E’ sera di tanto muovere le cose e di capire, ora ho stanchezza. Nostalgia dei miei scaffali, delle pagine bianche, di ciò che sarà e adesso è meno che pensiero. Un singulto d’intuizione che non si forma, ancora, ma paziente attende confonde il tempo delle cose. Assenza, e lo sguardo punta ad est, dove già nata è la notte e vive il cuore del sole ancora nuovo. Una transitoria tranquillità m’ha preso come un torpore d’ambra E sento che il mio tempo sussurra nel silenzio: hai preteso e ora vedi la misura, cosa chiederai ai tuoi giorni?
e forse non è vero che un battito d’ali, dalle parti dell’Australia, generi un tornado nel golfo del Leone. E neppure è vero che questo canto confuso d’uccelli parli un’unica lingua per chi sa capire. Ci sono confusi segni attorno a noi: notti che dall’alba scavano la luce, uomini difficili da intendere nel male. Ma è pur vero che un antico battito di ciglia ha riordinato il mondo, e ancora fa vibrare il suono delle foglie, a compitarlo è un segno nuovo, forte, e caro. Ma tutto questo è natura, è scorrere e disordine apparente, si snoda e tesse il mistero ordinato delle ore, e non c’è arroganza nel fiume, e neppure nella gravità d’un peso, per questo se a un desiderio accade d’accadere, meglio lasciar che sia. E basta. Per far di noi, bambini nel tempo, l’incerto attendere, che riaccada diverso, se ne avesse ancora voglia.
C’è nell’aria una vaga apprensione, come usa, non di rado, agli uomini la vita. La delusione viene senza compagnia, prende, divora l’orlo delle ore di luce. Fuori, nell’aria che presumeva la nuova stagione, l’erba s’è oscurata nel freddo. Luci nette hanno traversato l’ombra appesa, e si sono soffermate sulle finestre, curiose delle coste dei libri. Il tramonto s’è acceso, odorava di nulla, se non delle età altrove vissute.
Pace è parola breve, inconscia dove vive, chiude in sé l’abitudine e con fatica s’apre per accogliere. Nel profondo d’ogni vero dubbio c’è il germe della tempesta, un nonnulla improvviso che non s’era compreso, ed è già suono di basso, pedale d’organo e vortice d’abisso, che ruota e aspira ogni quiete. L’ora invoca il sogno e il sonno che ripara ma anche l’agire per arginare noi dal nulla che s’annulla . .
Che finiscono cose, situazioni, amori e pure odi ed emozioni, bisogna pur saperlo. Per l’ora che ci trasale, per la nebbia che ora insegue mentre attorno il colore attende. Non noi, non chi è distratto da sé, ma il pensiero che ascolta e comprende, consola.
Anime che cadono in vortici a spirale, sono innocenti spoglie della pacciamatura di vite, immolate al vento d’armi che s’affila, che spiana il prato, percuote l’albero e le case.
Insinua orrende storie. ride dell’amore e dei sogni, che ancora raccontano trame intessute d’aghi di pino, altro vento graffia intonaci e rompe le illusioni perifrasi di vuoto. Dopo ha aperto una porta, sbattuto una finestra, ma gli ansimi ormai erano aria nella polvere.
Qui la notte è tiepida di pace, nel vicolo una bottiglia di plastica corre , giocosa sbatte con rumori secchi tra stretti muri, è solo vento che pulisce l’aria, rimette ordine, sparpaglia carte mischiando Il mazzo con le foglie dell’autunno.. È la primavera che musica le case, porta pezzi di note, si lascia derubare dagli sguardi, nello svolazzare di gonne e di cappotti. Dentro al bar, guardo oltre la vetrina. Aspetto, mi parlano, e sento le parole che vanno via nel vento, senza traccia, né memoria. Resta il pensiero d’un altrove fatto d’eguali dove le speranze vengono spente come in una maledizione che rovescia e schiaccia nella polvere, le candele accese.
