silenzi

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Ci sono parole che durano poco, altre lasciano nell’aria il sapore frizzante della frutta troppo matura. Parole aspre si confondono nei noccioli tondi di significato, altre parole restano sole, chiedono, torcendo interrogativi. Con le parole si può fare molto, arrotarle per ferire, oppure renderle tonde e polite per accarezzare. Si possono plasmare o lasciar scorrere, trattenere o sbottare. In fondo le parole sono facili come i gatti di casa: dormono molto e graffiano il necessario. Diverso il silenzio, o meglio, i silenzi. Dipende dal loro peso e imposizione. Bella forza, direte, questo s’impara da piccoli, magari ricordando la punizione del silenzio imposto come una privazione di amore prima che di libertà di dire, ma se usciamo dal contesto del proprio ricordo, non è sempre così. Ci sono silenzi pubblici e silenzi privati. Silenzi che non parlano e silenzi che gridano. C’è un silenzio amoroso che non ha bisogno di parole e un silenzio d’intelligenza che è avido di concentrazione.

Ci sono silenzi politici che assomigliano molto alle parole della politica, non dicono quello che davvero pensano. E non è che, essendo mentitori, dicano di meno, anzi portano avanti un’assenza di coerenza che confonde, fa male alle idee e alla speranza. Pensate al silenzio del Pd sulle vicende attuali di Berlusconi, è un silenzio imbarazzante, prono ad equilibri inconfessabili, un silenzio che non è rispetto verso la magistratura, ma incapacità e malessere per sé stessi e per la verità. Ma come, ci sono condanne che si susseguono nei confronti della stessa persona che è stato prima avversario e poi nemico, e non si dice nulla? Ci si trincera dietro al fatto che le sentenze si rispettano e non si commentano? E la mutazione antropologica dei costumi portata innanzi in questi anni, fino a giustificare tutto nel nome del denaro e del potere, non vale nulla? Una sentenza ripristina un confine, dice ciò che sta da una parte e ciò che è dall’altra, ripristina il bene comune, la giustizia, riconciliandola con l’etica sociale. Tutto questo non merita un commento? Oppure il timore è che cada il governo? E se anche fosse, un tornare verso i valori importanti per tutti, non basterebbe per essere evidenziato, detto ad alta voce? Questi fatti hanno un valore politico e il silenzio in politica è omissione, confonde chi attende una parola chiara, un segnale che gli sforzi hanno un senso, che il vivere assieme e avere delle leggi, ha un senso.

Anche nella vita quotidiana, in quella dei sentimenti, in particolare, il silenzio ha un valore se è legato al cuore. Altrimenti il silenzio può essere assenza ribadita d’amore e quando subentra dovrebbe essere colto, almeno per quanto esso sta raccontando, ovvero una scelta differente, un’ incapacità, un patto che si rompe. L’innamoramento è ciarliero, entusiasta, fatto di flussi di parole dove anche i silenzi sono talmente ricchi di condivisione da assorbire la stessa parola, per questo nei sentimenti, il silenzio parla, proprio perché fa parte del sentire comune. E quando smette di parlare è perché la comunicazione si è interrotta e con essa il sentire comune. Quindi il problema non è stare in silenzio, ma dare ad esso un senso univoco, farlo parlare. E questo non è difficile, anzi al contrario della politica, il silenzio tra le persone può essere articolato in tutte le sue gamme, anche quelle oscure e pesanti, frutto del disamore, ma importante è che non nasconda, che sia inequivocabile.

