correzioni di rotta

Cara L. credo tu sia in qualche parte degli Stati Uniti o magari in un’isola del Pacifico in qualche base astronomica. Di fatto, a parte qualche accenno di comuni conoscenti, non so più nulla di te dal viaggio a Lviv, e dal tuo stage in Germania presso il Comune gemellato. Conoscevi il russo e questo te lo invidiavo molto, pur sapendo che era stata una fatica non da poco per un’americana. Eri la nostra interprete della delegazione che ci vide assieme a Lviv. Ora anch’io la chiamo così, allora era per me Leopoli ed ero sicuro che fosse il nome giusto per una città che aveva un leone nello stemma e che aveva cambiato nome spesso girandoci attorno. Mi piacerebbe adesso sapere cosa pensi di questa guerra in corso e cosa di essa arriva dove sei. Mi dicono che negli Stati Uniti è percepita come lontana e che altri sono i problemi che attraggono l’opinione pubblica che ragiona di se stessa e del proprio Paese. La pandemia ad esempio, so che è al centro di non poche discussioni e attenzioni e così l’attesa delle elezioni di medio termine. Insomma la considerate una questione europea e vi immagino alla finestra in casa e guardate fuori ciò che accade. E così vedete l’Europa, terra di vacanze ora rarefatte dalle limitazioni del Covid 19, ma anche abitata da popolazioni strane e poco comprensibili nelle loro litigiosità. In fondo se voi siete gli Stati Uniti d’America, noi, Inghilterra a parte, non siamo mai riusciti metterci assieme per davvero pur avendo ben più interessi di voi per farlo. Anche la lingua comune che manca non ci ha aiutato e tutti siamo gelosi dei nostri dizionari. Ne parlavamo allora e io ti dicevo che questa era una ricchezza non un limite, adesso la tecnologia ci aiuterebbe a essere diversi eppure assieme. Ma non è di questo che volevo parlarti, credo che siamo stati sempre distanti e che le cose non si misurano con la bellezza posseduta o con la potenza militare, ma con il sentire comune. Se non riusciamo a sentirci noi vicini, come possono farlo gli altri? Poi per partecipare alle vicende di un continente non è solo questione di sensibilità, ma di distanza e ci deve essere una legge emotiva per cui la partecipazione diminuisce con il quadrato della distanza fisica. Se insegni Tedesco o germanistica in qualche università, probabilmente sei informata e attenta per ciò che accade in Europa, ma se la tua passione è rimasta per l’astrofisica, allora non credo che siamo particolarmente interessanti.

Assistemmo nel teatro dell’Opera di Lviv a un Barbiere di Siviglia, cantato in russo. Il baritono era bravo, il conte d’Almaviva appena sufficiente, Rosina discreta e poco birichina. Fu una piacevole sorpresa essere in un edificio progettato da un italiano e immergersi in una realtà che era così differente da quella che conoscevo. Non c’erano che pochi vestiti da sera e l’odore di naftalina si mescolava con il taglio un po’ d’epoca, ma il teatro era gremito e l’attenzione e il calore, altissimi. Guardavo le persone, nel foyer, mi sembravano tutti russi, anche se i lineamenti erano sia europei che euroasiatici, forse era perché parlavano russo quando lo feci capire tutti si affrettarono a spiegarmi che non era così, che le etnie erano differenti e forti, ciascuna orgogliosa della sua cultura e lingua ma tutti erano ucraini. Fosse solo per le religioni presenti: tutti cristiani ma Uniati o Orientali i cattolici, gli ortodossi reduci da uno scisma recente tra russi e greci, poi evangelici e protestanti di varie confessioni. Solo gli ebrei erano pochi, in gran parte finiti nello sterminio della Shoah o emigrati. Mi sembrava strano tutto questo fervore religioso per un Paese che aveva avuto l’ateismo di stato come interpretazione delle questioni spirituali, fino a pochi anni prima. Le chiese erano piene e la domenica mattina i fedeli erano in gran numero sin nel sagrato che ascoltavano le messe. Cose mai viste in Italia e neppure da te, mi dicevi. C’era stato un riavvicinarsi alle questioni spirituali che forse per chi abitava la città era naturale, per me era la reazione a tanti anni in cui era mancata la libertà di risolvere i propri problemi spirituali, pubblicamente e appartenendo a qualcosa.

Mi piacerebbe sapere cosa pensi ora dell’Ucraina oggi. Eravamo assieme all’università americana, quella più a est, dicevi con orgoglio, quando iniziarono le manifestazioni e gli scontri con il movimento arancione. Ci capivo poco perché parlavo con professori universitari, con persone di cultura e artisti che avevano stipendi davvero ridicoli, ma una serie di servizi gratuiti, compresa la casa, anche se mancava la manutenzione dappertutto e gli infissi, i muri, avevano bisogno di cura e l’acqua non c’era tutto il giorno dappertutto. Pensavo, quando parlavamo nei bar con i nomi italiani e il caffè espresso, che giustamente l’occidente che vedevano attraverso le televisioni o nei film, era un eldorado per chi faceva fatica ad arrivare alla fine del mese. Ma l’Università privata costava 10,000 dollari all’anno e non capivo come si sarebbero potuto avere un diritto allo studio per tutti. C’era molta corruzione e molte rimesse dall’estero, ma poteva bastare per costruire un paese? E quali erano le idee che non lo rendessero un paese in cui trasferire le lavorazioni a basso costo e nocive approfittando della quantità di manodopera a basso prezzo? Poi c’è stato un po’ di tutto, rivolgimenti, rivoluzioni vere o fasulle, interessi crescenti che trasformavano il Paese. In meglio o peggio, non so, ma certamente in fretta. Sono tornato altre volte, ma il mio progetto non reggeva la situazione e certamente non ero all’altezza di portarlo avanti, però vedevo le cose cambiare, ho ascoltato altre opere a teatro e le mise erano più eleganti. Insomma non era la musica ma anche una nuova agiatezza che voleva mostrarsi. Le auto erano tedesche e c’era una notevole presenza di grandi società occidentali. Non faceva per me e ho cambiato itinerari.

