un incontro

Ci siamo incontrati per un augurio, per la conclusione di un lavoro comune, per un”amicizia ancora titubante eppure nata. Ci siamo incontrati nel suono prepotente di un ottetto che provava le canzoni per la fonda notte, per parlare un poco e per usare qualche silenzio tra parole incerte di durata. Ci siamo incontrati com’eravamo, chi col vestito rosso d’allegra attesa, chi col verde che meditava di trovare un filo alle cose. Le cose che sono accadute, che accadono e che non sembrano mai slegate ma quando si mettono in mano altrui già non sono più così lucide e belle. C’era chi rideva per una battuta e ripeterla non avrebbe più avuto effetto, chi stava dolcemente in silenzio e mi ha abbracciato poi alla fine. C’era la mia timidezza che si nasconde di ragionamento, e chiunque l’avrebbe scoperta guardando il mio cappello pieno di sciarpa e lontano dal guardaroba, ancora col giaccone addosso come stessi sempre per andarmene. Come se il saluto riassumesse un senso e prima di dire, fosse necessario pensare, anche quando è festa, il vino è buono, i salatini occupano il gusto e posticipano i pensieri.

Si è parlato un po’ di questo e un po’ di quello: mai una frase descrisse meglio l’andare preceduto da un venire. Perché tutti o quasi eravamo venuti ed eravamo un po’ felici di quanto fatto assieme ma senza vanteria, con la discrezione degli errori fatti che mai sono pari alla fatica del fare il buono e il giusto. Ci siamo salutati che il freddo c’avvolgeva e dentro altra notte iniziava nella luce di lampade pensate per essere guardate. Ci siamo salutati da amici che si ritroveranno e faranno altro. Finché il gruppo si formava per la foto pensavo che altro avremmo fatto assieme, eppure diverso e meno ricco del caso che ci aveva messo assieme. Nuovo come il tempo che verrà, nuovo di noi che abbiamo solo arrivederci e baci da colmare di verita.
Ci siamo salutati con una foto, i cappelli in testa, le mani atteggiate, mentre attorno il parcheggio si riempiva e il nuovo anno non era poi distante. Ci siamo salutati prima di sciamare, passeri che tornano e fuggono il rapace.

cominciamenti

L’inizio è sempre un po’ farlocco, una convenzione anche quando le congiunzioni astrali raccontano di altezza delle stelle, precisione di ore (quali?), di colpi di fulmine. Quando davvero è iniziato quell’amore così rapido e assoluto? Dov’era l’indecisione del mi vedrà davvero interessante ai suoi occhi? E quando inizia un lavoro e ancora più una nuova vita, tutto ciò che l’ha preparata, la fatica della consapevolezza, era già un inizio?
Penso al cominciamento come a una decisione, titubante e preparata e insieme fertile di incerta meraviglia. La penso come una volontà che crede di avere le forze per giungere poi subito termine malignità che il termine non esiste, che la strada muterà molte volte, che ciò che non era previsto dirà tutta la sua dirompente novità e ci porterà alla dimensione che meglio ci descrive agli occhi altrui. Ma l’inizio è una condizione così dolce e personale, così piena di cose buone, di desideri da soddisfare, di meraviglioso non esplorato che ha in sé una verità. Una verità vera, che dura e non ha timore del tempo, noi siamo infiniti inizi, siamo ciò che si apre che allarga tutto ciò che abbiamo posseduto sino a quel momento e siamo anche la gelosia felice del possedere ciò che si capisce per davvero. La gelosia felice è il dono di ciò che ci appartiene a chi ci è caro, senza alcun timore di sminuirlo perché è la nostra identità. Siamo noi, come ci siamo costruiti attraverso infiniti cominciamenti e fini che non erano nel conto. Siamo noi che iniziamo, a volte con entusiasmo e a volte con stanchezza (l’entusiasmo arriva dopo). Siamo noi che nessuno obbliga a cominciare eppure lo facciamo perché non basta mai. Siamo noi che scopriamo un non mai sentito prima in ciò che ci pareva di conoscere. Il sapore di un bacio, un pensiero libero come mai prima, un colore che riempie l’occhio e colora la vita di sfumature sconosciute, il tocco delle dita, la timidezza mascherata di sfrontata allegria, la trepida attesa di un dopo. Ecco cos’è il cominciamento eterno che ci assiste e accompagna: la trepida attesa di un dopo che sarà diversamente felice come mai lo è stato prima.

tu sai

dav

 

Tu sai cos’è il profumo della nostalgia

lo sai nell’ora incerta

in cui la luce cede al velluto l’evidenza,

alla forza del sogno la realtà.

