piccole passioni

Dicono che una passione possa far crollare un muro, rendere inutile un’abitudine, togliere significato al tempo. Così dicono quelli che le passioni ancora le cercano, dentro di sé oppure negli altri che ascoltano a bocca aperta. Dicono che non gliene importa nulla, a chi ha una passione, che non si sente solo. Anzi. Sostengono che la solitudine non può esserci in una passione. Concludono che non basta mai a chi la prova, la passione, che è come un amore, solo che non manca, che la si porta con sé e la si può condividere. Ma solo con chi la sente allo stesso modo, sennò è inutile e si spreca, la si annega in due occhi divertiti, e il cuore si mortifica e poi la notte ripete: ma come ho fatto a fidarmi, perché l’ho detto così come lo sentivo e chi ascoltava non capiva, anzi mi compativa per quello slancio di assoluto. Eh sì, la passione è un arco di assoluto che non scompare nel proprio cielo e solo chi la prova, e pochi, forse uno o una che può condividerla davvero vede quell’arco. Lo sente come il segno disvelato del senso di un vivere. Non di tutto il vivere, ma di quella parte che ciascuno può scegliere ed è propria. Solo sua e di chi amorevolmente condivide. 

Mi chiese quanti amici avevo. Gli risposi che ormai non c’era più nessuno a cui potessi davvero dire tutto. Che la noia e i tentativi ci avevano condotti nell’abitudine. Ci conoscevamo a memoria e la memoria sapeva ogni modo di dire che si ripeteva, ogni birignao. Vedeva l’insofferenza e sapeva quando era ora di andare. Ma le passioni no, non le raccontavo e pian piano costruivo, anche nelle amicizie, piccoli muri di convenzione. Che sì, forse solo le donne, una donna, poteva essere davvero amica, perché le donne hanno quella capacità di sentirsi riempire l’anima e di attendere che questa non sia una condizione transitoria. Le donne non frequentano il cinismo, gli dissi, perché hanno i figli o gli amori che le trascinano e le fanno volare. E a così a volte capiscono quello che non si può spiegare, sentire come proprio ciò che ancora non comprendono bene ma si può abbracciare.

Lui voleva sapere di più, seguire nel racconto un pezzo di quella vita che era mia e non si disvelava, per questo gli dissi che ormai le amicizie le avevo messe da parte e mi erano rimaste le passioni. Piccole passioni, inesprimibili ai più, che avevano due facce, come le monete, una evidente per le curiosità transitorie, per i commenti affrettati che si dimenticavano subito. E l’altra invece, portava un segno, una specie di cifra o ideogramma, che non spiegavo perché lì c’era il motivo della passione. La sua radice che affondava in me e portava lontano dalla superficie. Così la moneta si lanciava per aria e qualsiasi cosa venisse, pareva ma non era per davvero se non per me o per chi poteva capire. Ma chi aveva la pazienza di capire per davvero? 

E la passione è inutile ai molti e totalizzante per chi la prova. Questo dimostra che solo ciò che non si comunica, per amore o indegnità di chi ascolta, rende vivo ciò che altrimenti verrebbe lasciato, lo trasmette a chi è in grado di accoglierlo, lascia dei segni indelebili e piega le vite verso il senso. Un senso che diverso si ripete e rende diversi, ma bisogna avere passioni per essere davvero diversi.

 

la vita è eterna

Lo sappiamo che la vita è eterna, anche la nostra vita. Lo vediamo in ogni bellezza che ci colpisce, in ogni attenzione che rivolgiamo al nostro corpo quando lo riconosciamo. Lo vediamo in ogni cosa lasciata in disparte per essere centellinata con la giusta attenzione, lo cogliamo in un colore che non ha un nome ma vibra splendente della sua lunghezza d’onda, lo sentiamo nel sole che preme sui vetri e che orienta i girasoli che s’affollano nei vasi. Lo possiamo intuire nella penombra che, perfetta, disegna ogni arco di portico e si ripete mai uguale, ogni giorno, la possiamo sentire nelle battute scambiate tra un venditore di verdure, una vecchia cliente e un ragazzo sui pattini che distribuisce assaggi di coca cola light. Lo sappiamo senza che nessuno ce l’abbia detto ed è dentro di noi che la sentiamo questa eternità che quando si accoccola serena, ci rincuora e ci dice che tutto è nuovo non che tutto passa.

