ti parlo della primavera

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Mi verso il caffè nel bicchierino, come si fa a Trieste, come faceva mia nonna, che triestina non era. Ha un sapore di casa, il gusto lungo del caffè estratto con dolcezza. Le dita faticano a tenere il vetro bollente, così sorbisco lentamente, con gli stessi gesti antichi che ho ritrovato percorrendo quel grande arco che va incontro al sole e attraversa i Balcani verso Istanbul e poi giù, attraverso Siria ed Egitto sino al Corno d’Africa. La stessa strada che hanno fatto i piedi dei nostri antenati. Sorbire, scaldare le dita, poggiare, parlare con lentezza, e ricominciare. Chissà se è primavera in Eritrea oppure il sole già brucia e di giorno s’esce poco. Guardo fuori dai vetri, il cielo s’è ingrigito, ma il mandorlo è luminoso. Tiene per sé una luce che restituisce in quei fiori di cinque o sei petali che ora sono dappertutto. Anche sul tavolo dove ora sparge petali e riempie di profumo intenso la cucina.

Dovrei parlarti della primavera qui in pianura, ma ho solo colori che gli aggettivi sporcano tanto sono teneri. Solo il verde tarda un poco e non è ancora così nuovo. Camminando attorno alla città ho visto i campi coperti della peluria degli steli appena accennati tra il bruno della terra, si capisce che questa nutre e verrà sopraffatta da ciò che sta nascendo. Già muta nel verde al limite dei fossi, tra i narcisi a frotte che, secondo loro alchemici sogni, si sono installati in gruppi fitti lungo i clivi. Ci sono molti colori e dappertutto. Le fioriture sono così improvvise, da un giorno all’altro, e noi così immemori, che ne siamo sorpresi e additiamo tra noi sorridendo ciò che accade. I marciapiedi di città sono tappeti di fiori che macchine solerti spazzano di buon mattino. Ne sento il rumore da casa, vengono anche nel vicolo, ma gli alberi le sbeffeggiano perché appena se ne sono andate ricomincia la pioggia di petali sulla strada. Ho osservato che il grigio nero dell’asfalto sta bene con tutto, anzi ravviva i colori. Insomma attorno c’è un gran lavorio di piante e di fiori che non lascia indifferenti.

Tra i negozi sotto i portici, sono le pasticcerie a parlar presto di primavera. I dolci teneri e le focacce hanno preso il posto dei fritti, ultima propaggine d’inverno e carnevale. Mi pare che pure la gola cerchi adesso una sua età dell’innocenza e che il correre sui prati, il primo sudore che si rapprende all’aria, corrisponda a un sentire che rende leggera la voluttà. Non è ancora tempo dei vestiti che giocano col corpo, però i soprabiti ingentiliscono il passo. Anche la sensualità s’alleggerisce e attorno è tutto un produrre d’ormoni, di fluidi che scorrono, gemme e steli che s’inturgidiscono, vien naturale che il corpo li segua e si conformi. Non c’è il greve del chiuso, delle passioni in cui l’aria s’addensa, i colori e i sensi s’inscuriscono, adesso è la luce che trionfa e pare tutto avvolgere di leggerezza. Ho l’impressione che tra i tanti tipi di bellezza, ce ne siano alcuni dove essa si rinnova e che sia inutile cercare di prenderla perché deperisce tra dita e che pure le mie parole non ti dicano molto di ciò che davvero accade attorno. Sarebbe un buon modo parlarne rivolti al cielo, stesi sull’erba a guardare nuvole gonfie di bianco. Senza alcuna fretta , con un tempo nostro. La vedi quella che sembra un cappello con un viso che sorride e quell’altra non pare un cinghiale che rincorre una palla ? Parlar di ciò che pare, perché ciò che è, sta dentro ed ha una sua bellezza che entrambi sappiamo. Solo che non si dice.

