Viviamo in una complessità crescente. Ingovernabile dal punto di vista della comprensione. Il cambiamento è così veloce e continuo che la sua metabolizzazione è impossibile. Nessuno, compresi gli artefici del cambiamento, è in grado di prevedere dove stiamo andando. Intanto la testa si adatta secondo ciò che conosce. C’è chi si attacca alle tradizioni, alla sua cultura appresa, cerca punti solidi anche se vede che il mondo che li ha prodotti sta scomparendo, come se questa interiorizzazione del conosciuto si trasformasse in qualcosa di stabile. Altri puntano sulla non conoscenza, non ritengono, e non vogliono, capire, restano alla superficie e utilizzano l’utilizzabile. Altri ancora, vivono il cambiamento come condizione essenziale per sentirsi vivi, devono cambiare per non pensare a ciò che accade e comunque hanno una fede illimitata sulle capacità correttive della scienza. Ben pochi si chiedono dove stiamo andando, si fermano per una riflessione, si oppongono con motivazioni che analizzano, prevedono e danno alternative. La divisione è ancora tra apocalittici e integrati, solo che hanno vinto gli integrati e gli altri aspettano, amaramente, di avere ragione.
L’atropina fa il suo effetto, il fazzoletto di carta bianca, assume una colorazione tra il pervinca e la lavanda. Lo guardo con interesse stupito. Ascolto un po’ svagato, come al solito, e penso che questo sia adesso il colore del fondo dell’occhio. Mi piace è come un portar con sé un colore gradito, un abbigliarsi dentro.
Niente d’importante, il cristallino è un po’ staccato, questo dà vita a quella mosca che ogni tanto mi segue, c’è poi un inizio, ma lieve di cataratta. Posso continuare come prima: con gli occhiali o senza. Siamo stati sempre un po’ vulnerabili negli occhi, mia mamma ed io, a modo nostro, senza strafare e con quelle peculiarità che sono inscritte in qualche minuscola sequenza di DNA. Eppure gli occhi li abbiamo usati tanto, e con avidità di vedere, di portar dentro. Non abbiamo mai risparmiato sul vedere il mondo, che sia per questo?
Quello che mi colpisce, ma quietamente, sono i segni dell’età. Così li ha definiti l’oculista, aggiungendo per carineria, che non sono néanche troppi. Anch’io ci penso con un po’ d’incoscienza ( hai mai pensato che la coscienza è una categoria sociale, un sinonimo della responsabilità, più che una parte intrinseca di te? ) e se non ci si pensa prima, forse è meglio. Si metterebbero limiti all’usura e si vivrebbe da malati essendo sani. Forse ciò che si deve assimilare è la condizione, ovvero la peculiarità del momento in cui si vive. Non sono un quieto signore di provincia e, pur se meno agitato di un tempo, penso che la saggezza sia al più uno stato transitorio come la felicità a cui tutti, a qualsiasi età, abbiamo diritto.
Intanto sono uscito e non riesco più a mettere a fuoco. In bici, la luce mi infastidisce e gli occhiali scuri sono quasi insufficienti. L’età. Più bella l’ etade, quasi si parlasse in terza persona di qualcuno che si conosce e che si guarda con affetto, non con anagrafica perfidia. L’età è un rapporto con sé che alla fine si deve trovare. Un insieme di adattamenti successivi da scoprire nel proprio corpo. C’è uno stupore iniziale quando si scopre che qualcosa è mutato in modo non transitorio. Lo si nota da un cambiare di sensibilità, un sentire diversamente, e che questo, prima che il corpo, riguarda le pulsioni, gli stessi desideri che mutano e si rivolgono in modo differente al loro oggetto. Nelle diverse dalle stesse meccanicità e rapporti, vengono cose differenti. Banale pensarlo ( non tanto si vorrebbe spesso altro, più per ricordo che per necessità ), eppure questo per me è il segno del mutare, un sentirsi nuovi senza sottrazione, mentre altri pensano che tutto continui ad aggiungersi, che la misura non si colmi mai davvero.