Tu sai che le pietre ricordano,

conosci il profumo della carta,

il sottile erotismo delle parole,

ascolti l’inquietudine del giorno.

E se compi,

il gesto netto del direttore d’orchestra,

dell’inchiostro che decide,

del pensiero che s’arresta,

la musica continua,

la pagina attende.

Tu tornerai come credi

perché tu sei

e t’attendo.

cortesie

Non bisognerebbe mai dare poesie agli amici, perché imbarazzano. Non sanno che dire e comunque difficilmente ci racconterebbero la verità del primo impatto; lo si sente dalle frasi troppo lunghe, dallo sfumare del giudizio.

Neppure testi lunghi, siano saggi o racconti, bisogna dare, perché costringerebbero a leggere e spesso, gli amici, hanno altro da fare.

Non bisognerebbe riempire le case di dipinti non richiesti, di fotografie non domandate. Bisognerebbe lasciar chiedere e se non viene chiesto è semplicemente perché non interessa. L’interesse è una dimensione della curiosità, in ogni rapporto d’amore c’è curiosità. E sopravalutazione di sé verso l’altro: ci si pensa un poco più importanti. Quando si chiede attenzione, ci si dovrebbe chiedere: noi abbiamo dato attenzione? Cosa fanno queste persone che credono di conoscerci? E cosa pensano del mondo, delle cose di cui discutiamo, ma soprattutto di quelle che evitiamo? Cosa pensano di noi, delle nostre fatiche, delle ambizioni malcelate, del tempo e degli interessi che usiamo’ Perché noi, un pensiero su di loro ce l’abbiamo e non ci hanno dato manoscritti, poesie, fotografie particolari. Ci hanno parlato di film, di libri letti, di sogni di un tempo, ma poi cos’è accaduto che ha mutato le traiettorie e le ha rese quelle che ci pare di conoscere?

Gli amici vanno lasciati stare, se chiedono si risponde, ma altrimenti meglio che si limitino ad essere veri.

 

 

segnali

Ci sono segnali inequivocabili: le cose cominciano a diventare difficili, le telefonate si attendono e non si fanno, quello che subentra è un dovere che prende il posto del piacere di un gesto gratuito. Si rimprovera una muta scarsa attenzione che giustifichi l’adombrarsi, il chiudersi.

Quante volte ha funzionsto questo meccanismo che sta sulla cresta di una decisione quasi presa. È la presa d’atto inconscia della trasformazione di qualcosa che era eccezione in normalità.

Ci si stufa. Sì, anche, ma di cosa?

E questo venir meno non è stato testimoniato da un dialogo via via  senza radici? La superficie del comunicare diventa frase fatta e poi silenzio, il non detto si accumula, finché si attende la mossa dell’altro e già un giudizio si è fatto strada: sono stanco, vorrei qualcosa che non c’è.

nostalgia

Avevo nostalgie improvvise, violente. Mi assaliva il possibile che non era stato per mia scelta.

Ne sentivo la colpa irredimibile e non emergeva il contesto, le condizioni di allora, la costrizione o ciò che aveva giustificato quel prendere una strada anziché l’altra, era il dolore per quella vita non vissuta che assaliva.

La nostalgia era il valore del tempo consumato altrove, non della distanza da qualcosa. E quel tempo sembrava meno utile e determinante per realizzare ciò che realmente ero. Questa era la nostalgia, ovvero la distanza da me stesso. Non dall’apparenza, ma dall’essenza. E ciò aveva comportato infinite conseguenze, nel sentire, nei rapporti, nell’amare, nello sviluppare le attitudini. Sapevo, come so, che ci si può solo approssimare, disvelare un poco per volta in un lavoro e in un colloquio dinamico di verità e fatto di conformità a sé. Sapevo, come so, che spesso ci si sbagliava e quello che appariva plausibile era una comoda scorciatoia per non assumere la strada più impervia, che c’era una fedeltà senza paura da mettere a fondamento della vita, perché solo questa eliminava incrostazioni e sovrastrutture.

Ciò che restava dopo aver ragionato su questa nostalgia, era la necessità di essere di più me stesso, di cercare a fondo l’essenza, e nel tempo attuale e prossimo, coltivare le passioni con le loro apparenti contraddizioni. Senza sconti, perché lo sconto lo facevo a cio che avrei potuto essere, togliendomi qualcosa. Le scelte potevano essere sbagliate, poco o tanto, e a questo serviva la misericordia operosa, ma dovevano assomigliarmi. Insomma essere benevoli serviva a posteriori, non prima di aver scelto di essere me stesso.

