ri ordinare

SAM_0024

Riordinare non finisce mai perché è un ritorno all’innocenza che non era tale e che non è mai esistita, però fa bene provarci. In principio era il caos, poi sono venute le regole, così l’ordine segue un gusto prevalente, la proiezione di una necessità su di noi.

Spesso il disordine si associa allo sporco e così si rafforza l’idea che tutto debba essere messo in una sequenza, riordinare è la condizione della pulizia, e quindi c’è un prima e un dopo, immutabili o quasi, un ciclo che si ripete come se l’ordine fosse solo conservazione e ripristino. Accade anche nelle vite, nei pensieri, nei sentimenti eppure nel disordine potrebbe nascere un nuovo ordine che resisterebbe almeno un poco. Riordinerebbe la vita, ma costa fatica. Parecchia. Spesso si dice che una nuova scelta di ordine andrebbe confrontata con la precedente per stabilire ciò che è migliore. Come si potesse… A volte accade, però nei momenti di confusione o di maggior pressione c’è sempre un ritornare a qualcosa di indefinito che pure calma, fa stare in pace, come se le geometrie fossero conformi all’anima. Anche quando diventano nuove. Solo i bambini riescono a vivere nel disordine e non sentirsene confusi o minacciati, ma poi si cresce. 

contenders

Alcuni di noi, io, abbiamo una Patria, un paese che amiamo, una cultura comune. Sappiamo cose, magari non tutte così precise, e non tutti le stesse. Ci formiamo idee, un’ analisi della realtà, soluzioni. Di sicuro non abbiamo, da molto tempo, verità assolute e il relativo ci sembra un buon modo per accogliere la differenza e il ragionamento contrario, ma pretendiamo rispetto. Per noi e per chiunque. E nel rispetto sono comprese le regole che devono valere per tutti, la verità dei comportamenti. Per questo e per altro, non ci piacciono i furbi, quelli che cercano di fregarti, neppure gli arroganti ci piacciono perché usano la forza per imporre verità non vere. Non ci piacciono gli irresponsabili che dicono cose che non faranno, oppure fanno guai e li attribuiscono ad altri. Non ci piace chi la racconta, chi imbonisce, chi prende in giro la speranza. Sappiamo che la colpa di ciò che accade non è sempre altrove, che un motivo per tutto non giustifica niente, e quindi facciamo autocritica. Spesso. L’onestà ci sembra una precondizione in ogni rapporto, e non è un fine. Bisogna essere onesti, anche con se stessi. Vediamo i nostri limiti, sappiamo che sono importanti, però abbiamo sogni grandi e piccoli, vecchi e nuovi. Sappiamo che il mondo è complesso, che bisogna semplificare le cose per star meglio, ma nessuno di noi banalizza la realtà e sappiamo che semplificare è difficile e non lo si fa a colpi di slogan e tanto meno con l’accetta. Pensiamo che c’è un primato del capire e dell’intelligenza nel fare, e che quest’ultimo ha bisogno almeno di essere pensato. Siamo stanchi degli annunci, vogliamo partecipare e l’abbiamo sempre fatto. Oggi siamo coscienti che il problema prioritario è la corruzione e il malaffare, la legalità e il rispetto delle regole e pensiamo che il marcio vada amputato. Ovunque. Per noi le istituzioni non sono immutabili, ma sono il nostro patrimonio e baluardo democratico comune e quindi pensiamo si debba agire partendo dal rispetto del futuro e del presente nel modificarle.

Abbiamo un Paese che amiamo, una cultura, volontà comuni, ma non abbiamo più una parte sociale e politica. Temiamo di non avere più un partito in cui riconoscerci e pur essendo tanti, ci sentiamo soli.

