manca sempre qualcosa

Manca sempre qualcosa, un antefatto, una circostanza, dei pensieri non conosciuti. A volte è una distrazione di troppo: è passato qualcosa per la mente e così le parole sono arrivate sciolte da un senso. Per loro conto hanno corso mentre l’orecchio ascoltava un silenzio pensante. Poi, le parole, si sono comunque raggruppate, forse in una domanda oppure un mutare di ritmo, così ne è venuto un interloquire quasi a tono. Ma mancava sempre qualcosa.
Anche da soli capita che un pensiero si mostri per un attimo e poi si rintani. È uno sprazzo, un richiamo che subito tace; tornerà, si dice, e non è vero perché il tempo interiore aggiunge ma non ripete.
Vedendo uno sguardo corrucciato, una ostentata chiusura, viene da chiedersi cosa sia mancato. Ma solo quando interessa davvero chi c’è dietro quello sguardo la domanda si ripete, diviene sensazione di una colpa per distrazione. Per disamore. Per gli altri si dice che ne facciamo una ragione, ma ha un altro nome e si chiama indifferenza.
Manca sempre qualcosa, avremmo voluto dire di più, o tacere abbastanza, così si sarebbe riempito un tassello che ora resta vuoto, ma non è così e se ci si nega la soddisfazione di un compiersi, tutto resta aperto. Tutto quasi sempre resta aperto in attesa di ciò che manca ed è in noi.

giorni

Dei giorni sono stanco,
ma non tutto il giorno.
Dei giorni sono triste,
ma non tutto il giorno.
Altri giorni m’infurio
o sono vertiginosamente felice,
ma mai tutto il tempo:
e credo sia perché mi ritrovo col mondo.
Lo stesso che non posso mutare
e neppure subisco,
quello che fa piangere di rabbia impotente
o d’invincibile speranza
È la realtà che tira la giacca,
inumidisce di occhi
e sembra indifferente mentre traccia
un solco profondo di trucioli, sangue e attesa,
dicendo: qui sono gli uomini e qui no.

polito e scabro

Col tempo si investiga sull’ombra, così anche la luce diventa meno apparente e più ricca. Ci si sofferma su una parola, la si sente carica di significato e si potrebbe dire quanto essa ci emozioni. Magari anche descriverla approssimando, per poi accorgersi, della propria “pazzia” e della disattenzione altrui.

Così si pensa che togliere, togliere e ancora togliere, lasci il levigato significare dove il ricordo e il futuro possibile si annodano. Come per quei legni o quei sassi che si trovano in spiaggia e si prendono tra le mani perché evocano nella loro politezza un essenziale che assomiglia all’innocenza. E si riempiono tasche e sacchetti che forse alla fine della vacanza ci seguiranno in città. Politi e scabri ornamenti per dirci cosa fa diminuire il caso e come esso si ripeta nell’essenzialità. Un dirsi piu che dire, perché non c’è bisogno di dimostrare nulla, basta vedere.

non sono mai semplici le cose

Non sono mai semplici le cose, ovvero lo sono così tanto da diventare complicate. Hanno timore di ferire e d’essere feriti gli uomini, anche perché sanno che nessuna emozione è per sempre e così si vive nel mondo delle mezze verità e si è soli. Per creanza, rispetto e timore, anche in compagnia, soli.

Invidio la leggerezza

Invidio la leggerezza dei tanti che non pagano l’autobus come fossero abbonati,
ma anche quella degli autisti dell’atac che non ti rispondono se chiedi con cortesia un’informazione.
Invidio la leggerezza di quelli che usano l’auto come se non ci fossero segnali
e quella dei vigili che si distraggono a parlare tra di loro per non vederli,
Invidio la leggerezza di chi ti passa davanti nelle code
e se protesti ti rispondono che non ti hanno visto,
e restano dove sono perché sei anche un maleducato ad alzare la voce.
Invidio la leggerezza di chi si innamora di ogni persona e poi gli passa presto,
e quando se ne vanno dicono che soffrono tanto.
Invidio la leggerezza degli ingiusti, dei senza vergogna, dei cambia casacca
perché ti spiegano che così va il mondo.
Invidio la leggerezza di chi promette e non mantiene, di chi ci prova in continuazione,
dei maleducati, dei supponenti, degli arroganti,
di chi mente e di chi se la prende con i più deboli.
Invidio la leggerezza di chi dice di essere un imprenditore e non paga il giusto agli operai, di chi turlupina, froda e si appropria dei beni di tutti. Invidio la loro leggerezza perché non dormirei la notte, mi vergognerei ad ogni sguardo, non riuscirei a trovare pace e un momento di felicità, quindi ad essere onesti e gentili, nel dire ciò che si pensa non c’è merito ma solo pesantezza.

