In questo mondo desueto dei postaioli ho letto, seguito tracce che rimandavano ad altri scritti, i commenti, le repliche. Molta è vita vera, si dicono cose importanti, la gente è bella, i pensieri adeguati.
Mi piace questo scrivere che fluisce di penna in penna, ciascuno conscio e geloso della sua unicità, ma disposto a lasciarsi vedere sulle -e tra- le righe. Poiché anch’io appartengo alla genia di quelli che a volte scrivono lettere a mano, non posso che essere contento di questo sussurrare con creanza anche quando emerge lo sdegno, il ritratto che trafigge il descritto come insetto da collezione. In fondo siamo tutti entomologi delle sintassi, curiamo grammatiche personali, sistemiamo accenti e segni di sospensione secondo estro e cuore. Per questo e molto altro, leggendovi, sono grato e faccio quella minuta autoanalisi che non lascia colpe, riesamino ciò che dico e concludo che è importante per me essere in equilibrio tra pelle e testa, sempre ai limiti dell’aura.
Che bellezza porta con sé l’assonanza del sentir dire ciò che si sente diversamente ma nello stesso registro di lettura del mondo. E com’è piacevole l’ascolto che intuisce, anche se si inserisce nella mia ricerca d’essere bastevole a me stesso e quindi non d’altri : è ciò che voglio del leggere perché non saprei essere diverso nel sentire.
Se tutto questo è raro, basta scegliere chi stupisce nella continuità, chi ha voglia di comunicare, chi si guarda e non teme d’essere guardato.
postaioli (termine evocativo, ottocentesco, fatto di scarpe impolverate e lunghi cammini, di mani esitanti nell’imbucare lettere che già immaginano e trepidano la risposta. Officiali di posta e di pensieri che cercano il termine confortevole alla frase, mentre seguono un canapo che si spinge nel pozzo e da questo trae un secchio d’acqua limpida e fresca)
diatomea seppellita inclusa, lambita, liberata. Rinata, guardi con occhi antichi d’ambra,uscire il tempo dalla teca, sei sulla pelle che ti riporta a vita, solida di un pensiero lento di spirale: è articolato il tempo nel sovrapporsi al desiderio. Lontano, in un’ansa del giurassico, con analogie di fossili, conversavi con stimoli chimici e nervosi, t’affidavi alle correnti in cerca di un tuo scopo, ma ne chiedevi un pezzo a chi ti stava a fianco, diatomea. E il chiacchiericcio che non è mutato, e ancora tiene cose senza nome e luogo, era poi lo stesso d’ora? Anche in quell’era vicini diseguali sparlavano, il caso si gettava avanti impavido e confuso, la vita svolgeva gomitoli d’indifferenza vigile, ma solo quel tanto, da lasciar credere che la felicità saltasse come sull’ acqua, il ragno.
La luce entrava dalla finestra e curiosava sui libri scrutandone i dorsi, compitava le sillabe, si soffermava perplessa dinanzi a un suono che non lasciava intuire il suo proseguire. Un titolo annuncia, è uno squillo di tromba, una porta appena dischiusa, una traccia che attira ma non disvela. Ecco la soluzione, il titolo che la luce leggeva era un’impronta che proseguiva all’interno dove essa non poteva vedere. E questo sembrava una limitazione alla luce e alla sua natura che evidenzia ciò che può essere visto mentre spetta all’ombra lasciare le cose nell’indeterminato e nel possibile, ma soprattutto nel non vero. Per scacciare il pensiero, la luce distoglieva lo sguardo e indagava altrove. Sugli oggetti che erano sulla libreria, sul loro ordine che forse ordine non era, ma rispondeva a un pensiero. Alcuni parallelepipedi erano poggiati gli uni sugli altri. Neri o argento, erano pieni di quadranti spenti che per un attimo rilucevano alla carezza dei quanti che colpivano lancette e led, ma non parlavano ed era un attimo perché poi vagava smarrita sull’opulenza di grosse manopole, entrava in cavità misteriose, carezzava spigoli acuti. Strafottente il metallo, rispondeva, prima era stato spazzolato e poi polito, ora si opponeva al