10.53

IMG_9559

Il caffè, un biscotto caramellato, il cielo si scurisce e poi, inopinatamente, lascia sfuggire un raggio di sole, come una contentezza, una ilarità improvvisa tra pensieri cupi. Inopinatamente è la parola della giornata, bisogna lasciare che faccia, bambina allegra si nasconde, trova da ridire dove non te l’aspetti, sembra sonnecchiare in momenti importanti. Di topico non c’è niente da queste parti, il topicida ha sterminato le parole ratto, tutto sembra scorre come il tram che s’incrocia sempre allo stesso punto con il suo omologo in senso avverso. Anche l’avverso del tram mi piace, include un incontro, due parallele che possono al più salutarsi, scontrarsi verbalmente ma fisicamente mai. E nella fermata di scambio dall’una e l’altra parte scendono passeggeri, mamme con carrozzina, extracomunitari, anziani con bastone, studenti che hanno”bruciato” e ora non sanno che fare del tempo, donne con le borse della spesa, sfaccendati che si guardano attorno perplessi, badanti moldave che parlano al telefono. Vengono dall’una e dall’altra parte della città, e ciascuno ha un motivo per scendere o salire. Qui ed ora. Hic et nunc, come un amore che urge, un desiderio da soddisfare subito. Come l’amica che andò in chiesa e disse chiaramente: caro santo, voglio un innamorato, qui, subito, adesso. E il bello è che questo arrivò sul serio, poco dopo essere uscita. Era sposato, quasi separato, abitava lontano, avrebbe sistemato presto la situazione, cosa che non accadde. Però era innamorato e furono mesi di passione assoluta, prima di stemperarsi nell’abitudine. Il santo aveva fatto il possibile, con quello che offriva il mercato attorno alla chiesa, eppoi lei mica era stata così chiara. L’ inopinato era accaduto, un miracoletto di serie b. Ecco la definizione di inopinatamente: uno stupore per qualcosa di possibile che non ci si aspettava, e invece era tra le cose che potevano accadere. Un miracolo tascabile che magari non dura, ma che serve per dirci che la vita è anche sorpresa, non solo abitudine e routine. 

Le persone scendono e salgono alle due fermate contrapposte, guardano attorno, come fosse un appuntamento, uno dei tanti, con la piccola storia personale, la storiella giornaliera. E infatti sembra non accadere nulla, le teste sono immerse in pensieri propri, però il raggio di sole alza gli sguardi al cielo, qualcuno nota i buffi campanili della chiesa, altri le nubi squarciate, qualcuno vede la ragazza alla finestra che parla al telefono e si liscia i capelli. E’ un momento, poi tutti sciamano, seguendo pensieri differenti: supermercato, farmacia, bar, tabaccaio, pasticceria, portici, chiese. Solo l’ucraino si ferma vicino al supermercato e s’appoggia al bidone cilindrico delle piccole spazzature da passeggio. E’ curioso quel bidone, sembra un’ ogiva di missile, con la punta a cono per evitare che qualcuno si sieda sopra, lui appoggia il gomito, sorride e neppure stende la mano, attende, qualcuno qualcosa gli darà.  

Gloria all’inopinato e alla fiducia.

fuori, il semaforo

Il sapore di caffè satura il gusto. Rimane un amaro temperato, un preannuncio di dolce.

Le parole sono saltellate da una bocca all’altra, hanno screziato di lampi divertiti gli occhi, prima disteso e poi tirato il viso, e i sorrisi non sono mancati.

Le mani hanno manipolato l’aria, fornendole contenuti e forse lei s’è stupita di ciò. Un tono di voce ha fatto girare una testa, l’altra già guardava, e per un attimo, sono stati stupiti e curiosi, gli sguardi, poi sono tornati estranei, distratti da uno scroscio improvviso di tazze.

Un guaio? Forse no. Ma tutti, per un attimo, siamo diventati un po’ vergognosi d’innocenze immeritate, prima di tornare a guardare gli occhi e le mani.

E le parole e i silenzi sono ripresi, gli argomenti rimessi in moto, come le auto ferme al semaforo, oltre la vetrina schermata agli sguardi.

Il rosso, il verde, il giallo, si vedono. Basta alzare gli occhi verso il cielo e sono li che schermano le stelle e contengono, in quello scorrere di piccoli minuti, pensieri che portano a luoghi, idee, obbiettivi. 

C’è un senso di ripetitività nell’aria, che mescola, con la luce, i gas di scarico. Radicali d’azoto e carbonio, liberi di fluttuare verso abitacoli e ciclisti.

