ti parlo della vita sobria

Il cuore degli uomini, dev’essere in continuazione costruito e confermato.

E’ una verità ambivalente, ostica al desiderio di certezze e d’immutabilità che ci percorre. Da essa è inutile trarre subito dinieghi, basti pensare a quanto dei nostri giorni è rete di consuetudine e quanto si misura con tempi che non sono nostri per desiderio e che neppure, forse, vorremmo. Basta guardare quanto di noi è paziente costruzione, per capire che il rifarsi del cuore è un impegno costante e necessario. Ci si rende conto che l’educarsi al sentimento, all’affetto, alla percezione dell’altro, è l’opera nostra di costruzione del sé. Che questa s’affianca all’opera che altri, ben più forti ed arroganti, mettono in campo: la famiglia, la società che c’attornia, le convenienze, le regole, sino ai limiti fisici nostri confrontati con quanto si giudica forte, bello, adeguato. Chi non è bello secondo i parametri altrui dovrà scoprire la propria bellezza e di questa convincere il cuore per evitare l’infelicità. Come pure varrà, per la forza e l’adeguatezza, il mediare con l’esterno il proprio benessere, sottoporlo, anche quando questo sia precario, a una serie infinita di aggiustamenti che ne consentano l’equilibrio. E ciò vale per le conseguenze della ricerca al ben stare, ovvero il benessere economico, oppure quello affettivo, od ancora quello sessuale, ciascuno di questi esigendo un compromesso tra ciò che si vorrebbe essere e ciò che si è davvero. E quanto l’essere sia esso stesso un mescolarsi di evidenza e di parti celate, lo sa il cuore che trova in suo punto d’equilibrio nel parlare con sé, mostrandoci ciò che siamo davvero. Superata l’età della sfida, della ribellione senza pensiero di conseguenza, ciò che viene dopo è un’intrecciarsi di forze, di fili che collegano e tengono, ma che se s’ingarbugliano portano verso nuove, intollerabili, prigioni. In questo c’è un dipanare, un pensiero d’ ordine che cerca di plasmare il tempo e darsi priorità, un prima e un dopo, una valenza nelle persone e nelle cose. In questo ordinare interiore c’è molto del fare e dell’educare il proprio cuore. Usare la parola cuore per ciò che sta nel cervello, significa mitigare la lama della razionalità dalla propria insensatezza, il vincolo che ci metterebbe costantemente in decisioni che, proprio per la loro nettezza, prescinderebbero da noi e non sarebbero parte di quella educazione al vivere bene che in fondo fa parte di tutte le aspirazioni e di tutti gli eccessi che comprendano la vita e il vivere. Ma questo cuore, costantemente rifatto e confermato, è quanto di più nostro abbiamo, quanto possiamo mostrarci per riconoscere il nostro tempo e ciò che siamo e da esso partire per riconoscere come abbiamo vissuto e vivremo.

Se un pensiero mi attrae con maggiore forza, è quello che per scelta, semplifica, riporta a sobrietà il ribollire barocco delle vite, l’uso interiore degli aggettivi (ci sono aggettivi interiori che c’illudono, danno la sensazione d’onnipotenza, portano a crederci eterni) che scatenano la meraviglia fugace e la disperdono in infiniti rivoli di senso, tanto che alla fine, d’esso non resta traccia, inghiottito com’è dal predominare delle abitudini e dei condizionamenti, cancellato dalle pulsioni soddisfatte e subito dimenticate, riportato in una perenne eccitazione al fare confuso con l’essere.

La vita sobria è una vita complessa che si scioglie in pensieri forti senza dominio, che si conforma al proprio tempo interiore e c’accompagna in stanze che si liberano di pesi, in archivi virtuali che s’ordinano ed in scelte che quietano.