 

almeno un puparo

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Ho bisogno di quiete per temperare i furori del non capire cosa ci sta accadendo. A volte mi sembra tutto così insensato e banale che scrollare il capo diventa ginnastica per le cervicali, a volte, invece, penso che non c’arrivo, che c’è una ragione sottostante che non serpeggia tra gli accadimenti, ma ha una sua linearità, una sorta di grande puparo con una mente coordinata che ci recita un po’tutti.E che sia lui a tesser reti attraverso i fili che noi crediamo muovere per libero arbitrio, che a lui la confusione faccia gioco, e rida. Come ride il puparo, sgangherato e cinico, ma che almeno qualcuno sappia dove si va. Ma poi penso anche che potrebbe essere davvero tutto come appare e che il vociare impedisca di avere una direzione o un fine. Che miseri saremmo se non ci fosse un futuro condiviso, una direzione, o l’essere dentro un flusso comune, e che invece tutto divenisse un agitar di atomi come usano i gas, se li si riscalda. Occupano tutto lo spazio e delle loro capocciate non serbano memoria, rimbalzano in cerca d’una via d’uscita, di un luogo da occupare, senza rendersi conto che è lo stare assieme che dà solidità alle cose. Allora preferisco avere un nemico da scoprire, una volontà da combattere, qualcosa d’intelligente, anche se mi è contro, che giustifichi lo stare assieme. Mi tornano a mente le vite che si coniugano, e non parlo di matrimoni, ma di unioni che portano avanti assieme amore e direzione in un dentro e un fuori che diventa solido più del diamante. E restano a far da esempio, a te, a me che ci ostiniamo ad andare in una direzione mentre tutt’attorno sembra impazzi la confusione. 

doveva essere un caffè

Doveva essere un caffè, ne sono uscite tre ore di conversazione fitta, lacrime, sorrisi pochi. Gli è tardi, mi aspettano, ciao, vai pure, ci vediamo presto, si sono susseguiti. Come i se chiamo posso restare un’altra mezzora, vuoi? Sì, devo chiamare anch’io, avevo un appuntamento. Qui mi conoscono, mi chiederanno delle tue lacrime. Non importa, agli uomini viene perdonato anche quello che non fanno. I tuoi mesi mi sono passati davanti, ciò che ti ha conquistato, il bisogno che avevi, la solitudine scoperta improvvisamente. Sembra tutto eccezionale ciò che ci accade, e lo è. Le storie si annodano finché la vita diventa una rete e ci si ritrova dentro. Ma tu non volevi scappare, ti sei però accorta che dentro la rete c’eri solo tu. Basta dire di no. Quante volte ce lo siamo ripetuti al telefono. quando ancora telefonavi. Difficile dire di no quando si sta bene. Poi il silenzio, per mesi, come fossi andata via. E lo eri. Via da te, non ti vedevi più. Mi hai raccontato che lo specchio non ti rifletteva, lì dentro c’era un’altra. I racconti evidenziano le difficoltà, i dolori, le gioie sono sempre un po’ in disparte. Di certo devi essere stata felice, e credo pure molto. Te lo dico e mi guardi stupita, come non avessi colto il tuo star male, poi convieni che ci sono stati momenti così intensi e pieni di possibilità che tutto sembrava fatto. Le vite attuali si combinavano con quelle future, c’era un mettere assieme che stupiva per il suo incastrarsi e fare un tutt’uno. Un puzzle a quattro mani. Sarà per quello che ciò che è chiaro sin dall’inizio viene sparato innanzi nel tempo? Che il vivere il momento ad un certo punto non soddisfa più e si chiede cosa c’è oltre? Una domanda di troppo, trattenuta a lungo, e infine posta. E tutte le fragilità emergono. Poi il dibattersi sulla riva, manca l’acqua per nuotare, manca il mare.

Mettere le cose in fila, parlare, fa bene, non sei meno triste, però le cose, i fatti acquistano un senso. Non sono un osservatore oggettivo, sono sempre stato spudoratamente dalla tua parte, e se ti ricordo che hai visto ciò che ti era necessario, nessuno potrà mai rimproverarti per questo. Anche essere ciechi fa parte dell’innamoramento. Caffè e cioccolata si freddano, tra parole e pezzi di vita messi in comune, fuori è buio, dovevi cercarmi prima, ti dico. Ma capisco che non sarebbe servito, quasi tutto ha un tempo, anche i bisogni e l’urgenza improvvisa di cercare nelle rubriche telefoniche dopo che il pensiero ci ha riportato a qualcuno. 

