inadatto

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Ho preso un pennino largo, non troppo però, un inchiostro comprato a Praga in anni senza luce. Ho arginato i ricordi, eppure ce ne sarebbe da dire, ed ora guardo il tratto che prende possesso della pagina, la scia che asciuga rapida, l’azzurro “brillant” che ne resta. Per essere efficaci bisogna scrivere cose brevi, frasi icastiche, sapere che qui tutti possono leggere. Per avere l’attenzione bisogna sollecitare ciò che è conosciuto oppure sonnecchia e s’agita dentro. Il dubbio deve restare generico, la domanda personale mai troppo intima. Rispettare le regole dell’immateriale dove vanno bene gli stati d’animo, non le anime, che al più, occhieggiano. Come stai? Cosa pensi? E il resto? Non conta, davvero non conta, nello storytelling tutto si consuma subito, anche crudo, ma al banco, non con candele e atmosfera, sguardi negli occhi, comunicazione multi canale, quella è altra cosa.

Non stai scrivendo un romanzo, perdio, e neppure un diario. La comunicazione è una scienza, beh magari proprio una scienza in senso galileiano no, però ha delle regole. E delle eccezioni, vuoi lavorare solo sulle eccezioni, bah…

Se penso che le parole sono nate per descrivere il simbolo e ciò che lo genera. Che oltre ad essere più rapide della paura hanno la lentezza del fuoco governato. Che hanno la pazienza dell’estrarre, del confacere, perché i gomitoli non s’aggrovigliano per caso e c’è un ordine interiore. Se penso a tutto questo, allora capisco che l’utilità è facile e il piacere è difficile. Che questo si può condividere con fatica perché in sé inutile. Che ciò che facciamo, apre o chiude. Tutto. E’ semplice no? Cosa apro e cosa chiudo? Mi isolo o accolgo? Capisco che la “sequela mundi” non è solo il conformarsi, oppure il guardare, l’apprendere, il fare nostro, ma mettere in discussione ciò che lo muove per permettergli di aprire, di procedere. Però se questo è un mondo apparentemente aperto e in realtà chiuso, capisco d’essere inadatto, ma l’essere inadatto ha significati differenti e, a volte, si traduce nel piacere dell’inutile, nel non assomigliare, nel dire che chi capisce è nel cuore.  Per quanto, vale, nel mio cuore, ma v’assicuro che per me vale molto e tanto basta. 

nota triste

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Una nota triste nella voce, sembra si noti. Eppure è solo malinconia. Quando non si curano i dettagli ci si rivela. L’indecisione, le strade da percorrere, le scelte. Parlar meno e più dentro, per capire. Il rapporto con l’umore è personale e misteriose sono le vie per cui muta. Così la tristezza segue suoi percorsi, non se ne andrà se non scacciata da qualche piccolo entusiasmo. Il pensiero torna su ciò che si perde, si rompe, si guasta, o semplicemente su ciò che fa male. Come togliere l’innominato che avvelena il cuore? 

fuori, il semaforo

Il sapore di caffè satura il gusto. Rimane un amaro temperato, un preannuncio di dolce.

Le parole sono saltellate da una bocca all’altra, hanno screziato di lampi divertiti gli occhi, prima disteso e poi tirato il viso, e i sorrisi non sono mancati.

Le mani hanno manipolato l’aria, fornendole contenuti e forse lei s’è stupita di ciò. Un tono di voce ha fatto girare una testa, l’altra già guardava, e per un attimo, sono stati stupiti e curiosi, gli sguardi, poi sono tornati estranei, distratti da uno scroscio improvviso di tazze.

Un guaio? Forse no. Ma tutti, per un attimo, siamo diventati un po’ vergognosi d’innocenze immeritate, prima di tornare a guardare gli occhi e le mani.

E le parole e i silenzi sono ripresi, gli argomenti rimessi in moto, come le auto ferme al semaforo, oltre la vetrina schermata agli sguardi.