Cambiamo discorso? Ma no, mi piace parlare, non ti accorgi che…non c’è noia, c’è solo il tempo che scorre troppo in fretta e s’illumina di verde, di rosso, di giallo, nella sera che viene.

fantasmi

IMG_0824

Nessuno è in grado di vincere i fantasmi che albergano in noi se non guardandoli a fondo.

Mi torna spesso questo pensiero, come quello di un equilibrio impossibile. E invece l’equilibrio si può perseguire attraverso la consapevolezza, che non è un immoto contemplare ciò che accade in noi, come fossimo agiti da qualcosa che alberga nel profondo e che ci conduce ( paradossalmente più verso la rovina che la felicità ), ma la comprensione di cosa siamo nel flusso del vivere. Quindi la consapevolezza contiene la comprensione del sé e del moto e accetta il dolore che esiste nello iato tra realtà e desiderio, non volgendo il capo altrove.

Così si vedono i fantasmi: con lo sguardo che prende e trattiene e guarda nel viso. E si vincono poi nel rialzare gli occhi, nel guardarsi attorno, capendo che ciò che ci lega (il fantasma), è la paura del disamore che infine lo provoca.

scene da un matrimonio

Un film che colpì molto nel ’73, parlo di chi allora aveva 20 anni o giù di lì, fu “Scene da un matrimonio” di Bergman. Vivevamo in un Paese in cui, pur con il ’68 appena passato,  era meglio sottacere, far finta di nulla. Si discuteva di divorzio, ma il divorzio ancora non c’era, si parlava e si tentava l’amore libero, ma i sentimenti erano gli stessi di prima. Allora vedere che un matrimonio normale si rompeva perché lui s’innamorava di una sua allieva, ma poi le cose continuavano, i sentimenti evolvevano, si intrecciavano di nuovo, restava la sensazione che la vita era normale, dolorosa, difficile e civile. Un bel bagno di realtà, rispetto al ribollire di idee e di confusione che avevamo dentro e attorno. 

Di tutto quel film mi restarono in testa due scene. La prima era quella in cui Liv Ullmann-Marianne parla degli anziani zii, (vicini ai 70, ma allora era già vecchiaia) che la sera si ritrovavano nel grande lettone e la vita sembrava ormai pacifica per loro e invece la zia chiede il divorzio perché i figli sono grandi e non c’è più motivo per stare assieme, non c’è più amore. La seconda scena era il ritorno assieme dei protagonisti per una notte, entrambi si sono risposati, si dicono felici, si ritrovano assieme per un anniversario. Stanno cercando una traccia importante di loro nel presente, forse un futuro, anche se non lo dicono. Fuori c’è silenzio, freddo e buio. Che sia la solitudine il motivo?

Il matrimonio veniva visto come contenitore di sentimenti: l’amore si era svolto, poi l’affetto non bastava più e la soluzione risiedeva nella razionalità del divorzio. Ma pure questo non bastava per rimettere assieme vite e sentimenti. Come se il lasciarsi fosse comunque una ferita che non rimarginava perché l’amore era una risposta alla solitudine e questa permaneva per sempre, al più si attenuava. Così mi pareva che la tesi fosse che le vite procedono e includono i sentimenti, ma l’esito può essere lo stare assieme oppure lasciarsi e che l’una o l’altra cosa dipendesse dalle scelte contingenti e che alla fine tutto ciò dipendesse dalla solitudine.

C’era una logica stringente nella meccanica delle cose, gli amori nascono, crescono, finiscono e pensavo che questa idea era così naturale che la sapevamo tutti, ma lì funzionava e qui no. Forse perché in Svezia c’era la razionalità protestante mentre da noi diventava persino arduo pensare l’idea che i sentimenti evolvono, e così il bene delle persone veniva spostato verso una loro relativizzazione. Una sorta di utilitarismo legato alla famiglia come entità socio economica prima che come insieme di affetti e siccome non si era trovata una buona soluzione economica tutto veniva tenuto assieme, si derubricava la paura del disamore, la solitudine. Certo gli amori per una vita esistevano, e si dicevano, ma non erano la norma, erano una conquista delle persone, non del matrimonio, però quello che ci stava dietro non si indagava. Per noi che eravamo giovani, già il poter esibire l’amore, sperimentare, discutere era rivoluzionario. Bastava, e sembrava che alla fine il cambiamento avrebbe risolto tutto toccando motu proprio la radice del bisogno di stare assieme. 

