luci di notte

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Inquietano le luci della veglia, la notte dovrebbe ospitare il sonno.

Tornano a mente luoghi in cui le notti si sono consumate senza riposo. Corridoi con piccole luci, sale vuote illuminate da neon impietosi, finestre aperte sul buio denso che inghiottiva la luce.

E da qualche parte c’era chi vegliava.

La veglia è altra cosa da chi non dorme indagando un piacere, oppure mete fatte di piccole eternità.

Svegli e diversi, inseguendo qualcosa che sembra appartenerci oppure appare poco distante da noi. Veglie con gli occhi che si chiudono, e si lasciano andare al sonno e altri che si costringono attraverso singulti di realtà ad esserci. Oltre la stanchezza, oltre il pensiero di sé.

Così tra tante notti consuete, ci sono notti gioiose e altre che scrivono pagine di pensieri con inchiostri intinti di buio.

Allora c’è un demone che non s’acquieta: nella pagina si confondono le righe, la lucidità perduta insegue un pensiero che s’avvita. Sembra chiudersi il sonno nei grigi orizzonti, nelle spirali che perdono sbocchi. Forse allora non bisognerebbe respingere il sonno che porta con sé il sogno…

Il sogno, bestia d’ altre realtà vorrebbe donarle, renderle vive. Anche quando porta a spasso per sentieri su cui i passi non piegano l’erba, quando apre stanze dense del colore che abbiamo dentro, quando affretta la luce pur contenendone una propria. Vorremmo sogni normali quando l’eccezione ci viene donata.

Ma anche i santi sognano e i loro sogni mostrano solo i desideri d’una vita che non li contiene.

il volo

 

 

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d’ali verdi il volo,

in testa un grumo di colore,

e un pensiero che s’inerpica nel cielo.

Lo riempie d’ansia,

di libera quiete,

di frenesia di profumi,

d’ardore che tutto scuote e vibra:

pelle e viscere in accordo,

animale finalmente.

Precipita la vita e sgorga

nel volo che non finisce.

 

era de maggio

Prima ci furono cortei, discussioni, dibattiti, scontri. Ma erano in una parte piccola del Paese, così a molti sembravano cose distanti, che non avrebbero cambiato le vite vicine. E tanti neppure sapevano di che si parlava. Nei giornali si scriveva che erano state confermate amicizie tra Stati, mentre intanto si stipulavano nuovi patti segreti. Questo non si diceva e il popolo non sapeva. Capiva però che comunque, altrove, la guerra era scoppiata. Sembrava ancora qualcosa di lontano, un rombo di temporale che mostra un fulmine senza pioggia e intanto gira attorno.  E così sentivano che non ci sarebbe stato nulla di buono in ciò che arrivava.

Poi qualcuno decise.

Cominciarono i preparativi, le cartoline di precetto, le esercitazioni. Ma anche in questa situazione che cambiava, tutto doveva durare poco. Intanto erano mutate alcune opinioni, per i più convinti c’era una ragione altissima, per tutti gli altri un obbligo e l’impossibilità di sfuggirgli.

Forse questa era la prima violenza.

Scoppiò il 24 maggio e vennero gli addii, che dovevano essere arrivederci. Tantissimi addii, come mai prima ce n’erano stati.

Poi ci furono tantissime giornate senza pericolo e tantissimo pericolo in poco tempo. Ma tutto questo, in quell’abbraccio ai piedi di un treno, ancora non si sapeva. C’era già una lacerazione da lontananza di affetti in chi si abbracciava, un bisogno che cresceva con la paura, e ogni saluto aveva il sapore dell’ultimo. Ogni ricordo nei giorni, nei mesi successivi, sarebbe stato avvolto da quella paura, nata a partire da un abbraccio.

E allora, ovunque, una solitudine infinita avvolse donne e uomini. Non bastava essere assieme ad altri, aver cose da fare, figli da crescere, lavorare. E d’altro canto, al fronte,  non bastava spostarsi o stare fermi, scavare trincee o sparare a ogni cosa che si muoveva. Non bastava perché ciò che doveva finire non finiva, ciò che si desiderava non accadeva, e la solitudine diventava immensa e con essa cresceva un’atonia che prostrava, un dover motivare ogni giorno, ogni ora, ogni minuto la speranza.

Sfuggiva la speranza e restava la solitudine e la paura.