scrivo storie

Scrivo storie. Le raccolgo, oppure le possiedo perché sono miei ricordi. A volte le storie diventano così mie che non le condivido. A volte i ricordi cambiano perché vedono dietro quello che c’è stato, non sono più solo fatti, ma motivazioni, necessità. Così ho scoperto che la colpa non è una cosa semplice da definire e neppure da attribuire e che chi ha vissuto, ha ancora molto da vivere se ascolta quello che dentro gli racconta il giusto e l’ingiusto. Ho scoperto, ma tardi che vedo le cose cose che vedono gli altri, ma con i miei occhi e il mio passato e questo diventa una storia. 

Era marzo e c’era già estate. Accade così in Eritrea. La mattina era piena di sole e percorrevo una strada tra due campi minati. Accade spesso in questi luoghi che manchino i soldi per togliere quello che può far male, allora si tracciano percorsi. La strada era asfaltata e bambini in fila indiana ne percorrevano il ciglio tornando a casa da scuola. Avevano le divise colorate delle scuole da cui venivano. Erano bellissimi come solo i bambini e i popoli che hanno preso geni da altri popoli sanno essere.
I bambini conoscevano il limite, non c’erano gare a rincorrersi, si parlavano, ma l’uno alla nuca dell’altro. E ridevano oppure ascoltavano in silenzio, aspettavano di essere al sicuro per sovrapporre le voci.
C’era un territorio precluso attorno e nessuno ci poteva far nulla anche se si stendeva libero alla vista e c’erano alberi, jaracande in fiore, fichi d’India pieni di frutti e case vuote che si consumavano al sole. Le case di mattoni cotti al sole si addolciscono piano piano, lasciano andare una polvere rossa di argilla sottilissima che poi trovi dappertutto, sulle cose, sugli abiti, sul corpo. Ci si abitua, come alle mine. Tempo prima una compagnia di sminatori danesi aveva lavorato in quei luoghi, era un aiuto alla popolazione locale. Poi il governo aveva chiesto loro di pagare per fare il lavoro di assistenza perché nessuno poteva portare aiuto in un posto solo ma doveva dare un contributo al governo e i danesi se n’erano andati. Erano rimasti sentieri poco segnalati e insicuri in una estensione enorme di terra, un tempo coltivata, abitata e fertile, ora punteggiata di carcasse di veicoli e carri armati. Era la rappresentazione del supplizio di Tantalo, c’erano i frutti ma non si potevano raccogliere. Ogni tanto qualcuno ci provava, poteva andar bene o male, ma un vecchio che aveva un’età senza rughe mi aveva spiegato che non provavano quasi più: perché aggiungere morti a una guerra finita da dieci anni?
La sensazione era di essere prigionieri della poca sicurezza possibile, di muoversi solo con gli occhi. Andavo piano e arrivando nella piccola città vedevo i bambini che entravano nelle case di mattoni crudi cotti al sole. Era come vivere su una carta geografica: si andava dal punto A al punto B, si seguiva la strada e poi si restava tra le case. Alcuni, i più vecchi, conoscevano l’italiano, parlavano volentieri. Avevano un discorrere fatto di lunghi intervalli di silenzio, come per cercare le parole e raccogliere le idee. Offrivo loro una birra e passavo il tempo guardandomi attorno. Uno si offerse di farmi da guida, accettai solo di essere portato in periferia, se esiste una periferia in un pugno di case. Appena fuori, sotto un grandissimo sicomoro c’era una scuola coranica. I bambini erano attorno al maestro e avevano delle tavole di legno su cui erano scritti delle sure in arabo. Leggevano assieme, ad alta voce. Come mi videro, ci fu il silenzio, il maestro parlò con chi mi accompagnava e capii che disturbavo e dovevo andarmene. L’albero era immenso e allontanandomi vidi uno dei bambini, che avevo incontrato sulla strada arrivando, era ancora con la sua divisa rossa e blu. Stava seduto su un ramo e ascoltava, poi si voltò guardandomi, pensai al Zaccheo del Vangelo. E mi sorrise. Tornammo, il paese era davvero piccolo e nell’unica osteria c’erano i mercanti di cammelli che avevano finito il loro lavoro, offrii il pranzo alla mia guida: youghurt di latte di cammella e il pane injera  per intingere e pulire la scodella. Era una guida semi silente, gli chiesi del passato e del presente. Rispondeva parlando della stagione, del caldo che arrivava e del mercato, che oltre ai cammelli, si era ridotto a sole merci cinesi o quasi, mentre le donne continuavano a tessere scialli di garza per avvolgere la testa e le spalle, che poi faticavano a vendere. Era un po’ triste per questo, ma era il mondo che arrivava. Ci salutammo, gli diedi un po’ di denaro e mi sorrise come il bambino: ero uno straniero, pagavo qualcosa, ma non c’erano né stranieri né lavoro.
Ero in un luogo che non permetteva di muoversi come si voleva, ma io sarei tornato e lui non sapeva dove andare.