Si impara secondo la propria propensione e la mia è quella di una libertà che non soggiace al bisogno, che non muta una impossibilità in sconfitta. Questo porta a scoprire che quella sensibilità particolare che si è acquisita non è un regalo, ma un nuovo punto d’arrivo e di sentire. Importante è che non ci si confronti con chi non si è, che non ci sia rassegnazione che muta in sfacelo ciò che è in realtà una battaglia in corso. E’ solo cambiato il terreno, ma si continua. Quando si idolatra qualcosa che si è stati, o che ci sarebbe piaciuto essere, ciò che subentra è il senso della privazione e si perde nozione di ciò che si è ora. E capirlo non è saggezza, anzi, è egoismo, timore di perdere un pezzo del proprio film a favore di qualcosa che non è più importante per la storia.
Sto tornando a vedere e ciò che vedo mi piace. Mi piace davvero, molto e intensamente. Un tempo non era così, e non mi sto accontentando, anzi sono molto più esigente, solo che prima non lo vedevo. Trovo notevole il mondo e relativo gran parte del rumore che ho attorno, le importanze che si accendono e spengono in un giorno. Magari sto diventando socialmente sordo, però quello che rimane in questo crivello, mi pare bello e importante, oppure brutto e pure importante. Insomma il banale mi interessa molto meno. Che sia l’età?
Non confondo la gentilezza con la bontà, ma so che si vogliono bene e che non occorre essere sempre buoni, basta una volta al giorno. Magari anche due. E per essere buoni basta essere umani: una gentilezza, un ascoltare senza guardare l’orologio, una parola spinta dal cuore.
Essere sempre buoni, è una fatica, un perdere pezzi di sé per strada, quelli normali, d’uso comune e abitudinario e a volte proprio non si riesce. Ma tenere uno spazio dentro e fuori di sé per gli altri, fa bene. Non distacca dal mondo, lo migliora. La vita è complicata, tende a fare scorza della pelle, quindi conservare una parte tenera è cura dell’anima e fa bene anzitutto a noi. Ci fa vedere il mondo sotto un altro aspetto e, in fondo, di questo si ha bisogno: pensare che c’è un’alternativa. Il mondo dei duri annoia quando non fa male, è così prevedibile. La gentilezza no, confonde e ci confonde, come il gesto gratuito, stupisce e toglie qualcosa che appesantisce. E quel pesare non si sa cosa fosse ma, senza indagare troppo, poi c’è una leggerezza che prima non c’era. Insomma ci fa bene la gentilezza, ed esercitarla senza obbligo, è ancora meglio. Perché la gentilezza non è educazione, è quella piccola bontà che ci fa vedere che c’è una persona davanti a noi, con i suoi problemi, la sua vita, i suoi pensieri. Uno di noi.
Credo che la bellezza non dipenda dall’amore, ma che esso, solo, la evidenzi, credo che la luce non abbia segni al più mostra l’ombra per apprezzarla meglio, forse tu parli della felicità, altra cosa, che entrambi sappiamo fugace e ripetitiva, come l’amore, quando lo si lascia irrompere. La bellezza resta e l’amore si spande attorno, vestiti e terreno ne sono bagnati, come in una corsa con un catino d’acqua sulla testa dove conta arrivare e ridere per quanto sta accadendo, ma la bellezza resta anche quando il terreno s’è asciugato.
Molti hanno, il senso dell’utile, ci conformano le vite. Altri, pur capendo cos’è utile, perseguono l’inutile. Così, per confronto con me stesso, ho maturato il senso dell’inutilità, non del vivere, ma del mio lavoro e di molto d’altro. E la cerco l’inutilità trovandola utile nel momento, ma sapendola. Anche di questo mio scrivere, e in parte pubblicare, così legato al momento che si spegne, che apre più domande di quante ne risolva, vedo l’inutilità. E’ parte di quell’inutile che potrebbe portare all’inazione, ad essere muto, non perché non ci siano più cose da dire, né che manchi come dirle, ma proprio per il loro essere nel momento e nel loro disperdersi, sicché poco o nulla resta. E nel pensare il confronto con ciò che davvero servirebbe, ci si sconsola. Naturalmente poi ci si contraddice e tutto è relativo, si continua a fare e scrivere, come ogni guitto recita, ogni musicante suona, ogni giornalista di cronaca scrive. L’assoluto è un pungolo per il delirio di onnipotenza, ma questo ha pur sempre un limite. Però in questa inutilità relativa faccio cose, mi muovo e se di rado son soddisfatto, comunque faccio. Come molti. E non mi lamento, è tutto scelto, anche coltivar l’inutile, per cui nulla può essere imputato ad altri. Eppoi lagnarsi è un atteggiamento che non m’appartiene, si dovrebbe aver pudore del sé e dell’esibire altre nudità che non siano quelle del corpo. Invece ci viene insegnato altrimenti e così ci si impedisce di capire perché ci sia insoddisfazione e come questa sia più costante della felicità. Il fatto è che ciascuno di noi ha radici oscure in qualcosa che accadde e mutò, ed entrambi i modi di sentire, felicità e insoddisfazione, sono in quella radice che per strade seppur diverse portò ad analoghe conclusioni. Certo in differente misura, ma c’è una radice comune, una svolta che portò a scegliere tra utile ed inutile, tra vantaggioso e gratuito.
