In questa notte che spinge sui vetri, che volteggia col vento. In questo silenzio di parole gonfie di buio, di sogni interrotti, di piccole luci accese su comodini carichi di libri, parlami d’amore mariù. Parla con le parole umide di te, con l’accento che ti piace, con le sintassi frenate, gli aggettivi arditi, i silenzi eloquenti.
Parlami della mia vita, incagliata tra scogli ,che attende la marea, del tuo orizzonte che mi cerca, del tuo navigare insicuro e fidente. Parlami del mare e del salso che bagna i capelli, dell’odore forte d’estate che s’appiccica alla pelle. Parlami dei salti temporali, delle primavere passate, di scrosci d’acqua costellati di risate, del piacere d’allungare il corpo nel letto e dei sogni sognati.
Sosta un poco presso il mio cuore e perdona ogni striscio sul vetro, la tazzina versata, le parole troppo usate in cerca di significato. E perdona quel dire sconclusionato che gridava alla luce d’ essere presente, lì in quel momento, tra noi.
E ancora parlami d’amore mariù e poi fammi dire delle nuvole bianche che non vedo nel cielo. E sorridi, come sai fare tu, senza un .motivo apparente, perché la realtà non è mai come appare, eppure l’abbiamo dentro, mariù, anche se non coincide mai con le ore. Sempre in ritardo sul tempo e sempre in anticipo nell’attesa. Parlami sempre d’amore mariù, e tieni stretto ogni pensiero che non dico. Leggimi a fondo e poi raccontami, che mi piace sentire la tua voce che mi spiega nella notte. Che dice e poi si ferma, che s’assopisce parlando con i sogni, e poi si gira, s’avvolge e si sveglia e mi guarda.
Parlami sempre del tuo amore mariù, con la voce bassa che risuona nelle giornate che attendono, nelle sere che verranno, nei sogni che stentano, eppure si fan largo, aspettando d’essere capiti.
Se ti viene, usa con me l’entusiasmo della pazienza che capisce, prendimi d’assedio con le braccia, estrai il dolore dell’assenza dalle parole. E dai silenzi, soprattutto.
E col tuo sorriso dammi dimensione delle cose. Io ricambierò come so, come imparo, come viene, mariù.
Dominati dall’ego oppure alla ricerca dell’ego, sicuri, insicuri e mai affidabili. Com’erano i tuoi uomini? Quelli che hai amato, quelli che ti hanno amato. E che non sempre sono coincisi. E gli amori sconclusi, asimmetrici, quelli che hanno aperto porte e scavato voragini, e poi, come per magia tutto si è rinchiuso, com’erano? Chi è rimasto dentro, chi ha camminato sopra e avanti?
E com’erano le donne che hai conosciuto? Come ti hanno cercato, tenuto, respinto, amato? Dove finiva la ricerca dell’ego, velato, proposto, sbattuto in faccia, offerto o negato. L’hanno cercato in te, condiviso assieme, oppure accuratamente separato. Quanta fragilita, fraintendimenti, abbagli dell’intuire, offerte sconsiderate, generosità inverosimili. E riflessioni a posteriori perche cio che è verosimile è logico e non si offre facilmente, ma la logica fa a pugni con l’amore. Quella consueta, almeno. Cercando di evitare di essere numeri primi, ci si incontra e qui le storie possono iniziare o finire. Ma da allora, comunque, c’è un prima e c’e un dopo e ognuno scrive il suo, ma prima ci si incontra ed è il momento dell’ego. Della sua epifania. “Fammi capire, non chi ho davanti e vedo, ma se dovrò subire oppure condividere, se mi verrà chiesto d’essere altro da me. Tu che sai, fammelo sapere, ammaestra per tempo il mio intuito, fallo sbagliare per generosita eccessiva, ma non all’inizio, dopo.” Bisognerebbe recitare i mantra quando è ora e ad alta voce. Ascoltarsi perche le parole facciano effetto. Sconcertarci perche l’ego emerga e dica qualcosa e poi, prima che l’amore dilaghi, muti i segni delle equazioni, aiuti a decidere se restare o andare, mitigando il fato. Ma in realta non si decide mai nulla, accade e basta. Allora preferisco i generosi agli avari, perche i primi a volte soffrono, sono traditi, ma qualche volta sono felici, i secondi, invece, mai.
il tempo passa, o almeno passa quello cronologico che, come ci ricordavano i greci, divora cio che crea. Non passa il tempo delle occasioni, il kairos, ma quella è un’altra storia.
In fondo pur misurando le nostre vite su anni passati e attese future, di ciò che facciamo vorremmo restasse memoria. È il passato, il già fatto. Hai mai pensato che il passato è a suo modo un succedaneo dell’ immortalita, a noi concesso assieme ai figli, e alla memoria per pensare che siamo e nulla finisce mai davvero, ma tutto inizia sempre. Però le vite che divaricano costantemente da noi, dai nostri desideri, ci raccontano altro, fatichiamo a tenere una loro oscura coerenza, e questa fatica è il presente e il futuro.
Possiamo conservare un’alta considerazione degli altri (cosa assai difficile) ma con noi stessi non bariamo. Parecchi anni or sono, questi giorni li usavo per riflettere sul tempo, quello passato e quello futuro, facevo il punto sulle cose fatte, quelle da fare, i propositi di mutamento, lo star bene da perseguire. Questo contraddiceva i fatti: a fine anno si lavorava di piu, c’era una specie di eroismo sciocco nel lavorare quando gli altri erano in festa. Ci misi tempo ad accorgermi che non avevo nulla da dimostrare e che non serviva essere riconosciuti come sempre disponibili, che era un esercizio perverso di conformismo a un ruolo.
