l’inutile ad altri e l’utile a sé, nel ricordo

Il ricordo è molto più interessante a noi che a chi ci ascolta e significa per noi cose che spesso non si possono comunicare, eppure la nostra comunicazione è infarcita di ricordi, di fatti più che sensazioni, perché troppo scoperte esse, troppo nude nel mostrare lati deboli di difesa, meglio l’epica del ricordo, la sua magnificazione di noi. Ma cosa racconta a noi il banale, l’inutile del ricordo?

Non c’era davvero nulla d’interessante in quel luogo. Di certo non i grandi cartelli pubblicitari 6×3, che fortunatamente coprivano case assolutamente identiche nella banalità a quelle di 30 km prima. E mi chiedevo, ridacchiando, cosa si provasse ad avere come panorama davanti alla finestra una pubblicità. Forse c’era la noia e poi l’attesa della novità della prossima affissione, ma anche la prigionia dell’ossessione del consumo: terribile, come vivere perennemente in un super mercato. Poco distante, c’era la costa e il mare, non si vedevano, ma erano pur sempre gli stessi nella loro bellezza indifferente delle geografie politiche. La strada e la segnaletica avevano cambiato solo la lingua, e non erano particolarmente curiose, quindi, oltre a un pensiero di fastidio, non c’era un motivo per ricordare quel posto, eppure ritornava in mente. Perché? E siccome, assieme a quel ricordo, tornavano anche altri luoghi: la casa di Cannes con il grande murales di Harold Lloyd, il percorso verso St. Raphael lungo la costa, l’artigianato improbabile di Roquebrune, i profumi di Grasse, Mougins con le sue stradine in pietra, ed erano tutti luoghi di significato e belli, mi chiedevo cosa differenziasse quell’incrocio dai mille altri visti in Francia o altrove. Non riuscivo a capirlo perché non c’era alcuna necessità di ricordare una rotatoria all’imbrunire, un brutto albergo e una serie di edifici anonimi ripartiti a raggiera lungo le strade. Eppure quella immagine tornava (e torna), assieme all’albergo scempio sul mare, visibile di lì a poco all’inizio della Tourbie. Ma l’albergo aveva il fascino respingente della ricchezza priva di limiti, mostrava il privilegio per pochi di vedere l’intero golfo, sospesi nel cielo, in una ostentazione di potenza del denaro che aveva la perversa bellezza di un acuto. Qualcosa d’innaturale e impossibile a tutti, se non ad uno, scritto e realizzato per lui, dopo un sogno e per questo vero e fragile, senza un futuro, immagine bella del brutto, dell’impossibile alla norma, oltraggio che lascia silenti, ma non sgomenti, perché la natura provvede, avrebbe provveduto, per l’acuto, come per l’albergo, a cancellare e tutto sarebbe decaduto e ruinato, ma intanto era lì a dimostrare che c’è una sprezzante grandiosità nell’uomo e che esso può riconoscere, proprio nella transitorietà, la violazione dell’ordine naturale in un’opera che confonde l’unicità con la bellezza, ma resta a sfidare chi ascolta o vede. Quindi un gesto che rimane e che contrasta la morale, ma non tanto a lungo da non poter essere perdonato dalla sua fine. Del resto non avevo forse visto in Svizzera quei condomini a gradoni che seguivano il declivio della collina e la rivestivano di terrazze verso la valle. E lo stesso non si riproduceva, poco oltre quella rotatoria, in decine di terrazze verso il mare, lato di piramidi tronche e quadre, che massimizzavano l’utile e l’esclusività dei luoghi, prima impervi, in un’orgia di denaro immobiliare. E non era tutto questo grandioso nella sua perversità, con il fascino della ferita, del segno che interrompe la bellezza naturale, in fondo essa stessa arrogante nella sua potenza e monotona nel succedersi uguale. Era il fascino bello del male che mostra la sua faccia vogliosa di possesso, oppure una sfida alla natura, che avrebbe certo vinto, ma almeno per un poco sarebbe stata impegnata in una battaglia per lei inusuale presa com’è dalle sue forze e indifferenza? Ecco forse tutta quella architettura violenta era una sfida alla indifferenza della natura e la costringeva a mostrare la sua reale potenza all’homo faber.