Chi frequenta il silenzio, conosce la sua chiarezza, la forza che esercita su di sé prima che sugli altri, che lo porta verso la verità. Ecco, importante nel silenzio è che ci sia la verità interiore, ovvero ciò che si sente. La parola cerca di fare le stesse cose, ma fa fatica, si porta su terreni ambivalenti, e quando subentra la stanchezza dell’essere confusi, un po’ di silenzio fa bene. Aiuta molto a capire ciò che si vorrebbe dire e non trova le giuste parole.

chi scrive non ha patria

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I libri sono vite. Per sentirli davvero bisogna vestirsene, guardare come stanno addosso, lasciare che entrino, entrando noi in loro. Oppure tenerli alla porta, ignorarli quel tanto, che si sentano incompresi. Cacciati o messi a posto, perché ci stanno bene distanti, su altri scaffali. Il ciarpame non manca e chi scrive cose utili a pochi, non di rado pensa d’essere il definitivo contributo ad una storia. Già, non possiamo condividere tutto, quello che scava davvero, lo fa prima con i polpastrelli, e non teme di ferirsi, poi passa alle unghie. Anche se oggi c’è un gusto dell’estremo che ottunde. Come prendersi a pugni sullo stomaco per saluto. Così, ed è un artificio non da poco, la paura del colpo, irrigidisce, fa perdere la sensibilità del toccare con leggerezza, e si attende  la botta successiva, a questo punto ben più importante del narrare, del sentire e delle sue sfumature.

Chi, come me, ha una pulsione verso i libri, acquisisce abitudini particolari, spigola e cerca di capire al volo. Ho la fortuna di potermi fare un’idea di ciò che acquisto in libreria e un angolo in cui leggere a salti. Se oltre alla curiosità del titolo, della terza di copertina, vedo che la storia comincia subito a sanguinare, mi chiedo se ne ho bisogno. Non per quieto vivere, ma per partecipazione, perché è necessario scegliere con chi stare, cosa indossare e sentire addosso. Se emerge il tutto forte, o peggio, il banale, caffeina e oppiacei in vena, lascio perdere, perché a me piace il caffè, l’aroma, il suo gusto lento e persistente, non il gesto del berlo e l’agitazione da eccesso.

Chi scrive in fondo è apolide, ha come patria la sua testa, ciò che vede e sente. Può star bene ovunque e da nessuna parte, in città come sotto una pergola. E sta bene ascoltando tra mille segni di comunicazione, ma anche parlando alle oche o al cane in campagna. Apolide è chi scrive, perché persegue la sua autosufficienza, e per scrivere ha bisogno che sia imperfetta e forte. In fondo è un ossimoro quando sente ed è ciò che sente. Se si spoglia dell’appartenenza come fine, diventa di tutti e possiamo indossarlo e sentirlo nostro, oltre i confini e le patrie. Oltre. Allora la parola ci prende per mano, si deposita in noi, e ci riveste. Poi continueremo ad essere noi stessi, ma un po’ differenti.

Anche più alti e intelligenti.

Così pare. A volte…

solstizio d’estate

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Due scie di cemento, ora grigie, ora rossastre, perfettamente levigate, tagliano la città. In mezzo una rotaia, una sola, su cui corre il tram. Una riga nera e argento, come un nervo scoperto. Viste dall’alto, le scie, sono un sentiero che tra lunghi tratti dritti e svolte dolci punta da nord a sud. Un cardo maximo che si inoltra tra case e portici, piazze e riviere, affianca acqua e ponti antichi. Un filo per tagliare la polenta che non avrebbe neppure bisogno del mezzo che lo percorre, perché esso è percorso e percorre. Da nord a sud. Instancabile. Se ci pensi ti accorgi che da questi punti corre il senso, cardo del vivere, dall’alto al basso, senza scorciatoie e viceversa. 

