sulla porta

Sulla porta avvengono cose intense. Cose che hanno a che fare con i sentimenti. Non mancano le banalità, i simbolismi: porte accostate e sbattute sono quasi icone di un prima e un dopo interiore che rappresenta ben altro. Sulla porta vengono dette parole spesso usate, banali, ma qualche volta, definitive. E gli addii consumati sulla porta di una casa, di un treno, di un aeroporto sono crudeli e senza replica apparente.  Lasciano interdetti, come accade in ogni omicidio premeditato. Oppure raccontano il banale che sconfina sempre nell’irrevocabile. Quanta indifferenza può esserci nel ripetere, o quanta insicurezza si trova nell’abitudine, non ce ne accorgiamo, fino a un momento di rottura. Ma l’eccezionale in fondo si prepara un po’ per volta nel suo agente. E chi è l’agente dell’eccezionale se non colui che dice che qualcosa è accaduto. Qualcosa che era percepito e rifiutato, oppure intuito e atteso, perché a volte, nell’entrare c’è la felicità che si palesa confermandosi.

Sulle porte avvengono cose che voi umani sapete e che non è necessario cercare nei bastioni della galassia, ma dentro, perché un saluto è un arrivederci, un addio è una rottura di un equilibrio, di un viaggio, di un possibile che poi giace infranto. Ai propri piedi perché chi l’ha pronunciato già non teneva più a quel possibile, l’aveva scartato. Sulla porta, sotto lo stipite, ci si rifugia quando c’è un terremoto. I credenti, non importa di quale religione, mettono sopra di essa immagini ben auguranti, tracce di sapienze definitive e chi passa sotto dovrebbe essere investito dall’aura che benedice.

Sulla porta il cuore non è mai indifferente perché vede fuori e accoglie oppure chiude e sbarra, paura e speranza si intrecciano, un modo sostanziale di vedere coincide con le vite che si sono scelte. Il tempo è breve sulle porte e di questo tutti dovremmo essere consci, una comunicazione, un accadere ha bisogno di tempo e invece le porte sono un imbuto dello scorrere, come in una clessidra sono un cappio che velocizza l’accadere. Credo che l’addio che si perpetra su una porta che poi si chiuderà è il crudele finire e nessun finire dovrebbe essere tale.

Usare la porta per accogliere, e dire, è già molto, moltissimo. Ripercorre la sorpresa di quando si era felici, ora al contrario, ma con creanza. Non è un comunicato, è una con-divisione, un dolere comune, come c’è stata una felicità comune. Almeno questo nell’educazione ai sentimenti: non sulla porta.

scrivo lettere che non spedisco

Con il tempo molto si mette in ordine, si quieta, per stanchezza forse oppure per usura, anche se mi convinco che l’una regge l’altra ed entrambe si giustificano.

I miei percorsi sono una spirale, così sembra andare il tempo, non lineare e non circolare ma una mistura di entrambi che procede facendoci guardare il passato e spingendoci verso il futuro. La consapevolezza è il presente, così ricco di assoluti e di noia, di fatiche e di idiosincrasie che ci permettono di godere, di desiderare ciò che abbiamo o altro, ma che interroga e inquieta. In questo presente ci accorgiamo che il passato sembra poco utile, che ciò che è stato non ritorna, ma ancor di più ciò che non è avvenuto ha perduto la sua possibilità. Era di questo che parlavi nel condensare tutto in una parola: rimpianto? Si perde un sacco di tempo a giustificare ciò che non è accaduto e man mano ci si convince che quella era la scelta migliore, ma sappiamo che non è così. Era ciò che costava meno, che non buttava all’aria le sicurezze, ma c’era una possibilità di mutare la vita e la si è rifiutata. Non c’è nessun giudizio su tutto questo, anzi è la dimostrazione di quel procedere nella spirale dove tutto è compatibile.

Le cose ci cambiano, ciò che accade ci cambia, restringe e precisa le vite finché lo sguardo vede ciò che conosce, frequenta meno il rischio e la meraviglia che esso include. Forse per questo dovremmo conservare la curiosità della fanciullezza, lasciare che il differente si lasci capire, per vivere vite differenti.