Di tutto questo, che si mescolava in una sensazione di repulsione e fascino, restava appena l’atmosfera o il ragionamento, mentre di quella rotatoria, di quell’inizio di strada, della concessionaria d’auto, dei negozi buttati là per bisogno e già chiusi, degli appartamenti illuminati, dei residence bui che si sarebbero riempiti di turisti, del freddo di quelle stanze in aprile, di tutto ciò, restava una sensazione e un’immagine forte: di sera, di luce che si spegneva, di precarietà nell’entrare in un mondo che sotto pulsava di altri significati, come ci fosse una vena nascosta e vitale. E questi significati, a me, allora ed ora, erano preclusi, ma c’erano e mi sollecitavano a loro modo e li avrei potuti decifrare, se solo avessi trovato il bandolo di quel filo che era nella mia testa, più che tra le persone, mettendo assieme ricordo, sentire e ciò che stava attorno. Insomma ciò che vedevo, percepivo, ricordavo, con una operazione che io solo potevo fare e che non serviva a nessuno, se non a me, ed era trasformare il banale in significato illuminante, capire attraverso un particolare, un luogo, infine me. 

lettera a un’amica sull’andare in direzione contraria

Ti ho detto cose poco rigorose, seguendo il cuore e praticando la razionalità non è una proposta politica, e ho messo in comune con te la difficoltà di trovare un portolano per mettere assieme le idee e capire, in questa orgia verbale, dove sia il cambiamento vero. Oggi si proclama la retorica del cambiar verso, poi ci si accorge che è la risposta ad una fame e un’insofferenza, non un mutare davvero le abitudini profonde, le regole che ci tengono assieme. Poco o nulla viene toccato dei privilegi veri, degli sprechi senza fine, dell’inefficienza strutturale. Come da tempo accade, si risponde ancora una volta alla cosa più volatile che esista, ovvero i mercati. Come può diventare questo, nuova coscienza, nuova eguaglianza, nuova giustizia?

In questi anni di apnea delle idee forti e delle coscienze, oltre l’evidenza di una realtà passata di bocca in bocca, e resa vera, più dagli atti senza razionalità e dalle omissioni che da una sua effettualità comune, la speranza consapevole e la forza del sentimento civile sono rimasti per me, e spero molti, l’elemento guida per continuare a procedere in direzione ostinata e contraria. La sconfitta, amica mia, è lasciare che la notte sia senza sogni, che la disperazione passi di bocca in bocca. In ogni guerra, rivoluzione, direi in ogni amore che si volta indietro, la somma delle speranze, dei mondi possibili, di ciò che poteva essere, si scontra con la morta acqua dei compromessi. E’ successo sempre e ad ogni caduta qualcuno si è rialzato, ha cominciato a pensare e parlare di un mondo possibile, più vicino ai desideri, qualche altro l’ha ascoltato e il mormorio ha alzato la voce. Ha riconosciuto la sua forza, la stessa che oggi tanti giovani o oppressi non riconoscono e mendicano dall’oppressore, come se chi toglie potesse dare. La cosa che ci sconvolge, è l’assenza di un risultato di fronte a tanti sforzi, come se questa scontentezza fosse il giudizio della storia su tutti noi. La misura della nostra insoddisfazione è determinata da chi ci è accanto e non reagisce, non spera o sogna come noi. Purtroppo però tutte queste parole non attenuano l’inverno del nostro scontento: ci manca il caldo sole di una battaglia vinta per determinare il nostro futuro. Eppure penso, amica mia, che questa battaglia non mancherà, come non mancheranno nuove sconfitte perché la razza umana non si è estinta mentre il conservatorismo estingue i sogni e gli uomini. Ti sei mai chiesta cosa sognano quanti votano per conformismo o, ancor peggio, gli indifferenti, quelli che tanto tutto è eguale? Io credo che abbiano sogni concentrati esclusivamente su desideri personali, su traguardi molto vicini e intrisi di realtà spendibile immediatamente. Le loro insoddisfazioni sono fatte di oggetti, di sentimenti negati, della sensazione di non emergere, dal timore di essere sfuocati. Sanno come va a finire ma non sono felici anzi, sono depressi esattamente come chi sogna un futuro che riguardi il bene di tutti. E’ vero, non c’è differenza nel dolore e nelle disperazioni, ma quelle di chi si sente tradito nella speranza sono un lago nero di consapevolezza, ed insieme lo stimolo a ritrovare se stessi. Tu sai dove sei, come sei, spesso quello che vuoi può sembrare semplice e comune ma, in realtà, la differenza è nel tuo sentire che il mondo e la storia non riguardano solo te, ma te insieme agli altri e che ciò che è possibile dovrebbe essere un obiettivo comune.