Il rosso, il verde, il giallo, si vedono. Basta alzare gli occhi verso il cielo e sono li che schermano le stelle e contengono, in quello scorrere di piccoli minuti, pensieri che portano a luoghi, idee, obbiettivi. 

C’è un senso di ripetitività nell’aria, che mescola, con la luce, i gas di scarico. Radicali d’azoto e carbonio, liberi di fluttuare verso abitacoli e ciclisti.

Cambiamo discorso? Ma no, mi piace parlare, non ti accorgi che…non c’è noia, c’è solo il tempo che scorre troppo in fretta e s’illumina di verde, di rosso, di giallo, nella sera che viene.

chissà cosa mi piace

Solo il politically correct americano ha potuto inventare una dichiarazione di amicizia facile –e l’amicizia vera è ardua non facile- e il mi piace che può essere tolto dal contesto di un giudizio etico, limitandolo al ghiribizzo, o all’ estetica, o anche alla sola emersione momentanea dalla noia. E’ un modo ipocrita di far emergere le parti peggiori dell’individuo, senza pagare dazio, togliendole a qualsiasi riflessione. Così emergono i mi piace per sventure, tristezze, sfighe e porcherie varie, dove il mi piace forse vuol dire ti sono vicino, ma può significare anche molto altro: sei la realtà, è accaduto a te, posso guardare cosa si prova e non essere nella tua condizione. Tutto ben diverso dal con-patire, dal vivere assieme il dolore oppure la gioia, dal partecipare profondamente dell’altro, in questo caso sì amico. La rete, il virtuale, tolgono freni ed educazione alla riservatezza nel condividere. Tutto negativo? No, ma è un palliativo perché finiti gli aggettivi e contati i followers, la solitudine riemerge piena. Parlavo di ipocrisia perché non esistono i bottoni dei sentimenti forti, non c’è il ti amo, né il ti odio o il ti detesto, per questi sentimenti vengono lasciati lo spazio dei commenti dove potranno essere sfumati o meno. Quello che mi colpisce è la carica di aggressività che comunque esiste in questa società 2.0 , la trasposizione sul virtuale dei meccanismi azione/reazione che fanno così tanta parte della società economica e lo scivolamento di essi nella sfera emotiva è pieno e forse addirittura più forte, mancando il controllo sociale. Non è una novità, e neppure è nuovo che esso diventi fenomeno di massa, in tre anni Hitler mutò un paese che aveva una cultura imponente, classica, musicale, filosofica, che amava il greco e il bello, che aveva prodotto le principali invenzioni di fine ‘800, in un popolo che era disponibile a qualsiasi cosa, compreso perdere la vita per un concetto di superiorità che non c’era in nessuno dei parametri prima osannati come parte della propria cultura. Per questo non mi stupisco, ma mi preoccupo che non ci sia un argine, che al più si veli di ipocrisia l’emergere del superficiale come schema di pensiero, che non si analizzi e non si vedano le ragioni. Potrei consolarmi meditando sulla sublime inconsistenza del mi piace, del perché esso generi dipendenza. Magari ricordare che in una mostra d’arte raramente dopo tre bello, due bellissimo, un meraviglioso e un unico, resta ancora qualcosa da dire e si resta vuoti e ci sono ancora quadri da vedere, con l’annessa angoscia del mi piace reale. Quindi l’aggettivo è di per sé fallace e restrittivo, ma mi rattrista che in fondo si cannibalizzi il sentire e lo si trasformi in qualcosa che serve a sé, mentre l’altro ha l’illusione dell’essere al centro di una attenzione che in realtà è talmente labile da non avere consistenza. In fondo questa è la dimostrazione che il male della modernità è la solitudine e il disamore, ma parlar di questo non porterebbe molti mi piace.

primo giorno

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Lama nuova, primo taglietto rituale dell’anno. Aspergo una goccia di sangue come un principe inca in omaggio all’esistenza.

