arrivammo

Arrivammo in tarda mattinata. Tirava un vento freddo che sollevava nuvole di polvere dalle stradine senza asfalto. Gli abitanti erano chiusi in casa e il fumo dai camini tentava il cielo ma poi piegava orizzontale e si spargeva tra case e vicoli. Mancavano persino le solite frotte di bambini in cerca di caramelle e monetine. Di certo non eravamo inosservati, il grosso pullman occupava l’intero parcheggio davanti a quello che doveva essere il nostro ristorante. Le rovine erano distanti qualche centinaio di metri oltre la fine delle case, mentre in centro, sotto la scritta museum e una tettoia, c’erano mosaici e resti di statue. Uno dei mosaici, di epoca romana, era molto particolare perché portava l’intero medio oriente con le città maggiori allora presenti, le strade e il mare con delfini e navi che viaggiavano tra Grecia e Syria.

In quel fazzoletto di terra, eravamo all’inizio della guerra civile in Syria, non erano ancora arrivate le battaglie, ma a qualche chilometro di distanza iniziavano le oltre cento città morte che nacquero e si spensero nell’alto medioevo. Dopo il pranzo, il villaggio si animò, arrivarono i venditori di reperti e cartoline. Oltre c’erano altre persone intente ai loro lavori, vivevano di pastorizia e agricoltura, non di turismo. Mentre mi incamminavo verso le rovine della chiesa e altri mosaici, pensavo che in tre generazioni, erano passate per quelle case almeno cinque diverse dominazioni e poteri. Che quelle persone erano diventati cittadini dell’uno o dell’altro stato, cambiando sistemi politici e continuando a fare quello che potevano, cioè vivere. In quel vivere c’erano state le stesse emozioni degli uomini delle grandi, civilizzate città d’occidente : amori, dolore, piccole gioie, feste, fatica, ma anche fame e morte. Non erano indifferenti quelli che vedevo, forse sapevano delle guerre mondiali, intanto guardavano e aspettavano che ci fosse qualcuno che li avrebbe fatto vivere meglio. E se guardavano con distacco ciò che accadeva in quel momento, probabilmente lo facevano anche quando il clamore era ben maggiore, al più immaginando la fuga e il suo dolore nel lasciare. Sapevano che il potere non sarebbe durato. Nessun potere. Solo le cose buone sembravano dare riposo e durare e loro attendevano quelle per lasciare la paura.

Però m’illudevo, il mio era il pensiero dell’occidentale che ha vissuto la pace per molti anni, loro, gli abitanti, avevano viste così tante invasioni che le avevano considerate parte delle vite e avevano resistito all’inimmaginabile. Si erano spostati solo un po’ oltre la collina, ma erano sempre rimasti, facendo largo a chi invadeva e voleva restare, restando fedeli ad una patria. Non so cosa sia la patria per un invasore, di sicuro non è un concetto praticato dalla geopolitica, però è qualcosa di radicato negli uomini che hanno bisogno di terra, di odori, di alberi e di punti di riferimento, di colori, di cibo cotto in un certo modo e di rumori diurni e notturni che sono suoni per chi ascolta. Questo sentire andrebbe rispettato perché è parte di quelle persone e senza esse sono molto meno. Il concetto di buono, di relazione, diventa labile quando manca la libertà di essere in un luogo. Il buono diventa impotenza e rabbia che cresce se porta via la terra, il lavoro, la sussistenza. Allora nasce la rivolta che vuole cessi la sopraffazione, la sottrazione di identità.

Ecco credo che allora pensai esattamente ciò che penso ora, il potere non dura, gli uomini restano, i valori profondi che una civiltà riesce a distillare, restano. E questi, se vengono ripuliti dalla retorica, danno la vera misura del valore, enunciano con verità gli obiettivi comuni, che poi sono semplici: vivere con dignità senza essere oggetto d’ingiustizia. E uniscono questi obiettivi, rispettando i vivi e morti, ma soprattutto conservano la dignità di essere ciò che non può essere tolto: essere uomini.