Penso a chi, uscito dalla guerra di resistenza tornò semplicemente a fare ciò che faceva prima, convinto che quello che lo aveva coinvolto fosse solo una necessità normale, di persone normali. Nella retorica della resistenza a poco a poco si è smarrito l’oggetto della lotta, non si è detto che in fondo era servita più ai fascisti costretti a misurarsi con la democrazia e con le opinioni altrui e che erano tranquillamente riemersi dopo la guerra, più che a chi era salito in montagna perché non tollerava più la propria condizione di non umanità nel tacere, nel non essere ciò che sentiva. Ricordi la notte di san Lorenzo dei fratelli Taviani, la battaglia nel grano e l’atrocità di chi si conosce e si uccide? Dopo gli eccidi sono rimasti gli uomini, ma quelli che più ne hanno avuto vantaggio sono stati proprio quelli che erano dall’altra parte. Credo che anche oggi sia così ogni volta che si fa la fatica di impegnarsi per cambiare e soprattutto ci si impegna in un sogno di un mondo possibile: chi ne beneficerà di più sarà chi è dall’altra parte. Avrà più diritti, più giustizia, più possibilità. Ma noi lo facciamo per noi, ti pare poco? Per questo val la pena di tirarsi fuori dal disperare, perché il bisogno di cambiamento e di equità è infinitamente più importante della fuga o del rinserrarsi in casa, perché abbiamo sensi che hanno bisogno di vedere e sentire e perché, nonostante tutto, crediamo sia possibile il cambiamento e ancora ci commuoviamo e sentiamo il sangue scorrere e il cuore battere forte per un’idea, un simbolo, una musica che racchiude tutti gli altri. Gli stessi che vorremmo come noi e insieme diversi. Credo che abbiamo diritto alla disperazione e all’amore e che questo non ce lo possa togliere nessuno. Tantomeno questa finta realtà fatta di mode che cambia con una frequenza e indifferenza comune,  e noi siamo più noi stessi quando mostriamo alla realtà che c’è un’ alternativa, una possibilità, un motivo per trepidare ed amare. Non è neppure più necessario avere una ideologia, ma piuttosto condividere un disagio, una voglia di cambiare e oggi se questo spinge a capire e poi ad esserci, non è davvero poco.

con affetto

Willy

commercianti

eritrea 2007 107

Improvvisa mi prende una piccola nostalgia di luoghi e persone conosciute. Suoni, immagini, un taglio di sole, ad esempio, che colpisce una pila di sacchi di riso cinese, l’odore forte del pesce affumicato vicino agli imbarcaderi dei traghetti. Traghetti? Ammassi di ferro, ruggine, vernici sovrapposte scrostate, nomi cancellati e grasso, tanto grasso per far correre ingranaggi stanchi. Ovunque persone che vendono. Africa, oriente, sud america, i modi cambiano poco, anche le persone sembrano assomigliarsi. Poi non è vero perché gli ambulanti hanno un proporsi ben diverso dai bottegai. Anche gli abiti sono differenti, le donne più curate, i bambini vocianti, insistenti, ma non straccioni. Come si dovesse vendere se stessi oltre alla merce, spesso molto precaria, usuale, magra di guadagno. Di quel vociare senza strilli emerge nel ricordo un ordine gerarchico, e in certi luoghi, era come vi fosse un accordo, per cui evitato il primo, il secondo, e via via avanti, alla fine si era presi da sfinimento e qualcosa si comunque si comprava. E che questo fosse previsto, lo dimostrava il riunirsi del gruppo, le parole e i sorrisi con gli sguardi che si voltavano verso di noi, le dispute e non di rado, uno staccarsi per tentare un’ulteriore vendita considerato il successo della prima. In molti luoghi è difficile produrre, la manifattura è cosa da ricchi, per sfamarsi, agli stanziali, ché i nomadi vivono pure di stenti, ma di altro, resta l’agricoltura, con enormi precarietà e il vendere ciò che si può consumare subito. E il commercio ambulante diventa l’attività più semplice, che possono fare i bambini, le donne, i vecchi. Gli uomini commercianti li troviamo nei serragli, nei negozi, nelle attività appena più complesse. Così emergono le immagini dei negozi senza vetrine, la polvere che entra dalla strada e ricopre tutto, le merci cinesi coloratissime di plastiche che si disfano, le merendine, i dolciumi nei piccoli bazar, accanto a pentole d’alluminio indiano. Attrezzi da cucina che compriamo e finiranno poi nei mercatini di beneficenza, immagini di santoni, riso e grano, cotone a fiocchi, improbabili frittelle impegnate a lottare con mosche voraci, bibite che imitano coca cola accanto a succhi di frutti strani. E poi collanine, vetri cinesi, qualche cimelio di tecnologia, vecchie macchine fotografiche digitali spacciate per novità, droghe colorate, colori da muro, martelli, chiodi, trapani, sempre cinesi, sacchi di sale da 18 kg, persone che entrano ed escono, stanchezza di chi sta dietro al bancone. Spesso il proprietario è seduto per traverso, quasi non si vede dietro al banco, osserva, interviene poco, se necessario discute con me, occidentale, ma con distacco. Sa che compriamo poco di quello che ha, al più può offrire a un prezzo esorbitante, qualche prodotto d’artigianato che non fa parte del negozio, però la cosa finisce subito. E’ strano, ma la stessa posa e gli stessi modi li ho trovati ovunque nel mondo, come esistesse una lingua segreta dei commercianti e del commercio. Le botteghe si sovrappongono nei ricordi, e così i commercianti; c’è la piccola soddisfazione di una trattativa condotta bene, la sensazione, poi divenuta certezza, d’essere stati imbrogliati da chi sembrava affidabile, ma sopratutto emergono particolari. L’odore delle stoffe nei negozi d’Africa, nei bazar di Aleppo, o a Rosario, i cento posti dove il cotone in pezze impilate e verticali, attira l’occhio e poi colpisce l’odorato. Il cotone in fiocchi, la lana non filata di certi piccoli banchi del Senegal. Il sentore di polvere nei negozi di tappeti, il confondersi dei disegni che si sovrappongono, la morbidezza e le trame sui rovesci mostrate come fossero mappe d’una intelligenza perduta. La paccottiglia, il riprodursi delle immagini dei dittatori, l’assenza di queste immagini dove la dittatura è più pericolosa come in Eritrea e l’abbassarsi delle voci o il silenzio, quando se ne parla. I residui delle colonizzazioni nei negozi, che affascinano con le loro storie, i libri mastri in calligrafie di primo novecento, gli angoli dove siedono chi è rimasto a vendere il passato: le vedove e i figli dei matrimoni (?) misti. I mercati dei robivecchi dove la civiltà accumula i suoi rottami e tutto viene smontato per avere nuove vite; gironi infernali di grasso, nafta e bambini che scompongono motori e lavano pezzi di metallo, raddrizzano lamiere, segano vecchie tavole per nuovi mobili. I banche delle spezie, i venditori di caffè e di thè, che si aggirano dove c’è commercio, la frutta, il grano, le farine, i legumi secchi. Un mescolarsi di odori, di proposte, di incomprensioni, di segni sulla carta. Qui si scopre che i numeri non sono un alfabeto universale, e a volte neppure le addizioni. Giornali per incartare, piccole discussioni incomprensibili, il dito che indica, le mani che gesticolano: aggiungi, togli, il peso. All’Asmara volevo comprare la bilancia, alla fine non abbiamo trovato un accordo ed è stata una fortuna. Cosa ne avrei fatto di quel trofeo così precario nella mia casa strapiena, non lo sapevo né allora né adesso, mentre continuerà a fare il suo lavoro, più o meno onesto, dove serve. Meglio così. Il ricordo genera collegamenti strani, sbalza dalla polvere dell’Africa o della Siria, al freddo del Canada, all’ombra di una stradina di Buenos Aires dove vendevano vecchi bastoni animati. Lame di Toledo, giuravano. A quel tempo gli aerei accettavano tutto. Però adesso mi fermo su una lama di sole che taglia un pavimento, illumina un bancone scrostato, il viso del proprietario seduto è nell’ombra, ed io guardo le persone che a fatica comprano riso e sale. Mi ricordo di quando mia madre mi mandava ad acquistare la pasta e un quarto d’olio, e mentre aspetto la mia coca cola scaduta, mi prende una malinconia affettuosa, ma dirne adesso non è il caso. Sono quelle vecchie ubbie di cui ormai ci si ricorda da soli, perché parlarne assieme ci si sente un po’ ridicoli. Pago ed esco, guardo la strada, i motorini scassati, e i pulmini altrettanto scassati, ma coloratissimi. Il commercio non è l’anima del mondo, ne è uno specchio, ed è anche un nostro specchio, mi chiedo cosa ci vedo e perché la malinconia non se ne sia andata. 