La casa dava sul canale, quello che ora scorre sotto. La città si è rivestita di pelle e muscoli, un tempo il sangue era alla vista, diceva cose talmente passate che contrastavano con la voglia d’essere nuova e giovane. La città è un corpo. D’estate è un corpo che si mostra. A quest’ora ero già davanti a un bicchiere di spuma gelata, con un biscottone, un zàleto, in mano. Nel cortile dell’osteria tra le piazze c’era la televisione. Mia nonna mi portava per tempo. a me non interessava molto la tv, erano spettacoli per grandi, commedie, lirica, politica. Mi piaceva il percorso, il ponte, la strada in salita, le piazze, l’odore della carne e del pesce, i mattoni che trasudavano calore, la calcina per sanificare le case, la pietra, il porfido e la trachite arroventate dal giorno. Poi l’androne e il cortile. Sopra il cielo. Guardavo il cielo, la spuma, sgranocchiavo il zàleto. Aspettavo. Attorno giocavano a carte. Mi parevano tutti vecchi, non era vero e insieme era vero. Mia nonna chiacchierava in disparte con le sue amiche, poi arrivava qualche altro ragazzino e cominciava il gioco. Via dal cortile, in piazza, dove una palla aveva trenta piedi, una caduta un pianto trattenuto, una baruffa si concludeva ridendo. Avevamo tutti le stesse cose, calzoncini cortissimi, canottiera o maglietta a righe, sembravamo tutti fratelli. La palla andava altissima, mai orizzontale, la città è ricca di vetri da rompere. Poco oltre passava il tram, ma l’altro, non quello d’adesso. Bisognava che la palla non ci finisse sotto, il tram non aveva pietà. Le sere finivano tardissimo e andavo a letto a ore impossibili, stanco, lavate le ginocchia e le mani, il catino con l’acqua che diventava mattone e rossiccia. Macchiavo le lenzuola di sangue. Mi piaceva l’odore delle lenzuola di lino, mi addormentavo, sognavo. 

Le scie attirano come le sirene i ciclisti, poi la ruota finisce nel solco e cadono. Bestemmiano, si rialzano, riprovano se non ci sono danni, sono irretiti da quel liscio che sembra scivolare in avanti. Un tapis roulant. Meglio a piedi, mettere distacco e curiosità e seguirle dal portico. lasciare che accompagnino. Mostrano quello che si può, magari entrassero per i vicoli, lì fino a quel muro alto da cui spuntano foglie e rose, oppure lungo le altre riviere, quelle da innamorati, che scuotono i capelli dopo essersi baciati e ridono perché i tigli lasciano cadere fiori gialli. Ci sono marciapiedi gialli, dove l’aria è zeppa dell’ umore penetrante del tiglio, camminare è morbido, anche le suole per poco diventano gialle e odorose. Bisogna lasciare le scie e ritrovarle, andando da ovest verso est, come fanno i viandanti e i perditempo, quelli che cercano il sole e ne sono attratti. Se la vita scandisce le svolte, una ogni tanto, il sole riempie i vuoti e l’attesa, pare di vivere tutto e invece s’attende qualcosa. Se ne intuisce il peso, ciò che cambierà davvero, ma non si sa cos’è e intanto ci pare, riempiamo i giorni di abitudini, piccole sofferenze, gioie repentine, come continuasse tutto allo stesso modo, ma non è così, lo sappiamo. Poi c’è chi crede che la vita sia comunque amica e tenera, e chi ne ha paura, ma entrambi si muovono a zig zag nel sole. Da ovest a est e viceversa, instancabili perché altrimenti il silenzio pone domande e la vita si riporta da nord a sud. 