Abbiamo grandi risorse nelle passioni, tu hai ancora passioni oppure una vita ordinata fatta di sicurezze e abitudini? Io cerco di lasciarmi trasportare dentro le cose, non so se siano queste le passioni che mi sono concesse. Non perseguo più l’utile esteriore, forse è anche questo che le passioni odierne mi concedono assieme alla sensazione che nulla si ripete.

Ti parlo di un presente che si costruisce e si alimenta non piu nell’esperienza ma nella certezza che la società si sia riscaldata e con essa le vite che accettano di farlo. Ricordi che c’era questa classificazione in sociologia tra società fredde e società calde. Le prime erano quelle stabili in cui mutava poco, i figli avevano le abitudini dei genitori, le vite sussistevano con quello che era possibile e si riproducevano. Questo ha funzionato ripetutamente per secoli, ha dato ruoli e consistenza alle persone. Poi qualche rivolgimento generale, qualche passione collettiva ha messo in moto e in discussione tutto, e il personale si è alimentato del cambiamento collettivo. Sono le società del coraggio che spingono le vite a mutare e allora la spirale accelera. Credo che oggi siano presenti entrambe le opzioni, si può restare nel freddo oppure scegliere il caldo. Quello che mi viene da pensare è che seguire il daimon sia già una guida e di certo tu ha seguito il tuo. Hai rallentato la spirale, guardato ciò che c’era, e scelto. Va bene così, nulla è uguale, e tanto basta.

fare il punto

A volte il silenzio è un perdersi che include sia il trovarsi o l’abbandono. Nasce come una crepa, dapprima impercettibile, che fa risuonare diverse le parole e infine le rende mute o eccessive.

Meglio fare il punto che consente di sapere dove si è e decidere il che fare. In fondo è la stessa strategia dell’inerme e del supponente.

Oppure c’è la troppo difficile arte del rabberciare. Il kintsugi (金継ぎ) degli artigiani zen, che mettono l’oro a ricomporre ciò che è prezioso ed è stato rotto. 

Ma se la pazienza ci assiste, in quel silenzio, che ora nuovo risuona, saldato dall’oro, s’imparano a leggere cicatrici che luccicano come un disegno dell’anima vissuta.

E tutto si muove: nulla è come prima e nulla è peggiore.

E neppure il punto è lo stesso.

non ti ascoltano

Non ti ascoltano. Si vede perché continuano con il loro discorso. Hanno già una conclusione in testa, anche nel portare le parole dove devono andare. Se sono educati, lasciano parlare e poi ricominciano spostando a lato il ragionare. Verso di loro. Dici una cosa e ne capiscono un’altra, ma non è perché ti spieghi male, no, è perché se affrontassero ciò che dici, chiedi, sarebbero costretti a modificare l’immagine che si sono costruita. Dovrebbero rifare l’edificio che ti contiene. Lo so, non è facile per nessuno ricominciare ad ascoltare, però da bambini qualcosa a proposito ci era stato insegnato, poi si è smarrito come necessità di identità, di intelligenza che classifica e quindi risparmia tempo. Non erano glorificati quelli che capivano al volo? E se si sbagliavano di poco erano comunque migliori di quelli che ascoltavano, si prendevano tempo per capire e poi dicevano. Ma spesso il tempo era già passato. In ogni testa c’è un processo che fa trovare le parole giuste, i gesti appropriati dopo che i fatti sono avvenuti. E tutto ci pare così naturale, così giusto e forte che non pochi si convincono che è andata proprio così. Invece è andata diversamente, e quell’ascoltare e dire le parole appropriate non c’è stato. Forse per questo non ti ascoltano, per la presunzione di aver già capito e quindi risparmiano tempo, sanno già dove andrai a parare. Ti conoscono. E noi oscilliamo sempre tra la voglia di essere riconosciuti e il nostro personale mistero da svelare solo a chi vogliamo davvero, così che quel conoscere applicato, sbrigativo non coglie nessuna delle nostre necessità e suona offensivo. Però è tutto un processo interiore perché nel frattempo il non ascolto procede e arriva alle sue conclusioni. A questo punto ci sono due possibilità, o lasciar perdere e passare ad altro oppure insistere, ricominciare, precisare. Quasi sempre fatica buttata, anche perché il tempo gioca un suo ruolo e quello che reciprocamente ci dedichiamo per comunicare ha sempre un limite più ristretto di quello che viene riservato ad altro. Quando si dice: non hai mai tempo, significa, non hai tempo per me, per ascoltarmi. Quindi si lascia perdere, si rinvia a migliore occasione, che non verrà perché ascoltare è un’arte, un esercizio della cura e questa modalità viene considerata superflua nella società in cui viviamo. Si privilegia l’intuizione all’ascolto, come se queste modalità del comprendere fossero separate e l’intuizione non fosse il capire oltre la normale comprensione. Quindi si parla di un’altra intuizione, ovvero del presumere, cioè del far rientrare in modalità conosciute i comportamenti, i tipi somatici, psicologici e dell’agire senza attendere la comunicazione verbale. Cioè un giudicare in fretta per reagire. Cosa importante se si vive in una foresta piena di possibili aggressori, ma tra persone che si conoscono, presumere è un’offesa. Provate a pensare quanto essa viene praticata anche nei rapporti amorosi.