cominciamenti

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Da dove si fosse originato tutto ciò non importava molto, forse era solo naturale come ci si muta in famiglia e lo stesso bisogno assoluto dei primi anni, quel darsi nella crescita poi tocca la voglia di misurarsi, di non coincidere nei desideri comuni, nel mettere in discussione l’autorità. Un individuo si forma, cresce, si stacca e nuovamente cerca di unirsi, ma quella seconda unione non è una scissione dallo stesso corpo, piuttosto è il tentativo di riformarlo. Di questa fase che gli sembrava così forte, pregna di significato c’erano le gioie profonde del coincidere, la necessità del distinguersi, il piacere di provare qualcosa che veniva condiviso ben oltre la superficie…

Se poi quello in cui abbiamo creduto si rivela senza luogo, se la speranza cede e sembra più non esservi più parte, se le parole perdono significato e calore così si può fare? Rifugiarsi in qualche passione sostitutiva, provare sempre cose nuove perché il conosciuto in quanto non assoluto annoia, costruirsi castelli che proteggano dalle domande? Molti di noi sono orfani non della propria gioventù ma dei sogni che essa ha generato e rinunciare definitivamente ad essi significherebbe rinunciare all’idea di uomo e di società che giustifica il lottare per vivere assieme. Lasciarsi andare, rinunciare in fondo é facile se non si è creduto abbastanza, più difficile rinunciare alle passioni, alla volontà di cambiare se e il mondo che ci sta attorno. È il significato di questo mutare …