Io so cos’è la solitudine. La sera tiravo in lungo, gli amici, il bar, le discussioni infinite, poi la compagnia si sfaldava, le parole che avevano riempito l’aria, mosso sentimenti, aperto e chiuso idee, comunicato per puntiglio e per noia, si dissolvevano. Non tornavo a casa, giravo e sapevo dove alla fine sarei finito. Lì, sulla piazza davanti alla mole ciclopica del salone, dopo mezzanotte il bar all’angolo chiudeva, ma lasciava qualche sedia e qualche tavolo. Seduto sentivo il caldo che calava dall’alto e momentanei sbocchi d’aria, come se altrove qualcuno aprisse una porta, una finestra e in quella corrente ci fosse il ciabattare insonne, la fatica di affrontare il letto e insieme la stanchezza del giorno seguente, già pronta, che pesava prima d’essere vera. Le voci si spegnevano, qualche richiamo, i barboni che arrivavano con il bottiglione di vino. Parlavo, ascoltavo le parole corrotte dall’alcool, poi tagliavo con una risata, mi spostavo. Cercavo la solitudine che riassume, rimette ordine. Il giorno dopo sarei andato al mare, gli esami erano un problema, ma adesso ero davanti a me e guardavo. Mi guardavo. Lasciando che il resto fosse cornice, non più sono, ma il dubbio. La solitudine veniva poco a poco, raccontava della difficoltà di dire, di trasmettere le sensazioni, diceva dell’impudicizia del dire la verità, ossia ciò che si pensa davvero, e questo non riguarda l’altro, ma ciò che si sente. Raccontava dell’unicità come colla per tenere assieme tutto, come scusa per non procedere oltre, accettarsi, vedere i lati positivi, non scavare. Mi sarebbe piaciuto non avere dubbi, vedevo quelli che non ne avevano, quelli che dicevano io, che erano così sicuri e immemori, così pieni del loro scegliere, pagare, vivere che non s’accorgevano che tutto quel daffare era un rifiutare la solitudine, il dubbio che essa portava con sé. Era una piccola sicurezza o forse mi sbagliavo anche in quello? Stavo lì in piazza mentre la notte acquietava tutto, leniva le voci, finché non parlava più nessuno. Neanche i barboni. Il sonno prendeva. Il giorno dopo, il sole, il mare, l’esame sempre in ritardo, i desideri e le voglie, il pensiero di qualcosa che mancava. Domani. Tornavo a casa, aprivo piano, al buio mi spogliavo e mi raggiungeva la voce di mia nonna: sito tornà. Ero tornato per modo di dire, non si torna mai davvero in un luogo, si torna dentro. Era già estate. Una lunga estate.

Due scie di cemento tagliano la città da nord a sud, in mezzo una rotaia, un nervo scoperto, una corda che risuona in tono di basso: solstizio d’estate.

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maturità

Chissà cosa significa oggi l’esame di maturità, quanto conservi delle antiche paure che facevano perdere il sonno e cosa rappresenta ora come passaggio. Mi chiedo anche quanto distante sia la percezione dei ragazzi da quella dei genitori, che rivivono qualcosa che li ha colpiti allora. Certo è che l’esame di maturità è mutato molto negli ultimi 30 anni.

Quando l’esame di maturità nacque, nel 1923, pochi anni prima, a 17 anni, i ragazzi avevano fatto la guerra e comunque, anche in tempo di pace, a quell’età la giovinezza si avviava alla fine. L’università, per i pochi che la facevano, era l’anticamera del lavoro, per gli altri il lavoro iniziava subito, ed erano stati privilegiati rispetto ai coetanei che avevano iniziato a lavorare 6-7 anni prima. Gli uomini a 18 anni facevano il militare, altro passaggio verso la maturità, comunque tutti erano convinti di essere grandi e autosufficienti. E la maturità non rappresentava forse questo, sia pure camuffata da esame? ovvero la capacità di disporre del proprio presente, costruire un futuro, avere un posto proprio nella società. Eh sì, era proprio questo lo snodo: il posto nella società, il ruolo, l’essere titolare di famiglia, generare figli, ecc. ecc. Oggi questo non c’è più, ovvero non è garantito e infatti l’essere maturi non certifica nulla se non il superamento di un esame scolastico e al più fa cambiare scuola. E allora, forse adesso, il solo significato della maturità è che in essa c’è la prima vera prova in un mondo iperprotetto. 

Ci si dovrebbe anche chiedere se aiuti a crescere, se l’esame sia sufficientemente severo da proiettare negli anni precedenti la sua ombra e quindi essere formativo anche in tal senso. 