raggio che lo indagava e lo rifletteva, deviandolo su pareti, mobili, libri. Quegli oggetti, grossi di potenza, ora silente, erano il confine di distese di rettangoli di plastica traslucida, la luce non poteva immaginare il cd che avrebbero ingoiato per trarne musica, il recitar cantando, perché di primo mattino tutto stava ordinatamente impilato. I cd poteva scorrerli assieme a molti altri, ma erano pudichi nel mostrare le loro colorate copertine. C’era solo colore e lettere, forse nel buio, chiacchieravano tra loro vantando affinità e primati, mormoravano dei momenti gloriosi registrati in tempi in cui il mondo pensava, gioiva, soffriva, diversamente. Dicevano di Alma Rosé, passata dalla gloria dei palcoscenici alla camera a gas, e quel Furtwangler registrato a Berlino in una pausa di bombardamenti a cui si opponeva una settima di Shostachovic, testimone di una resistenza immane che si era alimentata anche di musica mentre le persone morivano di fame e di granate. La luce leggeva, scivolava e si spingeva dentro una vetrina piena di solidi di cristallo e di oggetti. Incauta si scomponeva e rifrangeva tra prismi e cubi trasparenti ma ben più densi e impertinenti dell’aria, così cercava di ricomporsi nell’attraversare coni e sfere, ma gli uni la spandevano mentre le altre la concentravano in punti minuscoli che si spostavano piano con il sole. La luce ogni mattina, entrava silente, cresceva in pienezza sinché l’intera stanza era colma di un a luce che traboccava, gonfiava le tende, mostrava colori nascosti e attendeva che vi fosse un primo muoversi , lo scalpiccio dei piedi nudi, il clangore del metallo della caffettiera che urtava il robinetto e poi la sequenza sapiente delle operazioni che rendono ogni caffè diverso dall’altro perché in sintonia con una mente e un’abitudine. La stessa che muoveva una sedia, scostava la tenda , sedeva e guardava i tetti, fino al profumo e al borbottio che si sarebbe sparso ovunque. Attendeva, la luce piena, lo sbadiglio, l’ultimo, il tintinnare del cucchiaino e la musica che ora usciva dai parallelepipedi risvegliati. Era mattina, era ora e lei era stata appropriata.
Appropriato.
Modo d’essere che mantiene uno stile personale di gesto o parola, mentre si conforma ad un codice accettato dai più, fatto legge per consuetudine. Rassicura nell’appartenere a un gruppo, rassicura il gruppo sull’appartenenza. Di per sé è esteriore, non rivela e non parla se non dell’apparenza. Il profondo, l’intimo, la stessa verità non filtrata dalla appropriatezza sono percepiti come violenti, fastidiosi. Il pensiero, la parola, il corpo devono essere pubblicamente in sintonia, rallegrare e non disturbare. Si sedeva sempre allo stesso tavolo, ogni sera, con la sedia verso il tramonto. Questo, mutava con le stagioni, era filtrato dagli alberi e dagli edifici ma c’era un tempo non breve in cui le cose diventavano fondale, scena in modo da lasciar passare una angolatura di luce piena, aranciata o rossa, densa e gonfia di polvere e umidità raccolta nel giorno. La luce invadeva tutto, raschiava le ombre dagli anfratti in cui s’erano rifugiate, toglieva lo sporco alla strada e alle case, distribuiva tutto in una corrente di pulviscolo, alzava le voci, fermava le persone che passeggiavano, mentre le altre già ferme, si voltavano stupite di tutto quel colore improvviso, dei particolari prima inosservati e avevano voglia di commentare. Facevano osservazioni leggere sul tramonto, sulla città che mutava, sul tempo, su chi attendevano o se n’era andato da poco e perdeva quello spettacolo. Come per una recita o un concerto particolarmente importante, il tramonto faceva sparire ciò che era banale ed esaltava quello che s’accordava alla sua importanza, al significato della bellezza, al suo ripetersi diseguale, alla brevità che non è caducità ma modo d’attendere il nuovo che s’annida in quello che è apparentemente