Ho sviluppato una serie di modalità sonnolente utili nelle diverse occasioni, tutte con discreta dissimulazione ovvero con la manifestazione di un atteggiamento che suscita il dubbio, ma non dà certezze, rispetto all’effettivo essere svegli e di ottima soddisfazione per le mie necessità. Importante e’ avere un assopimento vigile e un’azione sul tempo che permetta a quest’ultimo di scorrere, ma a chi dorme di controllare quanto avviene, in modo da passare da veglia a sonno in una frazione di secondo. Cose da sentinelle, insomma…

Le palestre sono luogo di stordimento, di reset, di confronto, di fisicita deviata. Gli sguardi si valutano come al corso, di odori sudati, di pensieri azzerati. Corrispondenze tra muscolo pensiero obbiettivo fatica: deve finire in un lago di sudore. E i risultati si vedono, segno della presunta superiorità della vita cogitante. I muscoli pensano a modo loro, guizzano, attirano e producono ferormoni…

La sconfitta, amica mia,è lasciare che la notte sia senza sogni, che la disperazione passi di bocca in bocca. In ogni guerra, rivoluzione, direi in ogni amore che si volta indietro, la somma delle speranze, dei mondi possibili si scontra con la morta acqua dei compromessi. E’successo sempre e ad ogni caduta qualcuno si è rialzato, ha cominciato a pensare e parlare di un mondo possibile, più vicino ai desideri, qualche altro l’ha ascoltato e il mormorio ha alzato la voce…

Il bisogno di tenerezza si esprime, chiede, cambia la voce e il gesto. E’ disponibile a dare subito e condividere. Dove si è generato? Quale mano ha cominciato a scavare e creare una voragine che non si colma se non per momenti, tempi brevi, e poi ricomincia? E’ qualcosa che si è avuto e ha creato un’abitudine di piacere oppure qualcosa che è mancato e sin da allora si è cercato. Confondendolo con altro, surrogando e surrogandolo, oppure facendone scorpacciate infinite. E’ apparentemente collegato e scollegato da ciò che accadde, la sua natura è qui e ora. Forse per questo i fortunati(?) ne conservano un equilibrio, una ragione, mentre gli altri sono senza un limite che dica basta…

Continua. Forse … 🙂

una generazione che voleva spiccare il volo

Prima delle parole, colpisce il fumo. E’ una tribuna politica e il giornalista, che rivolge a Berlinguer la domanda sulla possibilità di cambiare nome al Partito Comunista, sta fumando in televisione. E quel fumare, non la domanda (che pure farebbe riflettere in questa stagione in cui i partiti cambiano nome con più frequenza della biancheria intima) , rende consapevoli del distacco tra questi e quegli anni. Distacco di abitudini, distacco culturale, distacco di parole e di idee. Credo che una parte del film di Veltroni, sia incomprensibile a chi oggi ha meno di 40 anni, e che parole come eurocomunismo, U.R.S.S. , i nomi dei protagonisti, la stessa parola comunismo, non abbiano significato pratico, cioè non corrispondano a nessuna esperienza vera. Questo iato generazionale si è consumato senza che la mia generazione se ne avvedesse, continuando a pensare che i suoi termini di esperienza, e quindi le parole, fossero comuni mentre, in realtà, queste perdevano consistenza per le persone a cui parlavamo. Quindi non si è trasmesso nulla o quasi e ciò che ha caratterizzato una parte importante della storia comune del Paese diventava, intanto, materia per storici, non tessuto vivo su cui innestare il nuovo.

Non è una constatazione amara, è una consapevolezza. Quello che ha infiammato discussioni, provocato sconvolgimenti collettivi, cambiamenti e mobilità sociale non esiste più come cultura comune. Di certo i fallimenti dei partiti, provocati da quella questione morale che Berlinguer aveva indicato con tanta acutezza, facevano parte di un ordine possibile delle cose, ciò che non si era messo in conto era il fallimento contemporaneo delle idee. E non perché queste fossero staccate dalla loro possibilità di modificare il futuro del Paese, e quindi di tutti noi, ma perché quelle idee non erano più materia di passione, non erano in grado di cambiare le vite dei singoli, prima che quelle di tutti.

Quando c’era Berlinguer, parla di un uomo e di una generazione, che non importa fosse o meno comunista, ma che viveva tutta in un confronto di futuri possibili, di alternative alla insoddisfazione del presente. E questo si collocava in un situazione nazionale e internazionale che era comunque movimento del’umanità. Due blocchi e due prospettive, e tutte le varianti nazionali. Quando Berlinguer davanti al 63 congresso del P.C.U.S.  rivendica la libertà dei singoli partiti comunisti nazionali da quello sovietico e rifiuta il ruolo egemone dell’ U.R.S.S.  defininendo la democrazia e l’alternanza, come ambito politico per governare gli Stati, nell’enorme sala c’è il gelo, ma in occidente se ne parla ovunque. Ovunque significa non solo nei giornali, ma nelle case, al lavoro, nei bar e diventa materia di ulteriore confronto, di idee personali, e infine di consenso politico. La politica e le vite hanno un legame, le parole conseguenze e sono veicolo di cambiamento. Mi è stato chiesto cosa significasse allora essere comunista. Per me e per molti altri, voleva dire avere un’idea in grado di orientare una vita, il suo impegno sociale, il lavoro, lo studio, la famiglia e il coinvolgimento riguardava il singolo per un obiettivo di tutti. Non era un’idea angusta, era un modo grande di vedere la società, i suoi rapporti, il suo evolvere verso forme più giuste ed eguali. Credo che Gaber lo abbia sintetizzato mirabilmente nel suo qualcuno era comunista, parlando di una generazione che voleva spiccare il volo.