Un’amica mi manda fotografie da Lisbona, ha il tempo giusto del viaggiatore, guarda, gode del sole e della musica di strada, beve birra e caffè, si muove curiosa. Il suo pensiero solleva il desiderio di andare, di seguire l’istinto che non consuma ma si sofferma, che si perde, si stanca e si ritrova. Ogni sera e ogni mattina, nuovo. 

E allora di che lamentarsi? Del tempo che passa? Della noia? Della complicazione e del modo di vivere, oppure di noi, dell’insoddisfazione che si racchiude nelle parole: non ho tempo. Mai abbastanza sembra, mai conforme a un dovere che deve dare un senso, una utilità indimostrabile e lontana. Persino del dire si accavallano le parole. Mai come adesso le parole sono state tante e divorano la curva del tempo, lo allontanano da noi, lo nutrono di imperativi mentre la comunicazione mette assieme ed è fluida. Non usa il devo ma il sono. Allora dire poco allunga il tempo e lo rende uno scialle in cui avvolgere se stessi e il senso, ci fa guardare benevoli alle parole che si accumulate e fa scoprire che troppe sono fruste, usate senza attenzione, mentre altre giacciono nuove e meravigliose nella nostra mente. Così il passato si stende davanti, si apre e diventa futuro, non sale sulle spalle e diventa piombo. Noi siamo il nostro tempo, noi con i nostri immensi ricordi, noi con il crogiolare dei piccoli fallimenti, noi con le pagine che attendono pazienti, noi con la certezza che si può andare, sempre, da qualche parte, e sarà nuova se sapremo sentirla nostra. Non d’altri, nostra come il nostro tempo.

per fezione

Come briciole si perde la perfezione per strada, l’idea era buona e si è franta nel modo giusto creando una silloge di specchi. Ciascuno rifletteva l’altro in una infinita ripetuta realtà e il tempo si fermava tra l’una e l’altra immagine, sospeso e in attesa. Non si capisce nulla? Meglio parlare del minuto che s’incontra per caso ( e non è mai per caso), un volto, uno stare, un mettere argine al pensiero che disturba. Tutto serve. Sapessi quanti cani devo tenere a bada e nessuno è mansueto perché ognuno difende un territorio ben preciso: l’urgenza.  La sua urgenza. Così nel contenere, ti regalo un’immagine, la forchetta che affonda nella millefoglie. Fuori dell’ombrellone bianco il sole mangia i colori, ma qui la crema chantilly esce tenera di giallo, esce e si lascia raccogliere dalla punta della forchetta. Se non ci fosse un parlottare attorno si sentirebbe il crepitio della sfoglia che si frange, il profumo del caffè che attende, il gusto che manifesta l’imperio del senso. Che rimanda ad altri gusti e desideri, allegoria di specchi del pensiero. L’urgenza è tra il prolungare e il finire, che comunque s’estingue in un ultimo sapore, ma quel sapore durerà a lungo. Ecco che la perfezione lascia una scia ma si consuma, dev’essere consumata, non deve interpellare oltre la soglia della sazietà. E ancora un’immagine aiuta, è la lama di luce che si apre una strada netta, entra e si ferma, solo lo sguaiato aprirebbe intera la porta, chi conosce l’imperfezione propria, gode della danza del pulviscolo, se ne incanta, immagina e coglie vita dove c’è polvere. Fuori una tenda sbatte in sincronia col vento, ed ha momenti d’attesa prima di vibrare, come l’amore, potrei dire, che oltrepassa una riga e poi un’altra e infine ha un suo ritmare tumultuoso con lento accarezzare.