Lo penso in questi giorni in cui il vento non è più quello del deserto, sono in una casa calda, se fuori piove la mia città riluce ed è più antica di quelle città e anche se è stata distrutta è poi risorta più bella. Lo penso perché venti di guerra si gonfiano e non vedo preoccupazione sufficiente per la pace, non sento umanità per chi è stato privato di tutto e ora è ostaggio della carità dell’occidente. Lo penso perché ci sono indifferenza e inanità mescolate, perché le elezioni si vincono indicando un nemico e allora la guerra diventa plausibile. Ma ora questa guerra si avvicina e fosse pure per egoismo, servirebbe la pace, per chi muore e per chi ha timore che tutto questo non abbia una ragione sufficiente a evitare una catastrofe planetaria. 

Ma anche questa è brutta retorica.

 

di dimensioni e d’importanza marginale, non sono solo cose

Le giornate allungano la luce verso l’estate, lo si vede dalle ombre sui muri che il sole dipinge. E’ fresco la sera ma il giorno eccede nel calore e non piove da tempo. Nella giornata dell’acqua l’umidità vola altrove come fa da mesi. In compenso i venti di guerra si fanno sentire. La filosofa De Monticelli ha scritto un non agevole articolo sulla differenza tra prendere posizione e schierarsi, dove prendere posizione è rispondere a una esigenza di giustezza, cioè in ultima analisi, di verità. Mentre schierarsi comporta consentire a un ” male minore”, che sempre male è e comporta che il sentire nella nostra anima, nella nostra cognizione dei valori, si atrofizzi. Questa mortificazione del discernimento è la perdita della sinderesi ovvero della capacità di districare il bene dal male. Questo è lo schierarsi che non è prendere posizione.

Qui inizia un altro mio raccontare, perché alla guerra do il mio prendere posizione e mi rendo conto che soli siamo nulla, mentre molti siamo tutto, purché vi sia la sinderesi ben attiva. Gli antichi mentre si ammazzavano con facilità erano in grado di discernere l’anima, il bene e il male, poi tutto sembra si sia mescolato e ha reso, noi, gli uomini, inani. Gli animali si comportano molto meglio e seguono idee consolidate e precise.

Il pensiero torna a come vivi questo inizio di primavera e lo confronto con il mio, chiedendomi come cogli ciò che ti sta attorno, La fretta ti permette di vedere dalle finestre di cui noti la polvere accumulata, le cose apparentemente povere che attendono nel retro dei cortili delle case. Senti che il vento bussa sui tetti e scuote gli alberi e annusi come contrastano i fiori di mandorlo con il loro leggero profumo amaro reso dolce dal colore squisito delle corolle. Li vedi mentre volano tra secchi di plastica, tra i giocattoli dimenticati nell’inverno, come posano su opere lasciate a mezzo e sulle tende da sole che attendono di svegliarsi. Si metteranno ovunque a disposizione dei tuoi sensi purché tu dedichi loro la tua attenzione. Sono loro la guida alle cose che non vediamo e che usiamo senza discernere ciò che è buono per noi e ciò che soffoca.

La mia mappa è un portolano, un sentire che mescola il ricordo, la strada da percorrere, la sublime confusione del caso che mescola le cose e mette insieme il dentro e il fuori. Sentire è eccessivo in questa stagione dove tutto muta e noi siamo parte del mutare? Credo sia l’una guida che ancora possediamo per tenerci assieme a ciò che ci sta attorno. Una rete di visto, vissuto, odorato, toccato che corre inusitato tra giganti e fa fiorire i mandorli come attiva in continuazione i piccoli amori. Che isola e fa trepidare mentre scorge l’innocenza della terra arata e vuole già la freschezza dell’ombra. Il divagare che consente di uscire dall’insicurezza, dal timore e si perde nella dolcezza del sentire che esiste una dimensione in cui l’amore è possibile, in tutte le sue gradazioni, che la leggerezza dei petali che volano è la stessa dell’ape e del cuore. Feconda e distratta perché presa dai sensi, tracciata con le dita che già hanno altro che seguirà senza motivo apparente.