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Parli della difficoltà di distinguere tra un ministro di destra e uno di sinistra. Nelle cose, dici, sono uguali, e la politica delle larghe intese è stata il disvelamento che di fronte ad una crisi capitalista, dove chi ha i soldi ne fa di più e pagano tutto i deboli, la risposta è stata flebile, conservativa, come si dovessero al più attenuare le perdite di uguaglianza. Ché poi non c’è mai stata l’ uguaglianza, ma almeno prima era un tendere che motivava scelte e politiche. Insomma non è la destra ad essere in crisi e la differenza tra sinistra e destra è un problema della prima.

Messa così, non solo ti devo dar ragione ma mi togli la speranza che esista una sinistra che non sia marginale. Lascio perdere il velleitarismo, l’incapacità di cogliere la realtà che sento nei si potrebbe, che circolano e sono scambiati per azione reale. Lo so che c’è una differenza tra il sogno e ciò che ora possiamo sognare, mi accorgo che il discrimine vero non è l’ho etichetta del sogno ma i suoi ingredienti di realtà ovvero ciò che ne resta nel confronto con il reale, a partire dall’economia. Sull’eccesso e sull’appiattimento ai condizionamenti della presunta sinistra non posso che darti ragione. E qui viene un però, non ci credo più agli intellettuali e ai piccoli gruppi che fanno analisi nitide e poi non riescono a superare il divario tra pensiero e azione collettiva, e soprattutto non hanno la capacità di trovare grandi contenitori comuni per idee semplici. Questo erano i grandi partiti della sinistra del passato, obbiettivi semplici, comprensione e futuro. E chi ha capacità di capire, deve capire come unire nella propria diversità. Finché resto nel Pd, devo considerare che questo partito sia riformabile dall’interno, che un progetto di cambiamento possa essere costruito altrimenti non resta che il caniscioltismo. Abbiamo entrambi l’età per sapere di cosa parliamo e conosciamo i fallimenti del chiudersi nella propria ragione. Per costruire strade nuove servono analisi taglienti e vere e poi il valutare che la differenza tra sinistra e destra passa per cose semplici, tutelando e indicando come cambiare questa economia che esercita il suo potere sui deboli. Non mi piace la scelta verso l’individualismo, più per necessità che altro, continuo a pensare che si potrà cambiare, che serve un minuto di più dell’avversario, che essere di sinistra ora, significa dire ciò che si pensa e farlo.

Certo ho dubbi anch’io e spesso sono stanco, quando penserò che non è possibile, che bisogna lasciar fare alle cose, mi tirerò in disparte, ma per ora ci provo. Non ci sono alternative. Va bene discuterne, facciamolo quanto serve, non abbiamo le stesse idee, ma sono contento di parlarne e per le riflessioni che mi provochi. Grazie.