Non ti ascolta, non ha tempo per te, oppure ti considera classificato e prevedibile, non c’è comunicazione. Un grande spreco alla fine.

 

un bovolo

Un immenso, infinito toboga. Un bovolo, un vorticein cui siamo scivolati, ridendo e vivendo mentre tutto roteava sempre più veloce. Gli anni delle città ancora da bere, i ruggenti ’70 pieni di musica, pelle al sole, di gioia di scoprire e del distrarsi infinito mentre i cortei si formavano. La testa in piazza della Repubblica pronta con gli striscioni, le ragazze, le parole sorridenti e gli slogan mentre piazza dei ‘500 si ingrossava di arrivi, di tamburi di latta, di bandiere, di megafoni Geloso. Garrule al sole romano, grida e bandiere miste assieme. Cosa garrulassero non è ben chiaro, ma era un grido di speranza contro il grigio del quotidiano senza alternative. Muoveva sinuoso nel vento delle vite che s’avvitavano come gli amori, della politica che ancora cantava e sostava per attendere gli altri, presidiava i luoghi del bene comune: una scuola, una fabbrica, un ospedale. Era il tempo in cui c’erano agguati e compagni (?) che sbagliavano. Eccome se sbagliavano. E neppure erano compagni. Era il tempo in cui la destra diventava tenebra circondata da scoppi di bombe, quando un viaggio in treno era uno scendere e un salire sperando che non fosse quello l’obbiettivo. Era il tempo dei rapimenti, quelli sardi e al nord, per denaro e del rapimento per eccellenza: quello di Aldo Moro che avrebbe generato una disgrazia di cui ancora non c’è fine.

Noi intanto precipitavamo verso un blu che sapeva di mare, di arditezze, di nudità nuove, di racconti intimi mai così sfacciati. Eravamo in un giro che risucchiava e mostrava quelli che restavano indietro, le paure di chi non si schiodava dal passato che non esisteva già più ed era assieme agli strafatti, ai persi per strada, agli insoddisfatti che riottosi non si muovevano dalle speranze già offuscate. Mentre la nostra testa girava e tutto era possibile, e nessuna notte era meno lunga del giorno, c’era chi correva in avanti e chi a ritroso, e si leggeva, il giornale da stritolare tra mani, il libro appena uscito, le frasi ripetute per rafforzare una convinzione, i dubbi da lanciare verso il sole o da sussurrare piano ai capelli che si baciavano con devozione desiderosa di tutto. Di tutto quel confluire, quel giudicare e correre verso qualcosa che non era chiaro, non profumava di ginestra e di olivo selvatico, non aveva solo l’odore della pietra dei ghiaioni al sole, il fresco del tuffo nell’acqua d’una baia senza persone, senza vento e senza barche. Non era il sentiero che si gettava verso la costa dei barbari e neppure la dolina in cui sostare in attesa che il sudore ghiacciasse. Non era che un gorgo infinito, caldo di promesse e di vita che inghiottiva senza chiedere da che parte tu venissi, ma noi eravamo noi, ipertrofici con piccoli ego e tanto noi, noi che scambiavamo pensieri, e abitudini, e modi di dire ripetuti per includere ciò che non era chiaro ma nel contesto doveva pur dire qualcosa.

