librerie

Quando entro in una casa, cerco d’essere poco invadente, ma ho un riflesso condizionato per cui, dopo l’attenzione a chi mi ospita, lo sguardo corre verso le librerie, e poi, più in dettaglio, sui libri. E’ quello che mi attrae di più dopo aver colto il gusto generale dei mobili e degli oggetti, e questi diventano un dato del mio cercare di capire le idee di chi possiede quello spazio, ma l’importante sono le librerie e i libri. 

Credo di farmi condizionare da questo, nel senso che l’ immaginazione corre, mi faccio delle idee sugli abitanti della casa, proprio a partire dalle sequenze e dai titoli, e dai luoghi che li ospitano. Non mi interessa che siano pochi o tanti libri, né la sontuosità o meno delle librerie, ma dove sono, chi li ha acquistati e perché. La mia casa è troppo zeppa di libri e confusa, per essere un termine di paragone, mi incuriosiscono invece i percorsi degli altri. Alcune collane ed editori, mi ben dispongono subito.  Mi piace il formato, il carattere, la carta, le scelte degli autori. Ho un antico amore per Einaudi e Adelphi, per Feltrinelli e Laterza, e poi altri, con alcuni piccoli editori bene in evidenza. Già vederli mi fa pensare bene. Spesso riconosco gli autori e in testa, ho traccia dei libri, per cui mi viene naturale chiedere, dimostrare la curiosità che realmente ho. Non di rado mi sbaglio sui percorsi che hanno portato ad acquistare un libro, o tenerlo dopo un regalo ed è un piacere sbagliarmi perché, dal racconto dell’ospite, apprendo motivazioni sulla ragione del leggere che non sono le mie. Trovare quanto c’è di comune e di differente nel scegliere libri, dice molto di noi. Noi siamo quello che leggiamo e se non leggiamo nulla, non è vero che non siamo nulla, anzi, ma siamo altro, apparteniamo alla, non piccola, schiera dei non lettori che vivono, amano, lavorano lo stesso. Però penso che chi legge abbia qualche circuito mentale diverso, che debba esercitare di più la capacità di immaginare e di essere altrove, e che tutto questo porti al relativo del conoscere più mondi coesistenti.

Ci sono persone che leggono moltissimo e non conservano libri. Le loro librerie sono essenziali, tengono solo ciò che non si può considerare letto mai appieno, a volte anche questo scompare in qualche furore sull’importanza dell’utile, dell’oggetto. Tanto ciò che è importante si ritrova, dicono.

Altri come me, considerano i libri un flusso, ne hanno molti più di quelli che riusciranno mai a leggere. In un flusso le particelle scorrono, non si preoccupano molto di preordinare, sanno che hanno una direzione. Per questo chi pensa ai libri come ad una componente del vivere ha librerie che si susseguono, e l’attenzione del disporre (non c’è un ordine apparente), è spesso geografico-mentale. La necessità e sapere, pressapoco, dov’è un libro per poterlo ritrovare, per approfittare della sua amicizia e sicurezza, perché ci ricordi il motivo che ci ha portato a sceglierlo. Il motivo è una possibilità, un dialogo che è iniziato ed è rimasto sospeso. Potrà continuare, continua a sollecitare anche senza leggerlo a fondo. Gli scaffali, sono librerie obese, solide ed essenziali perché devono contenere, spesso poco pretenziose. Ciò che ha portato a costruirle o ad acquistarle era il libro, non la stanza che doveva tenerle che diviene funzione della libreria e non il contrario. Del costruire librerie ho esperienza, credo comune a molti, ma questo è altra parte del rapporto con il libro, che quasi sempre si abbandona con il benessere economico riservando ad altri il compito di raffigurare i nostri pensieri e desideri di raccoglitori. Ne parlerò in altro momento di questa fase della vita, perché lavorare con il legno mi ha insegnato molto.

Spesso vedo case in cui le persone amano in maniera ordinata il conoscere, incasellano il sapere. Hanno studi solidi, sono specialisti, parlano con forza e competenza. I libri sorreggono il lavoro, sono una finestra e un legame con chi condivide gli interessi. Non importa quale sia la specializzazione, ma la curiosità è sempre limitata dall’utile, considerano molti libri un perditempo, il romanzo o la poesia diventano essi stessi funzionali alla passione principale. Hanno librerie forti di persone forti, che si alzano con sicurezza da poltrone in pelle e prendono il libro giusto. Cercano poco e poi il dito indica: vedi, è così! 

Ci sono case con un rapporto equilibrato con il libro, sanno vivere e lo frequentano per il piacere del contenuto, non eccedono, acquistano ciò che leggeranno, sanno che la vita è molto fuori del leggere. E il leggere in questi casi fa parte, non è il principale interesse, ma c’è, è importante tanto da trasmetterlo ai figli, da farne oggetto di discorso. Le librerie hanno il loro posto, non sono invadenti, ritrovano il ruolo di contenitore. Se guardo le scelte, vedo immediatamente l’interesse definito, che sia la narrativa dei momenti che si sono succeduti nella vita, oppure la poesia che suona bene, mi riporta ad una visione tranquilla del vivere, dove la curiosità è educata, contenuta.