I giorni di quiete al fronte erano tantissimi, mentre quelli della paura infinita, pochi, ma così concentrati che le vite si consumavano a balzi di dieci, venti anni in un giorno, in un’ora. Quando tornarono, chi tornò, erano tutti vecchi.

Una cosa già si sapeva il 23 maggio: sarebbe accaduto un disastro. Ma anche un disastro si spera passi presto, che le cose tornino come prima, ciò che non si sapeva era che sarebbe durato talmente tanto da non avere mai fine. 

Per questo una banchina di stazione dovrebbe diventare il simbolo, il sacrario delle speranze infrante.

Il luogo in cui gli affetti si saldarono in un abbraccio che era l’unica cosa umana in tutto quello che stava accadendo.

l’innocenza del leggere e dello scrivere

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C’è puro piacere nel lasciar uscire le parole sulla carta. Sbocciare sarebbe il verbo esatto, come fanno i tuberi che hanno una vita sotterranea ma vogliono saggiare la luce, come le erbe, come gli animali attratti dal cielo, come gli alberi che hanno bisogno d’essere sé. In fondo scrivere è tradurre quello che vedono gli occhi e che viene elaborato in qualche circuito di sinapsi e mitocondri. Insomma un mostrare ciò che si è percepito e mescolato con quello che si è. Questo è scrivere.

Non c’è un motivo particolare, non ne servono per scrivere, è una piacevole necessità, un bisogno d’ordine interiore che assomiglia vagamente all’innocenza. E quando si scrive senza un fine, si è innocenti.

Ma più che nello scrivere, che comunque dipende, e siamo, noi, sarebbe necessaria la giusta leggerezza del leggere. Leggere tutto quello che attrae e ovunque. La trama di tappeto, ciò che sta tra le righe di uno scritto, il libro che ci prende così tanto e che vorremmo divorare e non finire mai, la levità del tratto, l’aggettivo, il verbo che spinge una intera pagina, l’immagine che da quel momento farà tutt’uno con il significato di una parola, il bisturi che disvela, l’immagine, una fotografia, uno stato d’animo, ecc.ecc.  Tutto questo, e molto d’altro, letto e poi fatto uscire con la nostra penna, tra le nostre cose, disperso come sale, saporoso, indeciso, acuto, insoddisfacente, è il nostro scrivere. Leggere serve a scrivere. Leggere senza un fine è anch’esso innocente.

E poi nel tempo lento del leggere e dell’assaporare e quello veloce e furioso dello scrivere, c’è una sintesi di ciò che siamo noi. Una mappa che per quanto gli esperti nel carpire segreti si sforzino di comprendere non sarà mai del tutto chiarita, perché tale è l’innocenza dello scrivere e del leggere per sé.

verde

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Di un fazzoletto di prato ben tenuto, colgo la felice anarchia delle margherite. Non molto distante, sul clivo dell’argine, radi papaveri si mescolano alle erbe e diluiscono la dolcezza del verde. Sono passati greggi di pecore e hanno lasciato il superfluo, eppure è bastevole e ricco. Giù dell’argine, nella corrente rapida, che un tempo muoveva macine, alimentava fortune di paese, sfamava alcuni mentre altrove si moriva di fame, ci sono lunghe erbe verdi sommerse che muovono sinuose. Anch’esse verdi, accarezzano pesci ormai destinati alla battaglia con le esche dei moldavi e dei rumeni  che popolano allegramente gli argini nei giorni di festa. Il verde è qui, appena fuori d’ una porta, d’una strada di città. Necessario quanto mai alla vista e difficile come le parole che lo circoscrivono. Troppe, inutili, inefficaci oltre quell’etimo: verde, che già lo racchiude e tiene dentro di sé. Ed è profumo d’erba tagliata che già muta colore come se il verde pervadesse l’aria e la lasciasse più povera. E’ menta selvatica, rosmarino, basilico, timo che accarezzati cedono il verde all’olfatto. E’ lo scostare di foglie, l’umido alito del sottobosco, la luce che investe. O ancora è il mare che copre senza apparente soluzione di continuità un latifondo. Oppure un miracolo che risponde a leggi rigorose, una percentuale da piano regolatore, il bilancio di un degradare economico dell’uomo verso ciò che, apparentemente,  è inesauribile e può essere tolto con facilità. Il verde delle carte è la misura del corrompimento dell’idea di progresso, il suo abortire in un numero che non è misura di benessere, ma di guadagno. E quel numero stabilisce se esista o meno la corruzione delle menti prima che quella del denaro, se ci sia o meno sopraffazione. Oggetto del desiderio di chi lo distrugge, se esso è di tutti, viene dal suo carnefice ricreato nella propria casa. Il successo d’una carriera si misura più sul verde che attornia la casa che nelle stanze che essa mostra.