Il pomeriggio lo passai seduto all’ombra a bere birra chiara e la vita mi pareva asincrona e bellissima.  

lettera su ciò accade e noi

Mi chiedevi cosa pensavo del mondo, di quello che ci accade attorno, di come nuovi fascismi si facciano strada e prendano le persone mentre attorno c’è disattenzione e indifferenza.
Mi hai fatto riflettere e pur cercando di capire, di informarmi ho capito che mi sentivo stanco. Mi chiedevo come potessi avere sentimenti così contrastanti su ciò che accade, come non ci fossero priorità, ragioni forti per partecipare di più. Mi chiedevo anche quanto su questa ignavia influisse la noia del molto visto, il tempo, gli impegni. C’erano fatti che mi colpivano e che confermavano tesi che si erano tramutate in modi di vivere, quasi fossi stato un indovino, e altri fatti, non meno importanti o gravi che mi erano diventati indifferenti. Quasi la conferma di un procedere verso qualcosa che non si poteva mutare e che veniva arricchito da imprevisti totalmente tolti alla partecipazione, mia certamente, ma di molti altri che, come me, si interessavano, capivano e registravano ciò che stava mutando.
L’impressione di inanità toglieva le forze, eppure non volevo essere spettatore di ciò che non mi andava, ma capivo che aderire ad appelli, denunciare le ingiustizie più evidenti era solo tener viva l’indignazione, ma non la mutava in cambiamento. Ci dicevamo: se tutti fossimo uniti nel far qualcosa cambierebbe il mondo. Basterebbe non consumare più un prodotto che viene da una multinazionale che sfrutta persone e mondo, o da un Paese particolarmente ingiusto. E molti di noi lo facevano, ma non bastava a mutare le cose, le politiche che sottraevano ai molti per dare ai pochi. Mancava un noi percebile anche quando eravamo in parecchi. Non più tanti, quello lo eravamo solo nei ricordi e allora ci dicevamo: ti ricordi al Circo Massimo con Cofferati, eravamo 2 milioni. Magari un po’ si esagerava ma eravamo tantissimi. E quella volta a Milano, a Napoli,a Genova, a … Uscivano dai ricordi le tantissime manifestazioni, gli slogan, la libertà e le notti insonni. Poi qualcuno diceva: eravamo giovani e tutto per un attimo acquistava un senso logico, una sua impellente necessità di essere nel proprio tempo, e di scegliere una parte, che per noi era quella giusta.
Ci penso in questo pomeriggio sospeso, dove nulla è urgente e fuori nuvole grige riempiono il cielo ad oriente. Lá dove da tempo si mischiano tempesta, ingiustizia e morte, ma anche molta voglia di vivere, di normalità. Ti avevo raccontato del mio arrivo a Nablus su un vecchio pulmino Wolkswagen e nella strada vicina da una parte c’erano i ragazzi che lanciavano pietre e cento metri davanti, i soldati israeliani che sparavano.
La strada curvava ad angolo retto e finiva in una piazza, e lì c’erano i tavolini fuori dei caffè e le persone che parlavano e bevevano sedute. E io ero rimasto impressionato di come normalità ed eccezione si toccassero, tanto che poi misi queste parole nei discorsi ufficiali che precedettero la cena. Poi non abbiamo fatto nulla di quanto progettato a Nablus e in fondo mi spiace ma anche ne sono sollevato, perché molto di ciò che ho visto in attività è stato distrutto e quando si costruisce qualcosa ci si affeziona ed è brutto vedere che restano solo rovine. Anche allora inseguivamo un sogno. E credo non si possa fare altro. Anche adesso. E quelle parole: allora eravamo giovani, non descrivono un’età, ma un modo di sognare il mondo e la realtà. Allora se sognamo la giovinezza, questa non è un ridicolo non essere, ma un fare, un perseguire, un sentire che scavalca le età e ci dice ciò che è giusto e si può vivere.