Cosa e quanto è mutato da allora? Perché non si indaga abbastanza su questa solitudine che si insinua tra di noi e che nessun contratto riesce a sciogliere?

La domanda che si fa Marianne-Liv Ullmann, anche oggi pare abbia solo risposte personali e che in fondo non sia mutata:

“Credi che viviamo in una totale confusione? Credi che dentro di noi si abbia paura perché non sappiamo dove aggrapparci? Non si è perso qualcosa di importante? Credo che in fondo c’è il rimpianto di non aver amato nessuno e che nessuno mi abbia amato?”

Ecco questa forse era una radice del problema, ma esisteva il cambiamento, la psicoanalisi, gli psicofarmaci, e tutto venne semplicemente rinviato.

ritorno di sera

IMG_0452[1]

Scendiamo per prati innevati, la luce è azzurra di freddo e di sera. Oltre il bosco, verso occidente, il tramonto arrossa le nubi e scrive la linea dei monti. Come nel ritorno dalla caccia di Jan Brueghel, torniamo, stagliati sulla neve che riflette un chiarore grigio. Le case sparse hanno i camini che fumano. La sera è meno triste se si ha un posto dove andare. Non distante c’è il ribollire delle luci della piccola città, il corso, la piazza, i negozi pieni di persone, i saluti, i discorsi vacui e leggeri. Bollicine nell’aria e nei bicchieri. Colori accesi e soprabiti imbottiti di piume. Scendiamo a lato, al limite delle luci e delle auto. Guardando verso Orione si dovrebbe vedere una cometa, ma è la luna, grande e piena a dominare il cielo. C’è un freddo che non si placa, ottunde i pensieri, per questo i sogni tornano indietro e ripercorrono gli infiniti ritorni. Quelli nostri e quelli che sono diventati nostri nel vedere, leggere, raccontare. Ciò che si ripercorre è avvenuto e non può più far male. Qual’è la differenza tra calma e quiete? Noi, io, che scendo sento la quiete che si fa strada nel muoversi, come se ciò che si è vissuto, oltre il suo carico emotivo, avesse distolto una paura. Quella del futuro, così prossimo da essere nei passi che si succedono. Non siamo calmi, siamo quieti. Per consapevolezza e per obiettivi vicini. Semplici. Del calore, accendere un fuoco, gesti lenti, ascoltare, mentre una corda ben tesa dentro, a volte per simpatia, risuona. Come animali entriamo nella notte, spinti dal silenzio che ci avvolge, da un grido di rapace, dal piccolo frangere della neve sotto i passi. Torniamo da una caccia che non c’è più, e neppure nessun successo, una preda da spennare e arrostire, un vino che ci arrossisca le guance e alzi il tono della voce e le risate. Noi siamo preda se usciamo da questa quiete che ci guida dentro la notte. Senza di essa cadremmo in una solitudine senz’ argini, in un cercare orgoglioso nelle tasche perché qualcosa da mostrare ci definisca: un sigaro, un portachiavi, un fazzoletto, un telefono. Qualsiasi cosa per dire che siamo noi e invece non lo siamo più. 

E per prati punteggiati di bianco,

bagnati di neve e di buio,

preghiamo la terra e il cielo,

perché s’uniscano nel cuore.

E magari la quiete non reggerà la luce,

l’abitudine, il calore,

le parole, gli odori conosciuti e familiari,

così forse un equilibrio sarà infranto.

Oppure no e appena oltre i vetri,

basterà lasciarsi andare,

camminare fino al dolore

e poi ancora nella quiete

lasciarsi andare. 

