Nella sera un arco rosso intriso di emozioni, nel canale gli uccelli, rompono il ghiaccio davanti ai nidi: con un suono di vetro, senza echi. Forse l’acqua ricorda la sua morbidezza, l’esser stata pioggia sul tetto, e poi il lento fluire. Nel meriggio il sole accarezzava l’ombra, scavava immagini sepolte nel tappeto, poi cercava tra il bianco del soffitto, e bussava ai vetri spargendo polvere nell’aria. Aveva il suono sommesso, del ricordo che fatica, della carezza attesa. Il tempo è acqua, conchiglia e mare, onda limpida che trascina, maceria di vita e attesa d’essere altro senza memoria dello sconosciuto nuovo.
Epifania significa manifestazione del soprannaturale. Chi viene prescelto dallo spirito o da ciò che l’umano sente superiore a sé, è destinatario di una conoscenza che altri non hanno e che egli stesso può scegliere se rivelare meno. Nell’ accezione cristiana il mostrarsi della divinità porta in sé la meraviglia e il dono, ovvero fa nascere l’ omaggio in chi riconosce la divinità che si palesa. Tutta questa premessa se non per dire che l’Epifania per un laico significa manifestazione dell’ inatteso, di ciò che gli muterà la vita. E chi viene prescelto è destinatario di una conoscenza nuova di sé che altri non hanno e che egli stesso può scegliere se rivelare o meno.
Ho pensato al significato terreno e laico che è connesso al dono e a questo giorno. Dono è molte cose, presenza anzitutto, creazione della sorpresa, o anche rivelare qualcosa di sé, metterlo in comune, non possederlo più da soli. Ho anche pensato che sia un prendersi cura della meraviglia dopo averla riconosciuta, un voler sorprendere chi si ama. Per questo tra persone ci si dovrebbe far doni e raccontarsi la bellezza che si sente, l’emozione che si prova, come accade con un innamoramento che alla fine si deve pur dire a qualcuno perché non riusciamo più a contenerlo dentro di noi. Il dono è un terreno particolare che ci rappresenta: può includere tutto il buono e tutta la finzione che possediamo. Il dono è esercizio di amore o di potere, o entrambe le cose. Prende la connotazione di ciò che sentiamo oppure non sentiamo e chi lo riceve lo percepisce. Anche quando non c’è un dono, sente che qualcosa manca e non basta dire che tanto ormai si può acquistare ciò che si desidera, che abbiamo tutto. La sorpresa è il consueto e il differente, è l’ attenzione.
Oggi pensavo anche alla gioia sorgiva dei bimbi, al loro rapporto con il dono, a come dobbiamo non banalizzarlo ma neppure farlo mancare. C’è un’ educazione al dono, allo stato di disponibilità a lasciarsi sorprendere e meravigliare, e se la riceviamo da bambini la conserveremo per sempre. In fondo sono cose che hanno molto a che fare con l’amore, con l’ attesa; invecchiamo davvero quando non attendiamo più nulla, quando tutto è scontato.
Allora ho pensato che prendersi cura della meraviglia di chi si ama sia un dare spazio alla vita, impedire che tutto diventi già visto e provato. Per questo tra le persone che si amano dovrebbe esserci la naturale scelta del dono e del raccontarsi la meraviglia che si è palesata tra noi. Allora l’Epifania durerebbe tutto l’ anno.
Le cose s’avvolgono d’un silenzio immoto e greve, nella luce umida di nebbia, è il pigro scorrere delle ore nei giorni di festa quando sazi del cibo e di parole, s’ascoltano echi: ti voglio bene, ci sei, è bello ritrovarsi nell’anno che verrà, di certo sarà buono, forse. Resta l’ indecisione che si fa casa, nel sonno da tepore e d’aria respirata, mentre fuori la luce cala presto e la nebbia sale.
È passato, non ha lasciato tracce, neppure un’orma sulla neve. Neppure la neve. Si rammarica il cuore (?), l’anima (?), il semplice sentire (?), dell’aver perso un treno, ma da tempo non si sa dove sia finita la stazione.
Forse per questo molti fuggono via dalle feste, dal pensare, da questa nebbia che da troppo tempo parla e non si vuol capire. Forse per questo, o per altro, ma nel cuore del mondo nessuno fugge più, e stupito ascolta parole che capisce a stento, immagina, intuisce, guarda, mentre attorno scavano fossati.
Nei natali vissuti la mappa delle attese, del nuovo che attinge alla speranza. Nei ricordi trovo chi ora sono, cosa si è compiuto, quello ch’è mancato. Ho una vita di natali diversi, di caldi pensieri scivolati nel sonno, di neve e cappotti spinati, di sciarpe rosse e guanti di lana bucati, di trepidi ultimi giorni di scuola, di interrogazioni e disfatte, mai perdonate nelle pagelle a gennaio. Le notti di Natale a lungo ho cantato e anche quando più non credevo ho sentito l’amore che univa I giorni e l’attesa. Ho visto persone vagare le notti della vigilia e nessuna chiesa li cercava, quando al freddo guardavano le luci, chi usciva felice, finché il portone chiudeva, allora s’allontanavano nel buio in cerca di risposta o anche solo d’una parola, ma nessuno parlava. Chissà che fine hanno fatto tante tristezze sotto il cielo, dove hanno riposato, e cosa è stato per loro il mattino di festa. Ogni anno la neve ho atteso e qualche volta è accaduto, allora c’è stato il gioco e la gioia, le guance infuocate il cappotto con i segni delle risate, poi a casa la cura, la cannella, il vino bollente, le mele una carezza sui ricci e il sonno felice che la festa ha concluso.
