fine della storia ?

IMG_0329

Dovevano trovare un motivo per lasciarsi, e doveva essere dignitoso.

Dignitoso significava adeguato, appellante alla necessità, all’impossibilità di continuare. Doveva essere qualcosa che concedesse all’amore, o a quello che ne restava, di rimanere con il tratto positivo che segna le vite e le spinge, non le fa fuggire da qualcuno o qualcosa. Quel motivo era già stato declinato in modi differenti, giocato sul limite eccitante e pauroso del precipizio. C’era una sorta di assioma in quel non morirà mai che sembrava giocare con il tempo, le contingenze, gli obblighi. E le scelte. Nelle affermazioni incaute del mai e del sempre era pur rimasto l’a prescindere. E su quello si era giocato quel rapporto finché era stato sostenibile. Era necessario finisse negli obblighi non nel suo attrarre e dare senso alla vita.

Il tavolo ad un certo punto aveva alzato la posta chiedendo la radicalità che include l’amore, la necessità di svolte e scelte che alterano tutto il passato e ridimensionando il buono che era stato, perché la dittatura del prima, del possesso, confluisce nel non dipendere dal futuro e sembra libertà dolorosa di scelta, ma impedisce che si accetti davvero la giocata. In quel lasciarsi c’era la conseguenza di un ragionamento binario che includeva una strada e una necessità escludendo l’altra.

Allora si può dire che due necessità si siano confrontate, accade spesso nelle scelte vere, e che la scelta dell’una avesse molte ragioni importanti. Anche l’altra ne aveva, ma era una partita a due e quando si è in due, qualcosa o qualcuno soccombe. Per questo, e per molto d’altro, serviva una soluzione dignitosa. Che non lasciasse fuori tutto il buono che era cresciuto. Cosa quasi impossibile, e allora uno si prendeva la responsabilità e se l’altro avesse amato oltre il limite della contemporaneità avrebbe accettato pur restando ferito. Qualcuno era vittima e qualcuno carnefice, ma era difficile, come sempre stabilire il limite perché il bene dell’altro rovescia i ruoli e allora restava il fatto di interrompere una possibilità prendendosene la colpa. Ecco. Serviva una colpa e una necessità che la scatenava, e attenuava, perché la colpa si può espiare, può essere perdonata. 

Accettare il proprio limite era più difficile perché significava vedersi come si è nel profondo, senza attenuanti, capire che gli aggettivi non contengono le paure, che al più tentano di esorcizzarle. Il limite è l’orlo dell’infinito e tutti lo portiamo dentro: questo è l’abisso.

spine irritative

D’autunno e in primavera il rapporto tra apparato digerente e cuore si fa più stretto e il primo può attivare delle “spine irritative” che innescano altre disfunzioni. Meglio proteggere.

Così ha detto: spine irritative.

Me le sono figurate lunghe, acuminate come quelle dell’albero di Giuda o di certi cespugli apparentemente inestricabili e invivibili e che invece sono albergo condiviso di rettili, uccelli, piccoli animali da sottosuolo. Mi sono ricordato di mio padre che nelle stagioni di passaggio sentiva acutizzare l’ulcera, regalo di guerra, e mangiava poco, piegava la bocca per il dolore e taceva più del solito. Queste due parole, quasi ossimori, perché la spina non solo irrita ma fa male, conducevano al pensiero che siamo noi a portare dentro le cause, e a contenerle assieme agli effetti. E, pensavo, che ciò accade ovunque ci sia un rapporto in noi, di piacere e dolore, anche nei sentimenti, anche negli amori che pur quando passano, poi i ricordi riacutizzano. Come le stagioni di passaggio che, indecise sul da farsi, intanto cominciano a mettere in discussione equilibri, propongono svolte ancora indeterminate, scuotono tra euforie e depressioni il quieto vivere deciso. Le stagioni del dubbio e della relazione non possono che produrre malesseri irritativi, mi dicevo.

Sono spine irritative che producono effetti altrove – pensavo – complessità di gangli nervosi, circuiti, tutto questo meraviglioso gravame di connessioni, interno e interagente con l’esterno, di cui non si può cogliere davvero la causa ma solo l’effetto. Noi siamo quello che mettiamo in noi, ma non è a costo zero, perché siamo davvero molto più coesi e complessi di quanto pensiamo ed è in noi che il battere d’ali lontanissimo provoca uragani incontenibili.