In fondo chi persegue l’inutilità mantiene l’ingenuità di un bimbo che pone nella vita la rappresentazione di se stesso e la considera un gioco che non finisce, e non lascia traccia, perché non ce n’è bisogno e ogni giorno è attesa del nuovo che non si esaurisce mai. E così procede tra scoppi di felicità e improvvise malinconie.
Passano ragazze e ragazzi. Giovani. Belli. Tanti. Hot pants e magliette, leggings, calzoni alla moda. Tutti più o meno vestiti bene.
Passano in fretta: lungo il fiume c’è festa per un mese. Spritz, birra e cibo, baracchini di fritto, grigliate e porchetta.
Venendo da porta Portello, all’inizio, c’è una festa del PD. Piccoletta, un palco, l’osteria emiliana: gnocco fritto, tigella e birra. Musica e dibattiti per tre giorni e poi si smonta. Stasera parla una loro coetanea. 28 anni, candidata alle europee.
E’ Elly Schlein. Nome difficile da scrivere sulle schede, ma lei ci sorride su. Ha l’entusiasmo dei giovani che si buttano nelle cose in cui credono e che combattono per esse. Parla di lavoro, di problemi dei giovani e di tutti, di creare nuove opportunità e di usare quelle che ci sono. Dice che l’ Europa che è già il paese dei giovani, che milioni di ragazzi la percorrono con gli Erasmus, con lo studio e con il lavoro, ma non basta e deve diventare il luogo dei diritti eguali. Parla di energie pulite e ambiente, di cambiamento. E’ brava e convince.
I ragazzi passano in fretta tra il palco e chi ascolta, la festa è più in là. Qualcuno ridacchia, qualche ragazza sembra imbarazzata, guarda sottecchi, e rallenta, quasi nessuno si ferma. Eppure si sta parlando di loro, ma vanno oltre.
La maggior parte sono studenti, molti di loro saranno disoccupati dopo la laurea. Chissà cosa pensano del loro futuro, come si vedono tra dieci anni. Credo rinviino il problema.
Altri non credono più che serva studiare e l’università perde iscritti. Accade ormai dappertutto ed Elly sta dicendo che fare un dottorato senza una borsa di studio è ormai proibitivo per una famiglia di classe media.
Oltre ci sono i baracchini, la birra, centinaia di ragazze e ragazzi che parlano, ridono, si divertono.
Chissà cosa voteranno alle europee. L’Europa è dei giovani, solo loro possono farne uno strumento a loro misura e di benessere per tutti. Elly è una di loro: due lauree, tanta passione, competenza in ciò che dice, una faccia pulita che parla la loro lingua. Guardano, ma non si fermano.
Chissà cosa pensano della politica. Forse per loro, è una birra e una discussione. Un’opinione che poco interessa, poi il discorso cambia e si pensa ad altro. Forse è così, ma davvero non so cosa pensino, Elly dice che bisogna parlare con i ragazzi, andare in mezzo a loro, discutere e non demordere.
Ha ragione, ma non stasera, è tardi, mi sento stanco e ho freddo. E comunque toccherà a loro cambiare l’Europa.
Accettiamo che alcune persone modifichino le nostre vite. Ma non tutte, per fortuna lo fanno. Per questo poi sembrano strani i ritorni intensi, in specie da parte di chi un tempo si è opposto ad essere importante.