Ora sono impaurito e perplesso di quanto accade in luoghi che ho un po’ conosciuto. Impaurito perché capisco che le cose sono sfuggite di mano e che gli interessi e la partita tra una concezione del mondo basata sui poteri e le sfere di influenza si svolge altrove. Un gioco fatto di azzardi come negli scacchi, che possono sacrificare l’uno o l’altro pezzo in vista della vittoria finale. Negli scacchi la vittoria o la sconfitta vede sempre la scacchiera con pochi pezzi, ciò che manca è davanti a ciascun giocatore e servirà per la prossima partita, ma per il momento sancisce ciò che è già avvenuto sul campo. In questo trae origine la mia paura, che l’intera Europa da pezzo fondamentale, da Re, sia diventata una componente del gioco che è sacrificabile in vista di un vantaggio futuro. E l’Ucraina è solo un pezzo della scacchiera.

La perplessità, invece, si alimenta con la differenza tra ciò che vedemmo di quel Paese e la rappresentazione che ora ne viene data. Di certo l’aggressore è la Russia e ciò che viene invocato a giustificazione non ne ha ed è enormemente sproporzionato al costo di vite, sofferenze, distruzioni che stanno avvenendo. Chi viene colpito non c’entra nulla e se non si è voluto risolvere diplomaticamente le questioni in campo, sicuramente c’era un elemento che ha a che fare con il potere e la sua capacità di ignorare gli uomini che verranno sacrificati. Se come penso è una dottrina condivisa tra concezioni diverse del potere, allora m’impaurisco ancora di più perché quando verrà risolta questa guerra, le case ricostruite, pianti mai a sufficienza i morti, non ci sarà una ragione che s’acquieta ma il tutto sarà vissuta come un episodio di qualcosa che continua e che usa sempre gli stessi mezzi per essere risolto, cioè le armi.

Tu mi parlavi dell’oscurità che aveva seguito la seconda guerra mondiale quando il riordino delle capacità delle singole nazioni di essere Stato e di vantare reali libertà erano state subordinate a un nuovo ordine mondiale con un confine dove si scontravano due sistemi economici: gli alleati nemici, li chiamavi, e pur facendo affari tacitamente, tenevano come propri e coincidenti, mercati e potere d’influenza. Insomma una lotta tra botteganti o tra bulli che volevano avere il predominio sull’intero quartiere il tutto governato dal denaro e dal potere che consentiva di farlo. La dissoluzione dell’ U.R.S.S. come potenza ideologica aveva reso appetibili gli immensi mercati dell’est. Per me la cultura era un bene imprescindibile, unificante che doveva unire i popoli mantenendo le diversità. Tu sorridevi e mi dicevi ch’ero un sognatore. Mancava molto a questa prospettiva, gli stipendi in Ucraina erano a 100 dollari al mese, ma c’erano già le caffetterie piene di persone a qualsiasi ora, si facevano affari senza ancora un codice commerciale, per acquistare una casa bastava pochissimo oppure serviva tantissimo, dipendeva da chi si conosceva. Avevi ragione, credo che in questi anni le cose si siano normalizzate e occidentalizzate, un Paese che aveva il 50% del PIL assicurato dalle persone che erano emigrate pur essendo il granaio d’Europa e avendo risorse minerarie e industria pesante, doveva riassestare in fretta la propria composizione sociale e assomigliare a quei paesi in cui badanti e operai lavoravano e mandavano a casa buona parte di ciò che ricevevano. Ora però il mondo è cambiato e c’è chi pensa di conquistare il mondo con la tecnologia e con i mercati e pian piano rende tutti dipendenti oltre a togliere ambiente e aria, terra e acqua. Non so come l’Ucraina entri in tutto questo e neppure capisco dove sarà la prossima crisi, per questo mi interesserebbe capire cosa ne pensi, cosa pensano i tuoi colleghi nella tua Università o i vicini di casa. Se sanno come il tuo Paese si muoverà in questa nuova scacchiera che non ha più gli stessi pezzi. Ora le pedine sono antichissime e hanno un suono secco quando vengono messe sul terreno di gioco. Anche la scacchiera ha un’estetica e un legno che la esalta come se ciò che si gioca lo meritasse, non come noi straccioni europei che andavamo a giocare alla guerra con le scarpe di cartone. Sarà il mahjong o forse qualche altro gioco, ma in cui non mi piacerebbe essere né giocatore né giocato.

di dimensioni e d’importanza marginale, non sono solo cose

Le giornate allungano la luce verso l’estate, lo si vede dalle ombre sui muri che il sole dipinge. E’ fresco la sera ma il giorno eccede nel calore e non piove da tempo. Nella giornata dell’acqua l’umidità vola altrove come fa da mesi. In compenso i venti di guerra si fanno sentire. La filosofa De Monticelli ha scritto un non agevole articolo sulla differenza tra prendere posizione e schierarsi, dove prendere posizione è rispondere a una esigenza di giustezza, cioè in ultima analisi, di verità. Mentre schierarsi comporta consentire a un ” male minore”, che sempre male è e comporta che il sentire nella nostra anima, nella nostra cognizione dei valori, si atrofizzi. Questa mortificazione del discernimento è la perdita della sinderesi ovvero della capacità di districare il bene dal male. Questo è lo schierarsi che non è prendere posizione.

