincideva con una delle infinite bellezze disponibili.
Forse più volte nella vita veniamo chiamati a capire il senso della nascita, quella materiale che vediamo in chi ci è Caro e quella interiore che si confronta con qualcosa che non solo è vivo ma è colmo di possibilità. Noi auguriamo buon compleanno a chi amiamo, a chi ha una relazione con noi e non di rado a persone sconosciute che proprio tali non sono fino in fondo, visto che qualcosa in loro riconosciamo e vorremmo fosse una cosa buona. Nascere si ripete dentro di noi ma riconoscerlo è difficile, cioè è difficile sentire il senso del nascere. Lo si confonde con il nuovo, con un’emozione forte, con l’amore ma tutto questo è contenuto nella nascita cioè in quel venire al mondo non è di per sé nascere, tant’è vero che spesso poi le vite ricombinate si ripetono. Proviamo a riflettere su questo venire, affacciarsi, esserci dentro nel mondo con un verbo che è movimento positivo: un entrare. Quando si entra in una situazione di è timorosi il giusto e insieme pieni di possibilità. Forse per questo nascere una seconda o ennesima volta, possedendo una memoria di essere stati è una nascita differente, difficile e vera. Con la memoria noi apparentemente restringiamo il campo del possibile, le relazioni sociali fanno il resto finché ci si arrende e si è in balia degli anni, di ciò che sembra predeterminato, come avessimo messo in disparte le emozioni, la capacità di cominciare davvero qualcosa di nuovo. Eppure se la memoria, la condizione precedente, resta nel suo ambito le possibilità sembrano ancora agibili, nascere ovvero costruire il nuovo sembra possibile. Quello che dobbiamo aggiungere è la fiducia, cioè il riconoscimento di incompletezza (quello che un bimbo fa naturalmente) e la sconsideratezza ovvero la capacità di non sottostare alla logica che determina il comportamento come prosecuzione del passato. Per questo forse capire la nascita implica una presunta follia pacifica, una rottura di regole che doni energia, una meraviglia costante, affidamento e l’apertura alla possibilità che ciò che era impensabile accada. Ma nascere è fatica, rischio, rottura delle abitudini e ognuna di queste condizioni dello spirito si frappone tra i nostri occhi interiori e la visione di noi, di ciò che ci è possibile. In fondo siamo noi e solo noi che nell’escludere la possibilità del nuovo lo neghiamo. Forse per timore di quel dolore iniziale che porta il nascere, o della sua solitudine che ci mette davanti alla necessità di riconoscerci direttamente mentre preferiamo specchiarci negli altri. Forse per il timore che lasciata una mano non ci sia un’altra che dia sicurezza al procedere nel nuovo, nell’inconosciuto. Forse per tutti questi motivi e chissà quanti altri ma portare in noi la riflessione, che significa vedersi nello specchio interiore, ci porta nella possibilità. Fuori dal tempo e dal destino, nel far accadere ciò che ci potrà accadere. Quando siamo nati la prima volta non l’abbiamo scelto ma poi crescendo la scelta è tornata nelle nostre mani. Basta saperlo un poco e cercare di capire se ci interessa davvero. Ecco, credo si cominci da questo.
Andare dove il sasso viene tradito dalla languida carezza dell’acqua
e del gelo,
là dove il vento agita le erbe e sparge colori tra i rami,
mettere il passo dove le voci ascoltano e gli animali scordano il vivere dell’uomo,
andare seguendo un pensiero che si radica,
e oscilla tra terra e cielo, indeciso.
Andare inseguiti dal futile e in cerca di appigli,
andare sapendo dove s’annida la verità,
vicina alla vipera e al ronzare delle mosche,
presente e minacciosa perché muta la percezione,
e andare ad essa che avvelena i pozzi dell’acqua di città.
Andare dove la radice prende la forma della serpe e la sua fatica si somma
e si sottrae al tempo,
andare sapendo l’ignoranza di sé e stupirsi d’ogni bellezza che impudica si palesa.
Andare come a un difficile amore
che cambia
e nuovo ti fa ritornare.
Dietro un acero, grande, forte di chiome, spunta il becco di una gru. C’è una grande casa sul colle, antica di pietre squadrate, con prati e bosco attorno, i suoi muri si stanno prolungando e occuperanno l’‘intera sommità del colle. L’acero la nasconde e lascia vedere le montagne più distanti coperte di boschi. Forse faranno un b&b oppure venderanno appartamenti con magnifica vista sull’altopiano. Questi luoghi in cui ci sono solo seconde case, si riempiono per poche settimane d’estate e d’inverno, poi passano la mano ai solitari, a chi fugge dalla città in cerca di qualcosa che non è meglio precisato. Sono ancora località di vacanza ma forse sarebbe ora diventassero luoghi di residenza. Chi un tempo ha costruito qui una parte del suo essere importante, è ormai vecchio e i figli hanno altre mete di vacanza. Se venisse perseguita una politica del risiedere e non il taglieggiamento dell’occasionale forse un futuro ci sarebbe. Invece sempre più case restano chiuse e i cartelli che vendono sono ad ogni passo. Non possiamo esigere la saggezza da chi specula sul presente però quando guardo il cielo, i boschi attorno, le montagne che contengono tutti i silenzi mi chiedo se tutto questo e quella nuvola che ora s’illumina nel tramonto possano essere solo una speculazione oppure se troveranno sempre occhi in grado di vederli e cuori che s’allargano nell’accoglierli stupiti di tanta gratuita meraviglia .