Così pensavo, camminando sotto i vecchi portici che conosco dal mio sempre. E intanto notavo un nuovo finger food nella strada che un tempo portava al monte di pietà. Lì c’era un artigiano che un tempo mostrava il suo lavoro nel farsi, circondato da attrezzi, con una vetrina scura pena di oggetti da cui lo si vedeva lavorare. Ora era arrivato Hopper senza essere Hopper e la vetrina era molto illuminata, con quella luce fredda che consuma poco e non riscalda il cuore , ed esibiva una scritta da fantasia liceale: idem con patate. Burger, würstel e cartocci di patate con salse varie-gate. Così diceva ed era un locale che si giocava l’apparenza dell’anonimato, ostentava colori indecisi come il crema e il marrone, tagliava la lunghezza della stanza con un bancone spoglio. Sembrava che l’unica gloria fosse il luccicare dei forni. Guardavo curioso la solitudine del rosticciere, l’oro fritto che s’ammosciava nella patata in attesa, le pareti che già cominciavano ad invecchiare nel pulviscolo d’olio. E sentivo la consistenza della spina irritativa, quella che volevo raccontare al medico e che non dipendeva dalle stagioni, ma era fatta di un disfarsi dei ricordi, delle parole, del linguaggio, delle abitudini, delle qualità. Confondendo la bulimia con il desiderio della pienezza, del benessere perenne, la quantità diviene spina che lancia segnali al cuore -pensavo- e il degrado non è cambiamento, è indecisione del prendere in mano i destini. Vigliaccherie per interesse, ignavia, e così le passioni si deterioravano in una luce senza sole. Volevo dire al medico del disgusto crescente che prendeva quando si guardava il vuoto senza essere vuoti, volevo narrare la difficoltà di dare nome proprio alle cose, di essere precisi e insieme dubbiosi. Volevo dirgli che scomporre le passioni in coriandoli non ha mai giovato a nessuno. Ma come fare, come dire il disagio che non impedisce di vivere ma lo disorienta?

Spine irritative, dentro, fuori, e acuzia di stagione. In fondo è ottimistico pensare che sia la ciclicità della natura che ci richiama, che basti un gastroprotettore per rompere un legame doloroso e intanto attendere, pazienti, le infinite rinascite che riparano alle vite ammalorate.

Rassicura pensare ci sia sempre una soluzione che non svolta davvero, la possibilità di attenuare il dolore che non guarisce, infine trovare un equilibrio con ciò che vorrebbe scelte e attenzione.

E allora, camminando, pensavo che dovremmo trasformarci in quei piccoli uccelli che vivono tra i rovi e trattano le spine come consigliere e volano e tornano felici, in quei percorsi che solo loro sanno.

Solo loro e nessun altro.

elogio del piccolo

20160604_160956

Le cose che facciamo non sono quasi mai importanti in assoluto. Non per tutti almeno, e non allo stesso modo. Però continuano ad essere per noi importanti, e ciò che riguarda molti, si allontana da noi. Ci sembra che ci sia stata tolta, chissà quando, la possibilità di essere davvero attori di cose grandi che riguardano tutti, e che il futuro comune si sottragga alla nostra possibilità di influenza. Al più, pensiamo, ne subiamo le conseguenze. Così si torna al nostro piccolo importante, anche per fuggire sensazioni d’impotenza o d’inutilità. 

L’opinione sulle proprie capacità cambia con queste sensazioni, anche se i principi restano, non si spiegherebbe altrimenti il rientrare di molti, per stanchezza prima che per comprensione o età, all’interno di silenzi collettivi. Se poi le sconfitte sono state così ripetute e forti da far rintanare la voglia e la fiducia di poter influire, allora subentra la consapevolezza che ciò che facciamo può essere importante a noi e a chi ci sta vicino, ma non avere altri effetti che in noi stessi. Si perde una dimensione e se ne enfatizza un’altra.

È bene o male?  

È così, e però non vorremmo negarci un modo per rappresentare la nostra singolarità e per proiettarla verso l’esterno. In fondo il discrimine è tra atti pubblici, che riguardano altri, e atti privati, che riguardano noi, e lo scrivere, il dipingere, fotografare, fare giardinaggio o qualsiasi altra cosa che per noi abbia importanza è un messaggio privato, sintetico, di noi, che descrive una singolarità complessa, ma a suo modo esplicita, fatta di cura e di rappresentazione. E così il piccolo cessa di essere tale e diviene grande, perché ciò che facciamo ha sempre una sua grandezza. Forse ci rattrista un poco che questo piccolo esserci nel nostro importante, non venga colto, che si pensi ancora di prenderci in giro raccontandoci storie: siamo capaci di cose grandi epperò nessuno le addita più, si mette insieme a noi a costruirle, si preferisce il racconto del futuro piuttosto che farlo. E tutto questo diventa rumore, chiacchiera.

