conversazione

conversazione

Affiancando le bici al muro ti ho chiesto: le leghiamo assieme? Dopo quelle parole non ne ho dette molte altre e quell’ora e mezza, dopo tanto tempo, se n’è andata in ascolto, immaginazione, in stupore per ciò che raccontavi. Luoghi e te. Ma di te conoscevo assai, erano le piste della Mongolia, i sospetti e la furbizia dei Curdi, l’epicità silente degli scontri tra furbi occidentali, gli accaparramenti di lavori, le fughe, i cantieri veloci e quelli abbandonati. Ascoltavo questa dimensione del mondo e del lavoro, l’avventura in un’epoca in cui sembra che solo i turisti abbiano bisogno di scoprire. E le grandi opere, che qui non farebbero un passo con mille comitati, altrove cambiano il mondo e ciò che ci sta attorno. Non avevo prevenzioni etiche, cercavo di capire. C’è differenza tra disboscare la foresta amazzonica e tracciare una strada, tra creare una città di appartamenti vuoti e costruire un ospedale. Il mondo non è mai così com’è ma il pensiero di ciò che sarà. In un senso o nell’altro. E così pensavo ai 100 km di strada nel deserto che portano collegamenti inimmaginabili per il tempo e l’economia, mentre lasciano stupefatti i pastori e gli animali selvatici. Ma dove portano quei chilometri di asfalto? Non in un posto, ma nel senso della modernità. C’è molto di scontato nel progresso che spinge oltre. E lo pensavo tra i tuoi racconti di cantieri ben gestiti, dove centinaia di uomini e macchine seguivano programmi, avanzavano dei giusti metri al giorno, restavano concentrati su un nastro di pietrisco e asfalto largo 18 metri, ma neppure guardavano attorno perché l’oggetto del lavoro era su una mappa, su un progetto tenuto a bada da un teodolite. E attorno c’era deserto e yurte, pastori e cammelli, sassi e temperature che chiedevano solo riparo. Nulla da vedere? Meglio non vedere.

Sentendoti parlare, mi è tornato alla mente Primo Levi e la sua passione per la chimica, al fatto che questa, e il tedesco, l’avessero salvato nel campo di concentramento. Ma la chimica non gli aveva impedito di vedere attorno, di essere dolore nel dolore, di provare rassegnazione e paura e assieme a tutto questo, voglia di vivere. Una ostinata voglia di pensare e di vivere.

Scusa, m’ero distratto, il pensiero di Levi mi ha portato altrove. Volevo dirlo, ma non l’ho detto, non avresti capito, è solo la sproporzione tra le opere di pace e quelle sotto il ricatto della guerra, che mi colpisce. Ovunque opere, ingegneri ed esperti che risolvevano un problema alla volta, senza guardare al fine, senza un giudizio etico. Quando si spezzettano le decisioni si perde il senso del perché si fa e non si vede più quello che sta attorno.

Ascolto le tue notti nei poveri alberghi, tra case di nomadi e latte di cammella al mattino, i discorsi, i gesti. Immagino la forza di un’esperienza che di giorno lavora e che la sera torna a sé, al proprio mondo bisognoso di calore e di relazioni. L’uomo si è sempre cimentato con opere grandi, e l’opera ha assorbito le persone nel senso che queste non contavano più. Le vite, le fatiche, tutto annullato nell’opera, nel segno sulla terra.

Continui a raccontare, non ci siamo neppure detti come stiamo, quello che stai facendo ha assorbito anche la tua vita, che ora coincide con il lavoro. Siamo ciò che facciamo. Per molti è vero, è così, per altri siamo quello che mangiamo, oppure il piacere che proviamo, oppure festuche di paglia in attesa di posarsi chissà dove. Potevi anche scrivermi. Ma non ne avresti avuto il tempo ed io che ascolto sono qualcosa di diverso da un nome collocato chissà dove. Ho una funzione ascoltare, ho un funzionamento interiore: penso, traduco ciò che mi dici oltre la meraviglia. Lo riporto su di me e su come vedo il mondo. Non farei le tue cose, viaggerei di più, questo sì, ma il lavoro lo terrei dove penso di sapere cosa produrrà, a me, a chi mi sta attorno. Non è un giudizio morale, semplicemente una scelta conforme.

Stiamo separando le bici, il lucchetto si scioglie, un abbraccio, la constatazione: ho sempre parlato io.

Si vede che ne avevi bisogno. Dico.

Ma tu come stai?.

Bene, ma ne riparliamo un’altra volta. Forse… Quando parti?

Presto.

Hai un’espressione un po’ dispiaciuta. Passerà in fretta, un nuovo abbraccio e la strada di ciascuno prende altra direzione. Adesso capisco perché mi chiedi sempre dove sono quando mi chiami, è perché non sai dove sei tu. 

3 pensieri su “conversazione

  1. Davvero bella questa conversazione: il tuo amico ha raccontato a te e tu lo stai facendo altrettanto bene con noi.
    Hai il dono dell’ascolto e dell’empatia, Will… e il tuo amico lo sa. 🙂

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