Così pensavo delle parole che leggevo. E queste hanno sempre un peso quando sono lì a ricordarti altri significati (sono potenti i messaggi inattesi) e a maggior ragione se chi le dice, in qualche modo poteva essere altro. Ma ora quelle parole si fermavano al loro significato e non andavano oltre la domanda che esprimevano. C’è sempre una domanda racchiusa tra le parole, così pensavo, e l’intuito che ci viene chiesto nel trovarla, racchiude ancora altre richieste. Però ripreso il filo del condurre le vite, ci poteva stare tutto nel capire e nel rispondere. Una spiegazione meditata o improvvisa, un silenzio, un parlar d’altro che contenesse tra le righe una risposta. Certo veniva mosso un ragionamento, un sentire, ma questo non si trasformava in sentimento, perché quel percorso d’accettazione, allora, non si era attuato. E siccome la mia testa cerca sempre d’oggettivare l’impalpabile, immaginavo che qualcuno di conosciuto fosse entrato allora, e ben accolto. Poi, per suoi motivi, se n’era andato, non senza prima aver spostato degli oggetti, smosso una poltrona, aperto un libro e lasciando testimonianza d’un proprio alternativo ordine. Che poi era una proposta. O almeno così pareva, ma la sua lontananza successiva, con i suoi, per me poco comprensibili motivi, aveva fatto rimettere tutto al suo posto. Che non era il posto di prima, ma quello mio di adesso. Così nel ritorno, inopinato, la casa risultava cambiata ed io riconoscevo più i tratti che s’erano mutati nell’altro, dei miei. Erano sparite quelle caratteristiche di luce e possibilità che inizialmente avevo scorto, e m’avevano smosso intuito e attrazione, ora il dialogo si svolgeva senza una profondità possibile e le vite, nostre, si erano mosse sui strade diverse che nessuno aveva voglia davvero di esplorare. Visto che neppure questo si metteva in comune. Ci si poteva salutare, usare le formule del rivedersi, abbracciare, ma senza nuovo il vecchio aveva perduto di significato ed era al più un ricordo ed una domanda su quello che sarebbe potuto essere e non era stato. Un pensiero che entrambi molto presto lasciavamo cadere assieme all’attenzione che costruisce. Quella che apre e rimette nuovamente un ordine a disposizione di mani amorose e attente.
“ora l’inverno del nostro scontento è reso estate gloriosa da questo sole di york, e tutte le nuvole che incombevano minacciose sulla nostra casa sono sepolte nel petto profondo dell’oceano…
…ebbene io ,in questo fiacco e flautato tempo di pace , non ho altro piacere con cui passare il tempo se non quello di spiare la mai ombra nel sole e commentare la mia deformita’. percio’ non potendo fare l’amante per occupare questi giorni belli ed eloquenti,sono deciso a dimostrarmi una canaglia e a odiare gli oziosi piaceri dei nostri tempi.Ho teso trappole ,ho scritto prologhi infidi con profezie da ubriachi ,libelli e sogni …”
Riccardo III W. Shakespeare
Ciò che si ha non è sufficiente. E non per ingordigia od altro, ma proprio perché sembra non rispondere a qualche bisogno. Servirebbe una teoria soddisfacente di controllo dei bisogni, c’hanno provato per secoli. Ancora ci provano, deviandoli, negandoli, attribuendo loro aggettivi negativi e infine inducendo la colpa. Se non si è soddisfatti è perché sbagliamo qualcosa non perché ci manca qualcosa. La ricerca dovrebbe essere concentrata sui bisogni, sul far emergere come essi/esso sono parte della nostra vita. E a volte sembra di individuarlo, il bisogno, ma alla prova dei fatti ci si accorge che ci deve essere dell’altro. Forse per questo ci circondiamo di sostituti, di palliativi più facili perché esiste una fatica nel bisogno e nella sua soddisfazione. Ciò che ha distillato la civiltà è il farsene una ragione, trovare una medietà che non faccia né troppo male né troppo bene, perché entrambe le situazioni sono davvero difficili da gestire a livello singolo. Figurarsi a quello collettivo. Non ci sarebbe ordine. Ifatti il bisogno, il desiderio sono una rottura dell’ordine e questa è una colpa grave, da espungere dal consesso comune. Quindi vanno bene i bisogni modali, positivi perché comuni, gli altri no, sono devianti. Anche nei sentimenti funziona allo stesso modo. Ma tornando a noi -per fortuna esiste l’individuo- forse un modo di vedere il rapporto bisogno soddisfazione, oltre ad identificare davvero il bisogno è quello di considerare che queste insoddisfazioni sono uno specchio e un percorso dove si mostra ciò che manca e si indica una strada che tenta e non ricongiunge se non in pochi fortunati momenti. In qualche momento il recipiente si è bucato e non si colmerà più, ma continuare ad attingere è ciò che lo fa vivere.