Te ne parlo perche allora cominciai a rovesciare parametri, avrei dovuto rovesciare tavoli e invece pensai che eravamo noi da cambiare prima di quello che stava attorno. Il tempo sembrava passato e comunque fuggente, sapevo che non sarebbe mai finita questa impresa, e neppure riconosciuta da altri che noi stessi, ma ne valeva la pena. Non c’è nulla di elegiaco in tutto ciò, nelle vite ci stanno molti successi noti solo a noi e molti fallimenti che vengono percepiti in modo diverso. Dipende, in fondo è un nostro segreto. Magari si capisce che essendo altri forse si sarebbe stati migliori, ma di sicuro si sarebbe stati diversi. Ed essere diversi era un violentare le possibilita, cambiare era una faccenda nostra. Se ci conformavamo a noi stessi, ci sarebbero state molte difficoltà, e qualche felicita immotivata, inattesa e possibile, ma conformarsi agli altri era una violenza e comportava comunque l’infelicita e l’estraniamento da sé.
Nei molti mestieri che ho fatto ho trovato soluzioni economiche al vivere, in cio che non era mestiere ho trovato la soddisfazione d’essere vivo. Credo che questo sentire sia molto diffuso, che praticare la propria diversita trovando una misura di se stessi, sia un lusso che ci si deve permettere. È una fatica, ma ne vale la pena, anche se comunicarlo nella sua preziosita è difficile, sembra un esercizio vano se non viene colto nella dimensione vera che ci riguarda. Credo che questa incomunicabilita e la ricerca d’elezione di chi puo capire sia un tratto dell’età. Una solitudine accettata.
Non è strano, ma un po’ singolare che tu abbia fatto studi che in una certa misura ho fatto anch’io, che tu abbia praticato, e pratichi, un mestiere che ho fatto anch’io. E pure mi piaceva. Poi le congiuzioni astrali che noi adeguatamente manipoliamo hanno deciso diversamente. Non mi spiace, anzi, devo confessare che sono responsabile di ogni cosa che mi riguardi. Cosi ho imparato che c’è molta soddisfazione nel tentare qualcosa di nuovo piuttosto che praticare la sicurezza del conosciuto. Era un modo come un altro per dedicarsi all’ inutile e vedere se esso era proprio tale. Questa potrebbe essere una delle definizioni della speranza, non credi? Come trarre una rispondenza a se da cio che non è importante come economico ma come pensiero, idea da seguire. Credo sia per questo che non faccio piu bilanci, stabilisco obbiettivi, perché la speranza non li tollera, li considera delle gabbie, non guarda al passato perché numerare ciò che non è andato sovrasta sempre quello che si è realizzato. E questo paralizza, impoverisce. So che non è il tuo caso, che utilizzi cio che sai per aggiungere conoscenza, ma credimi, apprendere non ha un buon oroscopo da tempo, si preferisce cio che è finalizzato, ci si specializza restringendo il campo perche questo è cio che serve. Apprendere l’apparentemente inutile per il piacere di farlo è cosa da sognatori, da romantici perditempo.
Strano, le grandi intuizioni vengono spesso da una conoscenza diffusa, da un saper vedere il lato oscuro della luna, ossia dal superare il sogno non dall’eliminarlo. Il nuovo, si direbbe, viene anche da sognatori perditempo. Attorno vedo vite che scartano come un cavallo negli scacchi nel tentativo di sorprendere, ma la scacchiera è quella e si gioca in molti, solo che alcuni rispettano le regole e altri rispettano se stessi. Ecco che torna il riportarsi a sé. Vorrei condividere questa sensazione per capire meglio la mia nozione di tempo: allora non dicevo che pensavo al futuro, proprio perché ero fradicio di passato. Di quello che ricordavo e di quello che rimuovevo. E ciò che rimuovevo era, ed è, un amico beffardo che agisce nell’ombra. Quando confrontavo risultati e attese era già tardi oppure sempre troppo presto. Mentre percepivo che la vita non era esitare sulla soglia.
Visto che abbiamo età confrontabili devo dire che siamo stati per alcuni versi fortunati di vivere nel tempo di passaggio tra un prima consolidato e un poi più liquido, non perché sia scomparsa la fortuna ma perché è più difficile ora lasciare le poche sicurezze e immergersi in noi. Non penso a come eravamo, ma a come potremmo essere se si volesse. Questo ha avuto effetti nella mia tolleranza verso le compagnie prive di senso, m’annoio sempre più nell’eterno, sicuro, riandare dei racconti. Nella infinita sequela delle gesta dei figli, in ciò che è mancato tra coppie o nell’infanzia, nei rimbrotti di antiche ferite mai chiuse e nell’ilarità dei fatti depurati dai contesti. Ciò che manca in questo raccontare è stato male interpretato? Esattamente come ciò che c’è e che serve a reggere, tener su le storie come un intimo che fa apparire ciò che non è più o non è mai stato. E così emergono gli amori stabili, ma anche le insicurezze, da mille particolari di paure e di carenze ben celate, di scelte malferme. È andata così, tanto vale farne un racconto celebrativo che addolcisca il presente. Viene espunto l’avventato che aveva prodotto disastri, le tristezze profonde e irreparabili, i motivi veri che avevano condotto alle scelte ritirate precipitosamente, e mi sembra, e sembrava, una vita blanda, densa di miele che, come i dolcetti turchi aggredisce il gusto, e poi si inghiotte in fretta cercando il pistacchio o la mandorla avvolta in tanta copertura di dolcezza. Il “segreto” è piu vero e interessante, è quello che fa capolino, che scappa nel detto, richiamando l’attenzione annoiata. Cerco quello perché per il resto sembra che le vite spesso si siano già svolte nella parte importante mentre il futuro è lì davanti a noi, apparentemente intonso, ma già gravido dei se, dei ma, delle convenzioni del passato. Mi sembrava, e sembra, un dormire sottocoperta, cullati dal muover di marea e un voler scordare d’essere attaccati alla banchina, mentre il nostro destino è il viaggio.