Leggo i segni e ho colto una runa nuova sul viso: si è scritto un insistente pensiero. E’ bifronte, piacevole e doloroso. Consistente. Leggere il viso è leggersi dentro. Lietamente, per rispetto del passato proprio e degli apporti altrui. Ha segnato l’amore? E la delusione come s’è vendicata prima di dissolversi in consapevolezza? Sarà parola guida dell’anno: consapevolezza. Che sia lei che ha generato quell’ombra accennata? Era una scelta non fatta, forse? Nella geografia del viso le armate dei successi si sono infrante sul confine dei fallimenti. Accade così anche negli atlanti che il limite contenga un’ambizione e al tempo stesso ne abbia riempito di consapevolezza e cultura il territorio. Nel rito maschile del farsi la barba c’è una delle attenzioni permesse dall’ ego assegnato, in fondo giocare con una lama induce forza e tenerezza verso sé, ma è anche un momento necessario per guardarsi con attenzione. Vedersi. Se penso a una corrispondenza femminile, cosa di cui so poco, mi viene a mente lo stendere la crema o il togliere il trucco. Un fare e pensare raccolto: questione personale.

La lama scorre, liscia la pelle, il dorso della mano apprezzerà alla fine con un gesto rapido e un mezzo sorriso. Dei pensieri intimi davanti allo specchio, ben poco uscirà in parole, troppo personali per essere racconto di sé. In fondo ci si vede sempre in terza persona davanti agli altri. Ma in quella goccia di sangue c’è una consapevolezza in più e una riga tirata. Un prima e un dopo.

AUGURI.

sui regali natalizi

Sul fare o non fare regali a Natale, quanto questi siano un obbligo e quanto un piacere, se essi debbano rispettare i gusti del ricevente o viceversa, se si possa trovare un utile compromesso, se i doni debbano essere misurati sull’importanza, ecc. ecc. ; su questi temi credo che tutti si siano esercitati.

Ho trovato un po’ di chiarezza, dopo anni di insoddisfazioni, che se da un lato ha ristretto i doni a chi conta per me ed è vicino fisicamente, dall’altro cerca di continuare attraverso il dono un dialogo, un interesse. 

Hai letto Coriandoli nel deserto di Alessandra Arachi ?

No, di che parla?

E’ una sorta di lettera d’amore molto bella. Tieni te lo regalo.

Ma mi hai già fatto un regalo.

E te ne faccio un altro. Vedrai ti piacerà.  

Ma era destinato a qualcun altro e l’aveva già letto ?

Qui il dialogo potrebbe finire, il libro tornare nel sacchetto e una amicizia avere un po’ di sana sospensione per capire ciò che davvero ci tiene uniti. Invece ho detto la verità, ossia che l’avevo visto in libreria e comprato perché sapevo che di lì a poco l’avrei incontrato. Una giustificazione non dovuta perché, a volte, bisogna sopportare le distorsioni mentali, anche negli amici. E non è una questione di sincerità, o di buona educazione, ma di come ci si pone di fronte a un regalo. Non è necessario contraccambiare, ad esempio, l’imbarazzo non dovrebbe esserci, casomai l’emozione, e allora dovremmo chiederci perché un dono, che non è altro che un dono, dovrebbe generare un’ asimmetria? Questo apre un discorso infinito che riguarda ogni rapporto “amorevole”, restiamo al contesto, un dono è un darsi, un’attenzione oggettivata, un reiterato modo di dire che si vuol bene. Se chi lo riceve pensa ad altro, mette in discussione l’intenzione. Anche se fosse vero, anche se fosse un regalo riciclato, un rapporto e un dare sarebbe sminuito. Questo mi fa pensare che i regali si possono sbagliare, ma bisogna darli alle persone in grado di riceverli. Chi non sente che dietro un dono c’è altro , oppure lo banalizza, semplicemente non lo merita. E neppure la nostra attenzione sentimentale merita.  

