di notte

Uno schiocco, si scarica la tensione d’un ferro, sembra un campanello lontano, scricchiola, intanto, il legno dei mobili nel buio cremoso e gonfio che dilata misure e percezioni. Si stiracchiano le cose e la casa, ii  risveglio annaspa, vorrebbe tenere il sonno che ancora s’aggrappa agli occhi chiusi.

Cos’è stato? L’orecchio si tende, interpreta, distilla le inquietudini dell’oscurità.

Il buio contiene, bisognerebbe ricordarlo, ma di notte il ricordo non ha nulla di solido. Il suono sembrava. Era qualcosa d’incongruo, potremmo accedere le luci, verificare. A volte lo facciamo scacciando il sonno, altre volte si tende l’orecchio, si socchiudono gli occhi e ci si accorge dei tanti chiarori che contiene la notte. Se si ha un corpo amato vicino lo si cerca. Basta toccarlo, è un approdo di calore e tenerezza per non annaspare ulteriormente e ci si acquieta. Oppure s’implora il sonno di rimettere pace, di scacciare i pensieri e questa realtà strana e paurosa che non è veglia, che altera i sensi e il sentire. Non desideriamo il sonno della sentinella, vigile e senza riposo. Di certo non lo vuole chi l’ha praticato e neppure chi ne ha vaga conoscenza. Desideriamo scivolar via da quella realtà diversa che inquieta e tornare nel sonno che rassicura, che è altro e ci contiene.

Il camino si stiracchia con le ultime braci e borbotta, gli armadi raccontano l’artrosi dell’essere sempre in piedi, un sussurro scivola tra le pareti. È il vento degli sfiati che la notte respirano l’aria esterna, ma sembra un alito fresco. O, forse, in queste case ricche di vite, sono le possibilità un tempo lasciate cadere con noncuranza, come lo svestire prima dell’amore, e ora giacciono apparentemente mute sui tappeti, ma sussurrano vite che sono proseguite altrove mentre il sonno le inghiotte e, a modo suo, racconta.

 

hanno ragione

Mi coglie spesso il senso del limite. Leggo scritti di grande bellezza, vedo immagini inarrivabili per poesia e tecnica, colgo il senso del ritmo, la densità di significato, nelle poesie di chi davvero è poeta.

Questo induce la bellezza, il capire che la propria originalità può sfrondarsi degli aggettivi importanti e diventare domestica.

Parlare e mostrarsi, è concepibile con questo limite breve da superare, sapendo che l’infinito è altra cosa, ma che anche la fine della strada è altra cosa.

Per chi, scrivere o fotografare, o anche solo parlare, allora, se non per l’esiguo gruppo che legge, guarda e ascolta. E perché non continuare la ricerca del proprio, piccolo assoluto che sarà condiviso o criticato, ma avrà comunque un colloquio, un’attenzione. Scrivere, fotografare, mettere assieme impressioni in limitati versi diviene colloquio profondo con sé e con qualcuno. Basta saperlo, avere la giusta (quale sarà davvero il limite di giusto) autoironia, sapere che resterà poco più di nulla, ma resterà qualcosa. Per poco, per il tempo che dura un discorso che ci lascia soddisfatti di aver parlato e ascoltato: impercettibilmente diversi.

Quando si dice a qualcuno che si è felici del suo esistere, credo dipenda (anche) dal fatto che c’è un filo tenue che unisce ed è il comunicare reciproco. Un mettere a disposizione, assieme, con leggerezza, il senso che l’assoluto è altra cosa, ma che ciascuno ha un modo di porgere il proprio limite e che questo limite è fatica gioiosa. È il bimbo che ci accompagna che si meraviglia e mostra la sua scoperta. Non si cura se ciò che per lui è nuovo, sia o meno conosciuto, ma ne vede la bellezza per la prima volta e di questa novità vuole dire la sua gioia. Il bimbo non sente il limite, non ha timore di essere libero, si stupisce della parola nuova, sente il suono e il significato che la mette in un dire mai sentito prima e la porge. La ripete ad alta voce, l’aggiunge ad altre che la mutano e fanno un discorso, parla di ciò che sente. E sorride 

Hanno ragione, lascia perdere l’universale, accontentati di leggerlo altrove. Guarda il bello e fa in modo che ti pervada, poi quello che ne verrà fuori sarà un’approssimazione. Di te, un po’ profonda anche nella banalità, perché si è ciò che si si scopre di se stessi, non la maschera, l’apparenza, il compiacere. È il senso di un cercarsi e di un dare misura senza pudore. La nudità ingenua che mette assieme senza troppo timore, trattenendo l’eccesso, la sguaiata esibizione.