Se mi perdevo a leggere questo nei racconti già sentiti come non potevo farlo con il me stesso che conosceva, col mio passato che sapeva come le cose erano andate, cosa mostravo e cosa celavo. Devo ringraziare tutti quelli che mi hanno spinto verso me , e a mollare gli ormeggi in quell’ oceano senza tempo che abbiamo dentro. Mi piacerebbe ci incontrassimo per caso per parlare dei futuri, sarebbe per me bello. Chissà se accadrà.
Il caso sappiamo che ha bisogno d’aiuto, caro Bruno, per lasciare che il racconto si dipani e l’ascolto lo segua, e anche solo per aprire al futuro possibile ovvero a quello che ciascuno di noi porta con sé e non vuol prendere in mano.
È l’augurio che faccio a te e a quelli che con pazienza hanno seguito il disordinato svolgersi dei pensieri: cerchiamo di assomigliarci perché nessuno è come noi.
queste giornate di sole invernale seguite dal gelo della notte mi portano su stati d’animo opposti. Cammino, guardo, quando non lavoro e sento che la mia metereopatia si accentua d’inverno e l’umore ne risente. Ma se guardo oggettivamente gli sbalzi d’umore del tempo, la sua apparente stranezza, trovo abbia una logica semplice e penso che il procedere apparentemente amichevole della stagione non possa essere confuso con altro. Così credo che i miei umori siano altrettanto semplici e mi parlino con chiarezza di me. Stamattina, mentre pedalavo nel freddo della città, nelle strade che amo, pensavo alle insofferenze crescenti che provo. Alla tentazione dell’isolarsi pur restando tra gli altri. All’apparenza che si deve mantenere per gli obblighi che il nostro “mestiere”, qualunque esso sia, comporta, e ai silenzi che vengono accettati con indifferenza come non rappresentassero un dire. Ci sono delle cronache dell’insofferenza, fatte di piccoli fatti, di atteggiamenti, di distanze, di selezione di amicizie, di rifiuti. Me ne accorgo perché lascio andare, non trattengo, ma ancor più chiudo ciò che non mi piace. Quello che posso, naturalmente. L’insofferenza di cui ti parlo, è spesso scatenata dalla banalità di ciò che viene proposto, dall’esibire la superficie per mascherare la paura del profondo. Cosi i discorsi divengono vuoti, le cose che si fanno, involucri, e cresce attorno a noi l’assenza di una condivisione. Quello che non si può condividere, è la bruttezza e la vediamo diventare comportamenti, oggetti, case, monumenti, gestione della vita quotidiana. Cosi nasce il brutto banale, peggio del kitsch. Ed solo avidità, incapacità di pensare agli altri e quindi anche a se stessi, difficoltà di capire che noi siamo quello che lasciamo e non quello che teniamo. Pensavo, stamattina, che l’insofferenza costruisce un muro che s’innalza e che isola e che solo la disponibilità all’ascolto può correggere questo rifiutare ciò che infastidisce. Ma per ascoltare serve speranza, e questa ancora non mi manca. Pensavo. E non confondo l’insofferenza con l’indifferenza.
Allora mi è tornata a mente un’immagine che mi porto dietro dai sogni dell’infanzia e che posso vedere nel giardino arabo, nell’hortus conclusus. Forse, il mio è un difetto di fabbrica, una tendenza all’insofferenza. Però questa immagine è forte e bella, e riporta al valore dell’interiore. Hai mai pensato a quanto sia stata svalutata l’interiorità in questi anni? È perché essa non è facilmente riconducibile a un valore economico e porta con sé una forte carica di non conformità o per altro? Diciamo che l’interiore si è pensato fosse surrogabile con altro e che esso venisse comunque fuori, ma in modo accettabile. La pubblicità ci propone il buen retiro come uno status economico, lo dota di piscine e grandi spazi, oppure lo innaffia di liquori costosi, o ancora lo mette vicino a caminetti in soggiorni che non sono nel vivere comune, lo riempie di boiserie che da sole fanno un appartamento più grande di quelli in cui viviamo, ne fa oggetto di ambientazioni da film e serie melò. Sorvola sul fatto che l’interiore non costa nulla e tutti l’abbiamo a disposizione, basta un po’ di tranquillità. E quell’interiore, in me, sta costruendo un giardino che non ha porte, che esige per entrarvi di volontà d’arrampicarsi e di superare l’ostacolo, che conserva e mostra sopra di esso punte d’alberi, ma impone una scelta e una fatica. Non ho usato la parola muro, è una brutta parola di questi tempi, eppure se pensi che la sapienza del costruire è legare assieme le pietre, ti accorgi che i muri cattivi sono quelli invalicabili tra uomini, mentre quelli interiori si basano sulla comunicazione, sul comprendere e quindi diventano ponti quando si ha la pazienza di scavalcarli.
Nei labirinti tracciati sui pavimenti delle cattedrali medievali, c’era sempre un percorso che portava al centro, alla torre della sapienza. Il senso era che dopo molti errori si trovava l’uomo e l’equilibrio del suo cammino. Erano su due dimensioni che attendevano di essere completate con le nostre due dimensioni, ovvero quella della volontà del sentire (il contrario dell’indifferenza) e quella della nostra concezione del tempo. Trovare il centro, come piantare e curare fiori, erbe, frutti nel giardino arabo era -ed è- la condizione del proprio crescere, la dimensione del condividere con pochi l’equilibrio tra interiore ed esteriore, ma anche la necessità di operare perché ciò che ci attornia sia espressione di quell’equilibrio.