Il mio rappresentare le vite come poligoni di forze, sempre mutanti in relazione a ciò che improvvisamente diviene importante e tira in una direzione, non è quello che vorrei, perché è un equilibrio che ferma il movimento e trova un compromesso statico in attesa d’una nuova tensione che rimodelli il tutto, ma vorrei piuttosto il conformarsi ad una vibrazione d’onda che percorra il dentro e il fuori, faccia sentire che si è parte dell’universo e di se stessi assieme e che questo vibrare, talvolta, all’unisono, non è solo la felicità, ma la consapevolezza d’essere all’interno d’un mondo al quale ci conformiamo senza subirlo e continuando a crescere. 

Insomma l’uno che prosegue la sua infinita corsa e ricerca che mai non avrà fine ed il tutto che si disvela mostrandosi per pezzetti di scoperta e meraviglia, includendoci e fluttuando assieme a noi.

Non si esaurisce nulla, il processo (il vivere) continua e sapere d’esserne parte rimodella in continuazione il cuore.

parlare di lavoro

Parlare di lavoro oggi quando, pensando fosse altro, ci è mutato tra le mani e ora la capacità di capirlo costringe a rincorrere i dati più che a quello che essi contengono, ci porta a ipotizzare mondi possibili ed economie alternative che per la loro difficoltà diventano di immane difficoltà realizzati va. A questo si aggiunge la crisi climatica e ambientale che le aziende non hanno capito e non capiscono, ma essa muta il lavoro e la sua condizione oltre che la vita comune.
Deaglio analizza da tempo il lavoro com’è e dice che bisogna partire da come esso è diventato oggi e su questo esercitare una comprensione e una guida che lo muti o almeno ne attenui gli effetti più impattanti in termini di precarietà.
Ad esempio se la competenza diventa rapidamente obsoleta bisogna avere percorsi pagati di formazione continua che siano a carico di chi lucra su queste forme di innovazione e quest’ultima dovrebbe diventare una componente del ciclo lavorativo.
Portare il sostegno a chi perde il lavoro non verso la pensione ma verso un nuovo lavoro dovrebbe essere la caratteristica assistenziale di questo mercato mutato che non si basa più sul lavoro fisso e la competenza acquisita. Mutare in questo modo il mercato tra domanda e offerta di lavoro non può prescindere dalla constatazione che gran parte di esso è ormai concentrato nei servizi e che la manifattura in Italia produce un quarto del PIL.
Tutto questo e molto d’altro giustificherebbe una comprensione della situazione e un intervento da parte dello Stato che progetti un nuovo futuro e non lo subisca. Difficile che lo faccia un solo Stato con successo, diventa più semplice se questo è un problema europeo.
Quello di cui si parla senza soluzioni è che il lavoro, anche quando c’è, spesso non è sufficiente nella sua retribuzione per assicurare una esistenza libera e decorosa. Questa esistenza tutelata solo a parole dalla Costituzione e di fatto negata, anche ora, dai governi, avviene solo per una parte dei lavoratori e segmenta chi è attivo nella popolazione tra chi ha troppo (minoranza) e chi ha troppo poco.
Troppo o poco, in a una società che impone livelli di consumo insostenibili e funzionali a una produzione globalizzata, è che comunque retribuisce troppo poco gran parte del lavoro che impiega. Una via d’uscita sarebbe quella di aumentare costantemente il valore di ciò che si produce attraverso la ricerca e l’innovazione, ma questo è il settore in cui l’Italia spende meno. Altra consapevolezza da acquisire sarebbe quella che il lavoro senza limite a cui viene soggetto chi ha un contratto precario e non solo, isola ulteriormente la persona dal contesto lavorativo e sociale, non diviene parte di un gruppo che produce qualcosa di cui sentirsi protagonista ma è solo un fornitore senza identità collettiva. Questa parcellizzazione della persona che segue le tante altre presenti nella società della realtà digitale, impedisce una crescita comune. Si guarda il PIL ovvero quanti beni e servizi vengono prodotti ma non la società che li produce e così una nazione di schiavi potrebbe avere un pil elevato ma nessun diritto per chi lo ha prodotto. Ebbene una nazione di schiavi ha ancora la possibilità di un senso collettivo dell’identità derivante da una funzione, può socializzare l’ingiustizia e il sopruso e ribellarsi, una nazione di individui in competizione tra loro, con retribuzioni al limite della sopravvivenza non percepisce più l’ingiustizia come fatto collettivo, anzi la ingloba nella percezione normale della realtà. Questo è il campo in cui un nuovo umanesimo socialista dovrebbe esercitarsi.