Qui inizia un altro mio raccontare, perché alla guerra do il mio prendere posizione e mi rendo conto che soli siamo nulla, mentre molti siamo tutto, purché vi sia la sinderesi ben attiva. Gli antichi mentre si ammazzavano con facilità erano in grado di discernere l’anima, il bene e il male, poi tutto sembra si sia mescolato e ha reso, noi, gli uomini, inani. Gli animali si comportano molto meglio e seguono idee consolidate e precise.

Il pensiero torna a come vivi questo inizio di primavera e lo confronto con il mio, chiedendomi come cogli ciò che ti sta attorno, La fretta ti permette di vedere dalle finestre di cui noti la polvere accumulata, le cose apparentemente povere che attendono nel retro dei cortili delle case. Senti che il vento bussa sui tetti e scuote gli alberi e annusi come contrastano i fiori di mandorlo con il loro leggero profumo amaro reso dolce dal colore squisito delle corolle. Li vedi mentre volano tra secchi di plastica, tra i giocattoli dimenticati nell’inverno, come posano su opere lasciate a mezzo e sulle tende da sole che attendono di svegliarsi. Si metteranno ovunque a disposizione dei tuoi sensi purché tu dedichi loro la tua attenzione. Sono loro la guida alle cose che non vediamo e che usiamo senza discernere ciò che è buono per noi e ciò che soffoca.

La mia mappa è un portolano, un sentire che mescola il ricordo, la strada da percorrere, la sublime confusione del caso che mescola le cose e mette insieme il dentro e il fuori. Sentire è eccessivo in questa stagione dove tutto muta e noi siamo parte del mutare? Credo sia l’una guida che ancora possediamo per tenerci assieme a ciò che ci sta attorno. Una rete di visto, vissuto, odorato, toccato che corre inusitato tra giganti e fa fiorire i mandorli come attiva in continuazione i piccoli amori. Che isola e fa trepidare mentre scorge l’innocenza della terra arata e vuole già la freschezza dell’ombra. Il divagare che consente di uscire dall’insicurezza, dal timore e si perde nella dolcezza del sentire che esiste una dimensione in cui l’amore è possibile, in tutte le sue gradazioni, che la leggerezza dei petali che volano è la stessa dell’ape e del cuore. Feconda e distratta perché presa dai sensi, tracciata con le dita che già hanno altro che seguirà senza motivo apparente.

Le cose abbandonate, il vento, l’aria già profumata scivolano tra gli uomini e le case e chi ha un inutile andare sente che anche nel cuore le primavere non sono mai uguali.

rassicurami

Il mondo attorno a noi si agita, le volontà oscurano gli uomini e le persone diventano cose. Inutile la ricerca del giusto ammesso che vi sia una giustizia che prescinde dalla potenza. Tempeste si sommano a tempeste e come un tempo sotto le mura di Bisanzio, c’è chi discetta sulla teologia della pace. Come vi fosse una alternativa ad essa per non cadere nel baratro della guerra, delle uccisioni, sempre ingiuste. Sembrano pensieri da anime belle, da inani osservatori del mondo che guardano al prezzo della benzina e fanno incetta di pasta al supermercato, ma ciò che stiamo vivendo collettivamente supera di molto la condizione individuale, il tempo presente in cui collochiamo desideri e vite. Ci sarà un futuro che sia migliore del passato? La domanda è semplice e parte dalla realtà dove chi vuol vivere non si arrende ma vuole che i principi non siano un patrimonio personale bensì collettivo. Ognuna delle parole di cui ci siamo riempiti le bocche a partire dalla rivoluzione francese, devono avere un contenuto che contenga sia i diversi modi di vedere il mondo sia la possibilità che la volontà di potenza non sia l’elemento che unifica il mondo. E’ la diversità che coesiste e rende vera la libertà, concreta la solidarietà, certa la giustizia. Ora rassicurami se puoi perché questa ondata di rosso che non è cambiamento, investe e divora tutto.

Rassicurami se puoi perché gli amici servono anche a capire, ma noi siamo noi. La misura, il limite solido della nostra sofferenza siamo noi. Esattamente come nella gioia.

E’ facile prevedere cosa accadrà a chi ci fa del male, ma occorre troppo tempo e non toglie la sofferenza del qui e ora.

Rovesciando il Tolstoi di Anna Karenina, posso pensare che le infelicità s’assomigliano tutte, mentre le felicità sono singolari, non riconducibili ad altro che noi. E’ l’oscillare su questa consapevolezza che induce a muoversi e la certezza che il tempo sarà inesorabile.

Ma a che servirà il nostro sorriso stampato sulla decadenza altrui?

mi piace, cosa?

Mi piace. Oggi è un modo di dire ciao, ma perché lo si scrive con tanta facilità? forse perché non impegna.
Il sentire che ci sia qualcun altro che corrisponde è intensamente vivo, non si esaurisce con un mi piace, credo,
Sapere che prova e tenta di trovare una sua strada e la mette a disposizione

Di certo vuole uscire da una situazione che è brodo tetro d’immobilità, ma ancora non è pronta la voglia di mettersi in movimento verso una direzione. Forse non ha allenamenti giusti per trovare la sua forza.
Altre volte colgo il segno che l’energia reclama la vita, e allora vaticino felicità che attendono, sento lo scrollare dell’anima che vuol vedere.
Che dire allora, mandare qualche esile segnale, spingere lo sguardo per sentire il mutare? Oppure attendere rispettoso che i cicli abbiano il loro chiudersi, perché questo accade e noi possiamo dire che non lo vorremmo ma ciò che si chiude davvero lo ha già fatto per suo conto.
Ho un rapporto personale con il ricordo, ne vedo le possibilità sfumate, la sua creatività infinita, sento che esso è parte di me, lo lascio interagire col presente, ma poi gli chiedo di essere ciò che è stato : vita ricca e come tale mia parte, ma non altro.
Questo non m’impedisce di dolermi però mette un limite al dolore e lo coccolo come una vecchia cicatrice che fa parte di me e che porterò nel futuro ma non sarà il futuro.

gentile presidente

al Professor Mario Draghi, Presidente del Consiglio dei Ministri.