Mi dirai che seguo fantasie, che i miei bisogni sono poco adatti a questo mondo così concreto e veloce. Credo tu abbia ragione ed è per questo che divento insofferente, selettivo, silenzioso. Moltissimo di ciò che mi (ci) attornia, si basa su presupposti privi di tempo. La velocità annulla, o vorrebbe annullare, il tempo e quindi respingere la paura della morte. Questo impedisce di comunicare davvero: non c’è tempo. Pensa a questi giorni convulsi, ai simboli osannati e calpestati pochi giorni dopo. Pensa al fatto che di quelle vite innocenti spente a Parigi, già non si parla più, come se le morti non rilevassero alle vite. E mi allora ho pensato che questa società non propone la vita anche se dice che vale molto, non propone la bellezza ma la caducità dell’acquisto, propone il potere e la perpetuazione dell’esistente negando così alla speranza una quantità incredibili di energie. Quelle del cambiare, del mutarsi e mutare ciò che sta attorno, pensando che ciò che facciamo non serva solo a noi ma a quelli che verranno.
Faccio queste considerazioni sentendo l’ennesima inutilità della conferenza di Parigi sul mutamento del clima. Non cambierà nulla, come è accaduto in passato e le città, i luoghi diventeranno difficile ancor più, pervasi dalla violenza del brutto che abbiamo attorno. Questo mi genera insofferenza. E la verifico in queste orge di consumi che sono le feste, nei casotti di legno che vendono tutti le stesse cose, in questo tripudio di luci che dovrebbe evocare chissà quale idea di contentezza e del bello. Il natale viene associato alla festa della luce, lascio stare i simboli, ma il corpo sente che il sole ricomincia a rinnovare la sua forza, aspettiamo il calore che non è solo una temperatura gradevole, ma il luogo interiore degli affetti , dei sentimenti, dell’amore. Il pensarlo esigerebbe un senso un po’ più profondo dei luoghi comuni. Un meditare su come siamo e come vorremmo essere, un confrontarsi, invece del mettere assieme senza scambiare, del trovarsi senza essersi cercati. Dovrebbe ma non è così, e allora alla vista di come le nostre strade che hanno una loro consolidata bellezza vengano deturpate, ridotte a gimcane tra paccottiglia e cibo che sta girando per tutti i mercatini d’Italia, mi accresce l’insofferenza e accentua il silenzio.
E l’insofferenza mi porta alla selezione severa delle persone con cui parlare davvero, mi porta alla denuncia di ciò che non riesco più a tollerare, mi spinge a protestare per quanto vedo e sento. E penso sia necessario un manifestare pacifico di diversità, un dar motivo dell’isolarsi che magari sembra assurdo, e che a volte, è percepito come un’offesa nella società che privilegia l’individualismo e l’anomia delle persone. Quand’ ero giovane, provavo cose analoghe però non capivo bene cosa mi disturbasse, ora che giovane non lo sono più, le due dimensioni di cui ti parlavo, il sentire il tempo proprio, le coniugo per mio conto, parlandone a chi ha la pazienza di ascoltarmi, proprio come faccio con te, solo che un tempo pensavo fossero tanti e oggi invece penso che si sia assottigliata molto la combriccola degli insofferenti coscienti di esserlo. Forse per questo si tollera la bruttezza che abbiamo attorno, per non star male, per non ascoltare la bellezza interiore che vorrebbe altro. Altre regole di crescita, altre speranze e un senso di responsabilità nei confronti di ciò che accade che sembra non esserci più. Ieri, su Repubblica, Piketty invitava l’occidente a riconoscere che i guasti che si stanno creando nella natura comune, sono fortemente connotati con noi, con le nostre abitudini, con lo sfruttamento che viene fatto delle risorse non fungibili a solo fine di profitto. Ed io l’ho tradotto in un atto di nichilismo di massa che impedisce di considerare la lentezza, ovvero il tempo del comunicare e del condividere come prioritario e quindi di guardarsi attorno, che trova scuse nell’impotenza e nella necessità e così giustifica tutto. Allora penso che delle molte solitudini che ci sono al mondo, quella di massa è la peggiore, perché è cieca e rassegnata, si conforma a qualcosa che non dipende, che non vuole dipenda, da lei. E quando penso a questo, allora preferisco avere pochi amici, sognare la solitudine che diventa gioia del riflettere nel giardino arabo virtuale, costruito con la pazienza, la speranza, il silenzio. E in particolare di quest’ultimo non sento più il peso e sento che vale più di molte parole che si spargono senza voler dire.
Questo volevo dirti della mia insofferenza, che come vedi non è particolare e forse è proprio semplice da capire, solo che io l’ho descritta con molte parole, come mi viene e come so dire. Eppure la sento ancora parziale e insufficiente nel dirla, come ogni approssimazione di sentire. Se l’ho tradotta in una lettera è per capire meglio e di più. Sapessi quanti pensieri collaterali nascevano finché ti scrivevo queste parole, se fossimo assieme ti spiegherei meglio, tradurrei in espressioni le parole, ti parlerei con tutto me come quando m’infervoro per la passione che mi suscita un argomento. E il tempo volerebbe, ne sono sicuro, anche se penso che tu guarderesti, scuotendo il capo, le mie dita colorate d’inchiostro e mi ricorderesti che esistono le biro e che spesso scrivo lettere che non spedisco. Con tenerezza e comprensione, lo faresti, sentendo che è una partita persa il convincermi. E allora capirei che l’insofferenza ha un limite e che ciò che comunica il bene, invece, no. E di questo, ti ringrazierei, grato come sempre e forse ancor più.