macondo

Ci deve essere un posto in cui non devi più giustificare nulla, in cui tutto è come appare. Un posto dove la storia si scarta come un regalo, si crea quieta con i tempi del futuro e non del passato.

Ci dev’essere un posto in cui sei nessuno e tutto è una pagina da scrivere, un sonno, una passione e un amore. 

Ci dev’essere un luogo dove si è puliti dalle parole che giustificano ciò che non dovrebbe essere giustificato, perché è vita fatta, vissuta, errori e cose buone, tutto impastato e tenuto assieme con tenerezza e senso del limite.

Ci dev’essere un luogo dell’innocenza dell’intuizione, del voler far bene, della precarietà. Ci dev’essere.

rta ovvero una mattina del mondo

La mattina si era svolta, come lo spiegare d’un lenzuolo antico. Un prenderne i capi ed aprire ciò che è molto più grande dell’apparenza, poi il distendere con quel movimento che imprigiona l’aria per scherzo e poi la lascia andare finché si forma una superficie liscia e tesa, grande per accogliere e sovrabbondare. C’erano lenzuola per tutte le stagioni in casa: quelle di canapa per l’estate che mia nonna conservava nel suo piccolo armadio e odoravano sempre di lavanda ed erano morbide d’uso e d’anni, e fresche e lisce con dei piccoli ingrossamenti del filato su cui si attardavano le unghie e i polpastrelli prima del sonno. C’erano le lenzuola di lino che uscivano dai calti dell’armadio di mia mamma, con qualche ricamo colorato e le iniziali, anch’essi riservati all’estate e alle occasioni d’una festa che s’accompagnava dalla vigilia alla settimana successiva. C’erano le lenzuola di flanella per le notti più fredde e per avvolgere i sogni rimboccati dal desiderio d’abbraccio. C’erano lenzuola di cotone, di vari colori che accompagnavano l’anno e l’umore intermedio. Insomma le lenzuola s’aprivano e si svolgevano per avvolgere. Così era stata la mattina, stesa e piena d’incontri, di sorrisi, di abbracci e di portici luminosi come parole piane. Era stata una mattina in cui il senso, una piccola sfera densa che dà ordine alle cose, fissandone una precedenza e conseguenza, era rimbalzato nella piazza, aveva convinto anche i riottosi (che tanto riottosi non erano visto che erano venuti per ascoltare, incontrare, celebrare), e si era poi sciolto nei piccoli capannelli, nelle discussioni, nello sciamare che metteva assieme luoghi differenti per un aperitivo, uno sguardo ulteriore, un pranzo. Insomma il rito era stato caro agli dei e l’ordine si era mantenuto con i singoli universi di ciascuno.

Ṛta è il termine sanscrito che descrive l’ ordine dell’universo, quella cosa grande che contiene e uniforma la realtà, ma è anche ciò che rappresenta l’universo attraverso il rito. Ṛta deriva da Ṛ (radice sanscrita di “muoversi”) e *ar (radice indoeuropea di “modo appropriato”), quindi significa “muoversi, comportarsi, in modo corretto”. Fare le cose per bene. Ed è riferito sia agli uomini che alle leggi che regolano l’universo. A ciascuno il suo compito in modo che ci sia l’armonia, il corrispondere tra realtà e il fare e a ciascuno l’universo dia secondo la sua necessità d’armonia.