Eppure il verde è fratello di quell’aria, di quell’acqua, che parimenti mutate, eradicate dal sensibile, tolte dalla percezione usuale, diventano oggetto di meraviglia quando si manifestano senza aggettivi. L’aria è l’aria, l’acqua è l’acqua, poi interviene ciò che la muta e la fa giudicare per differenza. Così il verde che da colore diviene punto d’equilibrio interiore a tal punto che la sua assenza  inaridisce il sentire, depriva, spinge alla ricerca di succedanei. Nella forza apparentemente anarchica  delle margherite, trovo la vitalità di aceri, pioppi salici, bagolari, cresciuti per loro conto sui clivi, nelle incolte isole di eredità contese, nelle custodie giudiziali dei fallimenti, negli espropri eccessivi, nell’incuria di opere pubbliche senza manutenzione. In questo anarchico fiorire di boschetti, di abbarbicature a ciò che per l’uomo è residuale, si compiono trasformazioni che risanano, riportano equilibri a un pregresso che deve pur stare nella memoria di Gea vista la pervicacia con cui lo rincorre. E nei mucchi di tronchi abbattuti dall’intenzione di dare una regola al mondo, vedo sia il prodigio dell’energia gratuita che essi offrono, ma anche l’insensatezza di voler governare a colpi di mannaia ciò che un cervello poco malato, ben distinguerebbe, ossia che c’è ciò che ci fa bene e ciò che ci è nocivo. E che di quello che ci fa bene ciò effettivamente usiamo non può essere un’astrazione, ma una concretezza data alla parola che lo identifica. Così verde, albero, erba, papavero, margherita, ecc. ecc. designano un contenuto per noi, per il nostro spirito, per una composizione di esso con l’ansia di prevedere il futuro, di determinarlo. E di tale contenuto, a volte, teniamo conto e inspiegabilmente proviamo una piccola felicità a cui non sappiamo dare un nome. 

la dote

Alla fine bevi sempre con gli stessi bicchieri, mangi negli stessi piatti, cucini con le stesse pentole. Cambia il cibo e cambiamo noi, ma poco o nulla i mezzi. Impariamo a degustare, mettere i vini nei bicchieri giusti, ma accade ogni tanto e così la fraterna tirannia delle cose d’abitudine c’accompagna. Sembra che queste siano fatte per accompagnarci, per avere un rapporto particolare con noi, e non ci stupiamo che corrispondano nei risultati. Conosciamo una pentola e ciò che è in grado di fare e lei ci ricambia. 

Da piccoli magari avevamo una tazza, o un cucchiaio, o una forchetta che erano solo nostri. Era un elemento di proprietà che ci dava una differenza, un posto particolare a tavola, un inizio di identità. E abbiamo continuato ad avere cose solo nostre, anche se le credenze e i cassetti intanto si riempivano di stoviglie che sono invecchiate con noi. Servizi che passeranno ai nostri figli e che spesso non vorranno. Il modernariato è una grande assemblea di desideri realizzati da altri, di occhiate alle vetrine, di regali tenuti con cura prima e con indifferenza poi.

Guardando i ripiani ricolmi si capisce la ridondanza, la sua gentilezza che contiene una mancanza, un ordine interiore naufragato sugli scogli dell’utile. I dono e il desiderio hanno accumulato un bello destinato a non raccontarsi quasi mai. E questa è la mancanza, ovvero quello che si è mostrato come sicurezza e possesso non ci ha allietato. Così tra gli scaffali che rivelano piccoli ricordi dimenticati emerge il bisogno di semplicità, un tributo all’innocenza possibile, un’altra possibilità di vita.

Avevo una forchetta d’argento. Era la mia, forse residuo di qualche dote sciupata. Con tre rebbi, da frutta, andava benissimo per le dita bambine. Decoro San Marco. Molto evocativo e veneto. Chissà dove è finita. Mia madre diceva: no la ghe xe? la sarà ‘ndà a san Lazaro. A san Lazzaro c’era la discarica. Dava la giusta importanza alle cose, mia Madre. 

ci sta la festa di San Gennaro

Ad un certo punto è finito tutto, la batteria della reflex, lo spazio sul telefonino, la voglia di fotografare. E la processione intanto si snodava tra le strade, suonavano le bande, i gonfaloni oscillavano e c’erano mille visi da guardare, da sentire. E io avrei voluto fermarli tutti nella memoria.