p.s. molti anni fa studiavo Agnes Heller e la teoria dei bisogni, sullo scontro tra soggettività e potere. Eravamo, in molti, convinti della sua giustezza e ciò che era materia di riflessioni filosofiche entrava nella vita quotidiana. Parole e vite che si modificavano reciprocamente. Poi il marxismo venne messo in disparte, vinse il capitalismo e i bisogni confluirono nell’edonismo e nella competizione. Come se l’etica calvinista avesse alla fine fatto piazza pulita del desiderio e del bisogno (e dell’uomo), dello stesso Freud e della psicanalisi, per sostituirli con una nuova, molto terrena e laica, cultura della grazia e del favore degli dei. Ciò che ne ha fatto le spese è la passione: l’uomo che tempera eccessivamente il desiderio e il bisogno, elimina le passioni forti. Ma questo non è un male per la società dove il cambiamento è solo fluidità.
Abbiamo bisogno di una misura, per ciò che vediamo, per ciò che sentiamo. Ovunque.
Stamattina il prato è inondato di sole, secchiate di luce buttata per ridere, per fare felici.
L’aria corre sulla grande piazza, tra gli alberi, le statue, l’acqua, l’erba, i ponti di pietra. Quanta aria tiepida e nuova? Volumi, fiumi, correnti come i flutti di Leonardo, ricchi di ricci e piccoli vortici.
E tra questo fiume di luce e d’aria che non si vede, ma si sente, persone che parlano, prendono il sole in costume, sorridono sedute sull’erba, sulla pietra porosa del bordo d’acqua, sotto gli alberi. E non sanno perché oggi stanno più bene del solito, ma lo vivono.
Come si misura lo star bene? E la felicità? Il primo quando si riempie il contenitore che abbiamo dentro e che dice ad ogni cellula di vivere senza pensarci troppo. La seconda quando qualcosa che ha buon sapore, trabocca.
Passandoci in mezzo vedo l’allegria inconsapevole che corre, e sembra non avere misura, ma io la so: è essere lì, adesso, ora e così fischietto.
Nel percorso sghembo tra severità (con me anzitutto) ed eccessiva tolleranza, c’è una crepa. Una di quelle belle crepe che spaccano l’una dall’altra parte. E lì è cresciuto di tutto, si sono annidati animaletti da compagnia, il muschio ha reso piacevole ciò ch’era scabro, persino un albero ha messo radici. E cresce. E ciò ch’era monolitico si è scisso per una interna tensione: intollerabile tirare avanti a quel modo. O più banalmente perché gli è mancata la terra sotto i piedi. Una terra presunta, supposta forte e invece labile al vento. Comunque sia stato, quel che è strano è l’accorgersi che la vita non è divisa o spostata in varia misura dalle due parti del monolite (questo non esiste più anche se lo si vuol considerare tale), ma invece ora cresce nella crepa, nel mezzo.
Così amica mia, tu così permissiva e inflessibile, come me od altri, sei stata percossa dalla vita, ingannata da ciò che ti pareva di dominare, ed ora non approfitti della crepa che si è creata nella tua rapida e polita vita. Non cogli il piacere del dubbio, per capire che lì sei, esattamente come molti di noi, che viviamo le nostre scissioni e raccontiamo di vivere per contrasti ed ossimori.
Dicono che in Giappone quando un vaso prezioso si rompe, esso venga saldato con l’oro che così evidenzia la crepa e lo rende prezioso perché la vita l’ha percorso.