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Affiancando le bici al muro ti ho chiesto: le leghiamo assieme? Dopo quelle parole non ne ho dette molte altre e quell’ora e mezza, dopo tanto tempo, se n’è andata in ascolto, immaginazione, in stupore per ciò che raccontavi. Luoghi e te. Ma di te conoscevo assai, erano le piste della Mongolia, i sospetti e la furbizia dei Curdi, l’epicità silente degli scontri tra furbi occidentali, gli accaparramenti di lavori, le fughe, i cantieri veloci e quelli abbandonati. Ascoltavo questa dimensione del mondo e del lavoro, l’avventura in un’epoca in cui sembra che solo i turisti abbiano bisogno di scoprire. E le grandi opere, che qui non farebbero un passo con mille comitati, altrove cambiano il mondo e ciò che ci sta attorno. Non avevo prevenzioni etiche, cercavo di capire. C’è differenza tra disboscare la foresta amazzonica e tracciare una strada, tra creare una città di appartamenti vuoti e costruire un ospedale. Il mondo non è mai così com’è ma il pensiero di ciò che sarà. In un senso o nell’altro. E così pensavo ai 100 km di strada nel deserto che portano collegamenti inimmaginabili per il tempo e l’economia, mentre lasciano stupefatti i pastori e gli animali selvatici. Ma dove portano quei chilometri di asfalto? Non in un posto, ma nel senso della modernità. C’è molto di scontato nel progresso che spinge oltre. E lo pensavo tra i tuoi racconti di cantieri ben gestiti, dove centinaia di uomini e macchine seguivano programmi, avanzavano dei giusti metri al giorno, restavano concentrati su un nastro di pietrisco e asfalto largo 18 metri, ma neppure guardavano attorno perché l’oggetto del lavoro era su una mappa, su un progetto tenuto a bada da un teodolite. E attorno c’era deserto e yurte, pastori e cammelli, sassi e temperature che chiedevano solo riparo. Nulla da vedere? Meglio non vedere.

Sentendoti parlare, mi è tornato alla mente Primo Levi e la sua passione per la chimica, al fatto che questa, e il tedesco, l’avessero salvato nel campo di concentramento. Ma la chimica non gli aveva impedito di vedere attorno, di essere dolore nel dolore, di provare rassegnazione e paura e assieme a tutto questo, voglia di vivere. Una ostinata voglia di pensare e di vivere.

Scusa, m’ero distratto, il pensiero di Levi mi ha portato altrove. Volevo dirlo, ma non l’ho detto, non avresti capito, è solo la sproporzione tra le opere di pace e quelle sotto il ricatto della guerra, che mi colpisce. Ovunque opere, ingegneri ed esperti che risolvevano un problema alla volta, senza guardare al fine, senza un giudizio etico. Quando si spezzettano le decisioni si perde il senso del perché si fa e non si vede più quello che sta attorno.

Ascolto le tue notti nei poveri alberghi, tra case di nomadi e latte di cammella al mattino, i discorsi, i gesti. Immagino la forza di un’esperienza che di giorno lavora e che la sera torna a sé, al proprio mondo bisognoso di calore e di relazioni. L’uomo si è sempre cimentato con opere grandi, e l’opera ha assorbito le persone nel senso che queste non contavano più. Le vite, le fatiche, tutto annullato nell’opera, nel segno sulla terra.

Continui a raccontare, non ci siamo neppure detti come stiamo, quello che stai facendo ha assorbito anche la tua vita, che ora coincide con il lavoro. Siamo ciò che facciamo. Per molti è vero, è così, per altri siamo quello che mangiamo, oppure il piacere che proviamo, oppure festuche di paglia in attesa di posarsi chissà dove. Potevi anche scrivermi. Ma non ne avresti avuto il tempo ed io che ascolto sono qualcosa di diverso da un nome collocato chissà dove. Ho una funzione ascoltare, ho un funzionamento interiore: penso, traduco ciò che mi dici oltre la meraviglia. Lo riporto su di me e su come vedo il mondo. Non farei le tue cose, viaggerei di più, questo sì, ma il lavoro lo terrei dove penso di sapere cosa produrrà, a me, a chi mi sta attorno. Non è un giudizio morale, semplicemente una scelta conforme.

Stiamo separando le bici, il lucchetto si scioglie, un abbraccio, la constatazione: ho sempre parlato io.

Si vede che ne avevi bisogno. Dico.

Ma tu come stai?.

Bene, ma ne riparliamo un’altra volta. Forse… Quando parti?

Presto.