Se voglio vedere la dimensione della folla, la devo cogliere come tante singole persone. Vederla come insieme sembra acefala, indistinta, priva di spessore e d’intelligenza, al più fa paura, ma se la vedo nei singoli, allora sento gli odori, la ressa, la fatica, il sudore. Se ho una macchina fotografica la dirigo sugli sguardi che non vedono, sulle facce immerse in se, sulle parole che concitano, sulla distrazione e l’attrazione che s’inseguono, ma mi accorgo che l’obbiettivo non riesce a seguire la testa, che ciò che fisso è sempre parziale. Non è un racconto in se, non abbastanza almeno, come su un notes, i particolari rimandano alla storia, all’emozione provata.

Intanto la folla attende sul sagrato, è affluita dai vicoli e dalle strade adiacenti, si è ingrossata e ora aspetta. Sono usciti tutti i santi coprotettori, ne hanno letto brevemente meriti e vita, sono stati applauditi. Nella folla prima ciascuno ha applaudito i suoi e poi anche gli altri. E adesso tutti attendono, anche i Santi in fila dopo i gonfaloni delle confraternite, attendono. E tutti sono rivolti alla porta della cattedrale. Finché  esce il cardinale con la teca e annuncia che si può gioire perché il sangue di San Gennaro si sta sciogliendo. La folla ondeggia, si sente che è contenta e applaude tutta, anche gli stranieri. che sembravano non capire, applaudono, e la cosa è evidente che riguarda tutti e ciascuno ed è condivisa. Questo sentire comune emoziona, mi sento commosso per l’afflato, che esprime gioia e speranza e che sta attorno. Il Santo sente la sua città ed è ricambiato. Non importa che si creda o meno, è tutta questa emozione comune che circonda e che prende.

Lentamente il Santo raggiunge il suo posto e la processione inizia il  percorso verso Santa Chiara, la folla si divide tra chi ingrossa il corteo e chi  si assiepa ai lati.  A un incrocio un bambino sta sulle spalle del padre in quarta fila e quando il padre gli chiede: che santo sta passando? Il bambino risponde: è San Filippo Neri. E adesso? È Santa Patrizia. E ora?  È Santa Lucia. E a ogni nome di santo batte le mani, finché commenta: non so chi sia, ci sono le rose. È Santa Rita, dice il padre.

E io fotografo solo con gli occhi, perché Napoli è questo oggi: persone e spontaneità, bellezza insomma.

commessure e Pollock

Il posatore ha avuto momenti di sbandamento nelle commessure del rivestimento. All’inizio avrei detto: peccato! In onore della precisione, dell’ordine che rasserena e crea certezze, poi mi sono ricreduto osservando una crepa che risorge dalla ridipintura fresca e la ragnatela che s’è appesa e attende. Steso in una poltroncina di studio dentistico, attendo. Rumori ovattati e musica di sottofondo. Cose pop, radio locali, hits. Se con gli occhi seguo il profilo di una linea immaginaria di cemento bianco ne posso calcolare la lunghezza percepita, sono mattonelle 30×15, pensare che la ceramica invetriata di Babilonia aveva almeno altrettanta sapienza. Ma non era diritta. Basta andare al Pergamon e ci si rende conto che non è la precisione netta che crea la bellezza, ma la sequenza. E il colore, sopratutto nelle sfumature di un forno. Sequenze infinite di sfingi blu, di dignitari in corteo che accompagnano e convergono verso il re e la porta di Ishtar. Come nell’esercito di terracotta. Sequenze. Conta il numero. Il numero genera l’astrazione.

Studio le commessure, scopro ulteriori imprecisioni, scheggiature. Una retta procede pervicace verso l’infinito, una commessura fa al più il giro della stanza. Chissà cosa girava per la testa di Euclide quando deduceva i suoi teoremi: osservazione, ragionamento, astrazione, genio. E artigianato. Genio e artigianato del pensiero, divulgazione e ripetizione: la decorazione in architettura ha vissuto per qualche millennio sulle sequenze, gli incastri, i colori, gli islamici anche adesso.