rta ovvero una mattina del mondo

La mattina si era svolta, come lo spiegare d’un lenzuolo antico. Un prenderne i capi ed aprire ciò che è molto più grande dell’apparenza, poi il distendere con quel movimento che imprigiona l’aria per scherzo e poi la lascia andare finché si forma una superficie liscia e tesa, grande per accogliere e sovrabbondare. C’erano lenzuola per tutte le stagioni in casa: quelle di canapa per l’estate che mia nonna conservava nel suo piccolo armadio e odoravano sempre di lavanda ed erano morbide d’uso e d’anni, e fresche e lisce con dei piccoli ingrossamenti del filato su cui si attardavano le unghie e i polpastrelli prima del sonno. C’erano le lenzuola di lino che uscivano dai calti dell’armadio di mia mamma, con qualche ricamo colorato e le iniziali, anch’essi riservati all’estate e alle occasioni d’una festa che s’accompagnava dalla vigilia alla settimana successiva. C’erano le lenzuola di flanella per le notti più fredde e per avvolgere i sogni rimboccati dal desiderio d’abbraccio. C’erano lenzuola di cotone, di vari colori che accompagnavano l’anno e l’umore intermedio. Insomma le lenzuola s’aprivano e si svolgevano per avvolgere. Così era stata la mattina, stesa e piena d’incontri, di sorrisi, di abbracci e di portici luminosi come parole piane. Era stata una mattina in cui il senso, una piccola sfera densa che dà ordine alle cose, fissandone una precedenza e conseguenza, era rimbalzato nella piazza, aveva convinto anche i riottosi (che tanto riottosi non erano visto che erano venuti per ascoltare, incontrare, celebrare), e si era poi sciolto nei piccoli capannelli, nelle discussioni, nello sciamare che metteva assieme luoghi differenti per un aperitivo, uno sguardo ulteriore, un pranzo. Insomma il rito era stato caro agli dei e l’ordine si era mantenuto con i singoli universi di ciascuno.

Ṛta è il termine sanscrito che descrive l’ ordine dell’universo, quella cosa grande che contiene e uniforma la realtà, ma è anche ciò che rappresenta l’universo attraverso il rito. Ṛta deriva da Ṛ (radice sanscrita di “muoversi”) e *ar (radice indoeuropea di “modo appropriato”), quindi significa “muoversi, comportarsi, in modo corretto”. Fare le cose per bene. Ed è riferito sia agli uomini che alle leggi che regolano l’universo. A ciascuno il suo compito in modo che ci sia l’armonia, il corrispondere tra realtà e il fare e a ciascuno l’universo dia secondo la sua necessità d’armonia.

Pensandoci, mi veniva in mente la meccanica della serenità, che non di rado contiene la felicità, ovvero fare ciò che si dice e dire ciò che si pensa. Che poi è anche il riproporsi dell’innocenza senza età, dell’etica del giusto che non include la costrizione ma si nutre di equilibrio e necessità.

C’era un legame tra tutto questo e il rimpiangere le scelte sbagliate, l’ozioso e cupo enumerare i fallimenti, l’incapacità di vedere il futuro come conseguenza di un pensiero attuale e felice? 

Quando gli anni si accumulano con pennellate successive o viene fuori una lacca lucida e riflettente, che ha un colore così intenso che sembra risucchiare la luce al suo interno oppure si creano una serie di strati che si sfaldano nel presente e mostrano tracce di antica bellezza, ma anche crepe e disfacimento dei tentativi che non furono felici. Esiste una terza via che mette assieme il fare e il suo consolidarsi nel ricordo e nel presente ed è la sensazione di essere vissuto e voler vivere approssimando le regole che ci riguardano. In questo si è pietra porosa che assorbe il colore, lo mostra e al tempo stesso è se stessa. È il senso del limite che ci dice del corrispondere tra noi e quello che è fuori di noi, è quel sentire lo sguardo che ha il ricordo e vede il futuro nell’ordine che percepisce. In fondo un letto con le lenzuola ben stese e appropriate alla stagione era un atto d’amore, d’innocenza e d’ordine e già lo stendere era gustare ciò che sarebbe venuto come appropriato al sonno e a i sogni. 