Le cose abbandonate, il vento, l’aria già profumata scivolano tra gli uomini e le case e chi ha un inutile andare sente che anche nel cuore le primavere non sono mai uguali.

spirale

La spirale mi ha sempre affascinato, l’assimilo alla vita nella sua capacità di tornare a vedere ciò che era vero, senza ripetere.  Percorrendo la spirale non si torna sui propri passi, si vede il passato e la prospettiva di futuro e alla fine si esce. Nei rapporti amorosi, il passato è più o meno allegro e la tentazione della leggerezza torna spesso nella vita. La spirale rappresenta bene anche quelli che non permangono, ma sono accaduti. Accadono… Da adolescenti, la continua scoperta, la precarietà, la necessità di misurarsi con la propria autostima fanno della leggerezza una opzione quasi necessaria: grandi gioie, appartenenze, dolori che si esauriscono in tempo breve. Dopo la giovinezza e una fase di progetti solidi, si presenta il bivio tra il continuare riprogettando in continuazione le vite e l’abbandonarsi alla ripetitività, al non impegno. Tutto si muove nella circolarità che non si sovrappone, nelle libertà individuali che si intende cedere. Sono così frequenti le separazioni, ciascuna con il suo motivo e il suo strascico di difficoltà dolorose e poi, se si sanano, il riscoprire che si è ancora attraenti, la necessità di nuovi stimoli oltre l’abitudine. Rispetto al passato molto conduce verso rapporti senza vincolo. Sembra basti dirlo subito: le cose saranno chiare e non si soffrirà. Poi viene scoperto che non è così, che il rapporto diventa asimmetrico, che l’appartenenza è la condizione per avere di più. E c’è la richiesta/bisogno di aver di più. La leggerezza si trasforma in necessità di decisione. Allora c’è la spirale che curva e sceglie: chi si ritrae, chi rischia, chi scappa, ma comunque la leggerezza è finita e subentra la sofferenza della mancanza. Non c’è nulla di leggero quando l’adolescenza se n’è andata, le regole di leggerezza non funzioneranno, i pensieri e l’umore rispetteranno l’esperienza acquisita. La sensibilità al dolore dipende da ciascuno, ma non sarà più vera l’illusione della giovinezza ritrovata e immemore. Per il semplice motivo che la vita ci ha plasmati, strutturati di ricordi e bisogni finalizzati. La leggerezza è parente del vuoto quando non ha coscienza del proprio bisogno d’amore. Parlo delle pene amorose, non della necessità d’essere lievi. Quella è altra storia e quando si è lievi l’impronta che lasciamo è forte e netta, come solo la delicatezza riesce ad essere: indelebile.

cassetti segreti

Non credo che non ci si pensi più, che le cose siano finite. Non ci penso adesso perché non è una prospettiva che ritengo possibile, ma ogni cosa desiderata e negata poi si ripensa. Subentra a ciò che non è stato, ma a pelle, sai già in partenza che quella era cosa … speciale (nonostante la tua idiosincrasia per le cose “speciali” che poi passano).

Non so, da tempo m’interrogo sulla negazione e mi chiedo quanto ci sia di personale e quanto di indotto in ciò che non facciamo accadere.

Se di interi periodi della vita non resta memoria immediatamente disponibile e lasciamo diventi sostanza dei sogni, in essa ci deve essere qualcosa che dev’essere messo da parte per vivere. Di quello che resta per davvero di un allora irto di possibilità, intendo che ci pensi in quei rarissimi casi che sono … casi speciali del vivere.

Ciò che è importante non passa ma muta, evolve, si anestetizza se fa male, oppure si acuisce se fa bene, e nella negazione non è mai tutto personale o tutto indotto, è un mix che
dipende dall’importanza e credo anche che, almeno nel mio caso, non banalizzo mai ciò che mi accade e quindi ci penso. lo vivo ed elaboro
Sai come si dice da queste parti quando ci si accorge che una parte della vita si è davvero conclusa: el se a gha messa via.
Se l’è messa via, l’ha cancellata dal presente, ma mettersela via è un elaborare, un dirsi che non è stato possibile, quindi è una sorta di per sempre rovesciato.