Ecco, il nostro piccolo importante include l’amore, non la chiacchiera. Non è difficile capirlo.

dicerie del vicolo

img_4172

Non so come si sia diffusa la voce, ma di certo è accaduto. Magari si sono detti: ma lo sai che lì nessuno disturba, che si sta bene, c’è pure una copertura per il troppo caldo. E magari c’è scappato pure un sorrisino. (Chissà come ridono i colombi…) Poi qualcuno ha proseguito in dialetto: squasi squasi me fasso là ‘a covàda parché lu, el paron, non ghe xe mai e se sta proprio ben. E hanno capito anche quelli che parlano solo italiano che lì era un buon posto per covare, e sorridenti hanno rispettato la priorità, perché tra uccelli così si fa.

È così ci sono, per il secondo anno, prima due uova e ora due colombini. Rispetto allo scorso anno, il nido l’han fatto dentro una vasca che tiene qualche tulipano, due arbusti di lantana, e delle fresie. Solo la lantana è in fiore e copre i colombini. Ogni tanto devo innaffiare e c’è un movimento buffo che cerca di schivare gli spruzzi poi un accomodarsi in una piccola pozzanghera calda di terra e acqua, appena un inizio di tubare e poi un perdersi nel pensiero della crescita.

Guardando la colomba, ho pensato che forse è la stessa che lo scorso anno è nata qui, che abbia conservato nei suoi pensieri un’idea di casa. Cioè è casa sua questo balcone, anche se l’ho irto di punte, anche se il tubare mi sveglia il mattino, ma lei pensa, giustamente, che il luogo in cui si nasce un po’ ci appartiene. Gli uccelli hanno spiriti diversi, ci sono gli avventurosi e gli stanziali, tutti tornano a qualche casa; a me piacciono di più quelli che osano, ma rispetto quelli che oziano nel vicolo. Quelli che parlottano tra le terrazze e i tetti, quelli che camminano più che volare. E imparano a sporgere il petto, a fare passetti brevi intervallati dal volare per balzi. Una sorta di ostinazione, di caparbietà nel dire: abito qui, come te, è anche casa mia. 

Tra non molto i colombini se ne andranno. Con le piogge d’autunno si scioglierà il guano e l’odore, forse la lantana ne approfitterà, magari anche le fresie. E quella presenza ostinata diventerà colore, profumo, equilibrio. Un diverso modo di volare. Quello concesso a noi umani che abbiamo la capacità di vedere che scorrere è indifferente che avvenga in aria o in acqua o terra. Volare è scorrere la terra con gli occhi. Volare è scorrere il cielo con lo sguardo. Vedere.

come sarà l’autunno?

DSC06379 (2)

Si sente,

il respiro lungo del sonno e l’irrompere sommesso dei sogni nel reale,

nei giorni in cui il sole scava nelle cose

piccoli grani per danzare nei suoi raggi,

è allora che la stanchezza di ciò che non accade avvolge il tempo,

e il suo scorrere sembra chiedere significato.

Come sarà l’autunno,

che scandisce di impegni le giornate,

e i suoi progetti riprende con fatica?

Ancora starà zitto il cuore

mentre si commuove in una foto,

e piano decifrando l’aritmetica d’assenza

chiede conto dell’andare, dove?

Tutto cheta nel dirsi:

c’è la noia di chi ha visto e non s’ è seguito,

ma non basta,

perché ci saranno i pomeriggi disarmati,

il senso che non acquista la profondità del rosso.