La nostra misura è poca cosa ma è tutto ciò che abbiamo, e in essa si mescola la ragione e l’ambire dell’infinire nostro. Sentendo l’orlo della speranza, e la cinica attrazione dell’abisso, è ancora bello cercare nell’affinità, l’aria per dare ali all’intuire e non sentirci soli.
Ho mani grandi, che hanno appreso la leggerezza, per contenere e prendere, i polsi sono teneri, non a tutti i pesi indifferenti, come ai pensieri che debordano, sguaiati.
Aveva mani forti, mio padre, precise e ad ogni giorno adatte, parlava il necessario, ci amava forte senza dirlo troppo. Mia madre era attenta e delicata, belle e morbide, le mani, use a onorare la fantasia d’ogni concretezza. Mia nonna aveva mani magre, avezze al lavoro e all’affetto, sapeva percorrere la mia guancia con cura leggera, la stessa con cui aveva percorso il mondo. Nel loro suono collocava le parole, figurine d’album dal profumo di violetta e sorprendeva senza parere, il sogno. Dell’amore, nella casa, nulla lesinava così il bene tracimava, lo si sentiva nell’abbraccio, nella parola che fioriva anche d’inverno. Nella febbre di bambino rinfrescata era la fronte, nelle prime lettere, il pennino sostenuto e accompagnato, dopo un giorno di corse e giochi, polvere e sudore, venivano lavati.
Nelle mani che sono casa e vita c’è il compendio dell’amore, la sua passione, l’intelligenza e la cura innata, il sapere, la parola da tenere a mente, la frattura che si ricompone, il pianto deterso e spento. Se il tempo d’ognuno converge, mescola e s’unisce, accade in una carezza del profondo nostro universo che non teme di generare un sole.
Per innumeri passi lo sguardo s’è sparso, portici, selciati e palazzi, luoghi di voci e memorie felici. Il cielo ha raccolto amorevole ha proteso la luce ad avvolgere, e intese le cose, perché muto non è il non dire ma l’indifferenza senza l’ascolto. Indifferenti a sé prima che ad altri sepolto l’udito e lo sguardo, diventano inutili l’azzurro e le nuvole, eppure non se ne vanno, è paziente l’attesa, filo d’acqua che scrive la pietra e scioglie legami di molecole. Altrove le sparge perché continui la vita e sia fecondo il sentire. Ecco, che l’attenzione a te nasce da una parola pensata, non tua, dal tempo che libero, è stato posato ed essa ha parlato. Di te. Mi sono soffermato, e mentre intorno scorre la piccola folla, le case hanno alzato lo sguardo, il cielo si è unito al pensiero così si è sciolto l’arcano e palesata l’unione. E mai come prima urge sentire la tua voce, mentre cantano le cose.
Immagino l’attimo che precede l’evento, l’energia pura e senza nome, prima d’essere materia. È lo scoccare da cui il tempo inizia, prima era polvere di vibrazioni, ricerca di coagulo, ora implode, s’inabissa, sceglie, guarda stupita il sé che non conosce, ed era disperso in mille abitudini di pensiero. È la prima attesa in essa è ogni possibile, ma essa ha deciso: necessità libera d’assoluto, genera. È corpo velato e suono che sveste, tutto combacia e scopre nel tocco: è armonia di coscienza e desiderio d’essere, acqua di vita che scorre incessante, portando e ricevendo i doni del profondo.
La linea dei monti risucchia la luce, cova un bagliore di rosso che posa velluto d’ombra agli angoli e precede la notte. Il liquore di realtà che scalda e brucia, è dolore nel capire, condizione d’umore e d’assenza è la quiete pasciuta dove son finite le parole e gli aggettivi, le iperboli sono vuote di senso e non servono più per illudere. La vita è altro, ha distanze a disposizione, luoghi per svolgersi, distante e vicino coincidono in noi, se lo vogliamo, come fantasia e pensiero, e sono lo scrocchiare delle ossute dita del reale, che digrigna dubbi indicando dove ci perdiamo.