Hai un’espressione un po’ dispiaciuta. Passerà in fretta, un nuovo abbraccio e la strada di ciascuno prende altra direzione. Adesso capisco perché mi chiedi sempre dove sono quando mi chiami, è perché non sai dove sei tu. 

dovremmo

Dovremmo impedire che il terrore diventi storia e cessi d’essere esperienza. Dovremmo conservare l’orrore assieme alla pietà. Dovremmo tenere la razionalità per discernere, assieme al sentimento per compatire. Dovremmo avere chiari dei principi che non possono essere toccati, mediati, contrattati: il rispetto della vita anzitutto. Dovremmo parlare con serenità di ciò che è accaduto perché intero il dolore faccia il suo corso. Dovremmo riflettere che ci furono assassini, complici, conniventi, consenzienti, indifferenti. Dovremmo capire che ogni cosa avviene se non la si impedisce. Dovremmo pensare che ci riguarda ancora, che ci riguarderà, che non fu follia, ma uomini come noi fecero – o non fecero – l’orrore. Dovremmo pensare a ciò che differenziò i comportamenti, perché lì si trova una speranza. Dovremmo pensare che non ci sono giorni per pensare, non ci sono luoghi da vedere, non ci sono pagine da leggere, se questo non ci cambia nel profondo.

Dovremmo, e già la parola si corrompe, diventa fatica quotidiana, difficile; c’è quel dovere che pesa come se pesasse la pratica del giusto, del dover essere uomini. Non è forse più facile pensare che sia cosa che accadde, che altri furono gli uomini, che i fatti e il caso hanno una relazione forte per cui, in una congiuntura triste, ci fu un tempo, dei luoghi, persone che non siamo noi. Non è forse più facile osservare l’orrore come in fosse un acquario, cosicché, distogliendo lo sguardo, esso cessi di disturbare. Non è forse più semplice amare una persona, una storia triste, un gesto eroico, anziché pensare che erano moltitudine, come noi, con le loro differenze e miserie, e che furono isolati, resi singoli, togliendo la solidarietà finché la normalità dell’orrore divenne abitudine quotidiana. Non è forse più semplice pensare che un vaccino terribile è stato inoculato e che non accadrà più? Ve lo dico serenamente, è più facile pensare così, per arginare il pensiero che possa riaccadere, ma accade continuamente e solo gli uomini possono fermare gli uomini se non si girano dall’altra parte. 

mi manca Altman

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Prendetelo per uno sfogo, quindi con tutti i limiti che hanno le cose che vogliono uscire e che trascinano tutto, malmostosità comprese. Mi manca Altman, Fellini, Monicelli, mi mancano molto Calvino, la Morante, Carlos Kleiber, anche Moretti mi manca, assieme a Flaiano, Roth. Mi manca tantissimo Borges, adesso Abbado, prima Sinopoli, ma mi manca anche la produzione di musica leggera degli anni ’60 e ’70 e qui mi fermo perché non è un elenco e neppure un amarcord. E non è neppure una mancanza vera, nel senso che questi autori sono disponibili e rileggibili, ascoltabili, vedibili, ma è la temperie culturale che rappresentano che non c’è più. C’è un vago color di lillà, nessun colore deciso, il pensiero che qualcosa sia successo e che la mia generazione ne sia in qualche modo responsabile.

Ho letto un paio di settimane fa, l’ultimo libro di Andrea Scanzi: non è tempo per noi quarantenni. Mi è sembrato utile all’autore, quindi poco utile a me, come fosse una serie di post che, cuciti da un filo temporale di senso, si sommavano e si rappresentavano in quella rassegna di miti generazionali deboli che testimoniavano (per lui) più indolenza che spinta a fare, a essere. Poi c’ho ripensato, non tanto sul giudizio sul libro, ma sulla descrizione di una stagione in cui c’è stata l’ eclisse di qualcosa.  Scanzi ha ragione quando dice che il prodotto massimo della generazione degli anni ’70, forse è Sorrentino, e pur piacendomi Sorrentino come autore di libri e di film, mi pare sia un po’ poco per provvedere a coprire tutto il bisogno di cultura di una stagione.