Care amiche e cari amici, vorrei ringraziarvi per un numero che è apparso tra le statistiche, ossia che i commenti sono più di 10.000. È un numero un po’ farlocco perché da esso dovrei togliere il circa un terzo di risposte mie alle vostre considerazioni. Non lo faccio anche perché senza le vostre considerazioni sarei rimasto al mio testo e invece, sempre, mi avete portato un po’ più avanti di esso. Il fatto di saper bene di poter al più esprimere un punto di vista, mi rende prezioso il vedere degli altri. Tutto questo mi spinge a ringraziarvi di più e anche se non ho sempre risposto (il rapporto non è 50-50) comunque avete continuato a suggerire, dire, comunicare.
Appartengo ad una cultura in cui il comunicare ha sempre qualcosa di chi comunica, per questo anche non conoscendo quasi nessuno di voi, personalmente, non riesco a sentirvi virtuali e ogni volta che ci si incontra con le parole, mi piacerebbe proseguire, capire di più, prendere un caffè assieme. Questo vi fa essere importanti per me e se anche borbotto per mio conto, il fatto che ci siate mi rende importante.
A volte penso che in questo luogo, ho attese. Non è lo stesso ovunque, anzi, solo qui il discorso si approfondisce, scava, cerca. Non sempre ciò che per me è importante, lo è anche per voi. Questo mi fa pensare e pormi domande: a chi sto parlando? chissà chi ascolta? e se scuote la testa ha ragione oppure no? Vi sembrerà strano ma queste domande non mi lasciano indifferente, anche se scrivo quello che penso e parlo con me stesso anzitutto. Significa che ci siete anche silenti.
Bene. Grazie a tutte e tutti, si continua, sperando di non perdere troppe presenze lungo il cammino.
…quanto piace il nido di malinconia… Dicevi proprio così e hai toccato una corda che conosco bene: il piacere della malinconia. Quella lieve che mette assieme la mancanza e il piacere, nella piccola sofferenza che essa procura. Credo che la malinconia contenga una forma di eroticità, basta considerare quanto essa porti a sé, allo scendere dentro. Dovessi dare qualità alla malinconia direi che è calda, ma appena oltre il tiepido, che è sensibile al tatto, setosa, e ha il colore degli acquerelli che sfumano verso l’orizzonte. Ti parlo di una malinconia che non pesa, che è sera e nostalgia di calore che protegge, non estenua, e il lasciarsi andare è vigile, col pensiero che vaga, riallaccia cose apparentemente dimenticate. È mancanza senza dolore, qualcosa si è perduto ma si può ritrovare. Non è lo spleen, la fatica del vivere, il peso che accascia, la ricerca dei succedanei del dimenticare. Non è lo spasmo del piacere che subito dimentica e cerca di nuovo l’annullamento del soffrire. Non è questo di cui parlo. È ancora un dialogo che parla di possibilità ma è cosciente che il nuovo non sarà ciò che si è perduto. Penso alle banchine delle stazioni che vedono in continuazione treni e destini transitare. Le cose hanno la memoria che noi depositiamo in esse, un bosco è un bosco, i miei libri sono un colore e un contenuto, quella foto che guardo con insistenza per cogliere un pensiero, è avvenuta ed era indifferente al soggetto. Così se le banchine dei posti da cui si parte hanno il significato del lasciare, contengono anche la possibilità del ritorno. Solo che tutti sappiamo che non sarà la stessa cosa ed è giusto sia così, non ci ripetiamo, i treni perduti si potranno sostituire con altri che porteranno ad altro, ma non sarà lo stesso e se sarà meglio o peggio, nessuno lo potrà dire. In realtà ci provano i mondi paralleli e la meccanica quantistica, ma devo dirti che la cosa, così come mi viene proposta, è una possibilità che provoca una leggera allegria priva di alternative concrete.
Parlo di malinconie e non di una in particolare. Di quelle leggere che si associano al piacere d’essere. Una tra esse, mi colpisce e tengo a bada, è quella del non conoscere a sufficienza. Quando si ha la sensazione di non sapere si perde la nozione del controllo della complessità e questo genera l’insicurezza che si associa alla consapevolezza. È la malinconia che diventa melancolia se non la si confina nei propri limiti. Nel calore della mia casa ci sono molti libri che attendono di essere letti, molta musica che attende di essere ascoltata, molte parole che attendono di essere scritte. Ho fatto un patto con loro, ad essi spetta la possibilità di esistere appieno, a me il leggero senso di assenza malinconica del tempo che scorre e del fare limitato.
La malinconia leggera è anche terapeutica, misericordiosa verso sé, se riconcilia il ricordo col presente. Adesso direbbero che è resiliente, brutta parola per dire che aiuta a rimettere in sesto ciò che è stato percosso. In noi il passato sembra un sinonimo di ricordo, sappiamo tutti che non è così, il passato è stabile, fissato, il ricordo è vivo, si modifica, si conforma e agisce su di noi. La malinconia l’associo al ricordo e al presente, e sapessi quante cose utili escono dal guardare il soffitto, nel sospendere il pensiero dagli impicci che sembrano importanti e non lo sono. Non a caso il buon Freud ascoltava qualcuno che, steso, guardava il soffitto. Come dire che da stesi non si ride con facilità e che la quiete, e il pensiero che nuota all’interno dei ricordi e li collega al presente, ha qualcosa a che fare con la malinconia di cui parlo e con il ritornare a sé. In fondo quando si torna a casa si torna a sé, ai propri bisogni essenziali, al conosciuto che rassicura. E anche alla leggera colpa del non fatto. Mi sono chiesto se quel senso incompiuto del dovere si colleghi con la malinconia, probabilmente sì, anche se non ne è l’unico motivo. Forse è l’incompiutezza del desiderio d’essere amati quando si è amati, il non basta mai che ci si dice tra amanti. Forse è l’insicurezza che ci portiamo dietro perché l’andare e il fare non sono collegati al pensiero ma alla necessità imposta. Forse è perché semplicemente la vita si compie quando finisce e tutto quello che ci sta prima è ricerca di un equilibrio, di una gioia che metta assieme tranquillità e velocità del sentire, del pensare, dell’agire. Forse è la coscienza di quanto ci trascuriamo perché non ci esploriamo abbastanza. Forse, ma a che serve sapere la proporzione del cocktail, se esso è piacevole?
