Geografo

Della geografia del corpo
traccio mappe,
qui la punta d’un dito segue l’altura
là il palmo raccoglie,
altrove si sofferma lo sguardo,
e s’incanta,
come dargli torto,
se racconta, nell’ irriferibile alfabeto
dell’emozione sorpresa,
la tenerezza dei luoghi,
Il timore ardito, l’oscurità preziosa.
E di tanta precisione amorosa,
e del tracciar mappe resta il segreto dolce
della scoperta divenuta luogo amato.

quanto vale una parola

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Siamo fatti di parole, impastati di silenzi, segnati da interpunzioni difficili da collocare nel flusso vitale e da sospensioni che prefigurano attese che non si possono scrivere davvero. Usiamo perifrasi, metafore, e forme cosi dirette che potrebbero essere scambiate per assoluti ed invece contengono desideri nascosti, pulsioni, sogni, sentimenti. Usiamo ciò che abbiamo appreso, e ricordiamo, ci fermiamo indispettiti se qualcosa non risponde al richiamo del senso. Certo c’è la carne e l’anima, guai se non fossero la sostanza d’essere. Chi non le possiede appieno ci appare vacuo, poco interessante, incapace di bellezza da condividere, ma quando esse c’attraggono torniamo alla parola e al segno, sono questi il veicolo del bene, della collera, del condividere e del separare.

Male dire e bene dire. La potenza dell’estrarre da sé e portare verso l’altro, gli altri. Dei fatti cosi importanti da segnare una vita, spesso, sempre, resta una parola articolata, gridata, sussurrata, taciuta, sepolta in chi l’ha vissuta, pronunciata, sentita. Resta quella parola nella memoria del mondo, in quelĺa tangibile e in quella intangibile.

Amori spenti in una parola oppure gettati nell’universo di luce da un’altra. Carriere costruite con cura di finzione, smontate, liberta ritrovate, fili riannodati, tensioni acquietate. E di tutto questo e tantissimo altro ancora, il giusto e l’ingiusto viene costruito assieme all’agire, cioe l’ uomo com’esso è, o vorrebbe essere, legato a una parola.

Quanto vale una parola?

Noi qui siamo parole, strati di sentire, aggiunti con pazienza di parole per dare lucentezza, una parte della luce che lo accompagna in noi. Siamo silenzi d’assenza, di lontananza, vite reali che divergono. Siamo divertimento, felicità accennate, tristezza e paure trattenute.

Quanto vale una parola?

Nella mia vita, quelle importanti le ho donate, nessuno avrebbe potuto comprarle, quelle che mi hanno pagato sono state fonte di sorpresa, le migliori le avevano ignorate. Cosi ho capito che solo la parola, comunque essa venga articolata, quando è pronunciata e ascoltata, contiene la nostra divinità e unicità, la cifra segreta del sentire e la sincerità. Non è solo parola, è noi.

Il mio augurio, per tutte e tutti voi, è che vi accada cio che desiderate e che abbiate le parole e i silenzi per dirlo. Sempre. 

tutti artisti

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Oggi parlavamo di fotografia digitale, di full frame, ci mostravamo le foto appena scattate per prova, si tagliava ed elaborava l’immagine, si passavano di mano in mano macchine piene di intelligenza e tecnologia. Guardavo alcune foto stampate, altre sul dislay, sembravano tutte belle. Mi venivano a mente quei panorami pastello che vanno di moda adesso e che si costruiscono al computer, oppure le foto di maschere a Venezia. Alla fine di tanto vedere mi rimaneva poco, sembrava che fosse facile fare buone fotografie, ma forse non bastava.