Adesso a molti di voi verranno in testa altri nomi: confutatis maledictis, che non riescono a vedere il buono che hanno attorno. Disperdete il mio ragionare leggero, che vede sfumare i colori e le passioni. Perdonate ma a me impressionano gli elenchi delle Book Rewiew americane o inglesi dei libri dell’anno, con ai primi posti molti titoli che qui non ci sono ancora e tutti definiti capolavori. Quando li leggeremo ci saranno già altri capolavori in circolazione e così via all’infinito, come si fosse abbassata l’asticella e che il capolavoro fosse un prodotto di consumo. E’ la generazione del ’68, la mia, ad aver prodotto questa indolenza ? In fondo ha risucchiato tutto all’interno di un narcisismo che guardava l’immagine di sé e se ne beava, piuttosto che spingere ad osare, a cercare, e insegnare il rigore e la fatica ai propri figli. E non è che per far vivere meglio abbiamo creato una serie di rimandi e poi di vuoti? L’inadeguatezza che si respira è anche frutto della mancanza di maestri veri, di persone e idee di cui discutere per gli anni, non per un paio di settimane. E’ la sensazione che il giovanilismo sessantottino si sia combinato con una maturazione ritardata perché troppo protetta. Faceva comodo ad entrambi, i padri e i figli, solo che ora il terreno su cui camminare è fragile, ci sono vuoti che si colmeranno da soli, ma non gratuitamente.

Eccolo, le solite previsioni catastrofiche E’ solo la tua incapacità di vedere, ma il buono c’è, la stagione culturale ribolle, sei tu che ormai sei miope e perso nella cultura lenta da cui provieni. Adesso è tutto veloce, è la velocità, non la lentezza Calviniana, a dettare il tempo. La gassosità e la pervasività, la cultura e il tempo, si respirano, si è superata la leggerezza. Oggi il giorno contiene già il mattino successivo e tanto dovrebbe bastarti per capire che non capisci. Sei perso altrove, la tua generazione sfuma.

Già, forse. Avevo preso il libro di Scanzi per capire la generazione dei figli, quello che non ho capito in corso d’opera illudendomi di capire e ora scopro che sono vecchio: bastava guardare la data di nascita. O quella di scadenza? Come uno youghurt. 

 

p.s. Vedo che Repubblica da domani venderà una serie di cd di Abbado, neanche a basso prezzo, e sono sicuro che tra poco la Deutsche Grammophon farà un cofanetto, magari con tutta l’attività registrata con i Berliner e questo mi lascia un sapore strano, come ci fosse qualcosa di sbagliato in tutto ciò, che il nuovo viva su ciò che non ha prodotto e quindi non si consolidi.

Se in politica ha funzionato prima Berlusconi, poi Renzi e Grillo, come se al posto della nave per andare in crociera si usasse la zattera, un motivo ci sarà. E magari Scanzi ha pure ragione, la sua generazione non ha mai perso perché non ha mai giocato, ma adesso cosa vincerà? Continuano a mancarmi Altman e gli altri. 

disfare l’albero

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Abbiamo sempre parlato poco delle feste, dandole per scontate, accettando la nostra diversità di sentire senza dirla. Ci si arriva come si è, non potrebbe essere altrimenti, eppoi come mettere assieme luoghi, attese, pensieri differenti. Penso a ciò che fai tu e ciò che faccio io, ma tra il fare e il disfare gli addobbi, l’albero, si misura la distanza e la consumazione della festa. Per tutti. Questo grumo di festività così addensate avrà pure una ragione, anche per chi non crede; un significato che è diventato civile a furor di popolo, ma poi se n’è persa la ragione e così restano numeri rossi sul calendario, la voglia di voltare davvero pagina e una necessità di riposo che forse solo il freddo presunto spiega. 

Insomma non c’è niente da fare, quando non ci sono bambini nelle case per vivere con i loro occhi, i giorni scorrono e la delusione emerge perché ciò che è accaduto non corrisponde mai a quanto si genera inconsciamente come attesa. Il meraviglioso non ha succedanei, e se esso è transitorio e volatile diviene ancor più disposizione d’animo in cui si mescola la paura di non avere nulla da abbracciare con la sorpresa del trovarlo. Fugata l’idea di non essere amati, e il dono conforta l’amore, lo rende tangibile, la meraviglia si appaga e si dispone queta ad una nuova attesa, resta il calore che qualcosa di importante è accaduto. Questo appartiene ai piccoli e, di rado, a qualche adulto che ha conservato la disposisizione all’innocenza, per gli altri è passata la festa.