 

tirai fuori la bellezza

Un immenso torpore della ragione

investe e s’accumula,

genera indifferenza che sfocia’ in rabbie,

cieche furie senza oggetto,

ansie d’un nuovo chicchessia.

A che giova sembra dire il tempo:

rimetterò ordine e rovina,

fatti vostri e basta,

non coinvolgete la memoria, ve l’avevo detto.

E allora di me che dire ora?

Quando tirar fuori la bellezza dopo la notte,
e accogliere la luce,
dentro una rivoluzione fatta di cocci amorosi.

Star seduto intanto, nell’attesa d’un vento che risvegli

anche l’ultima cellula dispersa a noi,
che usiamo abitudini,
orecchie cieche e sguardi attoniti e improvvisi?
Di spirali di tempo, di questo ho speranza,

che il nuovo abbia la scintilla breve e fioca dell’umano.

E tra le ginocchia, intanto, raccogliere la testa,

il pensiero che si scuote e dissente

mentre piu d’altro desidera l’abbraccio

e dell’attimo il conseguente oblio.

nelle case calde e pensierose

Un sogno nero come la notte del cuore,

porte che si susseguono,

muri che assorbono gelosi il sentire e la luce,

e trattengono i sogni, le mute grida di nascite.

Ci sono stati litigi, poi pacificazioni inseminate di risate,
ma anche silenzi pesanti più della pietra,

e respiri che tenevano tra i denti parole ansiose d’essere dette.

Quante volte sarai ancora felice,

è stato sussurrato alla pelle,

ricorderai il luogo, l’ora, il calore che piano stempera nel sonno? 

Cosa ne rimane di ciò che dici perché sia duro nocciolo l’oblio,

e fulgida la sensazione d’aver vissuto?

Nelle case calde e pensierose, a volte, un naso si schiaccia sul vetro, 

gli occhi seguono il rincorrere di gocce che si confondono e ingrossano,

che sfociano in rivoli senza nome.

Un pensiero e un dito segue d’acqua una strada 

e poi torna a giocare felice.

 

bottiglia con lettera

Ci sono cose profonde, importanti, di cui si vede solo traccia dissimulata nei nostri rapporti. Non tutti hanno l’abitudine al lamento e il lamento non racconta sempre la verità. Cerco di lamentarmi poco: lo trovo un chiedere senza comunicazione, un chiedere momentaneo che non muta le cose. Certo serve un salvagente, ogni tanto, servirebbe di più saper nuotare, ma non è questo che ci rende marinai e neppure ci salva per sempre la vita e l’umore.  E così faccio fatica a raccontarti il tempo, il luogo, il mutare rapido delle cose e la lentezza con cui invecchiano pensieri, sensazioni, sentimenti. Un racconto è un prendere e un lasciarsi prendere, un atto d’amore insomma, che da forma a quello che trabocca, lo mette a disposizione mentre, sotto sotto, esige che vi sia una corrispondenza. Ci si scrive per ricevere risposta, esattamente come quando ci si parla, e aggiungerei che vorremmo essere stupiti da ciò che ci arriva: il fascino dello sconosciuto, della rivelazione che unisce ancora di più.

Non so dove sei ora, ti immagino in luoghi che ho conosciuto e che di certo sono mutati, ma per la mia percezione sono quelli e tu c’eri,tra colline, fiori, molto verde, strade e muretti a secco. E poi pietre, persone, acqua, anni, speranze, risate. Tutto coagulato nel sentire che a un nome corrisponde a qualcosa: il vero e l’immaginato. È la logica degli schedari della memoria, a loro modo vivi perché  aggiungono e tolgono ma hanno bisogno di un coagulo che li raccolga. E pazienti, attendono, che li si usi per mettere assieme persone e luoghi prima che un passato comune. Se vuoi che ti racconti di ciò che sento, devo dirti  che qui le cose hanno cambiato sembiante, ciò che accade non è bello. Non è quello che vorrei. Si diffonde una cattiveria senza nome che cresce, si concentra su un nemico, che non sarà l’ultimo, e tutto quello che disturba le vite non si risolve, diventa la nebbia dello stare. Ci si chiede: come stai? Ma di cosa si parla davvero? Del momento, della salute, del benessere, non dei pensieri, dell’equilibrio, delle prospettive. Se non c’è freno alla cattiveria, non dovrebbero esserci freni al bene, ma esso è più flebile, individuale, non diviene mai una spinta collettiva. C’è un ghetto del bene tollerato, tale se non assume comportamenti eclatanti, se resta nei limiti della carità e non affronta il cambiamento, altrimenti diventa sfida e disordine. Rivoluzione. Pensa la rivoluzione del bene, ci accontentavamo di molto meno, ci bastava una legalità fatta di buon senso, che privilegiasse l’uomo, non servivano né santi né eroismi, bastava che le cose, i destini e le vite avessero un peso adeguato e una possibilità. Questo era il nostro ragionevole bene.