La fotografia che ho adesso tra le mani appartiene ad un’altra epoca. Non ha nulla di importante e non è bella, è stata scattata a Venezia molto tempo fa. Non inganni il fatto che ci sia una bicicletta tra le calli, era uno strumento di lavoro e il “moleta”, cioe l’arrotino, spostava la catena e  pedalando muoveva la mola. A quel tempo mi pareva che cogliere i mestieri avesse un significato importante, come se il lavoro dovesse essere testimoniato. Poi ho capito che erano le persone ad essere interessanti e che loro erano anche il loro mestiere. Quindi questa fotografia è al piu un ricordo di qualcosa che non c’è piu e non ha nulla di particolare. Però ricordo molto, questa è un dono che mi fa accompagna e così so perché fotografavo in bianco e nero. Come molti a quell’età compravo la pellicola a metro e bobinavo per mio conto nei rullini, che si riutilizzavano anziché gettarli. Poi si sviluppava e stampava in casa, e parlavamo di fissaggi, di sviluppi, di smaltatura a caldo e a freddo, di acido acetico e di solarizzazione. Sperimentavamo con risultati molto dubbi, però questa piccola capacità serviva anche per far colpo sulle ragazze e così ci pareva di uscire dalla massa di quelli che riempivano album di paesaggi, foto di gruppo con corna e ritratti in posa. Insomma eravamo presunti artisti con poca fatica. E pure militanti cosicché venivan fuori cose che sembravano ma non erano, che contenevano un pensiero,  un’intenzione. Bisognerebbe non spiegare nulla, né quando si scrive né quando si fotografa, o dipinge o quando si fa qualcosa. Cioè dovrebbe essere evidente nel fare ciò che si intende, ma poi non è così. O almeno non lo è per chi non è artista davvero. E ci sono centinaia di milioni di fotografi, poeti, scrittori, pittori, musicisti, ecc. ecc.. che quasi tutti mostrano il conosciuto, o al più la meraviglia, è normale.  Si guarda una foto per riconoscersi (teologia del selfie) oppure per riconoscere qualcosa od appunto per meraviglia. Ma anche la meraviglia stanca e passa se non ci scava dentro ed entra a far parte di quel mondo poco interessante che è la realtà. Ecco, i grandi riescono a far emergere la realtà, quella che non si vede, la fanno diventare evidente e nuova. Non era il mio  caso e neppure quello di tanti altri e ancora oggi mi trovo a spiegare ciò che avevo in testa e si dovrebbe capire. Quindi artista non sono, però quel “moleta” tirava fuori un filo rasoio con una vecchia mola e una bicicletta e non aveva bisogno di spiegare l’inclinazione del taglio o come togliere la sbavatura, lo sapeva. Era evidente ciò che rappresentava attraverso sé e l’uso di ciò che produceva, questo era il lavoro che diventava arte, pensiero e cosa assieme. Io lo intuivo e volevo rappresentarlo, ma non avevo il linguaggio giusto, l’evidenza semplice del vedere e mostrare ciò che si pensa. Volevo dire troppe cose assieme e si creava banalità. Lui ne diceva solo una, ma era chiara e questo faceva la differenza. 

senza tema giovinezza

Ero giovane. Pensavo che in principio ci fosse l’equilibrio di una forza conchiusa in sé, l’ordine racchiuso in un guscio di noce, poi il caos e la fatica del ricomporlo. Non pareva una cosa foriera di autoritarismi, anzi, era un bell’esercizio di libertà. E mi sembrava di avere davvero un inizio a cui fare riferimento. Lo traducevo nello scrivere. Avere un inizio ordinato, forte ed equilibrato. Una frase che da sola riassumesse, senza insegnare nulla, era come aprire una porta per intuire e ragionare assieme. Tutto poggiava sulla solidità della logica e l’imprevedibilità dell’intuizione. Venivano fuori cose assolutamente banali: oggi c’è il sole e non è il solito sole, ho attorno un verde che scende dentro, dell’acqua non vorrei conoscere la memoria ma l’intuizione della sua benefica freschezza, la sete è un sentimento così atavico che saliviamo quando scorre un ruscello e della sete di conoscere che dire, se non la commozione davanti ad una biblioteca, e così via. Un inizio aperto in cui poi accadesse tutto: l’equilibrio dell’energia, la sua esplosione, la faticosa ricerca dei cocci.

Mi sembrava che tutto questo avesse un significato profondo, che interconnettesse tante cose apparentemente distanti, che fosse necessaria della pazienza e si sarebbe compreso tutto. O quasi. O almeno quello che davvero interessava.  Ma, lo ripeto, ero giovane e la tentazione di un inizio fulminante era così seduttiva che alla fine ci cascavo. Cosi tutto poi doveva giustificare quell’inizio, essere all’altezza. Consequenziale. Non era così e allora mi stancavo, mettevo tutto da parte e mi affidavo a tempi migliori, a ispirazioni migliori, a intuizioni migliori.