Domani la maratona del cibo dovrebbe essere finita (chissà perché lo stare assieme deve essere così iper calorico…), poi ci si risveglierà a gennaio; senza saper bene che fare e cosa è accaduto davvero. Resta un albero e gli addobbi da riporre, la sensazione che tutto sia volato in fretta, che qualcosa sia accaduto, ma forse ero impegnato altrove con la testa, e così ho dormito la meraviglia. Non è così anche per te? No? Che persona fortunata che sei…

Ci saranno altre occasioni, bisognerà lavorarci per arrivare preparati.

Adesso che inizia davvero: buon 2014.

la ripetitività dei numeri primi

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Chi l’ha poi detto che il criterio cronologico permette di capire tutto? Ovvero come si sono svolte le cose. Avevo un collega e amico che ogni volta che gli chiedevo notizie sul suo magazzino, di cui era il capo, cominciava un lungo discorso che partiva dalla recinzione. Una volta gli dissi che avevo poco tempo, 5 minuti,  e dovevo conoscere il carico di uno scaffale, cominciò : quand’ero piccolo e mia nonna… Doveva per forza partire da lontano, ci abbiamo scherzato per anni, ma a me non interessava come si estraeva il ferro che era servito a fare lo scaffale, mi interessava ciò che ci stava sopra. 

Però mi piace la storia. Così ogni volta che inizia una nuova enciclopedia storica, con trepidazione compro il primo volume. Sfoglio le pagine, mi immergo nella lettura, confronto, mi faccio domande, poi constato che è una riedizione, rimaneggiata, di qualcosa che è già uscito e concludo che non c’è così tanta novità per aumentare il peso complessivo delle librerie di casa. Adesso anche National Geographic riedita ? (mi pare di averla già vista) una sua enciclopedia storica e parte dall’Egitto e i faraoni. 

Non se ne può più, dell’Egitto e dei faraoni, ma perché magari solo per confondere le idee, cari esperti di marketing, non partite dalla riforma protestante, dall’impero Ittita, dalle crociate, dall’impero Turco, dalla storia della Cina, che per averne una di decente bisogna spendere un patrimonio con Einaudi.

Partite dal novecento e risalite, così capiamo quante cazzate si sono ripetute nei secoli. Indagate sull’assedio de la Rochelle  e perché gli olandesi protestanti affittavano navi ai cattolici francesi contro i protestanti ugonotti. Fate confusione e parlatemi della battaglia della Marna, e di quello che successe sul fronte russo che così capisco perché abbiamo quasi vinto una guerra ma non ci hanno riconosciuto che era vero.

Insomma parlateci d’altro che ormai di Ramses terzo sappiamo molto, uscite, dai luoghi comuni, estraete il midollo, lo facevano anche gli egiziani, date aria, non alle mummie ma al resto della storia dell’umanità che attende di essere messa in prima fila. E se proprio vi piace l’Egitto e i faraoni, tirate fuori qualcosa dalla sabbia e dalle decine di dinastie, che poi vengono ridotte a dieci nomi, fateci viaggiare nel tempo per davvero.

E per farlo, imparate dalla rete, parlateci di molto, ma senza criteri cronologici (?), che le vite non ci bastano per leggere ogni volta dall’inizio. Diteci dei vostri dubbi fondati, non spacciate per scienza il collage, il predigerito, stupiteci, fate confusione, appassionateci che le pareti ormai sono coperte di primi volumi.

Non fateci abbandonare la storia, guidateci nel dubbio, fateci capire quanto siamo ignoranti, che anche se lo sapessimo non ci gioverebbe per allargare la mente senza una grande curiosità.