uguale o poco differente nello sguardo distratto. Per questo si vestiva in modo appropriato e non si perdeva l’appuntamento, spesso da solo, raramente con la compagnia delle stesse persone, era al suo posto. Il vestito ben stirato, le gambe accavallate con cura, fumava sigarette forti, a quel tempo si poteva fumare nei bar, e guardava innanzi a sé con un sorriso che si mescolava alle parole scambiate con il personale o con i vicini di tavolo. Anch’essi pensava, fossero parte di quel vedere che ciascuno mescolava con i propri discorsi, attese, percezioni della bellezza.. Anche se non era così, lo pensava e tanto bastava, gli bastava. Sentirsi unico e insieme parte di un gruppo , anche in conseguenza del piacersi e del piacere. Pensava a come muta il rapporto con il proprio corpo con l’età e l’umore e lo vedeva già nei ragazzi e nelle compagnie che annullavano ne chiasso il guardare perché era importante, per loro, emergere con forza, acquisire identità prima che il tempo diventasse un crivello che lasciava passare in misura differente le attitudini, i desideri, i progetti. Pensava al tempo e a come esso diventi giudice di noi stessi se non siamo in sintonia con il suo incedere. E sentiva come esso diventi interiorità con il suo passare, abitudine in superficie contenuto nel profondo. Né le une né le altre potevano essere rivelate, sarebbero state inappropriate ma nel silenzio, cercando, si trovava un equilibrio che permetteva alla psiche e al corpo di parlarsi. Questa consapevolezza subentrava in misura differente, non per tutti e spesso tardi e quell’equilibrio era sotto l’identità esteriore, percepibile a chi voleva coglierlo. Il corpo, con le sue sensibilità e intelligenze, non smette mai di parlarci, pensava, ma usa linguaggi diversi: quelli che possiamo capire. Il corpo ha sempre fatto paura proprio per questa sua intelligenza e capacità di comunicare che segue logiche insieme legate al momento e additive di ciò che è stato. Per questo si copriva o scopriva il corpo, per conformità e comodità, ma il pudore era interiore ed era altra cosa.
Finito il tramonto, nel blu che oscillava con lampi di verde e azzurro, si alzava, se c’erano amici, si avviava conversando, se da solo, ripensava alle strade che gli avrebbero prolungato il piacere con le lampade della sera e con la luce che mutava in ombra ciò che prima era ostentato. A volte notava particolari nuovi proprio nell’ombra, e la mente metteva da parte una nuova sensazione che si aggiungeva al bello del giorno.
Primo ottobre. Oggi vorrei una giornata elegante, piena di stile. Lo stile è il dialogo interiore che si mostra.
Ho un dialogo per capello. I capelli sono pochetti, ma sufficienti a far confusione. Lo stile non è confusione, ma una precisa opinione di sé. Dipanare e trovare il bandolo. Esiste sempre un bandolo e un bandolero (stanco).
Il primo ottobre si andava a scuola, i banchi erano altissimi, incrostati di ferite alla lacca nera che li rivestìva come i nostri grembiulino. Erano irti di intagli, di schegge, di storie passate: avevano fatto la guerra e ne erano usciti liberi e malconcio. Ne erano passati per quei banchi di ragazzini prima di me, avevano lasciato unto, sedili lisciati e pensieri in forma di simboli. L’odore d’inchiostro era lo stesso, la continuità generazionale, il primo ricordo oltre a quelle carte geografiche incerte sui confini. Un profumo acuto, una droga che creava dipendenza e macchie. Eccellevo nelle seconde, occorre stile e le macchie qualche volta mi facevano piangere, altre volte mi fermavo ad ammirare nelle loro curve perfette, nei bordi merlettati. Dipendeva dalla carta. Chissà se Rorschach lo sapeva… della carta e delle macchie che cambiano, intendo. Comunque ci guardavo dentro e immaginavo: Rorschach l’ho scoperto così, oppure lui ha scoperto me. Bella cosa essere scoperti dalla persona giusta: accade quasi mai.