Nel ’69, durante le occupazioni, si studiava come funzionava l’università altrove, secondo il buon principio sul colore dell’erba del vicino, un esempio che mi piaceva era quello francese dove tutto avveniva alla fine con l’esame di accesso alla professione, dopo la tesi. Una sorta di esamone di maturità, che faceva di uno studente un laureato vero, cioè una somma di nozioni che diventavano competenze. Non so se sia ancora così in Francia, ma in Italia l’impressione che si ha, è che in questi anni gli ostacoli della corsa si siano abbassati e che si corra più veloci, ma verso dove nessuno lo sa.

p.s. non è che mi piaccia il brivido nefando dell’esame di maturità, tra l’altro l’ho fatto quando si portavano tutte le materie e la commissione, tranne uno era fatta tutta di esterni, e neppure vorrei che si restaurasse qualcosa che non ha più senso. Quello che mi chiedo è proprio questo: il senso. Se la maturità è la prima vera prova allora come tale dovrebbe essere vissuta, ma mi piacerebbe che non fosse una finzione, perché allora servirebbe a poco e soprattutto nasconderebbe altro, ovvero l’incapacità sociale di dare un ruolo e il convergere verso l’iperprotettività, quello che insomma non aiuta a crescere.

pensierini

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Ci fu chi assistette al tuo innamorarsi, al suo sprizzare gioia attorno e al distribuire fiducia nel vivere. Poi un po’ ci si perde, perché la vita trascina distante. O fu anche propiziato dall’insostenibilità della felicità che pone domande a chi la percepisce e sente. La felicità non sempre genera invidie, ma comunque allontana. Accade anche a chi la prova. Come se gli spazi aperti dovessero lasciar posto ad un cerchio che si genera e si chiude pian piano.

Penso che anche l’infelicità abbia gli stessi effetti e che per mantenere un rapporto profondo bisogna scardinare una serratura. Ci si parla di rado oltre le convenzioni, la necessità di approfondire ci interpella e spesso riceve dinieghi, certo è che, quando accade, nulla poi è come prima, come se il regno dell’innamoramento e della sua fine, conservassero per gli umani (ma non solo per quelli), una sfera di riserbo, di rispetto, che poi potrà alimentare ogni pulsione meno importante e nobile. Insomma una educazione alla felicità e al suo corrispettivo negativo transita da noi e solo da noi, se vogliamo imparare e capire.

je ne regrette rien

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Ricordo i vuoti pomeriggi di festa, le funzioni nella chiesa, le corse che rallentavano a sera.

Ricordo le nostalgie innominate, la pietra calda di sole, il sedersi a guardare, l’aspettare la cena.

Ricordo le piccole fatiche del vivere, la notte che consumava l’allegria, il gorgo rumoroso della festa.

Ricordo ciò che restava dei giochi, il senso fatato nel riporre, l’attesa del giorno seguente.

Ricordo la libertà di giugno, le sue promesse mantenute, le corse nel sole, i gridi al cielo, il sudore felice.

Ricordo e mi chiedo se il vivere nei giorni, con un nome, un’ora e un posto preciso, ma mai una scatola per riporli in attesa, non sia la nostra malattia, e se il vivere senza il giorno appresso, non manchi sempre di qualcosa.

Abbiamo preteso di chiudere l’ immenso golfo di mare nei canali, che ritmano ora il nostro piccolo nuoto, e alla notte si sente solo stanco battere di braccia e mi chiedo, mentre ricordo, se la pena d’allora che si scioglieva nel sonno, sia oggi la stessa, sapendo che in me, da sempre, convivono il sole e le nubi.

nero e bianco

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Porti il farfallino come gli architetti e i giocatori di biliardo professionisti, lo sguardo interroga e ragiona. Guardo i tuoi occhi nocciola: hai le mie stesse rughe e anche gli anni si somigliano. Quand’è stato che ci siamo conosciuti? Ricordo che bevevi thé e lo correggevi con ruhm e noi caffè e grappa o stock 84. Già questo ti faceva strano. Poi eri ambidestro e questo aumentava la confusione perché la penna passava da una mano all’altra continuando a scrivere.