La liberazione dal tema era già stata percorsa, in musica non esisteva più l’armonia, in pittura e scultura la figura e poi neppure la forma, due guerre mondiali e innumerevoli conflitti regionali avevano decostruito il senso benevolo della storia. Per questo anche la provvidenza era entrata nel welfare. Tutto si spezzettava ed era come fosse avvenuta quell’esplosione di cui bisognava rimettere in ordine i cocci. Solo che questi non avevano più un ordine. Era possibile un’era in cui si riscoprisse un senso, visto che erano i frammenti a contare?

Il momento era il dominus della situazione e non per carenza di tempo. Non era la preoccupazione sulla caducità del corpo e della vita che esprimeva il Magnifico, anzi era avvenuto un fatto strano, la giovinezza si spostava in avanti e, più che fuggire, trascinava tutto. Ma chi era al potere l’aveva gia capito: non era incapacità di guardare avanti, era volontà di perseguire il momento dicendo che faceva parte del progetto. Di fatto non si voleva rimettere assieme nulla, e togliere senso significava dare senso. Ma non era il tuo senso. Insomma non c’era un progetto, un traguardo di cui dire le tappe, gli obbiettivi, e soprattutto erano piu importanti le narrazioni della realta’ stessa. Quindi perché raccontare quando altri lo facevano tanto meglio di me? Per la verita? Ma io lavoravo sulle sensazioni, avevo bisogno di un tutto che le contenesse. E siccome non lo trovavo piu, mi misi a meditare sul quant’è bella giovinezza. Cosi mi scoprii vecchio per il prima e per l’adesso.. 

Quant’è bella giovinezza
che si fugge tuttavia!
Chi vuole esser lieto, sia,
di doman non c’è certezza.
Quest’è Bacco e Arïanna,
belli, e l’un dell’altro ardenti;
perché ’l tempo fugge e inganna,
sempre insieme stan contenti.
Queste ninfe e altre genti
sono allegri tuttavia.
Chi vuole esser lieto, sia,
di doman non c’è certezza.
Questi lieti satiretti,
delle ninfe innamorati,
per caverne e per boschetti
han lor posto cento agguati;
or da Bacco riscaldati,
ballon, salton tuttavia.
Chi vuole esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
Queste ninfe anche hanno caro
da lor essere ingannate:
non può fare a Amor riparo,
se non gente rozze e ingrate;
ora insieme mescolate
suonon, canton tuttavia.
Chi vuole esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
Questa soma, che vien drieto
sopra l’asino, è Sileno:
così vecchio è ebbro e lieto,
già di carne e d’anni pieno;
se non può star ritto, almeno
ride e gode tuttavia.
Chi vuole esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
Mida vien drieto a costoro:
ciò che tocca, oro diventa.
E che giova aver tesoro,
s’altri poi non si contenta?
Che dolcezza vuoi che senta
chi ha sete tuttavia?
Chi vuole esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
Ciascun apra ben gli orecchi,
di doman nessun si paschi,
oggi sìan, giovani e vecchi,
lieti ognun, femmine e maschi.
Ogni tristo pensier caschi:
facciam festa tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
Ciascun suoni, balli e canti,
arda di dolcezza il core:
non fatica, non dolore!
Ciò che ha esser, convien sia.
Chi vuole esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

mattina degli ultimi giorni di novembre

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Inserisci una didascalia

Forse l’ho anche sognato,

ma stamattina luccicava il sole sui tetti,

e sotto file ordinate di coppi cosparsi di perla.

le case eran mute.

Un’impalpabile forza gentile era sparsa nell’aria,

le finestre raccoglievano l’ultimo sole d’autunno,

tutto era fintamente indifferente,

e dietro i vetri persone intente e distratte.