Ciascuno di noi fa i conti con se stesso e trova una ragione,
e se non la trova è peggio,
ma capita a tutti e più c’è passato più è capitato.
Le vite sono possibilità, scelte, poi in bell’ordine si mettono le cose che non sono state in cassetti che conosciamo noi, che sono nostri per intero e come per i lini che si sono comprati e usati in altri tempi, profumano d’amido e di lavanda.
C’è chi riesce a trovare un buon motivo per aprirli con tenerezza, altri con rabbia, altri ancora con indifferenza. Meglio la tenerezza e il voler bene a ciò che si è stati.

l’amore e il tempo

…gli amori continuano. Sotto altre spoglie continuano. Sempre dissimulate o mentite, soggette al distacco o alla permanenza, continuano. I progetti mutano o finiscono e quelli nuovi sono soverchiati dall’abitudine. Non è finito l’amore, nel mutare esso attende ciò che non arriva secondo la sua memoria e si isola conservando ciò che è buono, mentre allora non lo era. E’ buono ciò che adesso aiuta a vivere: non si corre più, si guarda altrove e insieme. S’è affievolito o mutato ciò che voleva superare l’impossibile e resta il bene…

AA.VV. Variazioni sull’amore in analogia al tema delle variazioni Goldberg.

Edito in proprio. Copia n.16/32

L’amore è ciò che fornisce continuità alla specie. Esso è stato disciplinato per la sua carica eversiva, per gli effetti economici legati all’unione di soggetti che prima erano singolarità giuridiche, ma anche questo aspetto è più una deviazione occidentale nel pensiero comune, piuttosto che un uso comune alle varie culture. L’antropologia illustra bene la variabilità di ciò che le culture hanno immesso in un sentire sorgivo e non codificabile. Tutte le accezioni, comprese quelle di altre specie, mostrano l’evoluzione delle fasi dell’amore, come esse fossero una variazione sul tema principale. Il tempo è una variabile dagli effetti imprevisti, così naturalmente succede per il presente e il futuro che si inseriscono nelle vite, ma proprio per l’incidenza che l’amore ha nella vita degli uomini, il tema resta evidente o confinato in qualche parte della mente. E non si può dire che sia solamente stato, bensì è un termine di paragone su cui cresce la vita. Come ogni sentimento profondo, si misura con la struttura emozionale di chi lo prova e questo ne fa una forza oppure un sottofondo che è assenza e silenzio. Comunque sia l’abitudine che vorrebbe banalizzarlo, esso conserva risorse che devono essere esplorate. Non è detto che lo saranno, ma ci sono e la loro influenza potrà essere avvertita dall’ascoltatore attento di sé. Non è una funzione simmetrica e trascorso il periodo di innamoramento, ciascuno elaborerà l’amore con una libertà di interpretazione che nessuna regola può rendere biunivoca. Così l’aria resterà sospesa su un fondo di mutata solitudine.

rassicurami

Il mondo attorno a noi si agita, le volontà oscurano gli uomini e le persone diventano cose. Inutile la ricerca del giusto ammesso che vi sia una giustizia che prescinde dalla potenza. Tempeste si sommano a tempeste e come un tempo sotto le mura di Bisanzio, c’è chi discetta sulla teologia della pace. Come vi fosse una alternativa ad essa per non cadere nel baratro della guerra, delle uccisioni, sempre ingiuste. Sembrano pensieri da anime belle, da inani osservatori del mondo che guardano al prezzo della benzina e fanno incetta di pasta al supermercato, ma ciò che stiamo vivendo collettivamente supera di molto la condizione individuale, il tempo presente in cui collochiamo desideri e vite. Ci sarà un futuro che sia migliore del passato? La domanda è semplice e parte dalla realtà dove chi vuol vivere non si arrende ma vuole che i principi non siano un patrimonio personale bensì collettivo. Ognuna delle parole di cui ci siamo riempiti le bocche a partire dalla rivoluzione francese, devono avere un contenuto che contenga sia i diversi modi di vedere il mondo sia la possibilità che la volontà di potenza non sia l’elemento che unifica il mondo. E’ la diversità che coesiste e rende vera la libertà, concreta la solidarietà, certa la giustizia. Ora rassicurami se puoi perché questa ondata di rosso che non è cambiamento, investe e divora tutto.