 

Confusamente si vive

IMG_0090[1]

Scrivo come penso, confusamente. Senza rabbia e ben pochi giudizi. Servirebbero entrambi per mettersi su un piccolo sopralzo e dire chi ha ragione e chi no. E a me dire, non ho colpa, ma non è vero. Se mi sento troppo solo, m’ accontento di mettermi con una parte che ha un capo, ma non un’anima, né una coda. M’ ingegno a spingere senza guidare, cerco di accompagnare qualcuno che m’assomiglia. O almeno così mi pare. Discernere ancora mi riesce, di rado ho ragione. Sembra ci sia sempre qualcosa che non è stato considerato. E spesso ho l’impressione di qualche oscuro animale che nel suo sotto muoversi, impone volontà e poteri fuori della mia portata.  Allora cerco di scavare, capire meglio, ma è tutto così agito che sembra d’essere burattini mossi da mani che non si toccheranno mai. E allora mi dico che forse mi sbaglio, che è una scusa per non fare qualcosa di buono. Buono per chi? Per me e per qualcun altro che la pensa più o meno allo stesso modo, ma anche per gli altri, solo che a questi sembra non importare poi molto..

Appartengo a una generazione che sembrava volesse cambiare il mondo e non è riuscita a cambiare le parti peggiori di sé. Oggi è più facile che qualcuno si chieda: ma quanto vali? O quanto vale, se parla d’altri. E non fa altro che applicare quel concetto di valore che dovevamo eradicare come fosse malattia infettiva, sapendo che è costruito sul nulla e compra cose e uomini, ma non compra ciò che si sente. Questo lo sapevamo bene, l’avevamo capito. Non avendolo fatto, la differenza oggi è rimasta la stessa, tra chi sente e chi non sente più. E ai primi resta un entusiasmo, una logica che illumina, un amore per sempre. Poca cosa, sembra, e così quelli che sentono si rintanano, non contano, a volte si trovano ai concerti, oppure si commuovono leggendo una pagina, guardando un quadro, dicendo a una donna che è così bella che gli toglie il pensiero e il fiato e davanti a uno sguardo stupito, gli spiace per un attimo di non essere come gli altri, ma solo per un attimo.

napule siamo noi

Ieri mattina, un amico osserva che lo spazio dato per la morte di Pino Daniele sui giornali di radio tre, la rete di “noi intelligenti e progressivi”, è inusuale e conclude con questa considerazione: ma Pino Daniele era davvero così importante, lo conoscevano all’estero? Al mio amico non interessa molto la musica leggera, neppure quella classica lo prende più del necessario, sarà per questo che non ha potuto, a suo tempo, apprezzare quanto innovativo sia stato Pino Daniele per la musica in generale e per quella napoletana in particolare, parlando della vita e dei problemi quotidiani, dell’amore e del lavoro che non c’è, senza infingimenti, dicendo le cose. Il bello viene fuori dalla realtà, ma non la redime. Quindi il mio amico, che non ha ascoltato le parole delle canzoni di Pino Daniele, non può capire. Però, su un eccesso ha ragione, perché al solito, si è esercitata la retorica brada, quella che si avventa su un fatto e lo snatura. Ieri ho sentito e letto commenti infiniti, ripetitivi, eppure credo che a Lui bastasse che gli fosse riconosciuto di aver parlato con verità ed arte di ciò che sentiva e che gli stava attorno.