 

l’asciugamano

L’asciugamano è contento,

odora di schiuma, lavanda ed erba.

E annusando per bene avverte un sentore di fumo.

Tolto dai baffi.

Messo a vivere sullo scalda salviette,

sopra pile di giornali, che attendono,

anch’egli aspetta il mattino,

la finestra che s’ apre, la tenda che sale, il cielo che si mostra.

Dopo la tenerezza d’una doccia,

si stende volentieri sul corpo:

è curioso e sensuale per natura.

Forse ricorda l’ultimo asciugare della notte,

quello che non ha tolto stanchezza e sonno, ma solo acqua e schiuma.

Di cosa odoravi? Di nebbia sottile, di strada,

d’ asfalto e di rami carichi di pioggia notturna?  

E anche dell’ultimo discorso che ancora pesava,

vorrebbe sapere,

l’odore d’attese buttate, di sogni disfatti,

cos’era?

L’acqua ha provato a lavarlo dal viso,

però non accade che i pensieri grevi si sciolgano

e muto e discreto ha accolto il vapore dei fiati incontrati,

la traccia dell’ultimo dei baci,

l’odore un po’ amaro del lasciarsi,

la speranza che ha stretto a lungo

per tenere memoria.

Dallo specchio vedo guarda le spalle,

indaga sul viso felicità nuove e scontente 

che scavano solchi e il sonno non spiana.

Meglio ascoltare l’intuito del cuore, gli racconto, mentre caldo avvolge il mio viso.

Una goccia ritma una piccola perdita d’acqua

e nel buio la notte si spegne.

la trappola del viso

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Si capisce dagli occhi, poi la comprensione scende alla bocca: il viso è oltre la maschera che indossa.

Parla d’appartenenza, chiede, sollecita, scrive su grandi fogli di carta bianca (mezzo elefante).

(Chi, dove, quando: che importa, bisogna violare le regole fuori dal palcoscenico)

Non sa cosa sia un tazebao, un samizdat. Questo mi confina nella coscienza d’aver vissuto. Irrimediabilmente. Quando si conosce il significato delle parole la vita è scorsa abbondante, si pensa di sapere e così si finisce in piccoli circoli dove non c’è la fatica di spiegare, ma solo noia d’aver saputo. Già, rimasugli, stanchezza.

Parole si accumulano sui fogli bianchi, legami di tratto grosso, colori diversi per addensare le idee. Il viso cerca consenso, dice per far dire. Indago sui sentimenti, butto parole esca. Appartenenza, come in amore. S’illumina, scrive: Appartenenza. E accoglienza, aggiungo. Si solleva un piccolo dibattito ordinato.

Cerco di capire se le piace essere accolta o appartenere. Che significa libertà in amore? Mi restituisce la domanda. Libertà in amore è mettere la propria libertà come gesto gratuito nell’altro, non è definitiva cessione, è a tempo, ma finché c’è amore la mia libertà si esercita, sviluppa, cresce nell’altro. Fiducia.

Lascio parlino, disquisiscano, discettino. Parole si aggiungono sui fogli. Ora sono davvero tazebao. M’interessa il volto, capire cosa nasconde. Ma davvero siamo così, con sentimenti sovrapponibili, emozioni che devono essere ogni volta nuove, bisogni da soddisfare e a cui dare nomi importanti? Oppure sinonimi. La fantasia si schianta nei sinonimi. Se davvero siamo così simili e ripetitivi per il 95% e anche più, credo sia noioso osservarci troppo. Però il viso è un buon libro da leggere, ha storie non banali, scritte con raffinatezza. Quella unicità che s’incide, si esprime (espressione) è il succedersi delle scelte, delle svolte. Le vie percorse sono intersecate come binari appena fuori stazione e le parole hanno preso altri significati anche quando ci siamo intersecati. La sovrapposizione è durata un poco, poi via verso un futuro ch’era d’uno prima che condiviso. Però ha lasciato traccia e sul viso si vede.