Rassicurami se puoi perché gli amici servono anche a capire, ma noi siamo noi. La misura, il limite solido della nostra sofferenza siamo noi. Esattamente come nella gioia.

E’ facile prevedere cosa accadrà a chi ci fa del male, ma occorre troppo tempo e non toglie la sofferenza del qui e ora.

Rovesciando il Tolstoi di Anna Karenina, posso pensare che le infelicità s’assomigliano tutte, mentre le felicità sono singolari, non riconducibili ad altro che noi. E’ l’oscillare su questa consapevolezza che induce a muoversi e la certezza che il tempo sarà inesorabile.

Ma a che servirà il nostro sorriso stampato sulla decadenza altrui?

relatività generale

Viviamo in un’era di cambiamento mai conosciuta prima. Non sono solo i fatti del giorno, le atrocità che vengono raccontate, ma l’equilibrio del mondo muta e nessuno è in grado di agire senza conseguenze. Come il viaggiatore che si trova su un treno e vede scorrere il mondo dal finestrino, così accade a noi di essere immersi in un luogo di tempo che evolve e muta in preda a forze incoercibili.

Quanto accelera una guerra il surriscaldamento dell’atmosfera e quanto più veloce e imprevedibile sarà il mutamento del clima? E il permafrost che già si scioglie velocemente, quanto accelererà la sua corsa a liberare CO2, metano e virus e batteri congelati da millenni?

Come muta l’equilibrio tra potenze del mondo, quelle grandi e quelle minori e come sarà possibile considerare che ciò che avviene a mille kilometri non sia in realtà sotto casa? Possiamo essere ciechi e immemori, ma anche stupidi? Se ci affidiamo al caso e al giorno, se è solo il presente che conta tutto si muove secondo traiettorie di fortuna, però lo sentiamo che si insinua l’inquietudine, che il mondo e noi siamo in simbiosi, ma che le cose non vanno bene.

Non è solo un problema d’armi e di potenze, bisogna capire che siamo immersi in un tempo e che questo si orienta con noi che abbiamo solo la ragione a disposizione e la possibilità di capire. Capire non è giudicare ma vedere le relazioni tra i fatti e ciò che li determinano e capire è l’unica possibilità per incrementare la consapevolezza di altri, rallentare, mettere una priorità a ciò che conta davvero. Non è un mondo virtuale, ora è la nostra vita, le vite che saranno possibili a chiedere di capire dove e come siamo e perché siamo giunti a tanto.

non ricordo il nome

Era già adolescenza. Le giornate si ripetevano negli stessi luoghi, le stesse persone. I primi anni delle superiori, il sentirsi grandi e insieme inermi, con il mondo che correva e non bisognava perderlo. Era necessario scoprire molto e in fretta e poi ancora scoprire d’essere ignoranti, di non capire le emozioni forti e ciò che accade. A scuola insegnavano avere una dimensione delle cose, un approssimare la realtà che almeno aveva il pregio di essere simile al vero.

Di lui, ricordo il cognome, una scena che si ripeteva mentre gli insegnavano ad andare in bicicletta. Rideva, e puntava la bici contro al muro pedalando piano e senza frenare, lì si fermava in uno scontro che faceva ridere tutti. Anche lui rideva, era una bella risata, già da grandi. Ed era più grande di noi, bravo a scuola, ragioneria. Quasi ragioniere. Ricordo il colore della bicicletta, verde, e non ricordo il suo nome. Ricordo che quando gli avevano chiesto in un’interrogazione di Merceologia a cosa serviva il nylon, lui aveva esitato e poi, ridendo aveva risposto: a fare le mutande delle donne? E a sentirlo raccontare, ridevamo tutti. Però non ricordo il nome e questo deve pur significare qualcosa, perché so dove abitava, i suoi genitori conoscevano i miei e credo di ricordarne il lavoro.