Il film di Veltroni è fatto bene, era importante farlo, non per la ricorrenza dei 30 anni della morte, ma per la testimonianza che qualcosa è accaduto. L’inizio dice tutto, con quei ragazzi che non sanno chi era Berlinguer, non sanno nulla di ciò che c’era, e ci fanno capire che se si spiegano delle vite, milioni di vite, con parole solo nostre, in realtà si racconta una storia. Quella che si legge sui libri, non quello che si sente dentro, quindi una nozione. Ecco il motivo per cui un film che mi è piaciuto, mi ha reso malinconico, oltre al ricordo e all’esperienza diretta: avevamo ricevuto un testimone, comunisti o democristiani che fossimo e non siamo stati in grado di passarlo, non è passata nessuna idea di mondo alternativo, si è lasciato darwinianamente fare. Sembrerà strano, ma c’era più libertà allora, più possibilità di crescita, più alternativa di adesso, dopo che una parte ha perduto e l’altra è dilagata. Ma anche questo lo si capisce per confronto e i ragazzi non lo sentono e non è il loro modo di vedere il mondo e neppure la loro idea di cambiamento. Questo fa sentire il baratro che si è aperto e lascia quella sensazione che si sia davvero chiusa un’epoca. Non nobis domine, non più, tocca ad altri che abbiano le giuste parole.

vento di NE

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Oggi c’era vento di nord est. Folate improvvise che premevano sugli infissi e sbattevano furiosamente la bandiera sul tetto. A Trieste ci sarà stata un poco di bora. Il mare si sarà riempito di piccole creste bianche e sul molo Audace non ci sarà stato il solito passeggio. Anche in piazza Unità le ciacole si saranno trasferite all’interno del caffè degli Specchi e l’Harry’s avrà ritirato i tavolini. Il vento odora di Carso, di verde giovane e di fumo di legna, vede il mare e si getta giocando con la superficie, respingendo le onde. Prima s’era perso nei vicoli stretti di Cavana, ma è stato un attimo perché il suo luogo è il mare, non le pietre, le case, la città.

Oggi leggevo diari e lettere della grande guerra, raccontavano della vita in prima linea sui colli appena sopra la città, sul Carso. Non c’era una parola del mare che si vedeva in basso. Neppure un accenno alla città. Però parlavano della bora, degli stenti, della fatica e del freddo. Parlavano dei morti e dei feriti su cui passavano per conquistare o perdere qualche metro. Ho pensato che anche la bellezza viene schiantata dagli uomini, che ci si abitua anche alla forca, ma tutto il resto scompare. E non era un giudizio estetico, ma la percezione che abbiamo una ricchezza grande a sentire il vento per quello che è, a vedere ciò che ci sta attorno, a pensare che esiste un futuro. 

i gemelli

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Seduto nell’auto in parcheggio, aspettavo e guardavo. Il piccolo prato occupava di verde metà del campo visivo, così le persone sul marciapiedi erano nella parte superiore dello sguardo. L’erba verde di pioggia era alta, frammezzata di margherite e di bottoni gialli di tarassaco e finiva in una piccola fila di giacinti, che assumevano la funzione di fingersi siepe a delimitare l’asfalto. Su quel marciapiedi passavano i gemelli. Corpulenti e larghi nei giubbotti imbottiti, camminavano piano, parlando fitto, come al solito, in quella che pareva, una serie di rimandi serrati di parole e fumando. Di cosa parlassero, non so, ma li avevo sempre visti così: vestiti senza pretese, ma puliti, vicini, che fumavano e parlavano a domanda-risposta oppure per frasi ripetute. Entrambi semi calvi, con una coda di capelli lunghi, e di un’età tra i 50 e i 60, portavano entrambi un berretto da marinaio. Si somigliavano oltre misura, ma non totalmente, come avessero bisogno di una differenza da tenere più per gli altri che per sé. Da piccoli li avranno vestiti uguali, pensavo, e poi da adulti s’erano differenziati senza un reale bisogno che non fosse l’estro. Si intuiva la comunanza che diventava sovrapposizione, come vi fosse stata l’accettazione che le loro vite fossero sorprendentemente intrecciate. Tanto vicine da non distinguerle, non solo nei tratti, ma anche nei modi. In questo stava la sincronizzazione dei gesti. Naturalmente questo colpiva me, che non vivevo la differenza dei nomi e delle identità che ciascuno di loro teneva per sé. Ma in tutto questo somigliarsi, pensavo che forse li aveva stupiti che due persone tanto diverse, i loro genitori, li avessero generati così uguali, ma che alla fine non avevano sentito il bisogno di staccarsi e, per mantenere la differenza, erano rimasti assieme.

