ritorno di sera

ritorno di sera

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Scendiamo per prati innevati, la luce è azzurra di freddo e di sera. Oltre il bosco, verso occidente, il tramonto arrossa le nubi e scrive la linea dei monti. Come nel ritorno dalla caccia di Jan Brueghel, torniamo, stagliati sulla neve che riflette un chiarore grigio. Le case sparse hanno i camini che fumano. La sera è meno triste se si ha un posto dove andare. Non distante c’è il ribollire delle luci della piccola città, il corso, la piazza, i negozi pieni di persone, i saluti, i discorsi vacui e leggeri. Bollicine nell’aria e nei bicchieri. Colori accesi e soprabiti imbottiti di piume. Scendiamo a lato, al limite delle luci e delle auto. Guardando verso Orione si dovrebbe vedere una cometa, ma è la luna, grande e piena a dominare il cielo. C’è un freddo che non si placa, ottunde i pensieri, per questo i sogni tornano indietro e ripercorrono gli infiniti ritorni. Quelli nostri e quelli che sono diventati nostri nel vedere, leggere, raccontare. Ciò che si ripercorre è avvenuto e non può più far male. Qual’è la differenza tra calma e quiete? Noi, io, che scendo sento la quiete che si fa strada nel muoversi, come se ciò che si è vissuto, oltre il suo carico emotivo, avesse distolto una paura. Quella del futuro, così prossimo da essere nei passi che si succedono. Non siamo calmi, siamo quieti. Per consapevolezza e per obiettivi vicini. Semplici. Del calore, accendere un fuoco, gesti lenti, ascoltare, mentre una corda ben tesa dentro, a volte per simpatia, risuona. Come animali entriamo nella notte, spinti dal silenzio che ci avvolge, da un grido di rapace, dal piccolo frangere della neve sotto i passi. Torniamo da una caccia che non c’è più, e neppure nessun successo, una preda da spennare e arrostire, un vino che ci arrossisca le guance e alzi il tono della voce e le risate. Noi siamo preda se usciamo da questa quiete che ci guida dentro la notte. Senza di essa cadremmo in una solitudine senz’ argini, in un cercare orgoglioso nelle tasche perché qualcosa da mostrare ci definisca: un sigaro, un portachiavi, un fazzoletto, un telefono. Qualsiasi cosa per dire che siamo noi e invece non lo siamo più. 

E per prati punteggiati di bianco,

bagnati di neve e di buio,

preghiamo la terra e il cielo,

perché s’uniscano nel cuore.

E magari la quiete non reggerà la luce,

l’abitudine, il calore,

le parole, gli odori conosciuti e familiari,

così forse un equilibrio sarà infranto.

Oppure no e appena oltre i vetri,

basterà lasciarsi andare,

camminare fino al dolore

e poi ancora nella quiete

lasciarsi andare. 

 

2 pensieri su “ritorno di sera

  1. A me il tuo post, Will, assieme alla musica che vi hai unito, ha messo addosso invece parecchia malinconia. :-/ 😐
    Ma non ci fare caso…

    Con un sorriso
    Ondina 🙂

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