Era già grande, con una bella risata e un corpo magro. Vestito come capitava a tutti noi prima dei jeans, con giacca, camicia e cappotto d’inverno. Quando guardo una foto in cui stiamo uscendo da scuola d’inverno, siamo tutti uguali, grigi o marroni, con le sciarpe e molto da dire tra noi, ma in un freddo che rende più veloci le parole. Ci assomigliamo rivendicando la diversità ad ogni passo. Lui era timido e rideva quando gli ricordavano, prendendolo in giro, la morosa presunta e gli chiedevano, i grandi sul serio, se la portava al cinema, se ci amoreggiava sul serio. Lui taceva e sorrideva. Mi ricordo anche il nome della presunta morosa ma non il suo. Non ne parlava mai, eppure lo stuzzicavano per cavargli fuori una qualche vanteria, lui arrossiva e sorrideva e smozzicava qualche parola così generica che nemmeno un enigmista avrebbe connesso il senso con un amore.

Era già primavera inoltrata, maggio mi pare, c’era aria di esami di maturità e l’apprensione che generavano quando a luglio si portava tutto, scritti e orali di ogni materia. Noi, più giovani, ascoltavamo i racconti dei grandi che già studiavano la sera, che ridevano a denti stretti e che non giocavano più volentieri a carte nel pomeriggio. La vita includeva anche questo muoversi di incertezze che risalivano dal fondo fangoso delle memorie. I racconti si intrecciavano tra scuola e lavoro, perché alcuni di quelli che avevano smesso di andare a scuola ancora venivano la sera, dopo il lavoro e avevano storie di difficoltà da mettere in comune. Facevano lavori precari, chi era garzone di bottega o apprendista d’officina, ma tutti con una serie infinita di angherie da narrare, Per noi studenti era un mondo in cui saremmo finiti se la vicenda della scuola si concludeva malamente, e pure nell’incoscienza che ha quell’età, si capiva che era meglio evitare di finirci dentro. Lui ascoltava poco, andava a casa per studiare, la maturità si avvicinava, e sapeva che avrebbe avuto un futuro diverso: i ragionieri andavano in banca o in una azienda. Portavano giacca e cravatta e si sposavano con belle ragazze, con l’appartamento da pagare col mutuo e una vita tranquilla davanti.

Maggio finiva e il caldo già faceva pensare alla piscina e alle sere infinite che scivolavano nella notte. Non sarebbe mai stata ora di andare a letto, i desideri si sarebbero acuiti e con essi l’inerme innocenza che conosce ogni adolescente. Sogni, parole, silenzi. Ma l’estate era una porta spalancata in cui tutto poteva realizzarsi perché la vita spingeva per farci crescere tra malinconie, risate e nuove consapevolezze.

Accadde un sabato e apparve sul giornale il giorno seguente, una colonna nelle pagine locali, con le notizie essenziali e una frase che usava parole usate e ipotesi consumate. Lo avevano trovato nel fiume che dal Bassanello va verso le chiuse. Non capimmo allora, anche parlandone a bassa voce, e forse non c’era niente da capire, perché la sua risata, i sorrisi, i silenzi ci davano risposte che erano le nostre, la mia, ma nessuna di queste era la verità. Quello che si agita dentro, dopo qualcosa che è accaduto o non è accaduto, è la storia di quella persona. Solo sua e da rispettare religiosamente, come religiosa è la vita che soffre e sceglie. Per lui erano vere le parole di Majakovskij e di Pavese, vent’anni dopo, “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.”