Al mio amico ho risposto che non ci sono notizie, che non accade nulla. Questo è particolarmente vero in questo periodo in cui, se si tolgono le disgrazie, non si sente un minimo odore di futuro che non ci ricordi che da tempo bisogna pulire le condutture. C’è un traccheggiare fatto di elezioni in parlamento, di faide interne, di provvedimenti in odore d’insano accordo e tutto finisce nell’ottundimento, nell’indifferenza. Qualunque cosa accada sembra non modificare le vite e le loro prospettive per cui, ne nasce un connivere che è nei fatti, nella politica prodotta da compromessi e non chiarezza di chi è da una parte e chi dall’altra, motivata sempre da urgenza, eccezionalità, anormalità. In questo la prima repubblica era più democratica, c’erano elezioni, accordi, porcherie e responsabilità, si sapeva chi era l’avversario di chi. Ora sembra che ci sia una marmellata fatta di parole e di atti, ma nessuno davvero risolutivo. Provincie che esistono ma non esistono, regioni che continuano a lamentarsi e spendere, nessuna modifica radicale dei modi di spesa dello stato centrale e quindi si taglia fuori della casa del potere, ma dentro di essa la sclerosi continua. Insomma manca la chiarezza di un disegno e di un obiettivo verificabile. A parole si sono contrapposte parole, in questo chi è più bravo vince e da un pezzo l’affabulazione è parte della caratura dei premier. Del resto le analisi sul gradimento degli italiani nei confronti della politica mostrano una mutazione fondamentale nel modo di intendere la democrazia: i partiti hanno consenso zero, i leader consensi alti, a due cifre. Quindi non contano più i processi che confrontano le idee, ma lo scontro diretto, senza discussione partecipata, senza quell’ analisi della realtà che porta al farsi del nuovo e del futuro. Si può dire una cosa, correggerla, negarla. Non c’è nessuna novità, quindi, anche perché chi si oppone ha la coscienza poco immacolata, oppure vuol far notizia a tutti i costi come Grillo che difende i vigili romani assenteisti. Una opposizione senza idee alternative, senza puntiglio, senza unità d’azione diventa velleitaria e quindi non fa notizia, ma soprattutto non crea l’alternativa. Non mi piace pensare che l’alternativa debba risiedere nel fallimento, nello star peggio, è vero che la realtà è una dura maestra, ma questa da tempo non insegna più nulla, non induce a produrre cambiamento. L’unica novità che occupa per ora poco spazio sono le elezioni in Grecia, se vincerà Tsipras, l’unione europea sarà costretta a fare i conti con la povertà e con l’iniquità delle condizioni economiche imposte ai paesi in crisi. Sarà un vento che riporta a sinistra la discussione ora lasciata nelle mani della destra, bisogna pur dirlo che con questa Europa non si può essere uguali e neppure crescere assieme. Certo è assurdo tornare agli stati nazionali e alle monete, ma in realtà servono più poteri per la crescita comune che regole che affossano i più deboli. Se l’Europa sarà, dovrà essere egualitaria, fare l’interesse dei popoli che la compongono, praticare la democrazia per tutti gli organi di governo e di potere e non essere un insieme di dominanti e dominati utile solo alla crescita dei capitali finanziari.

Ma finché questo non accade in realtà le notizie sono poche. Pino Daniele aveva una grande capacità di mettere assieme la realtà con il sentire, fare di una carta sporca l’emblema di una città e fornire un motivo per cambiare. Non sono riuscito a spiegarlo al mio amico, che le persone come Pino Daniele, qualunque cosa facciano, sono importanti per davvero, perché sono quelle che vedono e indicano un modo nuovo di essere, la necessità di ribellarsi, un sentire che non può essere sempre ottuso. Queste persone sono il nuovo e uno di loro se n’è andato, forse con troppa retorica, ma non era la sua speranza ad esserlo.

primo giorno

IMG_7977

Lama nuova, primo taglietto rituale dell’anno. Aspergo una goccia di sangue come un principe inca in omaggio all’esistenza.

Leggo i segni e ho colto una runa nuova sul viso: si è scritto un insistente pensiero. E’ bifronte, piacevole e doloroso. Consistente. Leggere il viso è leggersi dentro. Lietamente, per rispetto del passato proprio e degli apporti altrui. Ha segnato l’amore? E la delusione come s’è vendicata prima di dissolversi in consapevolezza? Sarà parola guida dell’anno: consapevolezza. Che sia lei che ha generato quell’ombra accennata? Era una scelta non fatta, forse? Nella geografia del viso le armate dei successi si sono infrante sul confine dei fallimenti. Accade così anche negli atlanti che il limite contenga un’ambizione e al tempo stesso ne abbia riempito di consapevolezza e cultura il territorio. Nel rito maschile del farsi la barba c’è una delle attenzioni permesse dall’ ego assegnato, in fondo giocare con una lama induce forza e tenerezza verso sé, ma è anche un momento necessario per guardarsi con attenzione. Vedersi. Se penso a una corrispondenza femminile, cosa di cui so poco, mi viene a mente lo stendere la crema o il togliere il trucco. Un fare e pensare raccolto: questione personale.

La lama scorre, liscia la pelle, il dorso della mano apprezzerà alla fine con un gesto rapido e un mezzo sorriso. Dei pensieri intimi davanti allo specchio, ben poco uscirà in parole, troppo personali per essere racconto di sé. In fondo ci si vede sempre in terza persona davanti agli altri. Ma in quella goccia di sangue c’è una consapevolezza in più e una riga tirata. Un prima e un dopo.

AUGURI.