Ti parlo delle malinconie piacevoli, quelle che non escludono la gioia discreta, il sorridere e il riso e non delle malinconie violente. Delle prime abbiamo nozione e compagnia a vario titolo, tutti. Sono quelle che fanno desiderare la casa, il calore, i rumori noti, ma anche l’andar via, l’essere altrove. La saudade assomiglia molto a queste malinconie, ed è uno star bene moderato che desidera anche altro. La malinconia leggera non s’accontenta, ma apprezza ciò che ha, ciò che è stato ed ha uno sguardo ironico su ciò che sarà. Avendo viaggiato parecchio anche solo, questa sensazione l’ho sperimentata spesso, cioè il pensiero che ciò che conoscevo e avevo a casa non era dissimile da quello che sperimentavo, ma solo in fondo, forse per questo si desidera esplorare e poi tornare. È una sensazione che fa desiderare la casa, il calore, i rumori noti.
Per concludere questo girovagare di parole che parlano di qualcosa che credo tutti conosciamo, ti regalo un ricordo che si associa a un luogo che forse conosci. C’è una provinciale che scende da Teti verso Ollolai, quella che costeggia il lago di Cucchinadorza e poi si inoltra tra rocce e boschi, una strada dove le auto sono rade e le poche spesso ferme al bordo della strada, vuote. I proprietari o sono a caccia oppure sono persi nelle proprietà impervie del Madrolisai. In quei luoghi, per uno straniero, è stato facile sperimentare la sensazione che l’equilibrio esterno e la precarietà che ci portiamo dentro, fanno fatica a dialogare. Quando percorrevo da solo, a sera, quei luoghi, pensavo che c’è qualcosa che ci spinge ad osservare e sentire, col rispetto, a volte col timore, che viene dalla solitudine e dalla estraneità/vicinanza della natura all’imbrunire. Ed era una sensazione che faceva desiderare la casa e il calore. Mi piaceva molto essere dov’ero e al tempo stesso avevo bisogno di raccogliere questa sensazione in un luogo protetto. Credo che questa sia l’altra faccia della meraviglia e dell’avventura, ossia il bisogno di portarla dentro, di trasformarla in vissuto elaborato. Si torna per partire. Si ricorda per viaggiare nel presente, per capire cos’è la realtà. E siccome essa ci sfugge, ed è quanto mai discutibile e al tempo stesso efficace nel condizionarci, ci si raccoglie in quel piccolo spazio sicuro d’insufficienza, ma anche di piacere d’esserci perché siamo stati.
Ho cotto il pane, impastato 24 ore fa. La casa ha un profumo di buono che si aggiunge a quello del legno e della carta. Annuso. Chiudo gli occhi e annuso. La radio trasmette notizie e riflessioni. Si può annusare il silenzio? Spengo. E leggo. La poltrona è accogliente, la luce dietro, mi scalda un po’ il collo, sembra una carezza inaspettata e desiderata, che si fonde con il testo.
Viviamo di ossimori e l’attesa è l’ossimoro più grande. Il possibile e l’avverarsi contenute nella stessa parola. Quasi un fenomeno quantistico: ci sarà un gatto nella scatola oppure no? e soprattutto verrà a cambiarci la vita?
La notte viene incontro tranquilla, pensieri, qualche ricordo e i conti in sospeso che s’allontanano in punta di piedi.
Oggi avevo voglia di tornare a casa.
Accade dopo molte giornate di ripetute, banali e intense cose diverse. Quando hai ascoltato per troppo tempo persone che parlano solo di sé. Quando serviva un confine e invece l’hai superato. Quando i giorni si sono ammonticchiati gli uni sugli altri. E hai lasciato fare. È allora che al posto della stanchezza ti fermeresti e basta, senza un che fare alternativo. Nel lavoro, gli impegni gestiscono il tempo, ed esso gestisce le cose, fissa priorità. Quando invece, come oggi, di urgente non c’è nulla, la giornata presenta il conto e il tempo sembra infinito, diventa evidente la composta pochezza delle priorità fittizie.
E’ una sensazione che conosco bene e me ne sono andato.
In ottobre, tornando per la pedemontana, trovavo le prealpi che facevano da sfondo e dietro c’erano le dolomiti friulane già innevate. I colori mi prendevano e quasi commuovevano. Pensavo alle cose che avevo attorno, desiderando soste per guardare meglio. Avevo voglia di tinte forti e dense.
Poi, con novembre, lunghi giorni di nebbia e di grigio. Ma non stasera, così i pensieri potevano correvano con l’auto.
Sono partito che c’era luce, poi è sceso lo scuro di colpo. L’autostrada si è riempita di luci rosse, gialle, lampeggianti e fari bianchi. C’erano i frettolosi, i riflessivi e i lenti, ma non si vedevano le persone. C’erano macchine piene di ombre e luci forti che passavano.
La strada è lunga, e silenziosa, la fatica leggera del guidare si interrompe ai caselli, poi riprende. Fino alla città. Poi le solite lunghe file di auto che escono da qualcosa ed entrano in qualcos’altro. Telefonini accesi che illuminano i visi in attesa. Le ombre che si definiscono: si vede che parlano a persone invisibili, ma intanto acquistano il genere, la presenza. C’è un brusio di messaggi nell’aria che si mescola agli scarichi, immaginavo i piccoli suoni dell’elettronica ormai familiari che generano pensieri immediati: qualcuno mi ha pensato, ha scritto. Siamo sempre connessi dalla dimostrazione di esserci, tra insicurezze che crescono, bisogno di calore, storie che s’ intrecciavano.