Dopo è venuto Pollock. Hanno restaurato alchimia. Quando lo guardo penso che potrebbe averlo dipinto Nietzsche: l’orlo dell’abisso con relativo tuffo.  Adesso lo si può rivedere al Guggenheim, a Cà Venier dei Leoni. Un palazzo mai finito, un solo piano e poi il marmo che si getta in acqua. Forse già pensavano ai cottage, i veneziani, e invece mica è vero, sono mancati i soldi, xe mancà i schei, ma è bello pensarlo, perché un altro palazzone sul Canal mica cambiava lo skyline, e cussì no par miga da stranio (così non sta poi male). E poi col cavaliere di Marini, l’angelo della città in erezione, ad aspettare che arrivi qualcosa dall’acqua, è uno spasso: sguardi obliqui, risatine, quei che fa finta de gninte, distrazioni verso il canale, che sarà pur Grande, ma sempre canale è. E lui che angelo sarebbe se non vegliasse su ciò che può accadere… A Venezia, dall’acqua veniva il buono e il benessere, non era così ovunque. Il mare come sottofondo servirebbe, al posto di queste musichette, magari glielo dico, anche se dal dentista si parla poco.

In alchimia, mi sono perso ogni volta che l’ho visto, e se questo studio avesse le pareti con la sua riproduzione io sarei spaesato e totalmente distratto dal contesto. Non sentirei il rumore del trapano nell’altra stanza. Sarebbe l’inveramento di ciò che mi pare dicesse Fontana: che attraverso i buchi delle sue tele si risucchiava l’universo. Non un buco da guardoni, ma energia che andava verso l’infinito. Come le rette, penso. L’arte oggi è solo filosofia, diceva anche, ovvero un’opinione autorevole sulla realtà che al più suggerisce. O almeno mi pareva dicesse così.

Ci sono rumori ovattati di ferri dalla stanza a fianco. Dal dentista ormai nessuno urla più, neppure i bambini. Mettono piastrelle avorio, una via di mezzo che consente il pulito e non fa ospedale. Una volta ero steso al pronto soccorso e mentre aspettavo guardavo il soffitto, c’erano degli schizzi di sangue, potevano pulirlo, no? Così mi ricordo solo quelli: schizzi di distrazione di massa, così ho perso la nozione del taglio, era sulla mano, sul ginocchio, boh? Qui invece tutto sa di menta. Un’attesa alla menta piperita. Sembra quasi una ragazza messicana, un nomignolo per una chica: piperita del mi corazon. Vorrei dormire, le commessure fanno effetto, chissà perché i dentisti adesso si chiamano odontoiatri e hanno tre o quattro ambulatori in cui operano contemporaneamente. Ubiquità donata dal santo dei dentisti, che poi è una donna: santa Apollonia.

Ma le donne sono naturalmente ubique, fanno sempre più cose assieme. E comunque tenetene conto.

Aspetto, ma poi finisce.

lavoro povero e senza domani

Il fenomeno del lavoro povero non è tale. Da sempre esiste lavoro sottopagato, malpagato, non pagato, tanto che della giustezza del retribuire il lavoro, il vangelo ne fa una condizione etica del rapporto. Dare la giusta mercede agli operai, è il sintomo di una prevaricazione che ha radici antiche. Chi più ha può togliere il giusto se non ha giustizia in sé.

