lettera su ciò accade e noi

lettera su ciò accade e noi

Mi chiedevi cosa pensavo del mondo, di quello che ci accade attorno, di come nuovi fascismi si facciano strada e prendano le persone mentre attorno c’è disattenzione e indifferenza.
Mi hai fatto riflettere e pur cercando di capire, di informarmi ho capito che mi sentivo stanco. Mi chiedevo come potessi avere sentimenti così contrastanti su ciò che accade, come non ci fossero priorità, ragioni forti per partecipare di più. Mi chiedevo anche quanto su questa ignavia influisse la noia del molto visto, il tempo, gli impegni. C’erano fatti che mi colpivano e che confermavano tesi che si erano tramutate in modi di vivere, quasi fossi stato un indovino, e altri fatti, non meno importanti o gravi che mi erano diventati indifferenti. Quasi la conferma di un procedere verso qualcosa che non si poteva mutare e che veniva arricchito da imprevisti totalmente tolti alla partecipazione, mia certamente, ma di molti altri che, come me, si interessavano, capivano e registravano ciò che stava mutando.
L’impressione di inanità toglieva le forze, eppure non volevo essere spettatore di ciò che non mi andava, ma capivo che aderire ad appelli, denunciare le ingiustizie più evidenti era solo tener viva l’indignazione, ma non la mutava in cambiamento. Ci dicevamo: se tutti fossimo uniti nel far qualcosa cambierebbe il mondo. Basterebbe non consumare più un prodotto che viene da una multinazionale che sfrutta persone e mondo, o da un Paese particolarmente ingiusto. E molti di noi lo facevano, ma non bastava a mutare le cose, le politiche che sottraevano ai molti per dare ai pochi. Mancava un noi percebile anche quando eravamo in parecchi. Non più tanti, quello lo eravamo solo nei ricordi e allora ci dicevamo: ti ricordi al Circo Massimo con Cofferati, eravamo 2 milioni. Magari un po’ si esagerava ma eravamo tantissimi. E quella volta a Milano, a Napoli,a Genova, a … Uscivano dai ricordi le tantissime manifestazioni, gli slogan, la libertà e le notti insonni. Poi qualcuno diceva: eravamo giovani e tutto per un attimo acquistava un senso logico, una sua impellente necessità di essere nel proprio tempo, e di scegliere una parte, che per noi era quella giusta.
Ci penso in questo pomeriggio sospeso, dove nulla è urgente e fuori nuvole grige riempiono il cielo ad oriente. Lá dove da tempo si mischiano tempesta, ingiustizia e morte, ma anche molta voglia di vivere, di normalità. Ti avevo raccontato del mio arrivo a Nablus su un vecchio pulmino Wolkswagen e nella strada vicina da una parte c’erano i ragazzi che lanciavano pietre e cento metri davanti, i soldati israeliani che sparavano.
La strada curvava ad angolo retto e finiva in una piazza, e lì c’erano i tavolini fuori dei caffè e le persone che parlavano e bevevano sedute. E io ero rimasto impressionato di come normalità ed eccezione si toccassero, tanto che poi misi queste parole nei discorsi ufficiali che precedettero la cena. Poi non abbiamo fatto nulla di quanto progettato a Nablus e in fondo mi spiace ma anche ne sono sollevato, perché molto di ciò che ho visto in attività è stato distrutto e quando si costruisce qualcosa ci si affeziona ed è brutto vedere che restano solo rovine. Anche allora inseguivamo un sogno. E credo non si possa fare altro. Anche adesso. E quelle parole: allora eravamo giovani, non descrivono un’età, ma un modo di sognare il mondo e la realtà. Allora se sognamo la giovinezza, questa non è un ridicolo non essere, ma un fare, un perseguire, un sentire che scavalca le età e ci dice ciò che è giusto e si può vivere.

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