Gentile Presidente, vorrei narrarle un fatto che mi è accaduto e che credo, possa giovarle nella Sua opera di ammodernamento e crescita del Paese. Possiedo una vecchia auto, ormai passata al registro storico. Non la muovo molto e la tengo in Umbria, dove abita una parte della mia famiglia. Dovendo fare la pratica che sancisce la storicità dell’auto, questa si è espletata presso la città in cui risiedo e che è nel Veneto, dove è immatricolata l’auto. L’ACI è stata rapida e solerte e in mezz’ora, con 80 euro e due disinfezioni delle mani, sono riuscito a far incollare un adesivo sulla carta di circolazione, che sancisce l’appartenenza dell’auto al registro storico.

Essendo l’auto ferma in Umbria, perché priva di carta di circolazione, per farla circolare ho pensato bene di spedire, tramite raccomandata, il documento aggiornato. Fin qui tutto bene, con due code alle Poste e quattro o cinque disinfezioni di mani sembrava che la cosa si fosse conclusa. Una raccomandata dovrebbe impiegare tre o quattro giorni per arrivare, beh, la mia è stata persa nel tragitto tra l’ufficio postale e Roma. Passa una decina di giorni e consigliato dall’ufficio postale, telefono al call center che si occupa di capire dove si trova la corrispondenza e degli eventuali reclami. Ci ho messo un bel po’ per avere la comunicazione ma alla fine sono riuscito a parlare con un signore molto gentile che in circa mezz’ora di telefonata, mi ha confermato che della mia raccomandata si erano perse le tracce. Mi ha consigliato di fare reclamo. Scarico il modulo dal sito delle Poste e compilo il reclamo, che poi, dopo una adeguata coda e qualche ulteriore disinfezione di mani, consegno all’ufficio postale. Intanto l’auto non si può muovere, allora passo alla Motorizzazione Civile.

Non è facile di questo tempo andare per uffici, bisogna prenotare in internet e non sempre le piattaforme sono un capolavoro di chiarezza, comunque capisco che devo fare denuncia di smarrimento della carta di circolazione ai Carabinieri. Piccola coda, due spruzzate di antisettico ed è fatta la denuncia, poi il sito della Motorizzazione mi dice che devo fare un versamento di 10,20 euro su un conto corrente, quindi ulteriore passaggio all’ufficio postale e infine (questo infine purtroppo non è vero) portare il tutto all’ufficio della Motorizzazione, previo appuntamento. L’appuntamento, non semplice da fissare via internet, è per 10 giorni più tardi, l’auto è sempre ferma. Fiducioso, alla mattina indicata mi presento con moduli compilati, versamento effettuato, denuncia in originale, ma mi viene spiegato, con molta gentilezza, che la pratica non si può fare perché serve l’atto di proprietà dell’auto e il versamento non si fa più dal mese di ottobre in posta, ma attraverso un pagamento particolare che è possibile fare con carta di credito o altro, ma dopo aver scaricato un modulo dal Portale dell’Automobilista, previa registrazione come utente, e che comprende un particolare riquadro QR leggibile con il lettore ottico che hanno gli uffici postali o altri riscossori abilitati. Purtroppo non il tabaccaio presso il quale è ormai possibile fare tutto, compreso giocare al lotto o le fotocopie. Peccato. Beh, caro Professore, se la sera ha voglia di esercitarsi, provi a scaricare dal Portale dell’Automobilista un modulo di pagamento per una pratica, non dubito che Lei sarà molto più bravo di me, ma le assicuro che studiare fisica quantistica la impegnerebbe meno. Comunque alla fine ci riesco, vado all’ufficio postale, due spruzzatine di antisettico sulle mani e con discreta difficoltà del lettore ottico e dell’impiegato, alla fine riesco a pagare i 10,20 euro dovuti. Quelli che avevo già pagato con il bollettino e che il portale della Motorizzazione continua a consigliare di versare.

Problemi di disallineamento delle procedure, mi ha detto l’impiegato, davvero gentile della Motorizzazione, quando gli ho mostrato copia di quanto c’era scritto sul portale informatico. A questo punto con tutte le mie carte e il pagamento, devo ritornare alla Motorizzazione, qui credo mossi a pietà, hanno accettato le carte senza prenotazione e dopo una settimana ho avuto copia della carta di circolazione che ora comprende anche l’atto di proprietà dell’auto. Tra una cosa e l’altra sono passati due mesi abbondanti, ho saltato parecchi passaggi intermedi di richiesta per capire che fare, ma solo per non annoiarla e adesso, ho due pratiche di richiesta di rimborso in corso con le Poste e l’auto è sempre ferma, perché non ci crederà Signor Presidente, ma la nuova carta di circolazione la porterò con le mie mani e sarà il mio regalo di Natale a me stesso.