Hanno ragione, c’è troppo clamore attorno, il cielo viene ripetutamente sfondato e tutto si spegne in fretta. Approssimarsi con pazienza è un fatto personale, da condividere con pochi, con l’urgenza felice che ha ogni scoperta che facciamo su di noi, su quello che ci sta attorno, su come leggiamo la realtà.

C’è un genio minuscolo che ci accompagna e stupisce, basta ricordarsi che è un dono che portiamo dentro. È il nostro modo di crescere, e assomiglia a noi anzitutto, se poi qualcun altro lo condivide questo ci fa sentire meno soli, non meno unici.

 

 

 

 

il fu mattia

Desiderio d’ordine e d’una tregua d’innocenza:

disporre, allineare, tracciare la mappa del muoversi, per ritrovare,

ritrovarsi.

Guardare l’anima nel ricordo per poi andar via.

E sparire, portare sé altrove.

Come fosse un castigo generare un’assenza immemore, la sospensione d’una scia.

E la vita, che non si azzera ogni mattina, col caffè nuovo apre il giorno. Altrove.

Come ora, come allora.

Se mi guardo faccio un passo indietro: dovrei trafiggere qualcuno con una colpa.

Non lasciar scampo, essere ingiusto sino al parossismo,

considerare i miei pochi capelli e poi sciogliermi in un tramonto.

Ma sarebbe perdonarmi, ed io non ho misericordia.

Come Nessuno, come Ulisse, come chi non sarà mai solo marinaio.

 

 

 

ci sono

Ci sono momenti in cui si inizia con non so che dire, ma perché troppo s’affolla e vorrebbe dire.

Ci sono assensi che contengono un diniego e un chiudere di porte interiori e si lasciano sfuggire perché non è ora, e quell’ora stenterà a venire.

Ci sono battaglie, molte, che non combatteremo. Per stanchezza, per il risultato già palese, per convenienza, perché un soldato vivo è meglio di uno morto. Se l’idea non muore.

Ci sono pomeriggi che si arrampicano sulla sera e dentro contengono il bollire del nulla che prende e liquefa il voler essere davvero.

Ci sono i possibili che non hanno avuto altra occasione, e bussano e non smettono finché qualcosa di più grande non prende il loro posto.

Ci sono momenti da cucchiaino e altri da forchetta perché le passioni sono carne e polpetta.

Ci sono ore che non scorrono e altre che s’ammucchiano, cose non dette che affondano e parole inutili che galleggiano.

Ci sono specchi mendaci che dicono altro, pacche sulle spalle, piccoli interessi adulanti che ci provano.

C’è la consapevolezza che il passato si paga e non paga, che solo il futuro ha qualcosa da dire, basta scegliere a chi dirlo. E questa forse è la difficoltà maggiore.

Il limite

Conosco il limite,
è dentro,
corre su una lunga linea di gesso,
larga quanto basta per intingere il passo,
incerta per conoscere il bruno della terra che ricopre.
È il senso di ciò che sono,
non tutto e non per sempre,
neppure su come si sia tracciata,
chi abbia stabilito che oltre c’era il batticuore, potrei dire.
Frequento quella linea,
faccio l’indifferente mentre passeggio,
sembra un gioco stare un po’ da una parte e tornare all’altra,
mi dico del coraggio,
della curiosità,
ma parlo a me che traccio mentre cammino
e penso a un me che muta,
e di questo nuovo sento ciò che sfugge ancora
e s’annida beffardo nel profondo.

cortesie

Non bisognerebbe mai dare poesie agli amici, perché imbarazzano. Non sanno che dire e comunque difficilmente ci racconterebbero la verità del primo impatto; lo si sente dalle frasi troppo lunghe, dallo sfumare del giudizio.