Così si ascolta, si sente,

e il pensiero va all’instancabile

rimescolar di conchiglie e sassi,

mentre si vuotano scogli e sabbia,

e i perditempo stan seduti a sentire

il pensiero del tramonto,

perché ancora una volta è sera

e poi notte

e poi sogno,

ancora.

attese

L’attenzione è per i colori, e lo sguardo scivola distratto sui volti perplessi, un po’ attoniti d’attesa, sulle mani che consultano cellulari, sui sorrisi accennati per qualche parola che evoca segreti. Cerco il bianco che non c’è, forse è solo per le abitazioni di classe. Penso. Per il minimalismo che testimonia le nostre incertezze su cosa sia davvero da tenere, per cui ci resta solo il pulito e lo confondiamo con l’essenziale. Oppure il bianco è per gli ambulatori, per i camici che dovrebbero dirci che siamo sani. Il bianco latteo e riflettente che assorbe colore e sguardo, dovrebbe rassicurarci sulle sue capacità riassuntive di benessere, ma in fondo è solo un succedaneo della purezza e della luce. Qui non hanno avuto dubbi, il bianco che trovo si limita al soffitto. Negli uffici pubblici è il marrone in tutte le sue declinazioni ad imperare nel variare di bruni che ricordano la ruvida tonaca dei frati, un perenne autunno degli spiriti prima che delle leggi. Chissà che fine hanno fatto tutti gli altri colori nell’immaginario degli architetti pubblici…

Così penso, mentre da una porta finto noce esce, inopinatamente, un viso, un tempo conosciuto, a cui fatico a dare subito un nome.

E inizia un’attenzione non richiesta, non voluta, imbarazzante. Si ricorda di me, e lo dice scovando con fatica nei ricordi, poi sciorina particolari che non riconosco, si corregge, sorride e mi stringe ripetutamente la mano. Evoca trascorsi miei, importanze che non ci sono mai state o che forse non ho percepito appieno. Insomma mi sento anche un po’ imbecille. Poi rientra in quella porta fasulla, che ora mi pare fastidiosa, e mi raccomanda. Non ho chiesto nulla, avrò detto quattro parole in tutto, arrossisco, mi devo schermire, difendere. Sorrido alla signora che mi sta a fianco, rinuncio subito a una priorità che non c’è. Quasi mi devo giustificare perché rispetto le regole e mi dà fastidio. 

(quante volte accade, penso) 

Dico: Mi piace aspettare, fare i conti col tempo, non lasciare che questo mi vinca attraverso la fretta: sono così pochi i momenti di quiete…

Mi valuta perplesso e mi stringe ancora la mano. Non capisce e ammicca, il che significa che in fondo la so lunga… Alla fine, oltre all’imbarazzo, ho ceduto anche il mio posto, quello che mi spettava.

Mi merito l’attesa, me la godo e la traccia di rossore che sento la confino nel sole di questo primo giorno di settembre, giallo e arancio che colora volti e pareti e che è altro. Che vuol essere altro.

del dare confidenza

In questo percorso virtuale (ma cos’è virtuale se ci si racconta davvero?) attorno ai lati in penombra trovo che il dire sia una opportunità e un limite. E’ una condizione innata, quella della propensione al fidarsi, al lasciar entrare, ma fino a che punto questa positività resta tale? L’ospite poco sensibile urta la suscettibilità, non si fa domande, scambia la confidenza con il permesso assoluto, l’arbitrio dell’essere.

La giusta distanza è un mestiere difficile; proprio per ridurla. Un tempo le regole aiutavano, il lei iniziale, la creanza distinguevano la discrezione e la imponevano come tratto dei rapporti. Eppure ci si diceva molto, forse più di adesso. Tutto formale? No, la distanza iniziale, il ritegno, faceva da crivello e aiutava a distinguere ciò che era importante da ciò che non lo era.

Dare confidenza porta ad attendere e in quest’epoca in cui tutto sembra immediato mentre il vero tarda anche l’attesa non ha più soddisfazione. Però chi bussa ad una porta accende un’attesa. La confidenza dovrebbe maneggiare le attese, lasciare che essere cadano oppure si rendano più esplicite. Dire e lasciarsi dire è un’apertura di credito, poi come sarà spesa si vedrà. Dipende dall’educazione, o meglio dalla verità. Ecco, creare le condizioni del dare confidenza o non farlo, è un modo di dire la verità.

