l’aria presumeva la nuova stagione

In evidenza

C’è nell’aria una vaga apprensione,
come usa, non di rado, agli uomini la vita.
La delusione viene senza compagnia,
prende, divora l’orlo delle ore di luce.
Fuori, nell’aria che presumeva la nuova stagione,
l’erba s’è oscurata nel freddo.
Luci nette hanno traversato l’ombra appesa,
e si sono soffermate sulle finestre, curiose delle coste dei libri.
Il tramonto s’è acceso,
odorava di nulla,
se non delle età altrove vissute.

Pace è parola breve, inconscia dove vive,
chiude in sé l’abitudine
e con fatica s’apre per accogliere.
Nel profondo d’ogni vero dubbio
c’è il germe della tempesta,
un nonnulla improvviso che non s’era compreso,
ed è già suono di basso,
pedale d’organo e vortice d’abisso,
che ruota e aspira ogni quiete.
L’ora invoca il sogno e il sonno che ripara
ma anche l’agire per arginare noi dal nulla che s’annulla .
.

egotismi

Che finiscono cose, situazioni, amori
e pure odi ed emozioni,
bisogna pur saperlo.
Per l’ora che ci trasale,
per la nebbia che ora insegue
mentre attorno il colore attende.
Non noi, non chi è distratto da sé,
ma il pensiero che ascolta
e comprende, consola.

altrove, il vento

Anime che cadono in vortici a spirale,
sono innocenti spoglie della pacciamatura di vite,
immolate al vento d’armi che s’affila, che spiana il prato, percuote l’albero e le case.

Insinua orrende storie.
ride dell’amore e dei sogni, 
che ancora raccontano   trame intessute d’aghi di pino,
altro vento graffia intonaci
e rompe le illusioni
perifrasi di vuoto.
Dopo ha aperto una porta,
sbattuto una finestra,
ma gli ansimi ormai erano aria nella polvere.

Qui la notte è tiepida di pace,
nel vicolo una bottiglia di plastica corre ,
giocosa sbatte con rumori secchi tra stretti muri,
è solo vento che pulisce l’aria,
rimette ordine,
sparpaglia carte
mischiando Il mazzo con le foglie dell’autunno..
È la primavera che musica le case,
porta pezzi di note,
si lascia derubare dagli sguardi,
nello svolazzare di gonne e di cappotti.
Dentro al bar, guardo oltre la vetrina.
Aspetto, 
mi parlano, e sento le parole che vanno
via nel vento,
senza traccia, né memoria.
Resta il pensiero d’un altrove
fatto d’eguali
dove le speranze vengono spente
come in una maledizione
che rovescia e schiaccia
nella polvere, le candele accese.

l’orlo della speranza

La nostra misura è poca cosa
ma è tutto ciò che abbiamo,
e in essa si mescola la ragione e l’ambire
dell’infinire nostro.
Sentendo l’orlo della speranza,
e la cinica attrazione dell’abisso,
è ancora bello cercare nell’affinità,
l’aria per dare ali all’intuire
e non sentirci soli.

mani

Ho mani grandi,
che hanno appreso la leggerezza,
per contenere e prendere,
i polsi sono teneri,
non a tutti i pesi indifferenti,
come ai pensieri che debordano, sguaiati.

Aveva mani forti, mio padre,
precise e ad ogni giorno adatte,
parlava il necessario,
ci amava forte senza dirlo troppo.
Mia madre era attenta e delicata,
belle e morbide, le mani,
use a onorare la fantasia d’ogni concretezza.
Mia nonna aveva mani magre,
avezze al lavoro e all’affetto,
sapeva percorrere la mia guancia
con cura leggera,
la stessa con cui aveva percorso il mondo.
Nel loro suono collocava le parole,
figurine d’album dal profumo di violetta
e sorprendeva senza parere, il sogno.
Dell’amore, nella casa, nulla lesinava
così il bene tracimava,
lo si sentiva nell’abbraccio,
nella parola che fioriva anche d’inverno.
Nella febbre di bambino
rinfrescata era la fronte,
nelle prime lettere,
il pennino sostenuto e accompagnato,
dopo un giorno di corse e giochi,
polvere e sudore, venivano lavati.