I fogli si riempiono, ormai è difficile cogliere i nessi. Metafora del vivere quando si vuole riassumere: troppo complicato. Perde definizione, sottigliezza. E le sfumature sono importanti, più della chiarezza. Che sia per questo che col tempo il mio scrivere s’involve, diventa contorto, si perde nei dettaglia a cercare il diavolo. Potrei far molto meglio, ma non c’è ragione.

Sollecita, conduce, riassume. Tenere o lasciare (le suggerisco), su questi due verbi, penso, si concretizzi ciò che davvero siamo. Tenere o lasciare.

Buona serata. Esco di scena e alla pioggia, l’aria farà bene. 

trovare il filo

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C’è eroismo nel perseguire l’inutile. Concedere alla vita imposta solo il necessario e poi tenere il resto per sé, per seguire un daimon troppo spesso conculcato e vilipeso e così ricondotto ad una dimensione conchiusa, domestica. Non è forse quella la dimensione in cui nascono i segreti, prima personali e poi condivisi dall’evidenza, prima che dalla necessità e dal ragionamento, e che escono a stento? Così sulla parete si allineano un numero imprecisato e impressionante di piccoli barattoli di vetro tappati (Bormioli?), tutti uguali, su stretti scaffali di legno volutamente non verniciato. L’odore che si sente nella stanza è quello del truciolo e della resina mescolato con le abitudini, i riti, e forse i cibi, che certo appartengono ad una sfera  privata. I vasetti hanno contenuti illustrati da etichette scritte a mano con inchiostro stilografico e costringono ad avvicinarsi per leggere. Peccato perché l’effetto d’insieme così sfuma e si perde, ma non si può avere particolare e insieme allo stesso momento, bisogna lasciarsi prendere e basta. Ed è grandiosa la sensazione nella sua indeterminatezza.

Ci sono terra e sabbia di vari colori e provenienze, caratteri di piombo di tipografia, pezzetti di legno con tracce di dipinto e una parte di un viso, insetti vari immersi in un liquido, un pezzo di cemento del muro di Berlino, altri pezzi di altri muri, frammenti azzurri di azulejos, campanellini di argento e bronzo, piccoli animali di vetro, plastica, metallo, molte rocce e minerali classificati per genere e provenienza, cristalli, stoffe colorate diverse, classificate per fibra, raso di seta e damasco, carta scritta e spezzettata a frammenti larghi in cui si leggono pezzi di frase, tabacco in foglia e conciato, vetri multicolori a tasselli, tessere di mosaico, liquidi colorati, conchiglie piccole, semi differenti con l’indicazione della pianta, infiorescenze secche di aromatiche, spighe di cereali vari, piccoli meccanismi, diversi carillon, movimenti di orologi meccanici, quadranti di orologi di varia foggia, componenti elettronici prima della miniaturizzazione divisi tra resistenze, condensatori, diodi, transistor, mine di matite colorate, trucioli di legni diversi divisi per essenza, soldatini di plastica e di piombo, astronavi trovate nelle merendine di fine anni ’50, limature di vari metalli classificate per resistenza e durezza, calamite recuperate da oggetti diversi, calamite a ferro di cavallo, coriandoli di fotografie che rivelano particolari staccati dal contesto, foto ritagliate, celluloide a pezzi, fotogrammi, pellicole arrotolate, lenti di vetro, ditali di varie fogge, materiale e colore, piccoli solidi geometrici di cristallo, pennini, inchiostri, gomme consumate, gessetti, pastelli di cera, numeri di legno della tombola, lego, manine di bambole e burattini, perline da infilare, ruote dentate, piccolissime viti d’ottone d’orologeria, fili colorati e lampadine da presepe, piccoli frutti essiccati rossi, neri, bruni, verdi, pepe in grani multicolori, modellini d’auto, navi, aerei, monete metalliche di vari stati ed epoche, carta moneta, dadi, nodi diversi fatti con funi bianche, scaglie di colore puro, pezzi di domino di avorio (?), petali di fiori essiccati e boccioli, bacche, radici, fili colorati di rame a pezzetti, vasetti vuoti con scritto aria di varie provenienze, foglie secche di alberi diversi classificate per famiglia, piccoli biglietti rettangolari di treno o di tram di cartone spesso, biglietti da visita, fornelli di pipa di terracotta, ceramica, pannocchia, carte da gioco di varie città (solo fanti e cavalli ?), fiammiferi colorati, scatole di fiammiferi, parole ritagliate, molti vasetti di parole e numeri scritti su striscioline di carta sottile arrotolata, caratteri di lingue sconosciute, biglie di vetro con l’interno colorato, tappi corona di birre e bibite strane, tappi di champagne, lampadine per pile, fiocchi di fibre tessili varie. E molto altro ancora.