E parlavi di luoghi, lo fai anche adesso, e il paesaggio prendeva forma. Parlavi di persone, non di fatti. Sembrava non accadesse mai nulla, e magari c’era una guerra, una carestia, ma come in tutte le cose, quando si è dentro non si vede ciò che accade davvero. Abbiamo bisogno dei giornali, della televisione perché ci spieghino le cose viste dall’alto, magari a casa, perché quando sei lì, semplicemente accade. Come quella volta che sparavano a 150 metri e guardavamo passandoci a fianco, e anche chi ci abitava, guardava, oppure anche no perché dietro l’angolo non correva nessuno e la vita sembrava continuare indifferente. Le tue erano cartoline con persone, spesso in bianco e nero, e ti seguivo giocando sui grigi. Sono espressivi i grigi, peccato che ci sia tutto questo colore adesso, le rughe con i grigi vengono benissimo.

Mi hai insegnato a cercare i visi, le persone, non la gente. Senza dirlo, solo descrivendoli nei tuoi racconti. Da allora non ho più smesso. Ossia i visi li guardavo anche prima solo che non era educato fissare le persone. Così mi avevano insegnato ed era tutto un guardare di sguincio, un osservare rapido che faceva perdere l’interesse vero: ciò che ci stava dietro a quel volto. Le persone pensano che chi guarda il volto stia giudicando, beh, è solo una piccola parte del guardare, certamente la meno importante, l’interesse vero è cercare di capire cosa ci racconta chi è guardato, anche se non ha voglia di raccontare, perché in fondo fa bene a tutti comunicare, dirsi qualcosa anche se non si sa la lingua. Certo serve discrezione, pudore, ma questo si avverte subito se c’è e se ti accettano.

Di questo parlavi allora, adesso molto meno, troppi visi accumulati forse. In fondo ci siamo imparati per caso, giocando, più che con la serietà. Da quello che sai, ho capito che di quello che conosco, quasi nulla è utile in senso economico. Tu almeno tracciavi mappe, anche se non ho mai ben capito che lavoro facessi davvero. Di certo andavi in giro, e qualche scopo ci sarà pur stato. Io so cose inutili e preziose solo per me, accumulo nozioni e fatti che non servono, mi perdo in particolari, e in sogni che fabbrico da solo, non ho bisogno che qualcuno me li presti, e con questo bagaglio viaggio. Però non mi spiace di continuare a sommare inutilità. Ho imparato che l’inutile ha un valore immenso per noi e niente per gli altri, e che per quell’inutile saremmo disposti a fare a botte.

Però bisogna viaggiare leggeri, un farfallino o una polo, non importa, ciò che conta è la stranezza che ci porta a non sovrapporre ciò che si vede. Nulla è eguale, nessuna persona s’assomiglia in fondo e tutti abbiamo le stesse regole per muoverci, per pensare. Ecco pensavo che andare e guardare i visi delle persone fosse un modo per rompere le regole, immaginare la ricchezza della diversità. Ne abbiamo discusso a lungo, la diversità si moltiplica nonostante noi, è inarrestabile e l’uomo cerca di catalogare, trovare somiglianze, addirittura punta sulla fisiognomica. E’ la diversità che ci riempie, che si racconta, come le cartoline che ci mostravi, impalpabili e vive di un solo particolare, tutto il resto fermo. Come portare con noi da un luogo chi ci vive e lasciarlo lì. E ciò che si estrae è il nero e il bianco, ciò che si sente e diventa noi.

Noi, non ricordo.

si scioglie a volte il cuore

Si scioglie, a volte, il cuore,

bagnando gli occhi di segrete sue emozioni,

traffica tra carte di pensieri,

perde il bandolo d’oggi e ieri 

e, bimbo pasticcione ride, mescolando tutto,

finché l’età scompare

risucchiata in gorghi di tempo breve.