Noi che leggevamo libri, che correvamo imbambolati al lavoro, che vedevamo nascere i nostri figli e non sapevamo ben che fare con loro perché tutto doveva essere nuovo. Noi che diventavamo pian piano borghesi comprando divani e tavole su cui mangiare assieme. Noi che ci perdevamo in quel correre attorno, nell’ascoltarci, nel guardarci, mentre il mondo esplodeva verso la caduta dei sogni, dei muri, delle certezze. In quel gorgo c’era un buco blu che ci avrebbe gettato in un altro universo, non il nostro, non quello da cui eravamo venuti gioiosamente distaccandoci, ma un universo speculare dove il sapere, il progresso, si chiamava tecnologia. Un bovolo che si originava da un bovolo, una clessidra piena di inesorabile passaggio verso un nuovo vortice colorato e rovescio dove noi che eravamo stretti gli uni agli altri saremmo stati pian piano distaccati. Dispersi, in tante piccole monadi che giravano e si allontanavano.

Prima si parlava, si discuteva, si viveva ammucchiati e distanti, poi saremmo stati sgranati, distaccati definitivamente. Una palata di grano e pula lanciata verso il sole che ricadeva con un suono secco di pensieri ormai solitari. Oro e paglia, ecco quello che eravamo e per questo degli anni sgranati non è rimasto nulla se non l’accumulare. Siamo pietre e intonaci, stanchezze infinite di vedere ciò che allora ancora non capivamo. Siamo usciti dal vortice per sederci su panchine che attendono la luce mutare e la luce muta, mentre sembra distaccare i particolari dal tutto e non ricompone più. Non più.

Ma che lo dico a fare, sai già tutto, lo senti e lo vedi, ed è per questo che mi racconti più stanchezze che corse felici.