il racconto unifica i ricordi

Ognuno di noi ha ricordi differenti degli stessi fatti, concatena cause ed effetti sulla base di tesi più che di domande. Forse dipenderà dalle opinioni che si consolidano anche sotto la spinta del pensiero dei media che vorrebbe diventare pensiero comune. E questo pensiero procede per assoluti. Abbiamo vissuto fatti comuni ma ciascuno di noi era diverso e spesso sono le nostre ragioni a prevalere nel giudizio.
Si tende all’elegia di ciò che si è maturato prima di un’epoca senza ideali e con il sé come riferimento. Delle piccole miserie si toglie traccia: disperse all’aria dopo aver ben battuto i tappeti sotto cui erano state messe.
Siamo ottimisti o pessimisti e la realtà è indifferente a ciò che pensiamo, se non per quanto ci riguarda e così nascono i nostri ricordi. Forse per questo servono gli storici e un uso confacente a noi del presente e del futuro. La narrazione è altra cosa e non fa neppure bene, perché il racconto politico sociale unifica i ricordi, fa un fascio delle vite, le sterilizza di ciò che hanno provato e fanno prevalere il più forte, non la verità o la ragione.

la notte regala animali sapienti

La notte regala animali sapienti,
accovacciati nel buio, respirano piano,
ascoltano
il calore della terra, l’umore che sale dall’erba,
il colore sciolto nell’ombra.
Dall’alto sono aggregati di timore,
senso del limite,
e un brivido sconosciuto che avvolge l’ignoto,
La mente interroga gli occhi,
sente il passato svolgendo gomitoli di filo d’argento e nodi d’ambra,
vuole risposte mentre guarda le stelle,
e non riflette, d’istinto è la fuga ciò che l’attrae,
ma qualcosa si forma, sembra, par di conoscere,
l’odorato è l’occhio notturno e mentre cala il fresco dal cielo,
la terra e le cose tracciano mappe di profumi,
si riconosce l’assenzio selvatico, il timo, l’umore dell’acqua,
gli alberi, le resine, i fiori ormai sfatti,
le erbe mischiate, il legno tagliato,
un cigolio che spande il sapore di sangue e di ferro.
Nella notte lo spirito s’acqueta
e le parole si formano libere con la durezza levigata del ricordo,
compitare il senso è confondersi nel buio,
gli occhi spalancati bevono frammenti di luce e odori,
mentre lontano, ma appena oltre la mura,
rumore di vite, d’altri passati, emozioni e paure intrise di gioia,
dicono senza dire,
perché solo la disperazione di non essere
uguali e differenti,
il cuore riempie di timore.

estivo salmo laico

Libera i nostri occhi dal calzino bianco nella scarpa nera, dai sandali col fantasmino, dai calzoncini al ginocchio e dalle loro gambe bianchicce e magre.

Suggerisci agli spiriti estivi la libertà della noncuranza elegante che allieta l’anima e il suo trasparire.

Fa che i corpi siano liberi dove possono rifulgere e stiano bene negli abiti che li accompagnano tra gli altri, senza voler loro dimostrare nulla.

Lascia che i colori riposino nel pantone, che gli abiti lascino guardare i visi, che la bellezza trovi se stessa senza voler assomigliare a chi non è.

Difendici dai pois e dai quadri scozzesi messi nei posti sbagliati dai cervelli dei corpi indifesi.