Neppure testi lunghi, siano saggi o racconti, bisogna dare, perché costringerebbero a leggere e spesso, gli amici, hanno altro da fare.

Non bisognerebbe riempire le case di dipinti non richiesti, di fotografie non domandate. Bisognerebbe lasciar chiedere e se non viene chiesto è semplicemente perché non interessa. L’interesse è una dimensione della curiosità, in ogni rapporto d’amore c’è curiosità. E sopravalutazione di sé verso l’altro: ci si pensa un poco più importanti. Quando si chiede attenzione, ci si dovrebbe chiedere: noi abbiamo dato attenzione? Cosa fanno queste persone che credono di conoscerci? E cosa pensano del mondo, delle cose di cui discutiamo, ma soprattutto di quelle che evitiamo? Cosa pensano di noi, delle nostre fatiche, delle ambizioni malcelate, del tempo e degli interessi che usiamo’ Perché noi, un pensiero su di loro ce l’abbiamo e non ci hanno dato manoscritti, poesie, fotografie particolari. Ci hanno parlato di film, di libri letti, di sogni di un tempo, ma poi cos’è accaduto che ha mutato le traiettorie e le ha rese quelle che ci pare di conoscere?

Gli amici vanno lasciati stare, se chiedono si risponde, ma altrimenti meglio che si limitino ad essere veri.

 

 

segnali

Ci sono segnali inequivocabili: le cose cominciano a diventare difficili, le telefonate si attendono e non si fanno, quello che subentra è un dovere che prende il posto del piacere di un gesto gratuito. Si rimprovera una muta scarsa attenzione che giustifichi l’adombrarsi, il chiudersi.

Quante volte ha funzionsto questo meccanismo che sta sulla cresta di una decisione quasi presa. È la presa d’atto inconscia della trasformazione di qualcosa che era eccezione in normalità.

Ci si stufa. Sì, anche, ma di cosa?

E questo venir meno non è stato testimoniato da un dialogo via via  senza radici? La superficie del comunicare diventa frase fatta e poi silenzio, il non detto si accumula, finché si attende la mossa dell’altro e già un giudizio si è fatto strada: sono stanco, vorrei qualcosa che non c’è.

pensiero assurdo e banale

Mi chiedevo, era un pensiero assurdo e banale, se restasse una memoria nella forma che il corpo prima aveva riempito  o nell’aria che l’aveva immediatamente colmata. Se le particelle di noi che erano sublimate, i ferormoni spanti, la stessa polvere che si era staccata dagli abiti, se tutto questo e molto d’altro si fosse in qualche modo mantenuto con una propria identità prima di confondersi con il resto portato dal vento che colma le assenze. E se allo stesso modo, in maniera più duratura, le emozioni non avessero impregnato i muri più delle ombre controluce, se i mormorii dei sogni, le parole belle e sensuali avessero trovato qualche poroso anfratto in cui restare in traccia. E così le urla, il dolore, i sussurri, lo scoppio delle risa, persino gli sternuti e i colpi di tosse, tutte le manifestazioni di energie cinetiche, acustiche, olfattive, non avessero tenuto memoria sovrapposta di sé tanto da creare, degli uomini, degli animali, di tutto ciò che si muove e che non a torto chiamiamo vita, un substrato disponibile. E che in questo progressivo spalmarsi di pennellate dell’accadere ci fosse qualcosa che era profondo per età e per persistenza, una sorta di archetipo che si andava affinando in ogni luogo in cui eravamo stati e che in determinati posti, le camere da letto ad esempio, o i soggiorni e perché no le cucine o le anticamere, ci fosse una piccola spinta sussurrante che indicava la svolta a un sogno, la luce a un pensiero, il richiamo improvviso a un ricordo che era materia del fare.