E noi dobbiamo curare i sogni e le passioni, farli grandi e simili a noi, contenerli nell’universo e nel sole di una mattina d’inizio maggio, dove l’innocenza è ciò che si mostra ed è grande di semplicità. Come una bandiera, un sorriso, un colore, una voglia di essere ancora vivi nel fare il proprio compito. Incuranti di ciò che è stato e felici di ciò che potrà essere.

sulla porta

Sulla porta avvengono cose intense. Cose che hanno a che fare con i sentimenti. Non mancano le banalità, i simbolismi: porte accostate e sbattute sono quasi icone di un prima e un dopo interiore che rappresenta ben altro. Sulla porta vengono dette parole spesso usate, banali, ma qualche volta, definitive. E gli addii consumati sulla porta di una casa, di un treno, di un aeroporto sono crudeli e senza replica apparente.  Lasciano interdetti, come accade in ogni omicidio premeditato. Oppure raccontano il banale che sconfina sempre nell’irrevocabile. Quanta indifferenza può esserci nel ripetere, o quanta insicurezza si trova nell’abitudine, non ce ne accorgiamo, fino a un momento di rottura. Ma l’eccezionale in fondo si prepara un po’ per volta nel suo agente. E chi è l’agente dell’eccezionale se non colui che dice che qualcosa è accaduto. Qualcosa che era percepito e rifiutato, oppure intuito e atteso, perché a volte, nell’entrare c’è la felicità che si palesa confermandosi.

Sulle porte avvengono cose che voi umani sapete e che non è necessario cercare nei bastioni della galassia, ma dentro, perché un saluto è un arrivederci, un addio è una rottura di un equilibrio, di un viaggio, di un possibile che poi giace infranto. Ai propri piedi perché chi l’ha pronunciato già non teneva più a quel possibile, l’aveva scartato. Sulla porta, sotto lo stipite, ci si rifugia quando c’è un terremoto. I credenti, non importa di quale religione, mettono sopra di essa immagini ben auguranti, tracce di sapienze definitive e chi passa sotto dovrebbe essere investito dall’aura che benedice.

Sulla porta il cuore non è mai indifferente perché vede fuori e accoglie oppure chiude e sbarra, paura e speranza si intrecciano, un modo sostanziale di vedere coincide con le vite che si sono scelte. Il tempo è breve sulle porte e di questo tutti dovremmo essere consci, una comunicazione, un accadere ha bisogno di tempo e invece le porte sono un imbuto dello scorrere, come in una clessidra sono un cappio che velocizza l’accadere. Credo che l’addio che si perpetra su una porta che poi si chiuderà è il crudele finire e nessun finire dovrebbe essere tale.

Usare la porta per accogliere, e dire, è già molto, moltissimo. Ripercorre la sorpresa di quando si era felici, ora al contrario, ma con creanza. Non è un comunicato, è una con-divisione, un dolere comune, come c’è stata una felicità comune. Almeno questo nell’educazione ai sentimenti: non sulla porta.

fare il punto

A volte il silenzio è un perdersi che include sia il trovarsi o l’abbandono. Nasce come una crepa, dapprima impercettibile, che fa risuonare diverse le parole e infine le rende mute o eccessive.

Meglio fare il punto che consente di sapere dove si è e decidere il che fare. In fondo è la stessa strategia dell’inerme e del supponente.

Oppure c’è la troppo difficile arte del rabberciare. Il kintsugi (金継ぎ) degli artigiani zen, che mettono l’oro a ricomporre ciò che è prezioso ed è stato rotto. 

Ma se la pazienza ci assiste, in quel silenzio, che ora nuovo risuona, saldato dall’oro, s’imparano a leggere cicatrici che luccicano come un disegno dell’anima vissuta.

E tutto si muove: nulla è come prima e nulla è peggiore.

E neppure il punto è lo stesso.

la politica non è solo un’opinione

Questa mattina mi son lasciato invadere dalla speranza,
ed è pericoloso di questi tempi in cui tutto sembra fatto,
e deciso nel peggio, che non è proprio peggio,
eppure ti toglie il colore,
semina grigio nelle parole,
distribuisce forse che sono già dei no.
Ma stamattina le parole erano colorate,
c’era il rosso della piccola passione da spendere ogni giorno,
il verde che non accetta l’asfalto e cresce indifferente,
il giallo, cosi difficile con la pioggia sui vetri, prometteva il cambiamento.
Erano colori della vita
senza ritegno né creanza, così il viola sposava il blu e parlava arancio.
Ma non erano confusi e neppure sembravano parole: erano finestre
in un tempo di muri
mostravano che c’è aria da respirare
in quel sentimento insensato che si chiama speranza,
e se spesso non ha una precisa attesa,
si muove allegramente e tu sai che è vita.