Tieni a bada i forti colori nelle città che si sciolgono al calore delle nuove torride estati e portali in vacanza verso il mare.

Fa che i cappelli siano sbarazzini e sobri, che esaltino i visi, portando la loro luce a chi li guarda.

Fa che non incontriamo persone in costume da bagno nei sentieri di montagna come non incontreremmo bagnanti con scarponi in spiaggia.

Difendi l’estate dei nostri corpi dal cattivo gusto e toglici dal suscitar ridicolo in chi ci vede.

Fa che siamo uomini di scarso giudizio e di grande tolleranza, che gli occhi siano allegri come i pensieri, che il sorriso accompagni ogni sguardo, il silenzio ciò che non si condivide e l’ironia il dir di sé.

Il tempo muta gli uomini e ciò che essi fanno, il sole abbronza la pelle, scolora le cose, decompone la plastica, accartoccia la carta e ciò che essa contiene, rende inutile ciò che prima era importante alla vanità mentre esalta l’ombra e il vento fresco di una finestra che parla con un’altra in tramontana. Rendici consapevoli che ciò che cambia il mondo in peggio deve suscitare ripulsa e non supina accettazione.

Fa che lasciamo tracce leggere con le nostre parole, perché esse, come alito, se profumano di menta e di fresco, rendono più bella la vicinanza e dolce il comunicare.

abbiamo bisogno di ringraziare

Abbiamo bisogno di ringraziare, farlo ci cambia dentro, il cervello accoglie endorfine che cambiano l’umore, il corpo diverta morbido, accogliente, la percezione positiva del tempo si estende e trabocca nel futuro. Ringraziare fa bene, magari lo facessimo spesso, perché la vita è generosa, ed essa non si nega a chi la accoglie e la festeggia.

Eppure spesso non ringraziamo e non parlo della parte formale che fa parte della buona educazione, ma non riconosciamo ad altri quello che abbiamo dentro di nuovo e buono e che consapevolmente o meno, essi ci hanno generato. È una comunicazione positiva ricevuta, se non viene riconosciuta a chi l’ha provocata, si piega su se stessa, resta un momento di benessere che si affievolisce.

Il concetto di utilità permea l’agire sociale, trasforma il gratuito in superfluo o in dovuto e lo misura con il desiderio. La comunicazione profonda, e l’emozione ad essa connessa, si riduce a ciò che si pensa di aver ricevuto, misurandolo con il desiderio, mentre non si sente il valore di ciò che è gratuito e che dovrebbe attrarre la nostra attenzione. Così non si capisce ciò che è generoso, privo di richieste, se non per l’attenzione che esso vorrebbe. Anche se non risponde ai nostri desideri questo ricevere non ha meno importanza. Non siamo il centro desiderante delle relazioni ma una parte di esse. Forse per questo non capiamo quando davvero finiscono le comunicazioni possibili e i ruoli, quando è l’ora di andarsene perché non c’è più nulla che tenga assieme e troppo è stato dissipato. Quando il cervello e l’emozione non ringrazia e sente solo vuoto, è il tempo di togliere il disturbo, di non insistere più e di uscire dalle ossessioni del ricevere. Un buon metodo è ringraziare per ciò che non abbiamo chiesto e lasciare che entri un po’ di silenzio e guardare attorno lentamente per vedere ciò che si è trascurato, prigionieri dell’io desiderante. Molto ha continuato ad essere profuso, ha atteso d’essere riconosciuto, e pur dato si è disperso in un’aura positiva. È il momento del nuovo, del vedere ciò che consideriamo poco o nulla, per superficialità e disattenzione, ma esso è stato l’ambito del nostro vivere, ciò che ha permesso altre felicità e desideri.