Io credo che questo Paese stia cambiando, che le cose andranno certamente meglio, che la transizione ecologica si farà, come pure quella digitale (non sono riuscito a calcolare il costo in CO2 dei miei percorsi in auto per andare nei vari luoghi che ha richiesto questo duplicato, né i costi dei collegamenti digitali, né delle telefonate ai due call center, né quelli delle persone coinvolte, né i costi di stampante e del tempo usato in totale), credo anche che sconfiggeremo il Covid 19 perché con tutte le disinfezioni che ho fatto e sto facendo, con tutte le mascherine usate e con le regolari vaccinazioni di sicuro ne usciremo.

Lungi da me darLe consigli Signor Presidente, ma credo che se Lei mettesse assieme un piccolo gruppo di persone che impavide attraversano la burocrazia e le sue modalità, informatiche o meno, otterrebbe un impagabile team di controllo dell’efficacia del PNRR e ancor più della vita comune dei cittadini.

La ringrazio della sua attenzione che mi rendo conto sarà attratta da ben altri problemi, ma mi permetta questa considerazione: questo meraviglioso Paese è la somma delle difficoltà quotidiane dei cittadini di fronte allo Stato meno la gentilezza delle persone che ad esso appartengono e che cercano di diminuire l’altezza della montagna da scalare. Come equazione è semplice, ciò che bisogna ridurre è il primo fattore e quando questo pareggerà il secondo la transizione sarà compiuta. (all’Italiana, ma va bene così)

Con molto rispetto per il suo lavoro

parliamo di sinistra

C’è chi si ferma sui numeri delle amministrative, chi fa confronti con le europee o con i sondaggi, chi rileva che gli accrocchi della politica politicante non funzionano più. Non pochi si soffermano sullo spettacolo indecente del Senato che esulta perché la “tagliola” grazie a Renzi ha funzionato sulla legge contro l’odio per i LGBT. Tutto parzialmente vero ma questo non spiega perché un popolo che ha problemi di lavoro, un benessere decrementante, una povertà crescente, scelga, indipendentemente da ogni valutazione etica, la destra più aggressiva da quando è nata la Repubblica. Siccome è ciò che pensa l’elettore che fa testo cio che più mi convince è che manca una risposta ai bisogni tradotta in politica riformista di sinistra che non sia subordinata al liberismo. Cioè la sinistra esprime una politica che non migliora il presente ed è senza speranza di cambiamento.

Allora vorrei soffermarmi su una parola molto usata: compatibilità. È una parola che si declina attraverso le leggi, unicamente verso il basso, cioè si chiede ai poveri o a quelli che stanno per diventarlo, di essere compatibili con i ricchi o gli straricchi. Questo evidentemente provoca un risentimento nei confronti di chi per compatibilità nega l’equità. Altera una seconda parola che spesso si usa in politica, ed è conflitto. La radicalizza. È un presente che non coinvolge solo l’Italia, ma la compatibilità rende logico il conflitto nella sua accezione di scontro. Di fatto è una specie di guerra che rompe le appartenenze, i vincoli di solidarietà, rende logico il passare indifferentemente dall’una o dall’altra parte in attesa, non di un futuro migliore ma di un presente accettabile. Questa conflittualità estrema rende credibile ogni notizia, toglie valore all’etica sociale, decriminalizza i comportamenti illegali.

Naturalmente non tutti sono così, ma mai come ora si è accettata la conformità alle parole che si vogliono sentire e si è annullato il passato. È la dittatura del presente in cui alberga di tutto. La glorificazione del furbo ad esempio, la menzogna sui bisogni, oppure la logicità dell’esercizio del potere senza regole, l’irrisione della cultura, la mercificazione del consenso attraverso il privilegio.


Risalire da questa condizione implica che quelle due parole, compatibilità e conflitto devono essere riportate nell’ambito dell’equità e delle regole comuni, ciò non si fa con i pannicelli caldi dei pochi centesimi erogati o con il mancato aumento di beni che necessari non sono, e neppure senza un travaso di ricchezza tra chi ha troppo e chi non ha a sufficienza. Questo implica una rivoluzione interiore nel riformismo di sinistra che deve rendere compatibile e premiante la solidarietà rispetto alla furbizia, deve integrare ciò che è possibile nelle migrazioni, imporre che i nuovi poveri non facciano sentire ancora più poveri quelli lo sono da prima, deve investire in ciò che crea lavoro stabile e fa crescere le aziende senza depredare l’ambiente e schiavizzare i lavoratori.
Insomma non è possibile combattere la disgregazione senza mettere assieme, far sentire le persone parte di un cambiamento che li riguarda senza renderli protagonisti. E qui la compatibilità si rovescia e il conflitto sceglie i suoi avversari: non è tutto uguale. Neppure il presente lo è e bisogna che questo venga dimostrato con le leggi e il fare. Non vedo altra soluzione se si vuole evitare che il paese continui a smottare verso la destra. La peggiore destra da quando è nata la Repubblica.

stelle d’agosto

La linea dei monti si è fatta azzurra e il cielo si è coperto. La girandola è ferma, c’è calma di vento. È san Lorenzo, le pleiadi faranno fatica a mandare messaggi, così i desideri si accucciano nel fresco della sera.