Buon Natale alle donne e agli uomini di buona volontà. .
Ero lì a cena l’antivigilia di natale, le guance rosse per l’aria gelida ed il chianti, si mangiavano verze e cotechino e questo faceva ridere parecchio. Entrò un’orchestrina di fiati. Canzoni natalizie con tromba, trombone e bassotuba. Uno strepito incredibile nell’ambiente ridotto e pieno di persone. La cosa mise un’irrefrenabile allegria gli occhi e i commenti correvano tra i tavoli urlando e poi ridendo, assordati, c’affrettammo a dare mance generose e loro, i musicisti, riprendevano con un bis di ringraziamento, finché ci fu uno scambiare di sfottò tra le note di un’allegria generale. Solo il ragioniere era rimasto imperturbabile. Mangiava il suo brodo e alzava appena gli occhi, poi rivolgendosi al vuoto distintamente disse: ma come l’è, di nuovo il natale? E ridacchiò. Ecco, allora ho capito che la mia solitudine era un lusso.
Mi piaceva quel posto, c’arrivavo la sera da un corso, mai solo e con molta allegria. Mi piacevano le tovaglie pulite, il cotone pesante, gli antichi lini un po’ lisi, alle feste, le stoviglie retrò, le pesanti posate. Mi piaceva il menù consigliato la cucina milanese e toscana, la cassoeula ed i pici, il parlarsi tra i tavoli, le vecchie glorie sulle pareti, il fiasco di chianti al consumo, la scelta del pane tra sciapo o salato. Tra muri bianchi rivestiti di legno un angolo di fotografie, e un tavolo singolo per il ragioniere. Col cappotto addosso d’inverno cenava, d’estate un gessato, la cravatta col nodo stretto mai fatto di fresco. A monosillabi ordinava, un sopra ciglio o l’indice alzava, e non i piatti ma una sequenza del suo menù personale in cui c’era solo L’inverno e l’estate. D’inverno un brodo di pollo, la pastina sottile, poi patate lesse e costatina Ben cotta. Un minestrone d’estate, a volte insalata o verdura cotta e il pollo lessato, un bicchiere di vino, il fernet e il caffè. Sempre solo, in mezz’ora mangiava, alzava lo sguardo mentre i denti puliva, poi il cappello metteva e salutando usciva. Il mercoledì il posto alle otto era vuoto più tardi arrivava. C’era il varietà e al ragioniere piaceva, le ballerine com’erano? Il cameriere ammiccava il ragioniere taceva. Sorridevano entrambi. E la cena iniziava.
Sono rune le emozioni d’inverno, calligrafie che cercano chiarezza, s’allineano come percorsi d’uccelli nella neve che cercano nutrimento per aggiungere del tempo. Nell’invenzione del futuro s’è cancellato il presente, e la speranza porta fatica al nuovo giorno, attendo si ricomponga un disegno, un linguaggio di poche parole. limpide di chiarezza e semplici da dire.
Lei si era innamorata di un altro, all’inizio senz’avvedersene. O forse se ne avvide? C’erano le circostanze, il caso fece il resto. Lui disse ch’era già accaduto, ma prima s’era potuto rimediare. Adesso non c’era più nulla da fare. Passò il tempo, neanche tanto, anzi poco. Forse per un simmetrico bisogno d’attenzione, anche lui s’innamorò di un’altra. All’inizio senz’avvedersene. O forse se ne avvide? Si generarono dolori, qualcun altro ne fu sorpreso, in passato, gli pareva, d’aver saputo rimediare . Poi gli sembrò d’essere quasi ucciso dal dolore e che solo il ferire gli riportasse vita, ma si stancò d’essere senza luce, e cominciò a vedere il mondo che gli ruotava attorno. Mentre il tempo scorreva, nuovi nodi s’erano allacciati. Vite, che sembravano squassate, ritrovarono abitudini conosciute. Ma anche le altre vite, ch’erano apparse nuove, diventarono un po’ usate. Forse l’ urgenza ormai non era più tale. Tutto sembrò acquietarsi e ciò che sembrava forte, lo fu un po’ meno e quello che brillava, perse un poco la sua luce. Così avvenne che pensieri, più o meno uguali, si formarono in teste che s’erano profondamente conosciute: nei grovigli di destini, e un capo sempre fugge mentre disegna nuovi eventi. Ricominciò l’attesa che il nuovo accadesse e la storia facesse finta di ripetersi. Perché anche nell’abitudine allo star bene, la speranza ha sempre porte da cui uscire. If, si disse e di pescar la luna ricominciò a sognare.
S’è sparsa la luna nel cielo d’inverno lotta con la nuvola che l’abbraccia, c’è calma di vento e l’aria cade fredda, in pioggia sottile di polvere e ozono. La salvia dialoga col mirto e il rosmarino, tra loro l’antica rosa che ha perduto ogni foglia attende che qualcuno la protegga dagli insetti voraci nella notte che ancora si satollano prima del sonno nell’oscura Terra. La luna esce fulgida e illumina le cose, senza un gemito, lamenta ciò che vede e ascolta.
Un vecchio barbiere a cui spegnere la sigaretta, proporre i miei pochi ricci, e portare dentro bottega. Ha le parole guardinghe di chi non conosce, il tempo che batte la vetrina, e la strada con le auto ormai troppo grandi. Ci sono ancora per fine anno quei piccoli calendari dal profumo sguaiato? Prima ciarliere, le forbici ora esitano, lo specchio rimanda il viso stupito, tra ironia e ricordo, si schiara la voce, tra poco la pensione lo porterà altrove, e l’asciugamano umido e caldo sul viso è un abbraccio tra vecchi.