chissà cosa farà male

Teflon: Ci fu questa grande novità: si poteva cucinare senza grassi, anche senza olio. Bastava non usare forchette e cucchiai e la pentola non si rigava. Così dicevano. Era un’invenzione geniale che Du Pont ha venduto al mondo. È così abbiamo mangiato cibi cotti in pentole di alluminio o di acciaio rivestite di teflon. Per anni, per decenni. Il rivestimento si rigava, poi sembrava consumarsi lentamente e noi mangiavamo verdura e qualche particella di teflon, bistecca o brasato e qualche molecola di teflon. Anche i pomodori al gratin, il fegato alla veneziana, la peperonata, e chissà quant’altro avevano un pochino di teflon. Dipendeva dalla voglia e dalla dieta, e non contava se si era vegetariani, carnivori, vegani o cannibali, un pochino per volta dalla bocca entrava in circolo del teflon. Grave? No, il teflon è inerte o quasi, tiene a bada l’acido solforico, ci fanno le protesi per i trapianti, è sostanzialmente tranquillo fino a 280 gradi centigradi, e allora? E allora perché dovrei avere una protesi diffusa, perché non me l’hanno detto subito? Potevo scegliere se diventare d’alluminio, di acciaio o di teflon, ma non me l’hanno fatto fare, mi hanno solo detto di non strisciare la pentola e così il Politetrafluoroetilene è diventato un pezzo di me, di voi. Non è ben chiaro se nei processi di lavorazione entri qualcosa che può far male in qualche condizione che non conosco, agli uccelli pare faccia male se la pentola si scalda troppo, forse gli uccelli si fanno pentolate di becchime a 300 gradi. Forse. E se comprano pentole cinesi, gli uccelli, a quanto si decompone il presunto teflon?

Pvc: che il pvc fa male lo si sa da tanto, però adesso non me lo scrivono col suo nome. Sulla confezione sta scritto: pellicola trasparente e poi di evitare il contatto con oli e grassi. Anche l’alcol non gli fa bene. I forni deve evitarli, così come i contenitori e i cibi caldi. Già 40 gradi la mettono a rischio questa pellicola. Comunque l’innominata è regolata dal DM 21.3.73  e seguenti modifiche. Che diamine basta andare a leggere… Allora qualunque cosa incarto mi mette un po’ in ansia, quasi quasi comincio a preferire le muffe.

Alluminio: Anche l’alluminio non è proprio inerte. Si commuove facilmente con gli acidi e i grassi sono acidi, cosa combini poi quando entra in giro dentro di noi si sa abbastanza. Anche se ogni tanto gli trovano qualche responsabilità nuova. L’alluminio mi è simpatico, cerco di usarlo bene, di non lasciare nulla  che lo possa corrompere a partire dal sugo di pomodoro, però m’inquieta chi lo  trasforma in padelle e pentole. In Eritrea c’erano delle gran pignatte d’alluminio spesso, molto coreografiche. Era un po’ butterato di puntini neri che, mi dicevano, se ne vanno con le cotture. Restava micro poroso in superficie e sembrava che questa porosità avesse qualche pregio. Ho scoperto quasi subito che derivava dalla bassa temperatura di fusione e la ditta indiana che faceva pentole s chissà che altro usava pezzi di motore in alluminio comprati come materia da riciclare. Pensavo allora, e adesso, che tutta la nostra plastica e metalli e vetro e carta e chissà che altro riciclato ci tornano indietro e non c’è nessuno che verifichi se quello che torna fa bene o fa male. Oppure basta costi poco per giustificare tutto?

Questo mi fa pensare che viviamo nell’ignoranza e che questa è una scelta, che all’inizio ho preso ad esempio qualcosa che teoricamente non fa male per riflettere su ciò che davvero fa male. Perché la conoscenza non rende più sane le nostre vite? Perché qualcuno oltre ad emettere le leggi non ne verifica l’applicazione? Ecco queste sono le domande.

l’infanzia del limite

IMG_1905

Tutto si poteva riassumere nella sensazione di una definitività accessibile. Un assoluto che non aveva bisogno di nome, ma era lì, a disposizione, per essere capito, investigato, fatto proprio. Definitivamente.

E attorno c’erano piccole cose che tiravano via, urgenze false e fastidiose che volevano rimandare l’accesso a quella soglia di comprensione profonda. Ma a ben guardare, erano loro che acuivano la sensibilità e l’urgenza e rendevano netta la sensazione di scelta: si sarebbe perduto qualcosa di importante eppure sconosciuto oppure lo si sarebbe avuto poi, chissà quando, nonostante quelle forze che volevano posporre, strappar via e portavano il pensiero nella banalità del necessario. E non era forse più necessario il conquistare l’inutile piuttosto che perseguire la facilità beota dell’utile? Tra questi pensieri, intanto, il tempo scorreva e si restringeva, anch’esso preso da una scelta era attento ad un proprio tornaconto, e di fatto s’alleava con l’utile.