la storia di un corpo

La storia di un corpo, il nostro, fatto di concretezza, di errori da rimediare, di slanci e di frenate improvvise. Partiti dalla svalutazione, dalla negazione che esso potesse essere il centro della vita se si eccettuavano alcune occasioni, sottoposti a un confronto improprio derivante da una scissione impossibile ovvero quella che lo spirito non avesse una sua corporeità. Non fosse influenzato dalla memoria e dal ricordo, non avesse desideri, pulsioni. Il conflitto eccitato, invece che composto, da una parte l’alto, ciò che è immateria e si eleva e dall’altra la terreità, la pesantezza, ciò che soggiace all’imperio delle passioni. Come vi fosse un affondare in una melma che era immagine di uno strato oscuro interiore dove c’era il buio assoluto, un archetipo animale, un sauro impenetrabile e scaglioso in cui si depositava ciò che non era controllabile. Questo buio dello spirito implicava la negazione della corporeità per aspirare alla luce e alla leggerezza. In realtà erano solo regole di convivenza, tavole di comportamento per tenere assieme il branco e impedire che si estinguesse o si divorasse nei periodi di carenza. Se il principio di ogni relazione, profonda o meno, sta nella comunicazione, se attraverso essa passano i sentimenti, dall’amore alla sua negazione, se nel comunicare si considera l’esistenza dell’altro, se ne verifica la contiguità, l’affinità, oppure la distanza rispetto al sé, allora si comincia a capire quanto di sbagliato ci sia stato trasmesso nello scindere spirito e corpo e come la storia del nostro corpo sia la storia del nostro spirito. Ciò che banalizzando chiamiamo umore non è forse il nostro rapporto con la realtà che il corpo percepisce e insieme la distanza da un desiderio, oppure la percezione di una staticità eccessiva, o ancora il mutamento felice che spinge in una direzione gradita. E quando ci immergiamo nel nostro corpo, lo ascoltiamo per davvero lasciando che esso ci parli, non emerge uno stato del presente, una serie di richieste che esso pone e che i “nostri” particolari principi possono accogliere oppure negare? E non è il compromesso la maggior arte che si impara più nei confronti di se stessi che degli altri? In realtà nella storia del corpo, nella sua fisicità c’è tutto il nostro spirito, la sua capacità di comunicare, il suo mettersi a parte per osservare e poi riportare a noi come parte di qualcosa di più grande. Nel corpo e nella sua negazione viene tolta la spiritualità dell’insieme, si riduce a macchina meravigliosa ciò che continuamente comunica, introduce concetti nuovi mentre ripete quelli necessari al vivere. Noi pensiamo ai fatti come storia, sono elementi puntuali che descrivono disgiunzioni, fratture, svolte, cambiamenti radicali, mentre la storia è flusso e tutto ingloba e fa di se stessa un disegno, ci si accontenta del frammento per la descrizione. Le abitudini sono, in fondo, perniciose perché prive di riflessione e spesso di ragione. Si pensa che l’abitudine diventi tratto essenziale del vivere, eppure se essa non è pensata è un automatismo. Diventa parte del corpo come una funzione di esso, ma non è tale, in realtà è substrato senza pensiero. Provate a pensare alle abitudini in un momento di rilassamento, fate dire al corpo cosa ne pensa e ne nasceranno delle sorprese perché ciò che è apparente storia è una forzatura, quasi sempre ereditata o indotta da una situazione. Importante sarebbe nella storia del corpo capire quanto spazio lasciamo alle abitudini e quanto esse prendano il sopravvento, neghino le richieste, eliminino il nuovo, conducano verso situazioni di scarsa mobilità. E allora tra mille abitudini, con il corpo ridotto al silenzio si dovrebbe avere a disposizione uno spirito libero che si eleva, che trova il modo di distaccarsi. Credo che invece quello spirito si eserciti nell’arte del giustificare ciò che ha rifiutato di ascoltare, che sublimi tutto ciò che si nega, e che alla fine voglia dimostrare che siamo il luogo di una impossibile comunicazione e unione. Non è così, è solo un insieme di regole che ci hanno insegnato per conservare il branco e che poi hanno ecceduto il limite e per farlo hanno agito sulla negazione dell’unica cosa che fosse immediatamente disponibile, il corpo, fino a negargli la possibilità di avere una storia propria, di essere una relazione che lo astraeva dal tempo, di essere esso stesso cielo e terra, verticalità e orizzonte, perché tutto questo era rivoluzionario e aveva una parola per definirsi: libertà d’essere.

 

 

la politica non è solo un’opinione

Questa mattina mi son lasciato invadere dalla speranza,
ed è pericoloso di questi tempi in cui tutto sembra fatto,
e deciso nel peggio, che non è proprio peggio,
eppure ti toglie il colore,
semina grigio nelle parole,
distribuisce forse che sono già dei no.
Ma stamattina le parole erano colorate,
c’era il rosso della piccola passione da spendere ogni giorno,
il verde che non accetta l’asfalto e cresce indifferente,
il giallo, cosi difficile con la pioggia sui vetri, prometteva il cambiamento.
Erano colori della vita
senza ritegno né creanza, così il viola sposava il blu e parlava arancio.
Ma non erano confusi e neppure sembravano parole: erano finestre
in un tempo di muri
mostravano che c’è aria da respirare
in quel sentimento insensato che si chiama speranza,
e se spesso non ha una precisa attesa,
si muove allegramente e tu sai che è vita.