Si era appena arrivati a scuola e si festeggiava subito Cristoforo Colombo. Anzi quell’immaginetta di lui, in piedi, che riceveva da indigeni piumati e ossequienti, oro e omaggi. In cambio il nostro elargiva civiltà, benedizioni e collanine di vetro. Con quel mantello corto, i calzoni con lo sbuffo e il corsetto mi sembrava ridicolo, mentre gli indigeni, pur rivestiti quanto bastava a marcare la differenza e ad eliminare il nudo, mi sembravano più interessanti e pieni di stile. Non sarebbe stato meglio se fossero stati gli indiani a scoprirci? A me non sarebbe piaciuto essere scoperto da Colombo, e mentre meditavo sulla necessità di essere scoperti da una persona piacevole, mi scopriva il maestro. Vedeva che ero distratto, che parlottavo tra me e facevo disegni con le macchie. Le raffinavo. Cioè conformavo Rorschach a me. Il maestro non conosceva la psicologia del ‘900 e la cosa finiva in una domanda secca, cioè mi chiedeva cosa stava dicendo, come soffrisse di amnesie o di improvvise incomprensioni. Se non lo sapeva lui cosa stava dicendo come potevo io, nella mia cosciente ignoranza aiutarlo. Ma insisteva e attaccava il mio cognome alla richiesta, con una lieve indecisione sulla pronuncia. Volevo chiedergli se l’accento fonico andava sulla prima vocale prima dell’ultima sillaba e mi pareva di sentire il dubbio fugace, in quella testa grigia, così piena di cose da insegnare, ma pure di fatti suoi che erano come i miei, extrascolastici (però i suoi contavano di più). No, va proprio sulla prima vocale, tout court, e lei lo pronuncia alla tedesca. Non potevo dirlo, ma io il mio cognome lo conoscevo bene.
Finiva sempre male, non riuscivo ad aiutarlo a ricordare quello che stava dicendo e così si confermava il mio assioma, ovvero che essere scoperti dalla persona sbagliata non mi piaceva. Non lo sapevo, ma gran parte della vita si passa ad attendere di essere scoperti dalle persone giuste, dalle situazioni giuste. Ma per essere scoperti bisogna saper vedere, discernere, cogliere ed essere sufficientemente disponibili e curiosi. Quel tanto che basta per capire che c’è un dentro e un fuori e il fuori non è, per sua natura, ostile, ma spesso è indifferente e poco giusto per noi, e mai comprensivo. Il fuori ha fretta e poco stile, arraffa quello che c’è, ma se vogliamo dirla tutta dipende anche da noi. Lo stile intendo. E allora faccio in modo che la giornata abbia la possibilità di scoprirmi, i tempi giusti, gli attimi colti. Avete mai considerato che gli attimi sono colorati, mai grigi? Così di attimi ne colgo un bel po’, ne faccio un mazzetto e li guardo col giusto rispetto, amore, considerazione. Completo il cogli l’attimo col suo significato: la persistenza del bello che include e non svanisce. Anche questo è stile.
La sublime inutilità di questo luogo lo rende poetico è un mandala costruito con la pazienza dei giorni, dei pensieri prima del sonno, a cui le intemperanze e il ribollire dello sdegno, non hanno fatto offesa. Qui nessuno t’obbliga a capire, è ciò che d’altri non si conosce sapendo di sapere. Come l’intelligenza nascosta nella stupidità.
Forse è vero,tutti siamo gatti curiosi, e le vite altrui sono meraviglia, banalità, carezza leggera. Un soffio che si spande e fa girare il capo, come qualcosa che ci riguarda ed è già sfuggito.
È un progetto nato per passione e scherzo, poi diventato cosa vera. Due ragazze, ma potevano essere ragazzi oppure un po’ per genere, bastava (non basta mai come in ogni amore), la passione per il teatro, per ciò che pare e diventa vero con la voce, il gesto, la movenza del corpo. E così è nata una stanza bianchissima, grande, uno spazio pieno d’aria, di sussurri che sono parole ripetute, di pulviscolo sollevato trafitto dalla luce, di talco attraversato e di sguardo attonito nel vedere il silenzio che si posa dopo una perfetta frase di pensiero pronunciata. Sopra c’è un cielo di tulle e foglie, uno strano albero volante sotto cui è dolce sostare, l’attesa è bene detta, forma un quieto posare d’armi e pregiudizi. Lo sfondo, indeciso s’essere sipario dell’altove o quinta, avvolge l’indefinito, mentre attende l’ingresso dell’attrice che compirà il rito. Tutti ne intuiscono l’alchimia che avvolge le parole dipanandole dal dito in cui sono messe in fila. Forse a ricordar qualcosa, come s’usava da bambini e i pensieri nei giochi fuggivano veloci oppure perché le frasi hanno una musica che si perde se non viene fermata in una riga, un nodo, un filo. Per dar forma al silenzio, s’attende lo sbocciar del gesto, la parola che pastelli il bianco, il suono, la lacca dell’accento, tutto nella fusione dei sensi per la mente di chi ascolta. Chi assiste, partecipa chiedendo d’esser preso per incantamento, vuol essere accompagnato nella realtà che si crea assieme. Ha il cuore e la mente aperti, accoglie e già nelle parole vola socchiudendo gli occhi. Vede lei, che ora, fuma nel suo vestito rosso, vede il suo sogno, assieme lo condivide, sorride, il tempo, il luogo sono svaniti, è rimasto l’incanto e la scoperta d’esser belli. Appena oltre la porta, c’è uno. Spiazzo di cemento, potrebbe essere erba su cui è bello sedere, ignari i ragazzi giocano a pallone forte, a loro modo felici di quei gridi che ricamano il cielo.