Ci furono i funerali e la tristezza dei giorni seguenti. L’estate ancora non arrivava, le scuole stavano per finire e la luce permetteva di stare in compagnia più a lungo, ma tra noi c’era un cercare di non pensare apparente. Di quegli anni molto ho dimenticato, ma quel ricordo non è mai svanito, anche se non mi ricordo il nome. Solo il cognome e molto altro.

kiev, ma ne è passato del tempo

Era l’albergo degli ufficiali dell’armata rossa e occupava il lato ovest di Maidan, ma l’URSS non c’era più. La prima volta che sono stato a Kiev, alloggiavo al terzo piano. Arrivavo tardi, ore piccole, dopo essermi fatto riconoscere dal portiere, aver rifiutato di andare a giocare al casinò annesso all’albergo e superata l’offerta di compagnia per la notte, finalmente mi concedeva di prendere l’ascensore. Non da solo, quasi nulla avveniva in solitudine, però bastava una piccola mancia per essere consegnato alla responsabile del piano. Una donna bionda, che aveva la chiave della camera ed era vestita come un militare. Era bella, quasi giovane e odorava, a giorni alterni di borsh o di minestra di cavolo e vodka. Mi accompagnava alla mia porta e mi faceva entrare, c’era un sorriso rapido e ancora una piccola mancia. Ogni piano aveva un responsabile che abitava in un piccolo appartamento e custodiva le chiavi delle stanze. Il mio buon odorato capiva qual’era stata la sua solitaria cena, non si sentivano voci d’uomo né bambini, forse il lavoro li escludeva. La mia stanza era grande, sufficientemente pulita, datata per gli arredi, con un grande letto matrimoniale e un copriletto rosso di raso, una scrivania a fianco della finestra con l’occorrente per scrivere e dei fiori. Mi colpiva piacevolmente questo uso di trovare ovunque dei fiori che erano parte del saluto e del benvenuto, c’era una gentilezza e un amore per il colore della bellezza. Dalle finestre vedevo la colonna di Maidan, la guardavo la notte prima di dormire e la mattina appena svegliato. Era dietro due tende di velluto pesante e polveroso, anch’esse rosse come il copriletto. Poi la colazione sugli stessi tavoli che la notte ospitavano i giocatori di poker e poi gli impegni e la città. Il convegno durava 5 giorni, occupava una piccola parte della giornata, a latere i colloqui di lavoro, la mia relazione su ambiente e aree industriali era il secondo giorno, appena dopo pranzo. L’ora migliore in cui nessuno ascolta nessuno. Questo mi dava una grande serenità e mi permetteva di discutere nei colloqui, senza voler imporre nulla di che non si addattasse alla situazione. Per questo mi accompagnavano a vedere vecchie enormi fabbriche vuote e in vendita, appartamenti che potevano essere trasformati in uffici o abitati e avendomi sopravvalutato, pensavano fossi interessato all’ acquisto di oggetti importanti per l’arredo: uno Steinway a coda, dei mobili in quercia intarsiati, dei quadri di pittori sconosciuti. Erano sempre molto gentili e l’interprete, non ho mai capito se traducesse davvero tutto, comunque i prezzi che mi prospettavano facevano ridere entrambi e bere immediatamente un bicchiere di vodka con peperoni, cetrioli e pesce salato. Sembrava una cerimonia preliminare a cui ci si doveva sottoporre, dove il valore era ampiamente trattabile ma gli interlocutori non erano quelli giusti. Capivo che mi stavano valutando e che pur dicendo la verità, non ero in realtà creduto. Un ricevimento all’ambasciata mi dava un’importanza che non avevo e il fatto di vendere know how non era ben compreso, si aspettavano che acquistassi qualcosa o che fossi l’emissario di un gruppo che avrebbe fatto affari, mentre ero lì per vendere conoscenza applicata. La parte libera della giornata era notevole e potevo andarmene per la città. Le persone erano di fretta oppure ferme nei caffè all’aperto, mi spingevo fino al Dnepr, ma senza fretta, poi la contrattazione con il taxi per tornare a Maidan. Una sera, in compagnia con altri congressisti, andai al casinò dell’albergo. Era passata mezzanotte, ma non c’era nessuno oltre al croupier, due guardie armate e tre ragazze poco vestite. Facemmo un paio di puntate alla roulette e poi ci sedemmo a bere una birra. Il rumore della pallina che veniva fatta correre sulla roulette doveva invitarci a giocare ancora. Era una serie di colpi secchi che sembravano altro, il casinò aveva solo i tavoli illuminati e il resto sprofondava in oscurità dense che sembravano riflettere il rumore. Era un suono inquietante. Le ragazze tentarono un approccio, volevano bere con noi champagne, ma la cosa finì subito davanti al rifiuto, una disse: va bene, sarà per dopo. Restammo il necessario per non essere scortesi, ancora una puntata, la mancia e poi attraversando i soliti pesanti tendaggi di velluto rosso, affrontammo la trafila con il portiere, il piano, la custode della camera e l’odore di borsch.