Oh certo non mi lasciavo sedurre dal dejà vu, oppure da quei piccoli movimenti che solo la coda dell’occhio sembra poter cogliere e che testimonierebbero presenze in attesa di essere decifrate, piuttosto pensavo che sappiamo così poco dell’impalpabile, che gli atomi e le molecole hanno loro memorie e leggi che ricordano. Così mi pareva bello pensare che quando siamo stesi su di noi si stenda la vita, quella vissuta e pure quella che deriva dalle nostre profondità mal conosciute e che quasi mai esploriamo. Che essa ci parli perché è ben viva in noi e sia in grado di narrare cose che sembravano perdute alla percezione; che ci inviti a riflettere e capire quel noi, così negletto dalla banalità del ripetere, attuando una sorta di riassunto che ci indica chi siamo per davvero, quante possibilità abbiamo e cosa di noi è stato vissuto o lasciato a mezzo, per spingerci, prima di scivolare nel sogno che esso pure è continuazione di quel discorrere tra noi, a capire di più noi stessi. Poi ci penseranno l’aria, l’intonaco e le pietre a sussurrare qualcosa che renda storia il sonno.

Lo aveva compreso così il vecchio Freud quando stendeva i pazienti nel sommier e dietro loro ascoltava? Era questa, una sua embrionale comprensione che a seconda di come è messo il nostro baricentro rispetto alla gravità, diversi sono i pensieri e le possibilità che essi generano? Dei molti modi dello stare stesi, magari su un prato guardando nuvole ed erba ingigantita dalla vicinanza, oppure nel silenzio che segue una fatica lunga mentre il cuore ancora batte forte, o ancora in un treno che corre e sembra annullare ciò che c’era alla partenza nell’attesa dell’arrivo, o nel riposare ozioso del pomeriggio, nello star vicino dopo aver fatto all’amore, nell’intraprendere una lettura che preceda il sonno, in questi e in mille altri modi, il pensiero si stende con noi, pesca dal nostro profondo e da quello che sta attorno, ci invita ad ascoltare e parlandoci di cose che accadono, che sono accadute, che accadranno.

O forse no, non parlerà e si chiuderà in un silenzio che ci farà sentire più soli e temere di non comprendere appieno chi siamo. Dipenderà in piccola misura anche da noi, ma è bello pensare che di tutto ciò che con noi si muove resti traccia e scia e che tutta questa flebile, preziosa energia abbia un persistere che solo un poco ci riguarda: l’abbiamo generata, adesso farà come crede e da sola si muoverà nell’universo.

del cielo e di altre difficoltà del vedere

 

Il cielo era di un azzurro intenso, quasi inquietante, come usa da queste parti quando vuole far sentire che esiste un sopra che è ben diverso dalle piccole cose a cui diamo importanza. Le case, ad esempio, i portici, le chiese, i palazzi ricchi di marmi e pretenziosità smarrite, ma soprattutto le persone, la vasta incoerente folla che si muove per suo conto, sosta, parla, sfoglia giornali, beve, compra, e va seguendo un pensiero.

Il cielo era tagliato in rettangoli, solcato da rette, come ci fosse un tentativo di stabilire un sopra umano al più alto e definitivo, azzurro. Un modo, forse, per non sentirsi giudicati, per opporre a una infinità, un ordine che desse sicurezza di essere qualcosa. Una vignetta di Altan mi aveva colpito, c’era un uomo grassoccio, marrone e pensoso, che si chiedeva: chi non siamo più? Da dove non siamo venuti? Dove non vogliamo più andare?

Questo spaesamento collettivo, che era ignavia, infingardaggine, ma anche ricerca di un sé promesso e negato dai fatti, confinato nelle meritocrazie parallele, scosso dai destini incrociati e poi scissi. Questo chiedersi senza il gps interiore, senza guardarsi attorno e non osando l’alto, ci schiacciava, questa era la mia impressione, in una vita di pesi, di necessità senza riflessione, di doveri che non trovavano equilibrio con i piaceri. Una inquietudine da prestazione, da edificazione dell’immagine che sarebbe stato il sé da offrire agli altri, da confrontare e usare all’occorrenza per quella sicurezza che bisogna ostentare anche quando non la si possiede. Se la strada viene già tracciata da altri, se il presente è l’unica realtà e non c’è la sensazione di un prima che ha avuto glorie e fallimenti, mi pareva che tutto quel guardare la materia, quel considerare le cose come la sola estensione di un noi sofferente, tutto questo assieme a molto d’altro, rallentasse il mondo e la realtà ne fosse piegata.  E con essa quella visione del mondo che si allarga, che comprende e ci fa sentire piccoli, ma anche felici di essere vivi, di avere la possibilità di comprendere (qui l’etimo diviene l’abbracciare, il tenere assieme) cose che sono più grandi di noi e di cui noi facciamo parte.