Sembrava di cogliere discorsi rimasti sospesi,

parole indecise,

l’attesa di un senso che includesse il mattino,

mentre fuori l’aria, intrisa di luce, interrogava,

ma la domanda era sepolta

sotto strati di finta meraviglia.

Forse stanotte, verso il mattino, ho sognato d’essere pittore,

e con un pennello appuntito

tracciavo arcobaleni di bianco.

 

care amiche e cari amici

Care amiche e cari amici, vorrei ringraziarvi per un numero che è apparso tra le statistiche, ossia che i commenti sono più di 10.000. È un numero un po’ farlocco perché da esso dovrei togliere il circa un terzo di risposte mie alle vostre considerazioni. Non lo faccio anche perché senza le vostre considerazioni sarei rimasto al mio testo e invece, sempre, mi avete portato un po’ più avanti di esso. Il fatto di saper bene di poter al più esprimere un punto di vista, mi rende prezioso il vedere degli altri. Tutto questo mi spinge a ringraziarvi di più e anche se non ho sempre risposto (il rapporto non è 50-50) comunque avete continuato a suggerire, dire, comunicare.

Appartengo ad una cultura in cui il comunicare ha sempre qualcosa di chi comunica, per questo anche non conoscendo quasi nessuno di voi, personalmente, non riesco a sentirvi virtuali e ogni volta che ci si incontra con le parole, mi piacerebbe proseguire, capire di più, prendere un caffè assieme. Questo vi fa essere importanti per me e se anche borbotto per mio conto, il fatto che ci siate mi rende importante.

A volte penso che in questo luogo, ho attese. Non è lo stesso ovunque, anzi, solo qui il discorso si approfondisce, scava, cerca. Non sempre ciò che per me è importante, lo è anche per voi. Questo mi fa pensare e pormi domande: a chi sto parlando? chissà chi ascolta? e se scuote la testa ha ragione oppure no? Vi sembrerà strano ma queste domande non mi lasciano indifferente, anche se scrivo quello che penso e parlo con me stesso anzitutto. Significa che ci siete anche silenti.

Bene. Grazie a tutte e tutti, si continua, sperando di non perdere troppe presenze lungo il cammino.

pretesto

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Stasera ero indeciso se parlarti della memoria o della nebbia. Così pensavo in auto mentre mi sorbivo quei 125 km che mi separavano da casa e fuori non si vedeva che qualche luce rossa degli stop in mezzo al bianco che cresceva a ondate appena dopo la città.

Ti parlerò della nebbia, per la memoria c’è tempo. Ti parlerò di quello che sembra contenere la nebbia e invece non contiene. Nella nebbia ci si nasconde, il geloso la scruta, non vede nulla ma intuisce. Nella nebbia ci sono due emozioni pure: la sfrontatezza e la paura, ed entrambe, essendo l’una la negazione dell’altra, hanno la stessa radice: parlano di sé (o di te se preferisci, o di me o di chiunque altro). C’è chi si butta nella nebbia e chi la percorre con felpata circospezione, entrambi hanno paura di trovare chi non vorrebbero mai incontrare.  Guccini che di queste cose se ne intende, diceva: lasciammo tutti e due un qualcuno, che non ne fece un dramma o non lo so. Quel non lo so era la paura dell’altro che non c’era, ma era meglio non incontrare. E cosa c’era meglio della nebbia per non incontrare? Nella nebbia si nasconde e muta il presente, il futuro. Persino il passato. E poi sparisce con il giorno, con la luce.

Un tempo la nebbia entrava trionfante in città (ecco la memoria, ma non è di questa di cui voglio parlare), prima invadeva le grandi piazze, poi si infilava nelle strade, diligente le riempiva e infine finiva nei vicoli fino a qualche alto muro di giardino. Si vedeva man mano sfumare ciò che era solido, umano, e restava l’inconsistente. Quante mani allora, hanno cercato l’altra mano timidamente nascosta in tasca. Quante spalle e quanti fianchi si sono toccati prima di sfociare nell’abbraccio stretto. Come mutavano i contorni delle cose, si aprivano desideri e speranze. Credo sia ancora così, anche se la nebbia si trattiene ai margini della città, invade i prati e i giardini, accarezza appena, l’acqua e l’erba. Ci saranno certamente altri usi, forse altri mezzi, ma le attese saranno le stesse. Penso sia così.