Ecco, incuriositeci, e non vuotate i fondi di magazzino riempiendo a caro prezzo le nostre case. Mi ricordo ancora una serie di cd, con tanto di pubblicità dell’editore, su Glenn Gould, ad un prezzo esattamente il doppio di quello a cui li vendeva Feltrinelli. Poi si dice che la cultura non dà da mangiare, certo che lo fa, ma non a chi la frequenta, piuttosto a chi la usa.

Insomma cercate di essere nuovi e adeguati ed evitate la noia. La noia uccide tutto, anche voi.

che cresca la capacità di cogliere il nuovo: sabbah an-nur a tutti voi

Leggevo un vecchio articolo di Gramsci su l?Avanti nel 1916, contro la festa del capodanno (.http://www.qualcosadisinistra.it/2013/12/31/il-capodanno-per-antonio-gramsci/).

Capodanno è ogni giorno, diceva, e ogni giorno nella sua continuità è l’occasione di un cambiamento, di una discontinuità, parlava di attingere energia alla parte di natura che possediamo, che ogni giorno e ogni ora fossero nuovi pur in continuità con ciò che “possediamo”.
L’idea del fluire la condivido profondamente, così l’idea del nuovo e della forza vitale che esso propone, ma ogni giorno non è uguale per i cicli del nostro pianeta. Ad ogni giro attorno al sole qualcosa ricomincia e qualcos’altro si perde disperso in una nuvola di atomi di passato. Le stagioni si succedono sufficientemente uguali da rassicurarci nell’attesa e sorprendentemente diverse da farci attendere il cambiamento. Nulla è uguale a ciò che è accaduto, lo è anche per i sentimenti, e ciò che è nuovo è assieme il riassunto di ciò che abbiamo provato sinora, ma anche la pagina non scritta del futuro.

Impercettibili, a noi, m,a non al nostro corpo, correnti e forze ricomposte, cambiano gli assi magnetici, venti di quota disperdono vita in semi e cambiano la terra sottostante, precipitandole contro, tutto muta eppure ci rassicurano le stagioni che il nuovo torna, che l’energia vitale spinge il mondo. 

È incongruo il prepararsi delle gemme in questo inverno sin troppo mite, ma anche se una gelata cambierà le fioriture, un nuovo equilibrio si chiamerà primavera. E non sarà eguale ad altra conosciuta.  È così anche per i sentimenti, l’amore muta e ciò che chiamiamo amore è qualcosa che racchiude il passato che conserviamo, ma anche tutta la carica del nuovo che proviamo. Quindi il nuovo esiste, e questa è una grande speranza. Il nuovo inizia ogni giorno, ed è questa la continuità della vita. I cicli si susseguono mai eguali e noi con loro finché aspettiamo il nuovo. Se hanno un inizio, che abbiamo fatto coincidere con il superamento di gran parte dell’inverno e con l’attesa della primavera, ciò è prefigurazione di questo bisogno di continuità e di rinascita.

Le giornate si allungano, la luce entra nelle nostre vite, lasciamo che entri assieme al nuovo, al mai provato, perché se siamo ciò che abbiamo vissuto, cambieremo per ciò che proveremo.

Buon anno a tutti quelli che passano di qui, che ho la fortuna di sentire amici.

Buon anno a quelli che sono fedeli a se stessi e cercano gli altri.

Buon anno a quelli che hanno voglia di amare.

Buon anno a chi fa fatica e non si arrende.

Buon anno a chi da una mano senza chiedere.

Buon anno a  chi ascolta.

Buon anno a chi apre e lascia entrare con fiducia il nuovo.

A molti altri non auguro nulla tanto non capirebbero e forse neppure gli servirebbe: gli va bene così.

Ps a me auguro di lasciare per strada qualche insensatezza e di sostituirla con qualche altra nuova, mi auguro che ragionare sia sempre meno che sentire, mi auguro errori veniali e in buona fede, mi auguro di continuare a stupirmi di chi conosco e sentirne la bellezza, di riconoscere i miei limiti che sono importanti e di superarli, di accogliere il nuovo quando mi verrà offerto.

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