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la scuola si scioglieva nell’estate

La strada era chiusa da un volto che faceva da ponte tra due case e da due paracarri di trachite. In città c’era l’uso di adoperare la trachite dei colli sia per oggetti d’abbellimento che per quelli sbozzati per dare la sensazione di forza, qui la pietra faceva entrambe le cose, davanzali e cornici di finestre e barriera per le auto. Con quel nome strano, Agnus Dei, il volto si allargava in una strada che non era strada né vicolo, una sorta di cortile che univa cose diverse: le case popolari o quelle importanti, il nobile e il materassaio, la nostra scuola e molti bambini.
La strada era di ciottoli della Piave, larga, priva d’alberi e d’ombra, affollata di genitori e nonni, alle ore di ingresso e uscita dalla scuola, poi semi deserta. Quando s’avvicinava giugno e la festa del Santo, il sole diventava eccessivo, i grembiulini azzurri e bianchi erano crocchi di farfalle pronti alla muta dell’estate, sfilati in fretta e consegnati alla mano che accompagnava, ma era una fatica immane, perché corse, parole gridate, appuntamenti, erano tutti più interessanti del tornare alle case e al pranzo che attendeva.

Questa strada non è mutata molto, la scuola c’è ancora, non è più primaria, ma le finestre e l’edificio non è cambiato.
Abolirei gli ultimi giorni di scuola, ho pensato, rubano l’estate e sono un tempo senza oggetto, appiccicato a maggio per rispettare una data. I giorni di fine anno erano pieni di mattine in cui non si sapeva che fare, i mobili di legno scricchiolavano, l’odore di polvere e legno stagionato si mescolava con quello delle tende pesanti, color corda, che dopo essere state appollaiate per mesi sul soffitto, scendevano con nuvole di polvere sulle alte finestre. Fuori il sole premeva, faceva caldo e lo stillicidio delle ore, in cui ascoltare a mezzo e bisbigliare appieno, si fondeva con lo strusciare dei piedi dentro le Superga nuove, sempre blu e già sudate.
Il maestro tirava avanti, anche lui preferiva raccontare, far leggere libri e riempire paginate di compiti per l’estate, ma non aveva più voglia e si vedeva. Il tempo dei saluti si stava esaurendo e settembre era un luogo indeterminato del futuro mentre già irrompeva l’estate, quella vera non quella del calendario.
Negli anni ’50, le aule, erano fatte per l’inverno, per le stagioni a mezzo, con armadi solidi e misteriosi di contenuto, poca luce, finestroni enormi, banchi ricoperti di una vernice pesante, nera e pronta per l’ incisione. Già la primavera aveva fatto aprire le finestre, ora il sole di giugno, mostrava lo sporco degli angoli e dei banchi, si perdeva tra gli intagli pazienti contornati d’inchiostro, batteva su vetri opachi di polvere e polline e finiva per illuminare impudiche pareti sporche di pedate.

Questo era il luogo in cui eravamo vissuti, avevamo imparato, eravamo stati castigati, colto qualche piccola fugace gloria. Eravamo in un mondo povero, per questo ricco di pregiudizi e di futuro, ma fuori c’era il mondo vero. Ascoltavamo le ultime, stanche parole ma le teste erano già oltre le finestre, sui prati, nei campetti dove giocare fino al buio. Poi c’era il mare vicino, e per voglia o salute le famiglie ci avrebbero portati verso la più bella gioia dell’estate, i gelati, i bagni, la libertà.

Poi diventati più grandi, ci sarebbero state gioie, timide attese, malinconie infinite, le paure nell’estate che era, lei, prorompente e noi immersi nel tumulto di sangue, ormoni, pensieri che già ci travolgeva. Ci sarebbe stato il timore e la tentazione di ciò che non si conosceva, desideri da rimettere in ordine con la realtà. Ma i luoghi, gli scenari, erano gli stessi di quando eravamo bambini, con calzoni più lunghi e gonne più corte.