Vedevo che nessuno guardava il cielo, gli sguardi erano verso terra od orizzontali, al più qualche turista osservava le facciate dei palazzi e indicava qualche particolare a chi gli stava accanto, insomma tutti erano intenti a dirigersi, ovvero ad avere un controllo di sé, ma perché e dove esso conducesse nel medio periodo non era chiaro.  Guardando ostentatamente verso l’alto, mi ero fermato e sentivo la domanda silente che qualcuno si faceva, ovvero cosa stessi osservando. I più passavano accanto con una finta indifferenza, mi godevo l’emanare del giudizio che mi colpiva che era anche perplessità e imbarazzo. Altri gettavano uno sguardo fugace nella mia stessa direzione però non avevano il coraggio di superare il limite dei fili che si stendevano sopra i palazzi. Infine un paio di persone si sono fermate e hanno guardato davvero in alto. Uno di questi ha anche mi parlato della stagione e poi, sovrapensiero, si è lasciato sfuggire un che cielo bellissimo, oggi. E mi ha sorriso. Rispondendo al sorriso mi veniva da dirgli che non avesse fretta, che si può parlare della stagione per dire nulla, ma del cielo non è possibile quando lo si guarda davvero ed è esso che ci dà una dimensione.  Ma sapete come accade con i pensieri quando devono uscire da una porta stretta, e si accalcano, sgomitano, si accavallano l’uno sull’altro e ciascuno tira dalla sua parte con una urgenza che non ammette concorrenza. Non saremmo capiti nel dirli tutti assieme e così bisogna semplificare e lasciare che corrano, tacendoli in gran parte, però se avesse avuto il tempo necessario, glieli avrei detti e magari avrebbe capito gli antefatti.

Sarebbe stato un parlare del tempo, del nostro tempo, ma non si fa così in mezzo a una strada, per questo mi sono limitato a ciò che mi prendeva davvero, dicendogli: è davvero un cielo bellissimo e siamo fortunati a poterlo godere. E mi pareva avesse capito che c’era dell’altro, molto d’altro che ci riguardava tutti.

notturno rap blues 2

Molto è un po’ malato, e non ci sono verità.
Fan confusione le sirene: crisi, quiete e sicurezza,
ma non c’è luogo e direzione in mezzo alla stanchezza.
E’ tutto un po’ malato, nulla è preciso a sé,
nuotan dubbi nella notte, ci son rumori sotto casa,
tace il cane, chi sarà ?
E’ fatica esser un po’ sani, s’aspetta e poi si corre,
da chissà chi si scapperà?
Vorremmo che qualcuno ci mettesse poi una pezza,
ma è tutto un po’ malato, non ci sono verità.
servirebbe un po’ sparire, lasciarsi andare, naufragare,
finché tutto si rinnova, non è tempo di star qua.
D’un piccolo disegno ci sarebbe poi bisogno,
bello, nuovo e colorato,
tappezzeria per questa notte di rumore soffocato,
la mattina verrà presto, e del necessario poco si combinerà,
Bisognerà darla un po’ a vedere, evitare verità,
oggi piaccion gli animali che leccano a comando
ma non la raccontan giusta e il bisogno resterà.
Vorremmo essere tranquilli senza false povertà,
ma ci son sirene compiacenti dai rumori senza nome
e riposar non si potrà .
Domattina non combinerà poi molto, però questo silenzio dormirà,
c’interroga da troppo, nel rumore, tacerà.
Vorremmo poi qualcuno che ci mettesse un po’ una pezza,
noi spariremmo quanto ci basta, solo a far sentir l’assenza.
E’ tutto un po’ malato e non ci sono verità
abbiam chiamato il medico, ha detto che ci pensa,
ma forse non verrà.

 

Questa è una nuova versione di un rap che ho pubblicato 4 anni fa, purtroppo non è cambiato molto né in meglio.