Il giro del piazzale sui marciapiedi, attraversa 6 strade, loro lo percorrevano tutto. Li avevo visti spesso che, senza alcuna fretta, guardando ad ogni strada sincronizzati, a sinistra, poi a destra, di nuovo a sinistra attraversavano e facevano il giro. Fino alla chiesa dei cappuccini e in quell’aere sacro, a sorpresa, facevano il segno della croce, sincronizzato anch’esso. Così il fumo perenne, l’aria vagamente trasgressiva, il loro modo strano di vestire ed essere sempre assieme, nei miei pensieri, subiva un’ulteriore trasgressione: erano religiosi.

rendere colmo il giorno

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rendere colmo il giorno, l’ora, il gesto,

colmo di senso, 

di quel tremore che scalpita dicendo: ancora.

Rendere colmo il giorno

e trovarsi a notte intrisi di fatica,

stanchi d’aver sentito oltre il necessario.

Bastarsi dopo aver gettato il molto che non serve,

sapendo che sempre ci sarà chi aggiunge un limite,

ai tuoi, già così alti, 

che li hai chiamato bastioni, sorridendo,

e pensavi a una città cinta,

da dove lietamente s’esce ed entra, 

e c’è festa, lavoro, scambio d’anime, 

vita in cui liberamente vivere.

A che giova allora l’utile se diviene limite

di te, del tuo sentire?

S’allunga in questi giorni la luce

come gatto al risveglio, 

e s’inarca in nuvole nuove finalmente,

così salire al colmo di te è dolce

e dall’alto guardare la primavera

di libera vita ti riempie.

la linea del caffè

 

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C’è un caffè, ma in realtà c’è sempre stato, oltre il quale la bocca muta sapore. C’è anche un fumare, che un tempo era sigaretta ed ora mezzo sigaro, oltre il quale il piacere finisce. C’è un bicchiere, quasi sempre di rosso, oltre il quale non s’aggiunge nulla, ma anzi si toglie. E non importa che non si beva caffè o alcoolici, o si fumi, qualsiasi cosa ci piaccia c’è sempre un limite oltre il quale il corpo si ritrae. Si rapprende il sé nella mente, e genera una chiusura che muta il pensiero, prima disteso, in sensazione di limite. Quindi un argine all’eccesso, che ovunque trova una sua linea, e la distingue nell’uso di se stessi, non della propria libertà. Un argine insito, com’esso non dipendesse da noi o dalla nostra volontà, ma da qualcosa che ci conosce meglio e più a fondo. Quindi la sfida è portare il piacere a quella linea, ma non rapprendersi nel rifiuto. Restare aperti a ciò che ci succede oltre ogni difesa che non sia quella, appunto, del limite che possediamo. Una ragion pratica della libera temperanza per esplorare quella zona di nessun colore che non conosciamo e che pure è ben presente in noi. E non è l’idea del provare o dell’esperienza in quanto tale, è altro. E’ simile ad una casa d’estate in cui a sera s’aprono le finestre, e non c’è fretta a chiuderle, anzi è bello che alcune lascino entrare i sapori della notte, perché non è troppo il fresco che ne entra, ma anzi esso s’aggiunge a noi, ci accarezza e rende consapevoli d’essere parte d’un mondo più grande a cui è dolce affidarsi.

C’è una linea del caffè che definisce – e definiva – la stanchezza. Quante volte l’ho superata immemore e consapevole, vantandomene spesso e contando sull’invincibilità del corpo, sul suo abituarsi alla fatica, sul fatto che bastava poco per essere pronto a nuove prove. Superavo la linea e non ascoltavo ciò che già sapevo, cioè che le sensazioni si sarebbero attenuate e tutto sarebbe diventato una poltiglia grigia in cui l’importante era finire. Ora capisco meglio che non è la forza quella che porta a superare il limite – e neppure il coraggio o l’abbrivio – ma la mancanza di uno scopo che ci comprenda, una confusione su chi davvero siamo. Arrivare agli anni tardi e non esserci almeno intuiti, arrivare ad una ginnastica di aperture e di chiusure basate sul superare in continuazione il proprio limite non è mettersi alla prova o essere vitali, ma essere in un pantano in cui è difficile procedere verso di noi. E’ pensare troppo a noi, essere auto centrati come è stato detto, se si capisce di più ciò che non ci soddisfa nel superare il limite?  