Anna sta appoggiata a uno di quei passeggini da vecchi che hanno sostituito il bastone, una mano si tiene, l’altra si solleva e fa gesti aggraziati di richiamo. Anna è davanti alla sua casa, sul marciapiedi stretto della via, chiede per favore di seguirla, entra nella porta con l’architrave in pietra e il fiore scolpito; c’è un piccolo corridoio, a destra una cucina grande, quadri e fotografie alle pareti. Anna mostra una seconda entrata, larga, con la legna tagliata e bene accatastato, racconta che i ragazzi l’hanno portata dentro, disposta per bene in quel disbrigo che va verso il fazzoletto d’orto. Mi mostra la sua camera, Anna, il letto ben ordinato, il cassettone, l’armadio, la finestra verso il verde, la tenda che non c’è. Ha bisogno che qualcuno le appenda la tenda che ha lavato e ora è sul cassettone, usciamo e scende una scala erta e stretta che porta in una cantina. È fresca, illuminata dalla finestra alta, a livello di terreno, ordinata come il resto della casa, lì c’è la scala. Anna si inerpica mentre risalgo con la scala, è agile sui gradini, con la consuetudine che il corpo mette assieme alla mente e rende facile il muoversi familiare. Le sistemo la tenda della sua camera, riporto la scala in cantina, mentre Anna non cessa di ringraziare, vorrebbe offrirmi un caffè, un liquore. Le chiedo notizie dei visi che vedo nelle foto alle pareti, Anna sorride, questo è il figlio in California, questi i nipoti in Alaska. Tutti sorridono e guardano la mamma e la nonna, con quell’amore lontano che porta il pensiero ogni giorno verso chi è caro. Anna è contenta, racconta che i nipoti telefonano ogni sera. Vive da sola Anna, il mondo è diventato a sua misura, è indipendente, ha il termosifone ma la sera accende la stufa economica e pare di sentire l’odore della legna, il calore secco che si spande nella casa, l’attesa della telefonata e la camera con il letto ben dotato di sogni, il bagno vicino, la giornata ben vissuta. Anna vorrebbe sciogliere il vincolo di una cortesia ricevuta, ma è lei che ha fatto un dono, profuso serenità, nell’accettare un aiuto che la rende libera. La strada, prima anonima, ha ora un luogo su cui posare gli occhi, rallentare il passo, sperare nella vista e in un saluto. Quand’è che abbiamo smesso di essere noi e siamo diventati soli?
Piccoli dolcetti al cacao si accompagnano al fernet e caffè nella larga tazza. Tra le strette piazzette e nel viale, passano ragazze con vestiti estivi corti e leggeri. Parlano con parole che si di stendono pigre le une sulle altre, ridono spesso. Qualcuna gesticola e si tocca i capelli e il corpo: sta raccontando qualcosa di sé. Gli uomini si fermano rallentando il passo in sincronia con le parole, tra una boccata e la successiva parlano e ridono, ma è una risata meno leggera, pesante di sottointesi.
Il mio sigaro è di dolce Kentucky, poco invecchiato. Lascia un fumo denso e l’ aroma corre nell’aria come un flusso, un ricciolo d’acqua da codice atlantico. Lo seguo con lo sguardo e mi pare un bel momento.