Nulla meglio della clessidra rappresenta la lotta e l’estraneità della necessità nel tempo. L’assottigliarsi della sabbia o dell’acqua nell’ampolla superiore, toglie l’idea malsana degli orologi che sembrano avere una riserva inesauribile di circonferenze da percorrere. Tutte uguali, tutte con le stesse distanze d’arco circolare, in fondo tutte prevedibili nel dire quanto manca alla prossima. La clessidra invece, mostra un tempo che, pur costante, diviene più rarefatto e veloce nello scorrer via. Il nostro sguardo e il pensiero lo mette in relazione al volume disponibile di sabbia o acqua che si svuota e così esso dà misura del nostro perenne ritardo rispetto all’assoluto.

Il filo di sabbia o le gocce d’acqua che scendono mostrano che c’è un’indifferenza rispetto al ritardo del nostro fluire, guardiamo a quel volume disponibile di libero arbitrio e il tempo sembra dire: fa ciò che vuoi, ma attento… E se ripieghiamo sull’utile, ne viene un’influenza cupa di scelte mancate o costrette, che ci rende irrimediabilmente in colpa verso ciò che doveva accadere e non è ancora accaduto. Per questo l’avvicinarsi al limite dell’intuizione profonda e il tempo dell’utile acuiscono le sensibilità e rendono definitiva la scelta: possiamo essere, forse, consapevoli di qualcosa mai intuito prima oppure lasciar perdere, rassegnandoci alla necessità. La scoperta, insomma, fa i conti con quel fluire dell’utile che rende precario il superfluo del nuovo e ci consegna al grigio della prevedibilità. Non avventurarsi nel limite ci rende poveri e puntuali, e toglie la differenza che solo nell’esplorazione dell’eccezione ci rende unici.

In questo confine così affascinante e pertanto pericoloso, tra necessità (presunta) e superfluo (utile a sé), si trova l’amore per quella parte incredibile (ciò che è credibile lo conosciamo, è ciò che ci meraviglia che è incredibile e sconosciuto) che ciascuno contiene e mortifica. E insieme ad essa, la libertà del disporre di sé, del non essere prigionieri della necessità, del poter dare consistenza a ciò che nessun altro può capire meglio di noi, perché ci riguarda in senso assoluto, perché questa è una geologica interiore forza che può crescere una montagna, eruttare un vulcano, piegare dolcemente un fiume e prosciugare un mare per ricrearlo altrove. È questa la manifestazione di noi che riconosciamo il chi ci ama e che vede dentro e oltre noi: è l’amore e il sogno che conteniamo, che urge e vuole diventare materia, noi, insomma, che dopo averci compreso non saremo più uguali. Ecco perché nel limite troviamo amore, ecco perché in esso ciò che era ritardo non lo è più e siamo altri da prima. Con altro tempo con cui rapportarci. Non è forse questo il senso del cambiamento che riapre le vite?

 

abitudini e passioni

Uno dice: sono un buon camminatore e si riferisce ad esperienze passate, a quanto volentieri ha camminato, alle imprese piccole o grandi ormai lontane.E magari conosce la fatica del camminare, ma ne ha voglia?
Oppure uno dice: sono un buon amatore e lo dice per ciò che è stato fino al primo cilecca o fino al disinteresse per l’attività sessuale. Parla di un passato magari recente e soddisfatto e di quello che presume di essere ora.
Oppure uno dice: mi piace molto scrivere e lo fa fino al primo vuoto di senso, fino alla percezione del pretesto, fino alla pagina bianca.
Vale anche per l’apprendere e per chissà quante altre passioni che diventano competenze. Ho la sensazione che le passioni quando si spengono diventino abitudini e non di rado presunzioni. E che questo sia ciò che accade a quello che non è mestiere, forse bisognerebbe allora, coltivare il desiderio, impedirgli di esaurirsi nel limite, farne un motore per vivere in simbiosi con la necessità. Ma se in qualche milione di anni di crescita tutto questo non si è sviluppato non è che ci siano molte speranze. Certo non è così per tutti ma a quelli che trovano l’equilibrio tra desiderio e necessità non muta il gene e non lo trasmettono. E così ciascuno procede per suo conto cercando equilibri, presumendo, vantando e facendosi domande sulle passioni che scivolano nell’abitudine.