Adesso la nebbia protegge poco gli innamorati, si tiene lontana dalle case, esce ed invade le strade. Colpisce la velocità, cioè quello che gli innamorati non amano e che invece sembra contare assai in questo mondo, infarcito di cose che si sovrappongono, come quei tostoni che ammanniscono i bar nei pranzi veloci di mezzogiorno e che mescolano un po’ tutto. Verdure e formaggio, carne e salsine finché, alla fine, la scelta è tra mangiare o lasciar perdere perché se si mangia quello che resterà sarà un mescolarsi in cui trionfa solo i salato e il sapido. ma senza identità, né riconoscibilità. Così la nebbia attacca i gusti mescolati dalla velocità e impone alternative secche: piano o veloce. E la domanda che si annida dietro a veloce, è perché?

Con la nebbia, le luci della rotatoria facevano un bellissimo effetto di magia: coni di luce si allargavano e poi si fermavano su un letto bianco che non riuscivano a penetrare. E questo prendeva consistenza, inghiottiva cartelli e riferimenti abituali. Tutto sparito. Anche il navigatore si gettava nel dubbio: davvero c’era una strada in cui svoltare? e dopo quanti metri?

E finché l’auto si muove circospetta nelle ondate bianche, si pensa alla mano che stringe la mano, alle spalle e ai fianchi che si toccano, all’abbraccio stretto, al bacio. È tutto così distante nella nebbia, eppure vicino. Come solo il desiderio sa fare. Ed è tutto così senza tempo e luogo, nella nebbia, come solo l’amore sa fare. Forse per questo la nebbia vorrebbe tempi lenti e innamorati da avvolgere, cose da far sparire e amori da nascondere. Forse per questo, stanotte, la nebbia assomiglia all’amore e non sembra un pretesto.

limitare

Limitare i sentimenti, deviarli, portarli in un angolo dove possano essere maneggiati. Racconta la psicoanalisi che il bisogno e la sua soddisfazione recingono i sentimenti in un luogo accessibile e ripetibile. I sentimenti tendono a dissociarsi dal desiderio e legarsi prevalentemente ai bisogni. La gestione omeostatica dei sentimenti, che esclude l’imprevisto dell’eros. È tutto così maledettamente complicato, interconnesso. Ci mancava la dimostrazione che gli atomi gemelli risentono del cambiamento dell’uno e dell’altro, indipendentemente dalla distanza che li separa. Che esista un’anima della fisica? E quella degli umani dove la collochiamo?

Limitare, confinare, sperare che arrivi da dentro un salvatore.

Michele Strogoff quando viene accecato con il ferro incandescente piange, non trattiene e salva la capacità di vedere. Chi si lascia andare all’emozione, chi non vuole dimostrare nulla e accetta la propria natura, ciò che sente, conserva lo sguardo.

È questo il pericolo maggiore che si corre nel voler ricondurre tutto al compatibile: la cecità.

Sul limitare, la soglia, il passaggio, il pericolo di cadere, l’inconosciuto. Nel superare la soglia il rischio del mutare, dell’essere mutati, di superare la nostalgia dell’innocenza, di andare oltre in una nuova sconosciuta innocenza.

monte corno

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Dove ora fiorisce  la camomilla, il timo selvatico, e il cardo piumoso,
bacche rosse sfolgorano dalle pietre,
C’è profumo d’erbe d’autunno dov’era la trincea,
e più avanti, sul ciglio d’infinito, l’avamposto diruto ancora guarda la piana.
Attorno,                                                                                                                                                         tra schegge di bianco puro calcare,
fosse d’antiche granate                                                                                                                               non conta di chi fosse in quella ruga,                                                                                                           che il declivo conquista ricoprendo di fiori e rami spinosi,
ma lontano gli azzurri monti
e la pianura avvolta di bruma,                                                                                                                         hanno accolto allora gli sguardi.
Nei giorni di limpido freddo,
luccicava d’acque e riflessi, l’orizzonte,
ed era la bellezza inconsapevole e cruda,
a stringere nel pugno il cuore e la vita.