mi ha preso la tenerezza dei vecchi

Mi ha preso la tenerezza dei vecchi. Non perché mi ritenga tale, ma gli anni si accumulano, costruiscono una montagnola dalla quale si vede attorno. Magari sfuocato e così le cose diventano masse colorate, fili appesi al cielo, con una loro gentilezza interrogativa che chiede sorridendo: chi siamo? E nulla è mai ciò che appare, perché il ricordo aggiunge, spinge a ripetere pur sapendo che ci sono meccaniche celesti, come direbbe Battiato, alle quali si sfugge solo con la speranza. Sarà diverso e non finirà, però…

Ci si perde tra le immagini, ci si perde nella tenerezza del giorno in cui l’equinozio annuncia nuove gemme, colori e abiti leggeri. La tenerezza dei vecchi è addolcita di tracce, di mappe, che i passi conoscono a perfezione, è fatta di sabbie in cui è bello lasciare impronte, di asciugamani colorati stesi ad accogliere. È costruita con pensieri senza capo né coda, perché i pensieri non devono per forza avere un inizio e una fine. La tenerezza è fatta del vedersi, dell’ascoltare il corpo che brontola allegro tutte le ingiurie che gli abbiamo inflitto, ma è anche la pelle che sente il cotone fresco di bucato, il sole che la spinge. È il pensiero che già racconta altre attese mentre il corpo ascolta e si distende.

La tenerezza è ciò che si può fare ed è nuovo, così nuovo che suscita contentezza e oscura quello che ormai è da parte. Volevo scrivere in un quaderno, dividendone a metà le pagine, da una parte ciò che non potrà più essere ma è stato, e nell’altra metà, a fronte, mettere il possibile, il desiderato, il sollecitante. Mi sono accorto che la prima metà era ricchissima, ma la seconda era infinita e quella mezza pagina di ciò che attendeva d’essere, era gentile col passato perché gli lasciava tempo e infiniti spazi bianchi da riempire. Con tenerezza aspettava che raccontasse.

Forse anche per questo mi ha preso la tenerezza dei vecchi che hanno la pazienza del vedere, che si soffermano su una parola, che alzano gli occhi e guardano in alto, accorgendosi del cielo, dei cornicioni dei palazzi che giocano con l’ombra e le nuvole e gli sorridono. Mi ha preso la tenerezza dei particolari dimenticati che un tempo avevano richiesto cura e sapienza ed erano stati lasciati allo sguardo attento della bellezza. E ho pensato che quando si rallenta il mondo prende forma – lo sa bene chi cammina – e tutto ha una sua nascosta ragione, una domanda gentile di attenzione. 

Mi ha preso la tenerezza dei vecchi e la mente ha abbracciato l’aria nuova, il sole, i rumori del cantiere, il vestire con una maggiore cura del solito, e il rizzare il corpo, fiero d’essere uomo. È stato allora che la gratitudine che si era sparsa tra i pensieri s’è fatta palese e forte e mi è sembrato un sentimento bello e pieno di compagnia. 

 

 

occupiamoci di cose generiche

Occupiamoci di cose generiche, lo specifico muove vortici di domande e genera inquietudine. Occupiamoci dell’oggi, anzi del giorno, che agli storici spetta il giudizio. Lasciamo perdere il ieri, quel che è stato è stato, le nostre memorie allo stato solido conservano migliaia di foto che non guarderemo mai.