Gli anni si perdono in piccole corse,

gli occhi s’aggirano, guardano,

colgono ciò che generosa offre la vita,

e a volte il cuore s’abbandona,

così lascio  in questo scorare

l’animo mio,

che scivoli nel fiore di prato,

nei papaveri di ferrovia,

nel muro giallo scrostato,

dove felice, una lucertola parla col sole. 

i disertori

Eppoi ci sono quelli che ti raccontano ciò che accade come fosse un’impresa epica. Tanto che ti guardi attorno per capire se stai vivendo nello stesso posto. Sono autoreferenziali, si convincono finché narrano la prima volta e poi non smettono più. Generatori di autostime che coincidono con la loro presenza, lavorano sul gruppo, motivano, presentano come vera la realtà che vorrebbero, demoliscono a colpi di asserzioni gli insoddisfatti, raccolgono il consenso degli astanti e lo amplificano. In politica e nelle società funziona così perché una persona si deve sentire parte di un successo e mai di una sconfitta. Tant’evvero che le sconfitte vengono giubilate, le dimensioni vere delle”battaglie” sottaciute, anzi chi racconta è un reduce ante battaglia e ciò che di epocale viene evocato, in realtà altro non è che la necessità di unire su un progetto senza domande, di creare una identità collettiva che si muova in modo coordinato verso nuovi successi, rammentando i precedenti. Non importa quali essi siano. Rimuovere, amplificare, eludere, motivare, sempre usando il noi, un noi siamo perché noi eravamo. C’è una grande mistificazione che circola, e non è l’interpretazione positiva della realtà, ma ciò che spinge a puntare sempre sul luogo comune, come se il passato fosse sovrapponibile al presente. e tutto questo funziona finché uno non ci sbatte addosso, perde il lavoro o non lo trova mai, oppure si spinge ad analizzare davvero i messaggi che gli vengono lanciati e comincia a definire priorità. La mistificazione cade allora e chi può, si salva puntando su di sé, diventa un uomo solo con battaglie proprie, rifiuta l’omologazione nell’azienda, mette in discussione obbiettivi e modalità. Disertore di realtà che non è la propria, questa persona diventa innovativa e può fare la fortuna dell’azienda, del partito, del gruppo, perché rompe il modo preconfezionato di vedere il reale, si misura con l’insuccesso e mantiene una propria rotta, ma raramente viene ascoltato. Sono rapporti di forza immane quelli che circolano, anche la realtà suadente e farlocca del gruppo era un recinto fortificato e lui diventa singolo nel combattere, va altrove, si sceglie i compagni, si coordina e costruisce un nuovo modo di fare che parte dalla debolezza, non dalla forza presunta. Il valore della debolezza cosciente è questo: dà una misura, mette un limite. E stranamente sarà proprio quel limite ad essere superato con modalità nuove e inusitate, proprio perché non c’è un prima con cui davvero confrontarsi. Poi, se il nostro “disertore” ha successo, verranno gli altri, ci saranno quelli che avevano capito tutto prima che accadesse, quelli che si adattano subito e sembra siano sempre stati così, quelli che non capiscono ma si adeguano. Insomma se vuol mantenere il suo modo di procedere il nostro lettore di realtà, dovrà distaccarsi dal nuovo recinto che gli costruiscono attorno ed innovare nuovamente, e così sempre, senza fine. Sembra una condanna alla solitudine e invece è la grande opportunità di stare con se stessi, ritrovarsi e motivare nuove sfide. Quelle vere, non le altre che sono rimasticatura di realtà.

cinema italia

Non riuscivo più a riconoscere l’edificio, come se la memoria mi tradisse e le cose non fossero dove dovevano essere. Poi ho visto il cartello in cantiere: lo stabile era un fabbricato residenziale in trasformazione. Allora ho capito.