È l’ora dei marinari, del silenzio che scende con le voci che sbagliano il tono. È l’ora dei ricordi che si presentano e dicono di altre età. L’orologio scandisce il suo tempo, ma a me interessa la meccanica che lo muove non ciò che segna. Sbuffi di fumo da una vecchia pipa che m’ha seguito fedele mentre il mondo mutava. Si parla a se stessi, si enumera ciò che va per suo conto e la direzione, come per il fumo, è quella del vento che ora ristagna, pensoso. Una voce poco fa ricordava la Barbagia, un’altra ha riassunto in poche parole ciò che non c’è nelle intenzioni vere del mondo. Le notizie dicono l’insensatezza di chi non pensa, non crede all’evidenza delle precarietà. Senza il tempo siamo immortali, per questo alle scie nel cielo affidiamo la determinazione di tornare. Si torna sempre da qualche parte. Mai al passato insieme. Questa vecchia pipa significa qualcosa solo per chi l’ha vissuta e ancora, come allora c’è l’allegria di avere un pavimento per camminare e il cielo come tetto per i sogni.

lettera a un amico di cui non ho più l’indirizzo

Mio caro P. ricordo bene quando l’ansia di provare era forte, quando tutto era a disposizione e tutto meritava d’essere assaggiato. Mi sembrava che essere coincidesse con esserci, che sentire fosse qualcosa di fugace come la felicità, anzi che sentire spesso coincidesse con l’essere felice. È durata molto a lungo questa sensazione e motivava per una corsa senza fine, finché mi trovavo stremato da continue sensazioni. Sembrava che il tempo non fosse mai sufficiente, che ciò che non provavo sarebbe stato definitivamente perduto. Qui ci si può aspettare una conclusione che svolta e continua, ovvero quando è cambiato tutto ciò. In realtà questo non lo so dire perché non mi sento di essere diverso, ossia lo sono ma non per qualche motivo che non sia la naturale evoluzione del mio percorso. Insomma si invecchia, si sovrappongono esperienze e conoscenze, si sbaglia, si sceglie. Ma non sono particolarmente stanco di questo arruffati vivere che non trova punti definitivi a cui fare riferimento, che continua a generare certezze precarie da dubbi fecondi. Osservo e vivo e neppure ho smesso di sentire, anzi direi che ho raffinato questa capacità, Quello che è mutato è il rapporto con il tempo. Ho sempre pensato che c’era tempo, non poteva essere diversamente nella spinta a fare che non poteva esaurire tutto ed era incapace di mettere da parte ciò che non era possibile in quel momento. Quel sentimento è mutato: era un esserci tempo ansioso mentre ora la calma è essa stessa passione e fuoco e il tempo è cosa mia. Se mi guardo attorno, la mia vita è così, con le persone che hanno sempre da dirmi molto più di quanto dicano, con l’interesse per ciò che si muove sotto la superficie e che fa coincidere quello che provo con quello che mi porto dietro. Non è una collezione di sensazioni, ma un cammino dell’essere che riceve molto da alcune persone e da altre in misura minore, con una graduatoria non del sentire ma del condividere. E condivido senza mettere limiti di tempo. Non uso volentieri gli avverbi di tempo assoluti, i mai, i sempre, forse perché so che, molto spesso, questi rassicurano chi li pronuncia. Rinuncio a questa sicurezza perché ho fiducia in ciò che accadrà, ormai mi conosco un po’ e so che il mio essere fedele a ciò che sento è una costante della mia vita. Anche nel mutare, nel pensare diversamente, ciò che conta non viene scartato e resta ben radicato per tenere solida la mia casa.

Questo frammento di lettera poi non ti ha raggiunto. Mittente sconosciuto era scritto sulla busta, eppure l’indirizzo me l’avevi dato tu. Forse anche questo è un segno che cuce e scuce i rapporti, che significa e trae conclusioni. Le mie parole erano la risposta a un ricordare tuo, agli anni in cui si correva e la notte era sempre giovane, ma sentivo in ciò che mi avevi scritto quella rottura delle alternative che impasta la bocca. Allora eravamo una rete di relazioni, dicevi, un impasto di confusi ideali e una miniera di irridenti osservazioni. Nessuno era solo e al tempo stesso eravamo amalgama non reazione creatrice del nuovo. C’erano tanti “nuovi” che si sovrapponevano e facevamo cose diverse. Ce le mostravamo orgogliosi ma già annoiati, come fossero diapositive di vacanze e avvenimenti già vissuti e archiviati. Nelle tue parole sentivo una nostalgia che era saudade, ovvero non avere un posto dove star definitivamente. E in fondo era il rifiuto dell’attesa che tutto fosse perfetto; il sentimento che il tempo fosse relazione e novità ovvero un infinito deposito di scelte in cui era possibile condividere, ridere, essere leggeri e riflessivi e ascoltare o cantare assieme guardando le scintille d’un fuoco notturno andare verso il cielo. C’era risacca di vita nelle tue parole, voglia di tempesta e di sabbia sollevata dal vento perché dopo il mare si puliva e veniva voglia di nuotare e di asciugarsi nudi al sole o alla notte, mentre tutto attorno finiva e mandava profumi inusitati d’estate del vivere. Cioè un tempo infinito che doveva solo essere fatto, reso tangibile, vissuto.

piccoli barbari

Sono scesi in silenzio dalle vecchie travi con i tarli lucidati nei restauri. Sono emersi dagli interstizi della malta antica. Si sono svegliati dai piccoli ricettacoli che offrono le arelle e i soffitti che hanno una storia. Sono calati di notte e si sono cibati di sudore e sangue, lasciando tracce invisibili. All’inizio. Non lo sapevano che ero allergico, quindi li posso scusare per la loro feroce scortesia. Avevano fame e non hanno chiesto il permesso. All’inizio neppure mi sembrava volassero, ho pensato alle pulci, ma non erano pulci. Certo erano minuscoli come un testo senza pretese, ma in grado di dire e di andare in profondità, sino a diventare l’argomento principale dei pensieri. Quindi dotati di una loro logica e persistenza nel manifestare la presenza e di far convergere nel loro esistere soluzioni e pensieri ricorrenti. Qualcuno ha perso lo scontro fisico, ma intuivano la mia debolezza e non si curavano delle perdite e neppure delle armi chimiche messe in campo. Finché me ne sono andato e forse questo volevano, ovvero che lasciassi il campo: quella stanza era loro. Ora, sono passati giorni, tra antistaminici e pomate le tracce dei pasti pian piano recedono, ma con la lentezza di ciò che vuol farsi ricordare. I segni del vecchio miles non sono gloriosi, ma segno di una sconfitta che ha lasciato il campo. Un prurito basta per ricordare che ci sono altre specie, piccole e ben attrezzate che non sono disponibili a condividere l’impero dell’uomo.