Però permettetemi una digressione. Prima pioveva e c’era il sole, le ragazze camminavano in fretta, qualcuna sorrideva, dei ragazzi hanno tirato il cappuccio sulla testa e parevano contenti. Chi aveva un ombrello lo apriva. La strada scorreva di pedoni e biciclette, nessuno si fermava sotto i portici, sembrava godessero di una pioggia gentile che annunciava la primavera. È stato allora che ho notato l’esiguità  delle mura del ‘300, il mozzicone rimasto con lo squarcio verso l’altro pezzo di mura. Dallo squarcio si vede il palazzo che fu del banco di Napoli, davanti c’è la discesa del parcheggio che si intrufola sotto le mura, sulla strada un tempo, ero bambino, c’era il fiume, le barche e solo a lato, in alto, le auto. In uno spazio ristretto le auto, perché l’acqua e la vista era più importante. Poco avanti, c’è la casa in cui Dante non soggiornò e forse non incontrò Giotto (ma era bello pensarlo e così c’hanno messo una lapide al riguardo), davanti alla casa c’era un ponte, a tre arcate, di epoca romana che univa l’università dei giuristi, il Bò con l’ospedale vecchio di san Francesco, il luogo in cui è nata la medicina moderna. A sinistra del ponte, dopo il Bò, le piazze, la civis con la sala della Ragione, i commerci. Ora ci passano i tram in quella riviera, gli autobus e le auto, ma oggi c’erano anche le ragazze che sorridevano nella pioggia di marzo, e quel muro così esiguo per difendere una città, mi diceva qualcosa di me, di noi. Ci fu un pretore che difese quel muro, un sindaco condannato dopo anni di processi, e quel sindaco non era Attila, ma come il predecessore che aveva tombinato il fiume, pensava che la modernità poteva fare a meno dell’acqua e del muro di cinta d’una vecchia città ormai esausta di ricordi. Erano persone per bene questi due sindaci, che interpretavano il progresso come ineluttabile e la modernità come un generico contenitore in cui tutti potevano stare. E si sbagliavano perché pensavano genericamente e non interrogavano l’anima delle cose (che poi coincide con quella delle persone se c’è appartenenza). Io sono un sognatore, mi piace l’assoluto e il relativo, ma maneggio male i ricordi e senza dare colpe penso che il generico è come il nulla, erode ciò che ci sta attorno. A noi che ricordiamo, non alle ragazze che camminano sotto la pioggia e guardano nel loro futuro.

Però e questo è il secondo però di cui chiedo venia, se ci abituiamo tutti al generico, al relativo, non ci sarà più spazio per l’importante. E che fine faranno le vite se non hanno una direzione propria. Se non abbiamo nulla di profondo di cui dirci davvero. Se non ci sarà nessun segreto da tirar fuori a fatica perché ci rivela davvero e ci consegna inermi all’altro, che fine farà l’eros? Se tutto è rappresentazione qual è la commedia e quale la realtà? 

Avete osservato che circola diffusa la paura di essere interpellati per davvero, che qualcuno ci chieda se abbiamo studiato come vivere domani, dopodomani. Con la competizione si sono risolte molte cose, si fa una corsa in qualsiasi campo, il lavoro, il divertimento, gli amori, uno vince e domani si ricomincia. Magari non gli stessi, non con lo stesso panorama perché nel frattempo qualcuno si è perso, un muro si è abbattuto, un tabù è stato espugnato, ma si ricomincia verso l’indefinito infinito senza chiedersi cosa sia davvero accaduto, cosa abbiamo provato. E credo sia perché anche se ce lo chiedessimo a chi potremmo dirlo davvero? A questo servono i poeti, che hanno il compito di mostrarci l’essenza delle cose, ma non compriamo libri di poesia se davvero non vogliamo andare nel profondo, se non vogliamo lottare con la realtà. Per l’apparenza, i poeti, basta citarli a spizzichi, con un tweet che suona bene ed è adatto alla bisogna e che sembra far bene per un attimo prima di restare uguali. 

domande

Mi chiedo chi siete voi che leggete. In quale mondo vivete. Come sono le vostre giornate, le abitudini, le difficoltà, i legami, l’allegria come nasce, i sentimenti e il loro grado di intensità, di libertà, se siano una nota di basso o un acuto che s’inerpica. Mi chiedo della vostra somiglianza e ancor più della diversità, ma soprattutto mi chiedo cosa sia per voi star bene.

Mi chiedo cosa vi spinga a leggermi, cosa intuite dalle mie parole, se da esse indagate in un pensiero sotteso, in una vita che non è la vostra eppure in qualche tratto approssima e forse coincide.

