chissà cosa mi piace

chissà cosa mi piace

Solo il politically correct americano ha potuto inventare una dichiarazione di amicizia facile –e l’amicizia vera è ardua non facile- e il mi piace che può essere tolto dal contesto di un giudizio etico, limitandolo al ghiribizzo, o all’ estetica, o anche alla sola emersione momentanea dalla noia. E’ un modo ipocrita di far emergere le parti peggiori dell’individuo, senza pagare dazio, togliendole a qualsiasi riflessione. Così emergono i mi piace per sventure, tristezze, sfighe e porcherie varie, dove il mi piace forse vuol dire ti sono vicino, ma può significare anche molto altro: sei la realtà, è accaduto a te, posso guardare cosa si prova e non essere nella tua condizione. Tutto ben diverso dal con-patire, dal vivere assieme il dolore oppure la gioia, dal partecipare profondamente dell’altro, in questo caso sì amico. La rete, il virtuale, tolgono freni ed educazione alla riservatezza nel condividere. Tutto negativo? No, ma è un palliativo perché finiti gli aggettivi e contati i followers, la solitudine riemerge piena. Parlavo di ipocrisia perché non esistono i bottoni dei sentimenti forti, non c’è il ti amo, né il ti odio o il ti detesto, per questi sentimenti vengono lasciati lo spazio dei commenti dove potranno essere sfumati o meno. Quello che mi colpisce è la carica di aggressività che comunque esiste in questa società 2.0 , la trasposizione sul virtuale dei meccanismi azione/reazione che fanno così tanta parte della società economica e lo scivolamento di essi nella sfera emotiva è pieno e forse addirittura più forte, mancando il controllo sociale. Non è una novità, e neppure è nuovo che esso diventi fenomeno di massa, in tre anni Hitler mutò un paese che aveva una cultura imponente, classica, musicale, filosofica, che amava il greco e il bello, che aveva prodotto le principali invenzioni di fine ‘800, in un popolo che era disponibile a qualsiasi cosa, compreso perdere la vita per un concetto di superiorità che non c’era in nessuno dei parametri prima osannati come parte della propria cultura. Per questo non mi stupisco, ma mi preoccupo che non ci sia un argine, che al più si veli di ipocrisia l’emergere del superficiale come schema di pensiero, che non si analizzi e non si vedano le ragioni. Potrei consolarmi meditando sulla sublime inconsistenza del mi piace, del perché esso generi dipendenza. Magari ricordare che in una mostra d’arte raramente dopo tre bello, due bellissimo, un meraviglioso e un unico, resta ancora qualcosa da dire e si resta vuoti e ci sono ancora quadri da vedere, con l’annessa angoscia del mi piace reale. Quindi l’aggettivo è di per sé fallace e restrittivo, ma mi rattrista che in fondo si cannibalizzi il sentire e lo si trasformi in qualcosa che serve a sé, mentre l’altro ha l’illusione dell’essere al centro di una attenzione che in realtà è talmente labile da non avere consistenza. In fondo questa è la dimostrazione che il male della modernità è la solitudine e il disamore, ma parlar di questo non porterebbe molti mi piace.

2 pensieri su “chissà cosa mi piace

  1. In fondo questa è la dimostrazione che il male della modernità è la solitudine e il disamore…

    Concordo, mio malgrado metto un “non mi piace” ma prendo atto che questa tua riflessione riflette i tempi _superficiali_ che viviamo.

  2. E la risposta torna a noi .marta, togliere il disamore dalle nostre vite, fare spazio a ciò che è nostro, conforme. Ascoltare. Questo mi piace 🙂

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