Nell’avvicinarmi alla linea del caffè, ora cerco ciò che mi consentirà di rientrare, l’ultima tazzina, l’ultimo bicchiere, l’ultimo boccone, che sono poi immagine dell’ultimo sentire, dell’ultima emozione, dell’ultimo entusiasmo. Un attimo prima e restare aperti, ecco il governo di sé senza rinuncia. Dire a sé e agli altri la propria regola vitale che consentirà di accogliere senza reticenze. Prima era a notte, ora nella sera, cerco l’ultimo caffè del giorno. Quello che ancora mi dà piacere e  alla bocca non muta sapore.

mangiare come buttar giù roba

Le parole escono prima in fila, staccate, indecise e poi a fiotti, poi frenano e sono di nuovo staccate. Hanno un ritmo sincopato.

Dum, du du, dum, du du, dumdum, du, du, dum dum, ecc …

Siamo estranei alle variazioni, seguiamo i ritmi. I ritmi rassicurano, fanno capire quello che sta sotto. Il respiro della nostra idea del vivere che si manifesta. C’è ritmo anche nel mangiare, i bocconi passano dal piatto alla bocca, masticati scendono. Poi di nuovo. Si esprime molto nella sequenza, carenze soprattutto, indecisioni e piccole paure. Bocconi e pause, sono parole che si aggiungono alle altre. Di tanto in tanto un sorso di vino o di acqua. Pulire il piatto per finire, buttar giù cibo, emettere parole. Una macchina.

Sono ritmiche le macchine. Anch’io sono una macchina, posso nutrirmi di silenzi, ma così ascolto e mangio troppo. Invece voglio sentire e rispettare il mio ritmo. Ogni vita ha un ritmo. Non è il senso delle parole, che è importante, certo, ascolto per questo, ma il senso non è tutto. Cosa ci sta sotto? Il cibo come bisogno? Parli di cibo, poco di quello che mangiamo, già di quello che mangerai. E c’è il ricordo epico di ciò che hai mangiato un’altra volta. Una sorta di pieno d’orchestra che fa irrompere il passato nel presente, lo condiziona e lo schianta sotto il peso d’un impossibile confronto. Che sia questo il tuo ritmo? No, questo è presente e passato.

Parli del presente, parli di sesso. Ridi. Non capisco se sia una risata che nasconde. Le risate liberatorie sono poche, molte nascondono, soddisfano il bisogno d’aria, prendono tempo. Come gli sbadigli. L’amante, ti diffondi in particolari. E’ come il cibo, ritmica nei modi. Finché ce n’è sul piatto, diventa finché ce n’è sul letto. Ti fermo, chiedo se valga la reciprocità. Tutto ciò che si può scambiare diventa equilibrato, tu diventi lei, spesso è indice di verità, e devo capire se tu per lei sei un amante, quindi non così essenziale. La cosa ti sconcerta, altra risata, bestemmia, risata, un fiotto di rassicurazioni, di sì. Entrambi eguali, quindi liberi. Com’è che dicevi? Il sentimento ai piedi del letto. Come le ciabatte o le scarpe. Te lo dico, ma non è un giudizio morale, solo che è una modalità difficile per le macchine. Le macchine hanno ritmo e sentimenti, non lo sapevi?

Vivere è come buttar giù roba, dici. Discutiamo. Mi prendo del moralista. Il pensiero si fa complesso, sovrapposto. Cosa mi nascondi? Gli schermi del ragionamento sono fuochi di sbarramento che occultano i punti deboli. La tattica è quella di distrarre l’avversario, attrarlo sul terreno dove si è forti e colpire con la razionalità. Non mi freghi, a me interessa il ritmo e questo non ha nulla di razionale. Per spiegartelo dovrei dirti che passato, presente e futuro sono cuciti con un ritmo fatto di azioni conseguenti, di spazi riempiti per lasciare vuoti a disposizione. E noi viviamo sui vuoti, ci servono per metter dentro ricordi inesistenti, cucire gli squarci e raddrizzare vite che altrimenti spererebbero gran poco. E’ il ritmo che rivela le paure, le sicurezze, i modi con cui si vive. Ci sono persone che parlano lentamente, che mangiano lentamente, la loro vita si dipana come una melodia nella notte, riempie ogni spazio. Si colma, non ha bisogno di ricordare per valutare se è felice adesso. Ma la felicità non c’entra con il metronomo interiore, è una conseguenza di una buona esecuzione. Quindi ci può essere sempre e in chiunque. Hai notato che la felicità arriva quando ci si ferma e poi diminuisce con il rimettersi in moto. Come fosse la fine di un’esecuzione, l’attimo prima dell’applauso.

Bizzarrie, pensieri anodini, mi torna in mente la divinazione con i fondi di caffè, c’è chi sente il pulsare nelle cose e trova la relazione con noi. Ci credi? No? Ma qual’è il ritmo della tua vita, quello che durerà?