Quando arrivava giugno, la sequenza degli ultimi giorni di scuola tornava indietro, diversa eppure sempre uguale, ed era la differenza tra costrizione e libertà, tra tempo dell’obbligo e tempo proprio. Non so come sia ora, nei pochi anni che ho insegnato a me spiaceva lasciare i ragazzi, e negli ultimi giorni, trasformavo l’autorità in un far domande, in un nuovo fraternizzare, quasi per tenere il ricordo, ma la loro testa era già altrove. Non dipendevano più, la scuola si scioglieva nell’estate, com’era accaduto a me non troppi anni prima.

Dell’ultimo giorno di scuola mi è rimasto molto e passando davanti al portone di via Agnus Dei, si è rinnovata l’immagine dell’ultima corsa giù per la scala, oltre il portone, incontro al sole. Poi ci sarebbero stati gli scrutini, la paura e la speranza fuse assieme, ma era già comunque estate. Ed era la mia lunga estate.

era la sera del 5 giugno

Era la sera del 5 giugno, un sabato. Ero in Sardegna, nel Gennargentu. Da ore trattavo con i sindacati per definire le modalità di riduzione del personale senza che ci fossero problemi per i lavoratori interessati. Un prepensionamento allo stesso importo stipendiale, restando in organico, e il passaggio graduale alla pensione. Se il lavoro fosse aumentato qualcuno avrebbe potuto essere richiamato al lavoro, ma era una possibilità remota. I migliori, gli specialisti che servivano per ristrutturare davvero, se n’erano già andati e bisognava riqualificare chi era rimasto. La trattativa durava da due giorni, sempre nel pomeriggio tardi fino a notte, tutto era chiaro, ma non si chiudeva. Come gestore responsabile del progetto ne sentivo il peso, ristrutturando c’era un futuro, tirando avanti a contributi regionali ci sarebbe stata la chiusura, magari un anno dopo, ma lavoro stabile in quell’azienda non ce ne sarebbe più stato. Ci sono rituali nelle trattative. Di qualunque tipo siano. In fondo è un giocare a rimpiattino con la coscienza che ci saranno prezzi da pagare. Una buona trattativa si conclude con una moderata insoddisfazione di entrambe le parti, si deve sentire che si è un po’ perso ma che il buono e il giusto è stato preservato. Le sospensioni, i rinvii, le consultazioni servono a questo, ad affinare il punto dove ci si incontrerà.
Alle 21 fu chiesta una sospensione, un’ora, penso avessero fame.

Nei giorni precedenti, avevo fatto un lungo viaggio solitario tra i monti, in mezzo a macchie di sughere rosso fuoco ormai prive di corteccia. Erano nudità affascinanti, eppure sollevavano la pena di chi era stato derubato di sé. Forse rallentavo troppo per guardarle, così, dopo un controllo dei carabinieri, mi ero fermato sotto una quercia enorme ancora integra. Attorno c’era un verde a balze, il silenzio, un rapace che cercava preda e le macchie scure dei boschetti pieni di uccelli. Più lontano il riflesso di un lago e la mia meta di lavoro. Non ci pensavo e fino a sera ero libero, fuori dal tempo. Restai finché arrivò un gregge con la sua festa di cani, asini e agnelli. Due parole con il pastore, un pecorino tolto dalla bisaccia e l’affetto dell’ospitalità di uno sconosciuto. Aveva le mani forti e abili, annodava e costruiva recinti per la notte. Quando ci salutammo non volle essere pagato e prese il mio posto sotto la quercia, lanciando fischi ai cani, poi estrasse una specie di flauto e cominciò a suonare. Lo sentii dall’auto, lui era in compagnia, io ero con i miei pensieri. I giorni seguenti erano trascorsi tra impianti chimici e incontri e poi la trattativa. Così eravamo giunti a sabato notte. Nell’ora di pausa avevo fatto a tempo a telefonare a casa, a mia Mamma. L’avevo ringraziata ripetendo il bene che sempre ci ha unito.