Mi veniva in mente, stasera, a come le vite s’assomiglino differenziandosi nell’esperienza, mentre l’attesa resta la stessa, ovvero quella dell’essere amati. Pensavo a me e a loro, che erano specchio di qualcosa che accade a tutti. Guardavo e al tempo stesso avevo un bisogno di calma per assaporare le cose, per il senso che solo gli amori lunghi e le passioni intense, hanno. Posare, fermarsi, essere avvolti e avvolgere.
Il cielo scuro aveva i toni gialli del riflesso della città. Alberi neri e quasi spogli lungo la strada, un tappeto di foglie attendevano la gioia degli spazzini. Facendo le solite strade mi accorgevo che attorno sparivano nuovamente le persone. La mia mente fotografava ma non vedeva visi, storie nascoste, sapevo che in realtà c’erano, ma non mi veniva di metterle nel contesto dei pensieri. Così ascoltavo musica e parole dalla radio, aggiungevo le mie parole, il cantare a bassa voce.
Pensavo che di tutto conosco poco, ma ascoltavo e l’ascoltare era una piccola qualità che possedevo. Pensavo anche che questa sera era molto simile ad altre vissute in certe città dell’est, della Moravia, che era un bel pezzo che non andavo in Cecoslovacchia. Che quello era un vecchio nome, per un paese che si era diviso in due e che Moravia mi piaceva di più.
Così sono arrivato al mio piazzale, agli alberi gialli di luce e di poche foglie, ai grandi cedri. Le scale, la porta, i gesti usuali. Come ci fosse un codice personale e rassicurante di azioni. La cena, i gesti della cura, infornare il pane. C’era un bel silenzio. Sono innamorato del silenzio che ho attorno, ho la possibilità di lasciarlo tale o riempirlo con ciò che mi piace. Ho anche pensato che le cose che penso e leggo, riguardano me, che io mi specchio in esse e che se non si riesce a raccontare per bene è perché noi siamo complessi ed essenziali allo stesso tempo e usiamo l’essenzialità per comunicare. Dobbiamo semplificare perché nessuno ascolterebbe tutte le finezze che abbiamo, e allora bisogna lasciare spazio all’intuizione, al sentire, all’avvertire in silenzio, se qualcuno ha voglia di ascoltare.
Siccome tutto questo era nella mia testa e si mescolava, ho pensato che forse l’avrei raccontato, come sto facendo, ma che nulla avrebbe reso la sensazione che danno certe ore del giorno e che questa era una di queste. Quieta e riempita di tutto quello che c’è e di quello che non c’è. Ma per dirlo avrei dovuto esemplificare e raccontare un’insegna di farmacia vista in piena notte. Non c’era nessuno e la farmacia era chiusa, ma lei imperterrita, accendeva i led che correvano dall’ interno verso l’esterno e poi viceversa, formava figure, mostrava l’ora a nessuno, e le indicava in una sua malinconia inutile. Così prima pensavo che viene di amare la malinconia lieve dei propri limiti, quella incapace di reagire alla propria diversità, all’ignoranza di ciò che non si sa, mentre combina misteriosamente quello che si conosce e che sembra generare sensazioni e pensieri unici.
In quella insegna che pulsava, fatta in Cina, dove neppure sanno cosa significhi farmacia, eppure collocata qui, nella notte che non pensava al giorno, c’era l’inutile del non poter comunicare.
Pensavo anche che queste cose sono i motivi per cui si torna a casa, per cui si desidera un abbraccio silenzioso, la certezza di un amore, di farlo bene quando è il momento, il pensiero che la vita è molte cose assieme.
A volte mi chiedi cosa cerco. Credo non avrò mai una risposta, perché quello che cerco è mettere in relazione il dentro e il fuori e spesso il fuori è insufficiente o eccessivo e allora respinge. E’ come capire la propria diversità e pensare che questa sarà una ricchezza che si potrà condividere con pochi altri, mentre la vita porta a occultare, tacere, muoversi secondo canoni prefissati. Forse per questo mi lascio prendere dalle cose che vedo, le trasformo e le rendo mie. E spesso mi basta, ma non mi esaurisce. C’è sempre molto che potrà arrivare ancora.
Tutto questo, nella notte e nel profumo di pane si mescola e confluisce in pensieri quieti. Non c’è ansia, neppure certezze, ma la pace non si nutre di certezze bensì di equilibri e di possibilità. Come il gatto nella scatola quantistica che non si sa se sia vivo o morto, ma c’è e noi vogliamo sia vivo. E vogliamo che questo continui ad accadere perché vivere è meglio di qualsiasi alternativa, magari volendo bene ed essendo amati.
Così superando il confine dell’utile in ciò che faccio, penso che vorrei dormissi bene e facessi bei sogni.
Il 4 novembre del 1918 di quel corpo non restava nulla. Neppure la certezza del corpo.
Non il luogo della morte, perché nei bollettini di reggimento s’indicavano le doline anonime con ciò che si vedeva, senza poi traccia sulle carte. Non il luogo preciso del giacere ultimo perché quel giorno ne morirono più di mille e vennero seppelliti in fretta. Assieme.
Neppure una certezza.