lettera sulla solitudine

Ricordi, amica cara, che in giugno, non mancavamo di sentirci.  Negli anni in cui era facile condividere, parlavamo sorridendo di segni zodiacali, delle coincidenze sospette che metteva la vita negli amori, ma anche delle vacanze in arrivo, del sentire la vita e i pensieri che avevano una prevalenza nel nostro tempo. Dipendeva dall’umore, dalle attese, dagli amori, dal sentire che il cambiamento poteva scorrere tra le dita o passarci accanto. Mettevamo molto in comune, o almeno così ci pareva, dalla natura delle domande e alla sincerità delle risposte. C’era un fidarsi che oltrepassava il consueto e indagava in campi e persone che suscitavano il nostro comune interesse.

Così è emersa la tua assenza, il tono della tua voce, i modi di dire di cui si rideva, in questa giornata, così simile alle molte conosciute: ricca di sole, di nubi che si rincorrono e di temporali improvvisi. Per piccola viltà non mi muovo da casa e ne approfitto per raccogliere i pensieri parlando come se tu ci fossi e invece da molto non so dove tu sia, cosa faccia e chi ti sia accanto. Alcuni ricordi, delle nostre conversazioni mi sono tornati a mente e il fatto che lasciassero più dubbi di quanti ce ne fossero all’inizio era un buon segno, perché questa è la vita, ossia un accumularsi di dubbi governati da poche certezze.

Era un tardo pomeriggio, dopo una giornata di sole, da qualche parte seduti, con il profumo estivo della pelle nell’aria e la bocca fresca del ghiaccio che imperlava i bicchieri. Ti eri inoltrata a parlare della solitudine. Parlavi di te, di persone che conoscevamo, di me, vedevi le differenze, mettevi a confronto le solitudini d’indole con quelle sopportate. Parlavi della timidezza e del pudore dei sentimenti che soverchiava quello dei corpi, dissertavi sul ritrarsi come invito oppure come semplice paura e sul fatto che entrambi portassero allo stesso risultato. Ascoltavo e ti parlavo delle mie scelte, delle sensibilità che ben conoscevo, ed erano punti di debolezza in cui facilmente potevo essere ferito. Ma di te mi fidavo. E ti parlavo del coraggio, di come lo si costruisce al contrario di don Abbondio. Ero fiero delle mie citazioni, che mascheravano l’ignoranza del non aver appreso a tempo, delle mie passioni che si traducevano nel perdere i giorni in inutili cose e in quel cercare in me un codice che decifrasse il sentire e i sentimenti e li mettesse assieme con le pulsioni e i desideri del corpo, C’era un rossore incipiente nel dire troppo di me e non avrei voluto tu lo vedessi. Non ti sfuggì ma fosti discreta. Era un gioco serio, come tutti i giochi in cui si mette in palio qualcosa che conta, e se nascondevo la solitudine che derivava dalla fatica di scavare dentro, di arrivare oltre la superficie delle cose, lo facevo per essere sullo stesso piano. Per avere la stessa disinvoltura che mi pareva tu avessi e che si portava sugli amici, sui fratelli e sui genitori. Erano soli i nostri genitori, sempre così impegnati a cercare di darci quello che ci era necessario e superfluo? Cosa sapevamo realmente di loro che non fosse l’amore che ricevevamo senza condizione? Nulla o quasi, erano grandi con la testa che aveva vissuto una guerra, ci avevano fatto nascere e quindi dovevano avere una grande fiducia nel futuro, ci avevano condotto per mano insegnandoci quello che ritenevano utile a noi, non tutto quello che sapevano. Già allora avevamo capito che ciascuno ha il suo ruolo e che l’amicizia non appartiene al rapporto tra genitori e figli, ma l’amore sì. Forse erano soli e mascheravano la solitudine con la sollecitudine: avevano di chi occuparsi, noi, e se non ci educavano ai sentimenti di certo ci amavano.

I problemi sembrava, allora, facessero parte della crescita e che ci si dovesse temprare maneggiando il ferro ustionante degli amori e dei desideri, ma anche degli addii improvvisi. Tutto aveva una sua dimensione, cioè eravamo adeguati ai nostri problemi. O almeno quasi sempre accadeva, perché qualcuno che era suicidato per amore o per eccessivo abbandono e solitudine, c’era stato. Di questo parlavamo con la confidenza che poteva sfociare nel silenzio oppure nella battuta e nell’allegria che spazzava via ogni imbarazzo. Allora potevo dirti delle mie scorribande notturne, del poco sonno e tu potevi raccontarmi delle lettere lasciate in posti segreti, del pensare intensamente perché i desideri si realizzassero e dell’essere contraddetta dalla realtà. Insomma le nostre solitudini erano il germe di ciò che sarebbe stato e di cui poi ci siamo confrontati le rade volte in cui il discorso è proseguito negli anni.