Quando riprendemmo, il porceddu e il vino di Oliena, avevano alzato i toni, c’era forza nella stanza, persone abituate a resistere un minuto di più dell’avversario, ma io non ero un avversario e neppure chi era con me lo era: se non si trovava una soluzione non vinceva nessuno e l’azienda avrebbe chiuso.
Continuammo fino alle 23.30, poi fu chiesto un rinvio, io avevo mostrato e discusso i lucidi per almeno tre volte, cifra per cifra. Si era corretto assieme lo schema, rifatti i conti, mutato qualche turno, chiusa una porta inutile, recuperati 4 posti di lavoro, ma non era tempo di chiudere.
Ci salutammo e presi la strada dell’albergo, rifiutando la cena.

Avevo voglia di star da solo, di immergermi in quella casa di allora, vicino al canale. Ho sempre immaginato che fosse caldo e le finestre aperte sulla strada, la notte era piena ma alle 3 del mattino si sentivano già cantare le allodole. Mia Madre aveva la camicia candida, c’era mio Padre, mio fratello che dormiva, mia Nonna, la levatrice. Mi hanno detto che non c’ho impiegato molto ad uscire, che ero rosso in viso e che ci volle uno sculaccione per farmi piangere. Mi furono unte le labbra col vino e succhiai il dito, poi mi accoccolai tra le braccia di mia Madre. Ricevetti baci da tutti, mio fratello si svegliò e chiese chi ero, così ebbi anche un nome. Poi mi addormentai, la stanza pian piano si vuotò e arrivò il primo mattino.
A questo pensavo in mezzo ai monti e bevendo il vino rosso con l’albergatore, che mi aveva atteso, mi augurai buon compleanno. Gli auguri di chi mi amava erano già arrivati, adesso toccava a me volermi bene.
Il giorno dopo era domenica, trattammo fino a lunedì notte, ma non si concluse, perché la vita a volte va così ed è comunque buona.

bisogno d’africa


Di questo sole inconsistente conosco tutto, l’ho sgranato tra le dita come pannocchia, maturata e già mezza divorata nella baruffa d’uccelli e d’insetti. L’ho sentito il calore senza tregua, nell’estenuata fatica di tenersi assieme e camminare cercando ombre, vibrava nell’aria che faceva danzare polvere rossa e fili d’erba secca. Così fino alla notte quando improvvisi afrori di spezia cercano liberazione dai cespugli stenti. Attorno, gli alberi si riempiono d’uccelli, il fresco scende dal cielo, mitiga la terra, rallenta le parole. È subito buio, s’accendono candele sui tavoli, poco oltre aumentano i bisbigli. Ragazzi allenano i muscoli alla lotta, qualcuno s’accoccola sui talloni e guarda il mare che ancora ha luce ma già riflette l’argento dei pesci in caccia e in branco. Ho desiderio del sole d’Africa, dell’assoluto buio delle notti insonni, dei rumori sul tetto, tra le coperture di foglie, del primo canto del muezzin che si confonde con la brezza e il breve sonno.
Mi manca il profumo del caffè crudo messo a tostare, il rumore di stoviglie e le prime grida d’acquaioli e venditori di tè. La tazza in cui si rapprende la bevanda bruna è dove s’apprende a vedere il futuro. Il pensiero che genera ha sapore dolce e amaro, si fonde con il profumo del cardamomo da tenere in bocca. Posando la tazza, le parole si fanno più lente dei pensieri lenti e l’ampia tunica, in cui far ballare il corpo, dona nuove libertà al sentire.

C’è sempre un mercato da percorrere con i sensi, tra colori e cose, con l’odore forte del pesce disseccato, la carne halal, i tuberi arrostiti e l’acqua profumata di limone che riempie la caraffa, la fa sudare di frescura nell’attesa d’essere versata.

Qualche volta le parole s’intrecceranno nel buio, fino alla cerimonia del salutarsi per un sonno che non giungerà sotto il baldacchino delle zanzariere, e gli occhi fisseranno la finestra nera di notte, da cui viene il ciarlare delle scimmie.