Nelle mani che sono casa e vita
c’è il compendio dell’amore,
la sua passione,
l’intelligenza e la cura innata,
il sapere,
la parola da tenere a mente,
la frattura che si ricompone,
il pianto deterso e spento.
Se il tempo d’ognuno
converge, mescola e s’unisce,
accade in una carezza
del profondo nostro universo
che non teme di generare un sole.

Sequela

Per innumeri passi lo sguardo s’è sparso,
portici, selciati e palazzi,
luoghi di voci e memorie felici.
Il cielo ha raccolto amorevole
ha proteso la luce ad avvolgere,
e intese le cose,
perché muto non è il non dire
ma l’indifferenza senza l’ascolto.
Indifferenti a sé prima che ad altri
sepolto l’udito e lo sguardo,
diventano inutili l’azzurro e le nuvole,
eppure non se ne vanno,
è paziente l’attesa,
filo d’acqua che scrive la pietra
e scioglie legami di molecole.
Altrove le sparge
perché continui la vita
e sia fecondo il sentire.
Ecco, che l’attenzione a te nasce
da una parola pensata, non tua,
dal tempo che libero, è stato posato
ed essa ha parlato.
Di te.
Mi sono soffermato,
e mentre intorno scorre la piccola folla,
le case hanno alzato lo sguardo,
il cielo si è unito al pensiero
così si è sciolto l’arcano
e palesata l’unione.
E mai come prima urge
sentire la tua voce,
mentre cantano le cose.

l’attimo prima

Immagino l’attimo che precede l’evento,
l’energia pura e senza nome,
prima d’essere materia.
È lo scoccare da cui il tempo inizia,
prima era polvere di vibrazioni,
ricerca di coagulo,
ora implode, s’inabissa, sceglie,
guarda stupita il sé che non conosce,
ed era disperso in mille abitudini di pensiero.
È la prima attesa
in essa è ogni possibile,
ma essa ha deciso:
necessità libera d’assoluto,
genera.
È corpo velato e suono che sveste,
tutto combacia e scopre nel tocco:
è armonia di coscienza
e desiderio d’essere,
acqua di vita che scorre incessante,
portando e ricevendo
i doni del profondo.

rosso di sera

La linea dei monti risucchia la luce,
cova un bagliore di rosso
che posa velluto d’ombra agli angoli
e precede la notte.
Il liquore di realtà che scalda e brucia,
è dolore nel capire,
condizione d’umore e d’assenza
è la quiete pasciuta
dove son finite le parole e gli aggettivi,
le iperboli sono vuote di senso
e non servono più per illudere.
La vita è altro,
ha distanze a disposizione,
luoghi per svolgersi,
distante e vicino coincidono in noi,
se lo vogliamo,
come fantasia e pensiero,
e sono lo scrocchiare
delle ossute dita del reale,
che digrigna dubbi
indicando dove ci perdiamo.

chi sono io

Se la strada mi calpesta,
se il mare mi sommerge,
se il cielo mi schiaccia,
di chi sono io?
Sono terra, acqua, aria? 
Oppure nella mia pretesa individualità,
nella differenza che ostento,
nell’offendermi dinanzi all’essere accomunato,
in realtà sono pasta nel mortaio, mescolanza tra le dita di un demiurgo
a cui incautamente mi sono affidato?
La mia libertà è essere
elemento e direzione,
cosa ed essenza,
ghepardo, delfino e aquila.
E uomo.
Tutto e infine, solo uomo.

acqua notturna

Acqua notturna, divoratrice di luce,
ogni ritocco suona nel lago,
là oltre le tavole fruste del pontile,
nella barca sommersa che attende ristoro
Nelle chiglie che si sfiorano,
vivono ciglia di promesse mai mantenute,
là dove l’acqua sprofonda e conserva
si mescola e sospira, ma non cessa di aggiungere
sasso a sasso, onda a onda.
Vende merce arcana di specchi,
scintille di fuoco,
e odore di freddo, di ferro, di sangue.
Dai monti scende nell’acqua la quiete,
disfa gli anni del cielo,
e mostra, a chi si sofferma col cuore,
il tessuto sottile, la trama, il tempo
e lo specchio del suo volto profondo.