Bisogna trovare un filo, se c’è un filo, che unisce tutto questo. O una passione, o un’inquietudine che si placa, o una mania. Qualcosa c’è, ed è la cifra di una vita, qualcosa di molto intimo che non ho avuto l’impudenza di chiedere, e così ho detto quello che pensavo: che meraviglia.

elogio della verza

Con i primi freddi, anzi con la prima brinata, le verze che erano ben presenti in ogni orto, diventavano più buone. Così si diceva, forse perché la fibra dura delle foglie esterne, ghiacciando, diventava morbida. Mio nonno allora cominciava una cura a base di zuppa di verze, il broeton (gran brodo, forse per la quantità di liquido che accompagnava le foglie), e di verze soffegae (soffocate dal coperchio, stufate). Sembrava fosse una dieta dimagrante e depurante in preparazione degli stravizi delle feste, ma soprattutto era un antidoto al freddo che entrava da ogni interstizio (e ce n’erano molti) nella casa. Di sicuro qualche effetto l’aveva perché qualche chilo lo perdeva. Lui sosteneva che la verza aveva proprietà sgrassanti visto che si accompagnava così bene con il maiale. Le spuntature, le costicine, i cotechini, insomma dove c’era grasso la verza assorbiva. Così diceva mio nonno che tutto era fuorché un nutrizionista. Di certo gli piacevano i sapori forti, quelli di pianura, da nebbia e da gelo. Tornando a casa col tabarro, sul birocio col cavallo o in bicicletta doveva avere un freddo terribile. Tutto era frammisto nelle diete di periferia che era già campagna. La verdura aveva dominato estate e primavera, l’autunno era stato un po’ più parco, ma col gelo c’era poco. Era tempo di carciofi, radicchi di campo, trevigiano da imbiancare per marcitura delle foglie esterne e poi le verze, i broccoli. Le patate erano scorta di carboidrati che non mancava, ma la verdura fresca serviva, eccome se serviva, visto che le vitamine della frutta erano precluse. Quand’ero bambino ricevevamo due casse che a me piacevano come contenitori per i giochi, erano fatte di vimini e scorza d’albero intrecciate, piene di arance, limoni e mandarini, mandate da amici di Latina ed sempre manomesse perché gli agrumi, come datteri e banane erano merce rara e costosa. Ma erano una festa a parte, che non era frequente né diffusa.