Si è parlato a lungo di caporalato in Italia, e lo si confinava al sud, come questa fosse una scusante. Ma non risolvere il problema della legalità, lo ha propagato e portato ovunque. Nel nord, magari oggi un po’ meno ricco, è la condizione per mantenere e incrementare una ricchezza in alcuni settori. Però un effetto del lavoro povero è che uccide il lavoro giusto, che rende nero il lavoro bianco, che elimina la sicurezza come condizione del lavorare, che toglie le condizioni della concorrenza vera tra le aziende e la consegna all’illegalità. Nella logistica, nei servizi, nell’edilizia, nelle professioni, nelle fabbriche esistono percentuali importanti di lavoro terziarizzato in cui il committente non si cura di chi lavora, ma solo della quantità e qualità del lavoro. Come mi dire: non mi interessa come e con chi lo fai, basta che tu lo faccia. Non sono tutti così, ma il “fenomeno” si estende e così il lavoro diventa grigio e viene sottratto a due condizioni essenziali per qualsiasi attività umana: la legalità e la dignità. In queste aziende senza diritti, una parte dei lavoratori è regolare, ma è costretta a restituire parte della busta paga al caporale e con questa provvista di denaro si crea utile indebito e si utilizza per pagare i lavoratori completamente in nero. Spesso il ricatto è la sussistenza, e vale per tutti, italiani o meno, oppure la permanenza in Italia per i clandestini, un permesso di soggiorno, oppure ancora un tetto e un piatto di minestra, comunque le retribuzioni sono largamente inferiori a un livello di vita decente. Vita dignitosa come si dice in maniera più forbita. 400 euro al mese, o anche meno, per 50 e più ore di lavoro disagiato, spesso notturno, festivo, al freddo o al caldo, senza nessuna protezione, senza servizi, mensa o altro. Il problema è evidente, ma sembra esista solo per qualche sindacato, per qualche associazione che lo vede nelle sue espressioni estreme, cioè la miseria. In questo caso le soluzioni sono da emergenza: un piatto di minestra, un ricovero per qualche giorno, una bolletta pagata. Quello che fino a un certo punto stupisce è che non ci sono comuni, regioni o stato che intervengano perché vedono il problema. E neppure vedono il fatto che il problema genera problemi, in quanto è l’ultimo stadio prima della marginalità, prima dell’indigenza assoluta. La marginalità toglie la percezione della legalità e chi è stato oggetto di illegalità quando gli viene tolto il minimo, derubato, cacciato, precipita nel livello della sopravvivenza, lì dove la necessità è vivere, non arricchirsi o prosperare nel delinquere, solo vivere.  Non giustifico nulla, ma se non si previene e non si affronta, le regole comuni diventano a rischio.

Questo è il mio modo, un modo, per ricordare che chi non muore nel canale di Sicilia, non ha un grande destino in Italia, che quasi tutti accetteranno uno sfruttamento che arricchirà qualcuno che appartiene a questo Paese, che i numeri delle tragedie devono farci riflettere sulla loro origine e conseguenze, che i morti non sono solo notizia.

campi di periferia

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Il portiere mette il pallone a terra, con cura, su un punto preciso che solo lui conosce. Arretra, prende la rincorsa e calcia. Il pallone manda un suono acuto, quasi un grido, mentre vola. Gli occhi seguono la traiettoria mentre le bocche già commentano. E’ così, ogni domenica pomeriggio, nei campi da calcio di periferia o di paese, c’è sempre una squadra che gioca e ci sono sempre persone che guardano. E grida, fischi, risate di scherno o di divertimento, improperi, gioia, bestemmie. C’è sempre un allenatore che s’arrabbia e prende a calci una panchina, dei giocatori che si rivolgono, al cielo, all’arbitro, al pubblico. C’è un portiere che incita e che dà ordini, c’è una palla che vola, che si scontra, ribatte, corre veloce e raramente finisce in fondo a una rete. Poi tutto finisce e resta l’odore di erba tagliata di fresco, le margherite ai bordi del campo, le persone che si riprendono le biciclette, i motorini, le auto e parlando s’allontanano. C’è sempre un momento in cui si deposita la luce, mentre l’ultimo della squadra di casa raccatta il pallone più lontano e cammina piano lungo il bordo, attento a non pestare la linea tracciata di gesso. Poi il silenzio. 

La luce tagliava di sguincio, allora mio padre, mi metteva sulla canna della Legnano nera e tornavamo verso casa. Poi si sarebbe sciolto l’incanto per la sua vicinanza, per il ricordo che lo riportava ragazzo a dare calci ad una palla di stracci, alla sua reticenza nel dire ch’era pure bravo, e che la vita avrebbe potuto essere diversa, ma erano altri tempi. Nelle partite di periferia, pochi erano in tribuna, si guardava tra i rami di una siepe, dall’alto di un monticello di cantiere, nelle maglie d’una rete. E c’era chi arrivava per caso e si fermava, chi arrivava prima del tempo e chi, per partito preso, sempre se ne andava  prima che la partita finisse. Ma c’era anche chi restava e cercava con chi dire la penultima parola, perché a casa proprio non ci voleva tornare. 

Nei campi di periferia o di paese, adesso è come allora, si parla dialetto, si impreca, grida, si gioisce o ci si dispera, ma è sempre per poco, perché ogni volta sarà nuova. L’unica differenza è che ieri, in squadra, c’erano un africano, due magrebini e un cinese, e correvano e chiamavano la palla, con quel pasha pasha che era il passa passa di una volta ed esultavano o si disperavano esattamente come tutti e alla fine la loro stanchezza e felicità era davvero la stessa, mentre andavano verso gli spogliatoi.