Appena oltre le case, tra i balconi pieni di gerani rossi, s’annida il rumore di chi va di fretta perché ha esaurito l’estate. La città, che è nata dal gioco di un gigante, si incanala tra linee sempre un poco curve, quando è stata scritta, dalle dita possenti di forza e sorriso, ne è venuta una spirale logaritmica e io sono al centro di quel dipanarsi di luoghi che sembra correre verso la periferia e perdersi in un verde confuso con l’azzurro, ma sono anche sulla retta del corso. E lì vedo staccarsi le ore come rintocchi pieni di identità e pensieri compressi in attesa di espandersi nel futuro immediato. Ma è cosa d’uomini e d’animali tutto questo affollarsi di possibilità e accadimenti… mi prendono pensieri quantistici, risuonano le discussioni di Bohr e Heisenberg. Che belle le parole usate per definire ciò che diviene reale solo se osservato, chiamato ad esistere nel momento, in quel luogo e poi liberato da ogni determinismo sino a diventare un tessuto inconsistente che regge la realtà. E penso ai giochi di bambino quando tenendo per i capi un telo si faceva rimbalzare la palla verso il cielo ed essa andava, per una imperscrutabile somma di forze e indecisioni, da una parte oppure da un’altra o da un’altra ancora. Infinitamente indecisa prima di balzare e al tempo stesso pronta verso una nuova possibilità. Così immagino la folla di pensieri e di direzioni non ancora prese attorno a me e le mie stesse, mentre il cielo scurisce e si carica di elettricità. L’aria non vuole cedere al temporale. È così limpida e piena di tanti piccoli suoni tiepidi conosciuti, che si basta. Tutto si accorda nell’attesa di qualcosa, il deciso e la possibilità. E tutti, quelli seduti e quelli che passano, presumono di sapere cosa accadrà tra poco o tanto, ma allo stesso tempo sono attenti ai segni, anche se ostentano una distratta noncuranza. Forse per questa arroganza lieve di un determinismo vitale, o per aggrapparsi a qualcosa di ben noto, si ude il cigolio degli ingranaggi del campanile e si sollevano ironici commenti di sollievo perché le cose sanno far ridere se proseguono nelle parole. E qui c’è un eppure che distrae e si scioglie in uno di quei pensieri che sembrano importanti e si vorrebbe appuntare da qualche parte ma che già nell’indecisione del come farlo, si perdono. Sono schiuma d’onda che disegna e ridisegna, senza lasciare traccia definitiva, ma tra il rumore secco delle chicchere nel secchiaio del bar, le voci dei passanti e il tintinnare di bicchieri, inopinato risuona alto un evviva! con quel tono squillante che hanno i tenori di coro. Tutti si voltano verso l’indeterminato qualcuno che brinda al momento, alla presenza, a chi paga, e forse anche ai seni della barista. Qualunque sia il motivo si scioglie nell’aria il pensiero d’una carta voltata e mostrata, un arcano maggiore, mentre cadono le prime gocce di tiepida pioggia.
Gli asciugamani perdevano sabbia ovunque e avevano l’odore del cotone bruciato dal sole mischiato con la crema Nivea, anche le lenzuola avevano un proprio odore, mai più trovato, ed era quello del sapone marsiglia con un fondo di sole e vento. Su questi baluardi scorreva l’estate al mare con le sue cinque settimane di corse, di sudore, salso sulla pelle e spine nei piedi ustionati. Poi il mare scuriva, una mattina trovavamo in spiaggia molte più alghe e granchi del solito, come se la risacca si fosse destata svogliata e non avesse voglia con le sue lunghe dita prensili, di riprendersi i doni della notte. il cielo scaldava meno la sabbia ma era un lenzuolo candido che non lasciava trasparire l’azzurro. Dal lago arrivavano nubi, prima bianche, poi più scure e vento che sollevava sabbia percuotendo corpi e occhi, il mare si alzava, facevamo l’ultimo bagno della giornata in mezzo alla spuma bianchissima in un’acqua insolitamente calda.