Questo mezzo, apparentemente virtuale, fornisce a chi scrive, una iterazione per immediatezza e intensità, sconosciuta agli scrittori, ma ( il ma ci sta sempre a temperare gli assoluti) è privo della conoscenza diretta, non è, se non di rado, un canale biunivoco. Certo vi intuisco, leggo di voi dove scrivete se anche voi lo fate, mi faccio domande sulla vostra persona, del perché scegliate alcune rappresentazioni e ne taciate altre. Alla fine ci si deve accontentare di un approfondire per  interesse e intuizione, delineare attraverso l’immaginazione, un’immagine a due dimensioni che prescinde da tutti quei codici che si usano nel reale: l’immagine, il gesto, l’età, il modo di esprimere il sentire, il silenzio tra le parole, la volontà di oltrepassare una soglia e mostrarsi. In questi luoghi la linea del con-fidare ovvero dell’aver fiducia dell’altro ipotetico è essa stessa una rappresentazione di sé, di un bisogno e di un limite. Ritaglia la dimensione e la fissa in un cliché comunque vero: mostro di me ciò che voglio arrivi a un qualcuno che non conosco ma che non mi è estraneo. Però è una verità interrotta proprio perché nel virtuale il vero è più corredato di immaginazione per riempire le caselle mancanti. Non c’è nulla di male in tutto questo guardare, pensare, immaginare, c’è attenzione, curiosità, partecipazione e bisogno di vedere. Però non possiamo, se non per caso, dirci davvero come stiamo, cosa vediamo e sentiamo nel momento in cui esso accade e diventa emozione per noi. Lavoriamo in differita e nelle riflessioni la distanza dall’accaduto può essere lunga, misteriosa, estendersi come le ife dei funghi, lontano negli anni. Ciascuno, io per primo, rappresento dei nodi, il loro persistere e la fatica dello sciogliere, mostro passioni la cui intensità è solo a me nota, taccio e parlo di qualcosa che non è solo cronaca, altrimenti corrisponderebbe a quel distratto informarsi su come si sta che neppure attende la risposta per passare ad altro.

Fuori piove, è un grigio pomeriggio di quasi primavera. La grondaia suona i rivoli d’acqua che cadono dal tetto, ne segue l’intensità con vibrazioni sempre diverse. È il giorno dopo la notte delle elezioni, sono accadute molte cose, altre ne accadranno, ma con rilevanze diverse. Per alcuni saranno dei fatti che sorprenderanno, per altri saranno un lento erodere delle speranze faticosamente costruite sul futuro. La mente analizza e cataloga, è abituata ed è stata formata per questo. Anche a riconoscere la propria insufficienza. Mette assieme ipotesi e scenari, li riporta sulla propria vita e sulle vite comuni, ma sa che questo è un esercizio privo di assoluti. Approssima certezze e paure, le combina per ricavarne un pensiero di futuro.  È un lavoro inutile eppure è difficile sottrarsi al mestiere dell’indovino. In fondo chi vaticina vorrebbe non azzeccare mai le previsioni che non gli piacciono perché sa che non può influire, se non in minima parte, su esse, ma sa anche che non riuscirà a sottrarsi alla loro influenza. Si realizzino o meno, le vite ne verranno cambiate. La tristezza della notte quasi insonne si è mutata in malinconia e bisogno di silenzio. Anche di stare a guardare senza ragionare.

Non ne parlerò oltre di elezioni, ma mi chiedo come altri vivano il momento, la giornata trascorsa nell’attesa. Non mi interessano i grandi vincitori o gli altrettanto grandi sconfitti, ma chi ha interessi analoghi ai miei e che in qualche modo conosco e che penso come persona concreta, vera, portattrice (non è un refuso ma il fondere l’essere attrice, il suo interpretare e portare questa capacità ad altri) di vita e di passioni. E mi ritorna un senso del relativo che è stanchezza, il mirare la realtà e il passar oltre mescolandola al quotidiano.

Far l’amore la notte della battaglia era un ritornare a sé del guerriero, del rivoluzionario, o anche più modestamente, il bisogno di un presente che cancellasse per un poco il futuro, assieme e infinitamente soli. E in questo pensiero racchiudo ciò che è mancato alla notte.