Di Lui non restava nulla oltre a un rotolino col nome, scritto su carta spessa e portato al collo in un cilindretto. Era la piastrina di allora che la pioggia spesso cancellava, ed era per quello i dispersi superavano sempre i morti nei ruolini delle compagnie. Una crudeltà che teneva accese impossibili speranze: meglio disertore o prigioniero che morto, pensavano a casa. Ma per Lui non ci furono dubbi, fu fortunato: morto in agosto con le pietre arroventate attorno, l’aria di mare che veniva dal golfo e il profumo delle piante aromatiche di notte. Magari l’avrà desiderata un po’ di acqua nei giorni in cui erano fermi col sole a picco, ma non ci fu pioggia e così non fu un disperso. Morto definitivo.
Strano ornamento portavi al collo, in quel Carso racchiuso in sé e stento d’ombra e piante. Un’ostrica di arbusti, quercioli, doline, sassi bianchi e rovi, che in quegl’ anni era ancor più inospitale e si difendeva dalle tempeste d’obici, dagli scoppi che la sconvolgevano, dai reticolati piantati a rotoli per essere tagliati, restando una petraia bianca, aspra. Immacolata. Macchiata di cose, di rosso, di verde.
Di Te non restava nulla oltre al nome. Quel nome c’è ancora assieme ad altri, in decine di migliaia. Tutti schierati in ordine alfabetico con davanti i generali nelle arche. Quelli stessi che di certo non amavi, neppure forse conoscevi per nome, quelli delle decimazioni, che ordinavano gli attacchi suicidi e nessuno di loro era alla testa. Nessuno morto in battaglia e sono adesso, lì davanti: hanno scelto di comandare anche da morti. Facile morire nel proprio letto e dire: voglio essere sepolto con i miei soldati. Ma lo ro ti volevano, ti vogliono? Gliel’hai mai chiesto?
Mi piace immaginare che nelle notti di luna vi troviate su quelle doline. Adesso che siete così tanti quanti mai allora vi eravate visti assieme. E che da colle sant’Elia verso il san Michele, verso san Martino del Carso, tutti quelli delle XI battaglie e di quelle dopo, nella notte ora possiate dire quello che pensate. Ai generali, ai colonnelli ai capitani che vi spingevano fuori dalle trincee e sui vostri reticolati appena posati, a quelli che facevano la conta la sera e voi non c’eravate. Mi piace immaginare che chiediate conto di tutto. Del cibo marcio, degli assalti inutili, delle battaglie ripetute in una petraia che non aveva mai un vincitore, solo sangue che spariva nella terra. Mi piacerebbe fosse così, ogni notte di luna, per l’eternità, ma nella tua fotografia vedo gli occhi buoni, il volto sereno e bello, la traccia di un sorriso che magari ci hai trasmesso e allora penso che il silenzio e il sorriso di voi tutti sia più greve di un improperio, più pesante di una maledizione e che quegli uomini che vi comandavano passino in coda. Nelle retrovie dove sono sempre stati. Il Vostro cimitero si dovrebbe leggere a rovescio, con Voi che salite con alla testa quelli senza nome, e loro indietro.
Di Te non resta nulla oltre al nome sul bronzo e così è rimasto il possibile. Tutto quello che avrebbe potuto essere e non è stato. Tutto quello che hai vissuto e pensato prima di quel giorno d’agosto e che ti sembrava dare frutto. Che ha dato frutto. Se sono qui a ricordarti, non s’è perso proprio tutto. Non è solo una questione familiare, un essere vicino per dna, o sangue come mi avresti detto, coccolandomi da piccolo. Sei rimasto, Tu e tutti quelli che ti stanno accanto. Tu e tutti gli altri che sono dispersi ovunque.
… Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. … (P.P.Pasolini, Corriere della Sera, 14/11/1974Continua a leggere →
Viviamo in tempi di mutamento sociale e politico. È accaduto ripetutamente nel secolo scorso, gli esiti sono storia, le ragioni, pur indagate, danno spiegazioni mai del tutto convincenti, come vi fosse sempre un ulteriore che determinò i fatti e questo non era la casualità.
Cio che m’interessa capire è se i mutamenti riguardano non solo la politica, la forma degli stati, le migrazioni, i rapporti tra economie, ma se investono la vita quotidiana, i sentimenti. Ad esempio com’è mutato l’amore al tempo dell’ Europa che esce dal sogno di una unità di popoli, al tempo dell’ Italia che oscilla tra renzismo, grillismo o salvinismo. Come mutano i sentimenti quando cresce l’indifferenza?
Se non esiste un futuro forte e condiviso, ti amo e ti amerò finché si potrà. È questo il pensiero? La mancanza di sogni collettivi forti come influenzerà le vite? Perché il vissuto comune comunque, entra nel personale e lo condiziona. Allora le poche passioni esterne, la mancanza di una differenza forte, di un limes che c’e nella società porterà il relativo nelle vite. Non che sia un male, anzi, solo che il processo che muta il sentire dovrebbe essere governato, almeno portato nella coscienza. Dopo un’ età di passioni e di speranze è subentrato altro che ha spalancato le vite all’ indifferenza possibile. Eppure non è tutto eguale, gli amori non sono relativi, aspirano all’assoluto e l’assoluto non ha a che fare col tempo ma con ciò che solleva, muove, cambia.
Da troppo tempo i sentimenti sono specchio di una difficoltà anziché essere motore di un cambiamento, e così le vite sono subite non agite. Lo testimonia l’eccesso d’uso della parola amore, il suo scindersi dall’agire di conseguenza.
Quando tutto è relativo l’immenso sottofondo d’amore che c’è negli uomini si assopisce. E intanto attende che qualcosa riconosca la sua forza di mutamento, che se ne serva per mutare i destini individuali e collettivi.
Siamo in una stagione che muta il mondo, dove essa andrà dipenderà dalla consapevolezza e dalla passione che ciascuno esprime, a partire dalle vite quotidiane. Non è tutto uguale, non lo siamo noi, non deve esserlo il mondo che vorremmo.