Per trasmissione culturale, credo, i nonni mi iniziarono alla cultura della verza, università essenziale del sapere padano. Non quello di Bossi e Salvini, ma quello che scorreva da migliaia d’anni nella valle più produttiva e a quel tempo povera, d’Europa, la pianura padana. La verza la si trova ovunque nelle ricette invernali delle regioni della valle, nella cassoela milanese, nelle ricette piemontesi ricche d’agli, fino farle parlar slavo e mescolarla con i fagioli nella jota delle valli friulane dove l’Italia non si distingue più dalle propaggini dell’est. A casa sarebbe stata, assieme al baccalà, ai radicchi con pancetta e gli gnocchi, una costante invernale. Come il freddo e la neve. Credo che poche piante siano generose e umili come la verza e che poche si prestino altrettanto all’estro: dall’essere bollite per stomaci deboli, sino al trionfo della stufatura e al sapore sapido che da chissà cosa viene estratto considerata la semplicità che l’accompagna nella preparazione. Quindi semplicità, umiltà, generosità, doti che accompagnavano i popoli della pianura, avvezzi a conoscere invasioni d’altri e forse per questo dotati di un relativismo salutare. Dalle mode culinarie straniere, dalle culture, traevano quello che poteva essere coltivato e incontrare il gusto. Credo che gli gnocchi conditi con zucchero e cannella di tradizione tedesca e triestina difficilmente avrebbero attecchito in alcune parti povere del veneto, nel polesine o nella bassa padovana ad esempio, se non fossero stati il succedaneo festoso ma compatibile dei blasonati agri dolce, dei saor raffinati, della repubblica del leon. E così per il cren che nelle ruvide basse accompagna ancora i bolliti, mentre nelle parti più raffinate e pedemontane il dolce e il pepe si mescolano nelle mostarde, nella pearà, nella pevarada e poi mutano sino agli gnocchi con le susine e nelle brovade di confine .

Una cucina povera e ricca di sapore, accogliente e discreta, era la più bella metafora delle persone che ho conosciuto da bambino. Metto due ricette semplicissime, che faccio abitualmente e non per nostalgia, ma perché mi piacciono proprio nella loro ruvida schiettezza:  

La verza, meglio grande, viene lavata e privata delle foglie esterne con la costola più dura, queste vengono sminuzzate in pezzi più piccoli o affettate a strisce corte. In una pentola capiente, si mette a soffriggere una cipolla tagliata sottile con uno spicchio d’aglio, appena il soffritto è biondo si mettono le foglie sminuzzate, poi si aggiungerà anche il torsolo tagliato a pezzi. Si lascia che le foglie si insaporiscano per bene e poi si aggiunge acqua in relazione alla consistenza della zuppa che si vorrà ottenere. Si mette il sale grosso e si copre e si fa bollire molto a lungo. In pentola a pressione almeno 40 minuti, oppure un’ora e 20 e più in pentola normale. E questo è il broeton che va servito caldissimo, con olio crudo, pepe e formaggio. Una volta si usava polenta fredda dentro il brodo, oppure pane biscotto.

Oggi l’ho fatto con il cous cous alla faccia del sindaco della lega della mia città che non riceve il console del Marocco e devo dire che era proprio buono.

Per fare invece le verze soffegae si taglia il resto di verza in quarti, con la parte delle foglie più tenere e centrali, mondate del torsolo, e poi a strisce sottili. In una padella si soffrigge cipolla e aglio e man mano si mette la verza, si condisce con pepe e sale e con un po’ di dado granulare. Si copre e si mescola ogni tanto. Alla fine, quando le verze sono color giallo carico (25-30 minuti) si spruzza d’aceto e si consuma a fuoco alto per un minuto. Vanno bene come contorno per carni o anche da sole se arricchite di salsiccia sbriciolata e cotta assieme.

A casa usavano strutto, ma si può benissimo farne a meno. Con le foglie più tenere si può cucinare la verza lessa e condirla con olio e sale, oppure con la parte più interna, i cuori, tagliatii sottili e soffritti farne un brodo per i risi e verze. Insomma ci si può sbizzarrire nella semplicità.

Questo al nonno scappato di casa perché amava i cavalli a 14 anni e ritrovato dopo sei mesi in un circo a Napoli, sarebbe piaciuto.