Lascio perdere il libro e la libreria arredo, purtroppo dicono molto e subito. In questi casi cerco di capire oltre l’apparenza, se poi l’interesse non c’è è meglio parlare d’altro. 

Queste sono poche parole sulle mie idee del rapporto libri, librerie, persone e sul tema potrei scrivere un discreto – per pagine, non per contenuti- volume. Si avrebbe una mappa dei miei pregiudizi e storture, molto vicina alla realtà, ma ciò che mi interessa rappresentare qui, adesso, è il fascino che su di me esercita l’ordine nel tenere libri. Mi parla direttamente e devo dire che ancor più mi racconta e prende, il disordine e l’abbandono, la confidenza intima che emerge dall’abitudine, il rapporto automatico, non filtrato dall’apparire, della persona con il libro. E’ il mostrarsi impudico  che mi attrae, il prossimo leggere, l’ultima consultazione, la sottolineatura e l’equilibrio precario dei libri in attesa. Se poi apro un libro,ma per educazione, lo faccio poco in casa d’altri, la testa inizia ad immaginare e connettere ulteriormente. Qui mi fermo, non mi devo mostrare troppo curioso e scortese,  e torno a chi mi ospita.

Se c’è interesse reciproco, ci sarà tempo per parlarne. 

anni

Anni pesanti, anni leggeri.

Dopo la lettura di “Ragazzo” di Massimo Fini, gli anni dovrebbero essere di piombo. Per fortuna, non è così. Molte delle cose scritte sono vere, è solo il tono che toglie aria ed accorcia l’orizzonte. Forse per l’autore fare il bagno nell’acqua gelata rinvigorisce, a me toglie il piacere del nuoto. Comunque condivido molto e mi sento sollecitato a confrontarmi con gli altri, per capire se esiste differenza nel sentire e trattare l’età.

Nei giorni scorsi, ero lontano per lavoro, ho incontrato un amico di poco più vecchio, a cena. Nel darci appuntamento per la mattina dopo, mi ha detto: “vengo a prenderti all’albergo dopo aver portato mio figlio a scuola”. Un sorriso per chiedere l’età e la risposta “8 anni”, mi ha fatto pensare alle paternità tardive, nate quasi sempre con nuove compagne, magari a suggello di un amore che non si nega nulla.

Tutto giusto, ma vale solo per chi lo desidera e ne conosce le implicazioni, solo allora non è un problema e un figlio ringiovanisce.

Ricordo un collega amministratore, che allegramente iniziava riunioni, parlando a tutti del suo figlio appena nato. A lui, che aveva 65 anni, era nato un bimbo. C’era un misto di orgoglio, di vecchiaia esorcizzata, di felicità amorosa, di vita che pretendeva prospettive. Tutto giusto, adesso quel bimbo ha 10 anni e spero giochi con il padre, lo guardi con gli occhi con cui i figli dovrebbero guardare i padri, spero che la gioia e le difficoltà siano lievi ed equamente divise in una vita utile a tutti, al figlio innanzitutto.

I sessantottini, non vogliono invecchiare. Siamo la prima generazione che rifiuta il declino, abbiamo visto più cose cambiare nelle abitudini e nella società di molte altre generazioni precedenti. Eppure non c’è stanchezza. Siamo solo patetici, a volte, e senza volere, con donne giovanissime a fianco, con l’ostentazione di una diversità presunta e intrinseca. Come se il dna si fosse modificato apposta per noi.

Tutto questo non significa non avere progetti, speranze, passioni, amori, bisogna solo capire ciò che fa star bene. Ed è una fatica, ammettere, che ciò che fa star bene, limita, che non sfasciarsi nel corpo, è fatica, che usare ciò che si è appreso, impazientisce. Continuare a lavorare per necessità, perchè lavorare è  più importante dal punto di vista personale di molte altre possibilità.

Ho paura del troppo tempo a disposizione dopo una vita così piena, mi piace ancora mettermi alla prova, crescere, capire. Però i 100 metri non li corro, se non per gioco e se faccio a braccio di ferro con mio figlio, è per allegria. Ed entrambi, rossi in viso, ridiamo, felici. Io perchè ho ancora forza, lui perchè rinnova una complicità e non gli dispiace.

Capisco da poco, che esiste una via personale agli anni, che il passo deve essere misurato sulla felicità del camminare. Per conservare la gioia dell’andare, non per altro.

non pensarci

Da qualche tempo i vecchi ci mettono una pezza, mi viene in mente la soluzione di “onora il padre e la madre” e quella più allegra di ” non pensarci”. I giovani sono a disagio, non trovano il posto in cui stare, il genitore risolve.

E’ allegro Zanasi, spesso si ride. La stessa comicità che ci prende quando uno è balbuziente, oppure inciampa e cade: affettuosa e sollevata di non essere noi il soggetto dell’ilarità. 

Essere coscienti dei propri problemi è opprimente in questa stagione del mondo: ma non era più bello quando non ci dicevamo proprio tutto e l’nquietudine si curava con gli ipnotici?

A proposito una Agnese c’è stata nella mia vita e nella vostra?