I richiami dei genitori si susseguivano, diventavano urla e già preda del vento freddo e della sabbia, tornavamo verso casa. Lentamente, perché la sabbia non scottava, regolandoci con il temporale che stava arrivando. Mentre gli adulti chiudevano finestre e porte, portavamo le sedie sotto lo spiovente della casa e seduti in fila, cominciava il chiacchiericcio, gli scherzi e le risate che avrebbero reso la doccia un supplizio. Cominciava a piovere, il cielo divenuto scuro evidenziava i fulmini che si scaricavano in mare, le gocce grosse erano subito fitte. Allungavamo la mano per sentire il bagnato: era caldo, cambiava il colore delle dune che da giallo ocra diventavano di un grigio granuloso pieno di bolle, come fossero percosse. Dicevamo tra noi che quelli erano i lividi della terra come le nostre bluastre tracce di cadute. La sabbia assorbiva tutto, riarsa da settimane di sole pieno, a suo modo reagiva con un lieve vapore che il temporale abbatteva continuamente. Gli scarabei stercorari si erano immersi nella sabbia con il loro lavoro quotidiano, uccelli e gabbiani volavano bassi con picchiate improvvise, attratti da una improvvisa libagione di insetti e di piccoli pesci spinti a riva dalla risacca ora rabbiosa.
Attendevamo finisse, ci avevano assicurato che il brutto tempo non durava, ma erano il lago e il vento a determinare i temporali, e per noi queste entità lontane sembravano antichi dei che avevano una forza incoercibile sulle cose e sugli uomini. Di questo discutevamo, mentre le notte accendevano un lumino davanti all’immagine di un santo, per noi era tutto vero quello che ci veniva detto e quello che i nostri compagni di gioco avevano sentito nelle case. Per quelli di città, come me, c’era il racconto dei temporali sul canale dietro casa, i fulmini catturati dall’antenna dell’università, ma per chi veniva dalla campagna c’erano ben altri racconti, tetti scoperchiati, alberi abbattuti, la corsa per coprire il grano messo ad essiccare, le trombe d’aria di giugno che si scatenavano tra mare e terra e poi colpivano tracciando una scia che andava a distruggere raccolti e vigne, ma secondo un pensiero oscuro che colpiva gli uni e risparmia a gli altri, perché? Restavamo, noi di città, pieni di domande e intimoriti da tanta furia e dal pensiero che forse lo stringersi delle nostre case nelle vie strette, era l’antica paura e il rimedio a quelle tempeste e trombe d’aria che flagellavano la pianura e il litorale.
Il pomeriggio si consumava in fretta, eravamo alla fine d’agosto, tra una settimana saremmo tutti tornati alle nostre case, sarebbe ricominciato l’approntare quaderni e libri per la scuola, ma il gioco e la libertà avrebbe avuto l’ultimo sussulto cittadino fino a ottobre. Intanto guardavamo il cielo che ora cedeva alle lusinghe del sole. Questo dapprima era un disco bianco poi via via diventava più limpido e rosso per lo sforzo di spingere via le nubi. Guardando in lontananza dalla cima di una duna, si vedevano le navi ancorate e il mare ancora furioso, mentre il tramonto illuminava i nostri corpi e nelle ombre allungate c’era il fresco della sera, pieno di un odore sottile che solleticava il naso. Non sapevamo cos’era, ma ci pareva la coda di un drago ch’era passato. Era ozono, l’avremmo saputo con lo scorrere degli anni, per ora c’erano i richiami e le minacce delle madri, prima la doccia e poi la cena,.
Non ho più strumenti d’analisi del presente. Quelli della mia formazione scientifica sono arrugginiti, inattuali, difficili da usare dopo tanto tempo e comunque mi lascerebbero vaste pozze di buio. Mi resta la letteratura e la poesia, un poco l’immagine fotografica per analizzare la realtà, come io sono in essa. Consequenzialità determineranno il futuro, sempre più ricco di mistero come s’usa nei tempi in cui correnti e flussi di fatti s’incontrano e si mischiano Ciò che adopero, distratto indovino, sarebbe sufficiente per un analista ma per un dilettante di auto analisi è il regno del pressapoco e del dubbio. Non disprezzo nessuno dei due, ben conosco il loro limite, eppure contengono molta più verità della manipolazione materiale e immateriale in cui, come tutti, sono immerso.