Pensandoci, mi veniva in mente la meccanica della serenità, che non di rado contiene la felicità, ovvero fare ciò che si dice e dire ciò che si pensa. Che poi è anche il riproporsi dell’innocenza senza età, dell’etica del giusto che non include la costrizione ma si nutre di equilibrio e necessità.

C’era un legame tra tutto questo e il rimpiangere le scelte sbagliate, l’ozioso e cupo enumerare i fallimenti, l’incapacità di vedere il futuro come conseguenza di un pensiero attuale e felice? 

Quando gli anni si accumulano con pennellate successive o viene fuori una lacca lucida e riflettente, che ha un colore così intenso che sembra risucchiare la luce al suo interno oppure si creano una serie di strati che si sfaldano nel presente e mostrano tracce di antica bellezza, ma anche crepe e disfacimento dei tentativi che non furono felici. Esiste una terza via che mette assieme il fare e il suo consolidarsi nel ricordo e nel presente ed è la sensazione di essere vissuto e voler vivere approssimando le regole che ci riguardano. In questo si è pietra porosa che assorbe il colore, lo mostra e al tempo stesso è se stessa. È il senso del limite che ci dice del corrispondere tra noi e quello che è fuori di noi, è quel sentire lo sguardo che ha il ricordo e vede il futuro nell’ordine che percepisce. In fondo un letto con le lenzuola ben stese e appropriate alla stagione era un atto d’amore, d’innocenza e d’ordine e già lo stendere era gustare ciò che sarebbe venuto come appropriato al sonno e a i sogni. 

E noi dobbiamo curare i sogni e le passioni, farli grandi e simili a noi, contenerli nell’universo e nel sole di una mattina d’inizio maggio, dove l’innocenza è ciò che si mostra ed è grande di semplicità. Come una bandiera, un sorriso, un colore, una voglia di essere ancora vivi nel fare il proprio compito. Incuranti di ciò che è stato e felici di ciò che potrà essere.

vecchi amanti

Lui era un signore con una qualche distinzione e gli abiti di tweed della precedente fortuna. Lei era la sua governante, diventata tale dopo molte vicissitudini, nessuna davvero felice. Comunque si erano incontrati. Il caso era diventato necessità e nessuno dei due poteva spendere di più, sentimenti, vita, denaro, quindi erano assieme come si poteva. La vicinanza li aveva resi amanti, per compagnia, per piacere, e l’alcolismo furioso di lei, prima li aveva fatti complici poi disgraziati.
Abitavano una casetta in fondo a un giardino che confinava con il mio. Due camere su due piani, al pian terreno la cucina con soggiorno, a quello superiore la camera da letto e il bagno. Con la pensione di lui pagavano l’affitto, il poco mangiare e il vino. Lei metteva a disposizione la sua cura della casa quando era sobria. Sempre meno e sempre assieme, col tempo le liti del tardo pomeriggio si erano spostate al mattino. Quante volte ci si può ubriacare ogni giorno, almeno due, quelli bravi, tre. Lei era brava. C’erano gli urli, le offese, le accuse, volavano pentole vuote perché piatti, bicchieri e cibo erano preziosi. Poi il pianto di lei e quello a seguire, di lui. I pianti dei vecchi fanno più pena, commuovono perché sono inermi e impotenti e per questo più ingiusti. Lei prometteva, lui ci credeva e smaltita la sbornia era un altro giorno. Non quello  di miss Rossella, ma nuovo lo stesso anche se si ripeteva uguale. E cosi, avanti, sempre peggio e sempre nuovo tempo per rosicchiare vita. Lei nascondeva la bottiglia ovunque, lui ne vedeva gli effetti, morì per prima, non era vecchia era solo bruciata dall’ alcool e sconfitta dalla vita. Lui le sopravvisse per un po’ nella casetta, usciva sempre meno e neppure si faceva da mangiare. Lo aiutavano i vicini, ma quando lo vedevano. Se ne andò senza avvisare, lo si capì che era già troppo per la decenza e per l’umanità di tutti. Aveva il suo vestito di tweet e s’era steso a letto, come per riposare e sognare.