Di quei giorni ho sensazioni che sono rimaste, certamente errate perché intrise di emotività, il buio, la luce forte degli spazi all’aperto, le persone che sembravano distinguersi tra quelli che aspettavano come iniziare una nuova vita e quelle che avevano già scelto e facevano affari. Poco lontano dall’albergo c’erano i negozi occidentali che sembrava portassero la modernità e l’opulenza, oltre e attorno, una città da mantenere, vendere, abitare, demolire per togliere le fabbriche e mettere grattacieli. Magari piccoli grattacieli, ma adatti al nuovo che sembrava buono. Nei mercatini di cose usate si vendeva di tutto, reperti nazisti, sovietici, icone, foto di famiglia, matrioske, samovar, tappeti, materiale ottico militare, bussole, strumenti musicali ma anche fiori, uova, pane, latte, cipolle. Le persone si fermavano, contrattavano. L’ho fatto anch’io, ma più per gioco che per voglia vera di fare affari. Mi tornavano aalla mente le pozze di oscurità e la pallina che lanciava il suo rumore secco sulla roulette, in un ambiente vuoto e con poca speranza e questo mi rendeva triste. Non ho mai capito perché, ma era così.

in parole povere

Quando si conclude la lettura di un libro ben scritto resta un senso di assenza, quasi un dispiacere. I libri che lasciano traccia, che spingono a pensare, che fanno scattare l’identificazione, non sono molti nella lettura contemporanea e non sono privi di conseguenze. Il primo effetto è che annullano molto di quanto si è letto recentemente. In un certo senso, ricollocano i valori e danno una dimensione a chi si è letto. Non si tratta di un giudizio, quello già nasce durante la lettura ed è legato al piacere di essa, ciò di cui parlo è che perdere qualcosa di scritto bene è vissuto (lo vivo) come una perdita interiore. Qualcosa che poteva farmi fare un passo avanti l’ho accantonato in favore di altro che mi ha lasciato com’ero. Il secondo effetto è che chi legge a volte scrive, non pochi di quelli che leggono si sono formati un’autostima su quello che, con fatica e piacere, è uscito dalla loro testa. questo è un processo personale che ha almeno due aspetti: la soddisfazione di un bisogno e la sensazione di avere un pensiero originale che può essere tradotto in parole. Entrambi gli aspetti sono positivi e credo vadano perseguiti come meglio ciascuno crede. Per quanto mi riguarda, mettendomi nella parte bassa dei bisognosi dello scrivere, dopo aver letto qualcosa di importante e bello, considero che le mie sono parole povere, che possono essere scritte ed espresse ma devono avere la loro dimensione di familiarità. Scrivere quasi per se stessi, per i pochi che avranno la pazienza di leggere, pubblicare a proprie spese ciò che di sé verrebbe disperso, è un’azione misericordiosa nei confronti di quel poco che si riesce a trarre da ciò che si è. C’è una dimensione tra l’ascolto e il dire che ci riporta dentro di noi, che ci fa riflettere e a volte prepara una risposta, ma i grandi libri e il conversare profondo non producono risposte, ci mettono davanti alla profondità di ciò che non abbiamo esplorato e mentre cechiamo una mano da stringere, un pensiero che ci accompagni, subentra una grande gratitudine perché la bellezza del mondo è stata riconosciuta. Non scritta da noi, ma riconosciuta e questo non può che renderci un po’ felici di esistere.