Non so come sia da te, penso che non sia uguale ovunque, lo spero, ma nuotare nell’acqua inquinata intossica la mente, la rende prigioniera del possibile e non libera di fare il giusto. Ho pensieri scuri che le mie letture alimentano. Non sono diventato più ecologista di un tempo, ma vedo la rapidità con cui le cose non durano, si guasta la percezione di una costanza nel tempo che sia più grande dell’accadere giornaliero. Un tempo c’erano le eccezioni e le regole ora le regole hanno il colore tetro dell’eccezione. Temo per l’avvenire della specie perché tutto ciò che viene fatto conduce in una direzione di disastri e allora penso ai nostri concetti di eternità, le generazioni raccontate, il susseguirsi delle vite, delle fatiche, della coscienza costruita con fatica dall’uomo e della comprensione che essa ha generato.  Più che il senso dell’eterno, mi sovvien il senso della storia e la sua fine progressiva per mano dell’uomo. E cosa può fare l’uomo senza l’eternità che non sia un divorare bulimico di ciò che ha a disposizione?

Nei luoghi dove un tempo vivevo c’era equilibrio, c’erano difficoltà che un agire stratificato in tradizione rendevano gestibili, non mancavano tutte le emozioni positive che punteggiano la vita degli uomini, che rendevano eleganti gli infiniti presenti: il persistere. Una sorta di semplice dna cosciente e instillato in ogni cosa, nell’uso, nella trasformazione, nella crescita. In questo leggevo il tuo legame con ciò che facevi, la terra da cui venivi, la lingua raccontata e goduta, il muoversi nel tempo secondo cadenze che assumevano più importanza del lavoro e della stessa ricchezza. Cercavi il benessere perché così ti era stato insegnato, con la lentezza che devono avere gli insegnamenti senza traumi.  Ci riconoscevamo perché anch’io avevo ricevuto gli stessi modi di vivere, naturalmente attualizzati nel mio territorio, nella cultura che amavo e amo. Ad esempio mi avevano insegnato a non augurare il male a nessuno, neppure ai nemici, perché quel male sarebbe tornato indietro. Dobbiamo cercare di star bene per nostro conto e regalarlo un poco di questo bene, diceva mia nonna, il male altrui non ci regala nulla ma prepara altro male. Eppure aveva vissuto due guerre, aveva perduto molto, persone importanti, reddito, ma non aveva mai smesso di pensare che si poteva star meglio se gli altri stavano bene. Questo è il tempo dell’invettiva, della codardia nell’affrontare il futuro con austerità benefica, nell’eccitare gli animi che andranno all’attacco, mentre intanto, attorno, tutto si sfarina, si deteriora, diventa veleno. Prima per le menti e poi per i corpi. Quanto andremo avanti in questa melassa di bugie, di movimenti senza ricordo? È tutto così in superficie e senza memoria che resta solo una vaga sensazione di essere da qualche parte. Quelli che appartengono hanno in testa un mito e una catena, non sanno dirti esattamente cosa sia la modernità, ma ti raccontano le loro paure e questo genera passioni senza freno di coscienza, polvere che viene assorbita dal presente successivo.

Mai come ora abbiamo potuto conoscere così tanto e mai come ora la conoscenza è declassata: o servile o inutile. Eppure tutti fidano sulla tecnologia perché sperano che essa risolverà i problemi che si rifiutano di capire e conoscere. Come affidarsi a un dio onnipotente che in realtà è solo una nostra proiezione d’inutile speranza. Certo qualcuno si salverà, ma il resto che fine farà e accetterà di essere estinto in nome del benessere di pochi? Nel momento in cui servirebbe più condivisione, più governo globale dei modi del consumare compaiono le spinte verso la separazione più netta. L’uomo si trasforma in orda. La geologia guarda indifferente. Allora se mi chiedessi come sto, dovrei dirti di questo, di come evolve il mio modo di percepire il mondo, di come sento si trasformano i rapporti tra persone e alla fine ti porrei una domanda: come si vive sull’orlo del tempo? 