C’era una parola che allora ci faceva paura ed era depressione, l’avevamo vista nel padre di un comune amico, i suoi effetti e il suo difficile equilibrio con il vivere. Per questo eravamo felici dei problemi dei nostri genitori, della risata schietta, delle piccole gioie condivise che fugavano quel male oscuro che rendeva tutto complicato e difficile per chi doveva indovinare dove erano le luci in tanta solitudine. Poi con la depressione abbiamo fatto i conti, ma credo sia stato importante, il tener da conto che l’amore, o almeno quello che per noi contava,  non era mai mutato attorno.

Ed ora quali sono le nostre solitudini. Non conosco le tue e con questa lettera che per forza parla di me, delle mie ricerche, dei malesseri e delle gioie che hanno a che fare con quanto mi accade, e con quanto mi faccio accadere, posso parlarti delle mie. Ho almeno due solitudini con cui mi convivo: quella che io cerco ed è approfondimento, terapia contro la complicazione e contro il male che sembra crescere nel mondo, Quel male che è indifferenza agli altri e assenza di una idea comune di futuro e di vita in cui le cose sia più giuste ed eque. Ci rifletto, faccio quello che posso, ma non ti accorgi anche tu che quello che con ottimismo opponiamo, ha la necessità di avere alle spalle ben più persone e impegno e senso di giustizia, di quello che circola. Se così penso dispero e invece mi rifaccio a quello che diceva Croce sull’eterno alternarsi dell’io e del noi a portare innanzi l’umanità, perché accanto all’individualismo assunto come valore in questi anni, forse per reazione, ci sono molti che si oppongono alle piccole grandi ingiustizie e portano innanzi temi che un tempo erano sconosciuti come l’ambiente e i diritti delle persone.

C’è l’altra solitudine con cui convivo, ed è conseguenza della prima. Quando si va contro corrente troverai certamente amici, ma la maggioranza farà valere i suoi giudizi e imporrà l’isolamento. L’ho ben sperimentato in passato come conseguenza a quello che sono, e a quello che faccio, e non sempre è bastato sentirsi dalla parte giusta per essere contenti o non avere dubbi e stanchezze, ma non saprei fare altro e ci convivo. La seconda solitudine, ça va sans dire, è quella dolorosa e a suo modo feconda perché attiva domande, mi fa confrontare non con la mia testa, ma con il reale. Ed è questo reale, che con il passare degli anni diventa sempre più difficile da decifrare. Oggi sapere il confine tra menzogna e verità, ovvero tra fantasia e fatti è sempre più complicato. Non so se tu ti ponga il problema ma credere in qualcosa è diventato più difficile e bisogna tener ben salda la barra delle poche verità che conserviamo dentro. Comunque la differenza tra bene e male esiste anche se ben mascherata e non dobbiamo accettare che essa diventi indifferenza.

La differenza c’è e la si vede ogni giorno attorno a noi, con la povertà che cresce, il lavoro , quello che per noi era semplice da trovare, diventato difficile e scollegato da una collocazione sociale che renda più facile conservare la dignità e la libertà. In questo sento solitudine e confusione perché le cose dovrebbero essere più nette, mentre si fa fatica a conservare un’idea che sia quello che un tempo chiamavamo riscatto dei deboli e degli oppressi. E questo è ancora più difficile e doloroso quando capisci che sono gli stessi oppressi ad essere oppressori, perché in cambio di poche speranze che non verranno mantenute diventano essi stessi nemici di chi dovrebbe essere con loro nel rivendicare eguaglianza, equità, libertà comuni. Ma questo di certo lo conosci, perché ovunque tu sia è ormai presente come tratto sociale dell’occidente.

In queste solitudini si è davvero soli e poco giova che ci sia una libertà presunta nei sentimenti quando ogni giorno è il possesso che fa una vittima, quando la differenza viene rifiutata e diventa ragione di scherno o peggio di sopruso fisico, di ferimenti, di odio. Un tempo queste verità erano sottaciute ma esistevano e noi ne parlavamo cercando di capire, ora che sono alla luce del sole, diventano difficili e comunque rendono diseguali. È un altro modo di essere soli dopo altre solitudini.

Mi rendo conto della lunghezza della mia lettera e forse avrei potuto riassumere il tutto o quasi dicendo che :

un tempo abbiamo messo assieme solitudini

e ne siamo stai felici,

ora che manca il bisbigliare sorridendo del mondo,

che i segreti restano sepolti in noi,

è il mondo che ci appare più vuoto e solo,

 

Tu avresti sorriso e mi avresti dato un buffetto sulla guancia dicendomi che ero un incorreggibile cattivo poeta. Ora non accade più ma spero che tu sia contenta di te e che il le parole di Jung ti facciano compagnia:

… “la solitudine non è necessariamente nemica dell’amicizia, perché nessuno è più sensibile alle relazioni che il solitario, e l’amicizia fiorisce soltanto quando un individuo è memore della propria individualità e non si identifica con gli altri. E’ importante avere un segreto, una premonizione di cose sconosciute”. (da Ricordi, sogni riflessioni di Carl Gustav Jung)

Penso che con tutto quello che dovremmo dirci il tempo non basterà, è per questo che siamo immortali.

E ancora sorridi come allora.

 

 

“È importante sapersi ritirare in se stessi: un eccessivo contatto con gli altri, spesso così dissimili da noi, disturba il nostro ordine interiore, riaccende passioni assopite, inasprisce tutto ciò che nell’animo vi è di debole o di non ancora perfettamente guarito. Vanno opportunamente alternate le due dimensioni della solitudine e della socialità: la prima ci fa farà provare nostalgia dei nostri simili, l’altra di noi stessi; in questo modo, l’una sarà proficuo rimedio dell’altra. La solitudine guarirà l’avversione alla folla, la folla cancellerà il tedio della solitudine.”~ Lucio Anneo Seneca ~ De tranquillitate animi (Caput XVII)