Di certo hanno parlato a lungo con i preti, il cinema Italia era loro. Immagino le trattative, prima in canonica, poi in quegli studi bellissimi, dietro al duomo, con i libri rilegati di rosso, e l’odore di legno vecchio, ma le pareti candide e luminose. Non più quel ristagnare d’aliti di digestioni difficili, ma i veri manager della proprietà. Colloqui circospetti, molti sorrisi, un parlare per cerchi concentrici e alla fine il prezzo: quasi immodificabile e niente di conveniente davvero, ma se piaceva per la posizione e il vicolo tranquillo, ci doveva pur essere un giusto vantaggio per chi vendeva. Queste trattative le conosco per cognizione diretta, sono simpatiche, lunghe e affidabili, se si conclude sono cari, ma senza bidoni.

Comunque chi ha comprato c’ha visto oltre quel cinema strano, chiuso da 40 anni, e ha intuito uno spazio che prima non esisteva. Sì perché il cinema Italia, era tutto fuorché un immobile normale. Neppure un cinema era, così stretto e lungo e multisala senza saperlo, ante litteram. La sala era divisa in due dalle colonne centrali e le file di sedie di legno erano al più 8 per fila, per 12-13 file. Otto da una parte e otto dall’altra, con due schermi affiancati sul muro di fondo. Si vedeva lo stesso film in entrambi, con un leggerissimo sfasamento e qualche particolarità. Non si potevano vedere film in cinemascope perché gli schermi erano troppo piccoli, però lì passavano tutti i classici, nonché i generi (telefono bianchi, western, noir francesi, cicli austriaci, ecc. ecc.) fatti tra le due guerre e i prodotti delle cinematografie squattrinate del sud america. Il biglietto era differenziato, a sinistra costava il doppio, perché il proiettore era solo da quella parte e si vedeva bene, a destra si vedeva la stessa immagine con un gioco di specchi, solo che per strada perdeva definizione e impaccava il colore. Se si pensa che allora al cinema si poteva fumare e a destra andavano i più poveri, il film, da quella parte, era immerso in un alone azzurrognolo da nazionali e alfa e il pavimento ricoperto di bucce di arachidi e di semi di zucca. Con l’altra particolarità che il suono veniva solo da sinistra e questo aumentava l’effetto di stranezza perché si sentiva con un solo orecchio. Ed era tutto un crocchiare di piedi, un guardare di sguincio, con quelli che chiedevano: cossa galo dito (cos’ha detto), al vicino e gli altri che zittivano, assieme a chi rideva o parlava d’altro, insomma una baldoria. Non c’era molto da vedere, si andava al cinema Italia perché era caldo d’inverno e per fare casino. Già il nome prefigurava un giudizio sul Paese, ma noi non lo sapevamo ed erano 50 lire ben spese la domenica pomeriggio, giorno in cui realizzava il tutto esaurito. Era un cinema di poveri in un quartiere di poveri, il prete regalava i biglietti per i ragazzi più devoti, ma regalava anche il pane e il fruttino alle quattro del pomeriggio agli altri. Insomma una sua funzione l’aveva, sia il prete che il cinema: definiva un’appartenenza a un luogo, anche se era un luogo povero e molti di quelli che ci abitavano avrebbero voluto star meglio. 

Adesso ci ricaveranno una casa da ricchi o un paio di appartamenti. Però mi piacerebbe che i muri che si sono imbevuti di tutta quella umanità, di tutte quelle immagini, conservassero ancora qualcosa e che magari nel silenzio del vicolo, la sera, ci fosse qualche crocchiare di piedi, il resto della voce di John Wayne, qualche risata soffocata, lo sguardo di Jean Gabin. E chi ci abiterà, allora chiedesse a chi sta vicino: cossa gheto dito, ma non per far paura, solo perché buttare via tutto è sempre una perdita.