Per questo mandare bottiglie vuote, ben tappate è esso stesso un messaggio, se ci rifletti è questo il pensarsi senza dire, non serve a molto ma prima o poi ci sarà un foglio che ha percorso le correnti del cuore prima che quelle dell’acqua. Ci saranno parole che vengono a noi eppure ci descrivono. A questo servono, anche, le lettere: a descrivere ciò che si è sentito e si sente, ciò che si vuole condividere. Ricordalo: dividere assieme, spartire con la speranza che una risposta arrivi. Che la serata sia buona e la notte amica. 

pensiero assurdo e banale

Mi chiedevo, era un pensiero assurdo e banale, se restasse una memoria nella forma che il corpo prima aveva riempito  o nell’aria che l’aveva immediatamente colmata. Se le particelle di noi che erano sublimate, i ferormoni spanti, la stessa polvere che si era staccata dagli abiti, se tutto questo e molto d’altro si fosse in qualche modo mantenuto con una propria identità prima di confondersi con il resto portato dal vento che colma le assenze. E se allo stesso modo, in maniera più duratura, le emozioni non avessero impregnato i muri più delle ombre controluce, se i mormorii dei sogni, le parole belle e sensuali avessero trovato qualche poroso anfratto in cui restare in traccia. E così le urla, il dolore, i sussurri, lo scoppio delle risa, persino gli sternuti e i colpi di tosse, tutte le manifestazioni di energie cinetiche, acustiche, olfattive, non avessero tenuto memoria sovrapposta di sé tanto da creare, degli uomini, degli animali, di tutto ciò che si muove e che non a torto chiamiamo vita, un substrato disponibile. E che in questo progressivo spalmarsi di pennellate dell’accadere ci fosse qualcosa che era profondo per età e per persistenza, una sorta di archetipo che si andava affinando in ogni luogo in cui eravamo stati e che in determinati posti, le camere da letto ad esempio, o i soggiorni e perché no le cucine o le anticamere, ci fosse una piccola spinta sussurrante che indicava la svolta a un sogno, la luce a un pensiero, il richiamo improvviso a un ricordo che era materia del fare.

Oh certo non mi lasciavo sedurre dal dejà vu, oppure da quei piccoli movimenti che solo la coda dell’occhio sembra poter cogliere e che testimonierebbero presenze in attesa di essere decifrate, piuttosto pensavo che sappiamo così poco dell’impalpabile, che gli atomi e le molecole hanno loro memorie e leggi che ricordano. Così mi pareva bello pensare che quando siamo stesi su di noi si stenda la vita, quella vissuta e pure quella che deriva dalle nostre profondità mal conosciute e che quasi mai esploriamo. Che essa ci parli perché è ben viva in noi e sia in grado di narrare cose che sembravano perdute alla percezione; che ci inviti a riflettere e capire quel noi, così negletto dalla banalità del ripetere, attuando una sorta di riassunto che ci indica chi siamo per davvero, quante possibilità abbiamo e cosa di noi è stato vissuto o lasciato a mezzo, per spingerci, prima di scivolare nel sogno che esso pure è continuazione di quel discorrere tra noi, a capire di più noi stessi. Poi ci penseranno l’aria, l’intonaco e le pietre a sussurrare qualcosa che renda storia il sonno.

Lo aveva compreso così il vecchio Freud quando stendeva i pazienti nel sommier e dietro loro ascoltava? Era questa, una sua embrionale comprensione che a seconda di come è messo il nostro baricentro rispetto alla gravità, diversi sono i pensieri e le possibilità che essi generano? Dei molti modi dello stare stesi, magari su un prato guardando nuvole ed erba ingigantita dalla vicinanza, oppure nel silenzio che segue una fatica lunga mentre il cuore ancora batte forte, o ancora in un treno che corre e sembra annullare ciò che c’era alla partenza nell’attesa dell’arrivo, o nel riposare ozioso del pomeriggio, nello star vicino dopo aver fatto all’amore, nell’intraprendere una lettura che preceda il sonno, in questi e in mille altri modi, il pensiero si stende con noi, pesca dal nostro profondo e da quello che sta attorno, ci invita ad ascoltare e parlandoci di cose che accadono, che sono accadute, che accadranno.

O forse no, non parlerà e si chiuderà in un silenzio che ci farà sentire più soli e temere di non comprendere appieno chi siamo. Dipenderà in piccola misura anche da noi, ma è bello pensare che di tutto ciò che con noi si muove resti traccia e scia e che tutta questa flebile, preziosa energia abbia un persistere che solo un poco ci riguarda: l’abbiamo generata, adesso farà come crede e da sola si muoverà nell’universo.