Domani è solo tempo, è il presente che scrive dentro con molteplici dita, che usa tutti i sensi per comporre le sue storie. Non lontano, il fiume, le mangrovie, il mare, il deserto e i termitai immensi, sono atlanti per esseri che c’erano prima di noi e che ci sopravviveranno, nell’abitudine indifferente del vivere come necessità del giorno.

sono le sei

Sono le sei. La luce filtra dalla finestra posta nella stanza alla fine del corridoio, lo percorre allegramente e illumina, appena più intensamente la porta aperta della stanza in cui dormo. Un tempo avrei aperto gli occhi per la variazione di buio e mi sarei fermato, indeciso tra l’ultimo frammento di sogno e la coscienza che riaffiorava. Mi sarei alzato dopo poco, avrei riempito la stanza di luce e mentre il caffè saliva lento nella Bialetti, cinque gocce d’acqua sul fondo perché non bruci il primo affiorare, mi sarei goduto i tetti e il primo affaccendarsi di rondini tra le case.

Mi sono immaginato spesso il giorno prima. Il giorno o l’ora che precede qualsiasi cosa. Oggi è il 24 maggio e nel 1915 il forte del Verena, alle 4 del mattino, apriva il fuoco contro i forti austriaci dello Spitz e del Verle sul Vezzena. Più o meno alla stessa ora, la flotta imperiale austriaca bombardava Ancona, Iesi, e la costa adriatica. Cosa pensavano le persone che erano nei paesi vicini ai forti, oppure nelle città che sarebbero state bombardate? Proseguivano la vita di tutti i giorni, avevano bambini che andavano a scuola, vecchi in casa da curare, lavori che assicuravano il necessario e lo proseguivano. Tutto era normale, prima e attorno all’evento, poi le cose gradualmente mutavano. Ho cercato di immaginare cosa facesse mio Papà, nato da poco, in una città tedesca e arrivato in Italia, cosa pensasse mio Nonno e la Nonna e credo che nessuno di loro fosse distante dalle cose di tutti i giorni. Questo è il futuro, quello che può accadere per l’addensarsi dei presagi e delle condizioni che li rendono reali, ma anche ciò che rende gli uomini dipendenti da altro da sé. Così guardo ciò che sta attorno e penso che il suo fulgore, il suo nascondere i particolari al disattento, il vivere in quell’universo parallelo dove ciascuno di noi colloca la sua personale vita fatta di attenzioni e di affetti importanti, sià qualcosa che ci appartiene e insieme ci determina.

Cogliere i segni, leggerli, interpretarli a priori, non a posteriori ché a quelli son buoni tutti, come a dolersi di non aver capito o trascurato, è proprio questo immergersi in sé e godere dell’attimo, vedere ciò che può essere e insieme vivere profondamente. Sono le sei e la giornata si apre oppure ancora sonnecchia cercando un altro sogno da mettere in cantiere per tirare a lungo. Alzarsi e prendere possesso di sé nel giorno, essere nelle cose che non solo si ripetono, ma sono parte dell’abitudine che si è naturalmente costruita per leggere la propria giornata oltre i segni e dentro i segni, oltre l’umore che muterà se sarà preceduto da un meditare sul bello che abbiamo creato attorno. Alzarsi e dire la propria libertà dal tempo, da ciò che altri creeranno per noi, perché la vita è uno sguardo che apprende, che fa proprio il tempo, che rende importante ciò che non lo è e che derubrica dalle scalette della nostra concezione del mondo ciò a cui non possiamo arrivare.

Sono le sei, penso ai tantissimi uomini che ciascuno nel loro mondo fanno, dormono, pensano cose così diverse che solo il pianeta può tenere assieme e il cielo interpretare, sono i mondi paralleli, ciascuno con storie vita e bellezza proprie e mentre penso alle loro, guardo ciò che mi viene dato e sono grato.