La sera che sgrana le cose, le offre alla verità della notte ma usa cura a difendere il verde, la nota d’un canto, il riposo della placida serpe che dorme nel fosso. Là dove si scioglie la luce un pensiero s’imbeve di te. Chissà cosa attendi, dove scivola ciò che t’interroga mentre nel cielo tracci cobalto e zaffiro e del tempo ch’è solo tuo tieni il pensiero. Pudico un canto riga lo spazio, altera il senso d’eterno imperfetto, è scarto eppure gioisce, cosciente d’essere ciò ch’è rimasto.
Anime che cadono in vortici a spirale, sono innocenti spoglie della pacciamatura di vite, immolate al vento d’armi che s’affila, che spiana il prato, percuote l’albero e le case.
Insinua orrende storie. ride dell’amore e dei sogni, che ancora raccontano trame intessute d’aghi di pino, altro vento graffia intonaci e rompe le illusioni perifrasi di vuoto. Dopo ha aperto una porta, sbattuto una finestra, ma gli ansimi ormai erano aria nella polvere.
Qui la notte è tiepida di pace, nel vicolo una bottiglia di plastica corre , giocosa sbatte con rumori secchi tra stretti muri, è solo vento che pulisce l’aria, rimette ordine, sparpaglia carte mischiando Il mazzo con le foglie dell’autunno.. È la primavera che musica le case, porta pezzi di note, si lascia derubare dagli sguardi, nello svolazzare di gonne e di cappotti. Dentro al bar, guardo oltre la vetrina. Aspetto, mi parlano, e sento le parole che vanno via nel vento, senza traccia, né memoria. Resta il pensiero d’un altrove fatto d’eguali dove le speranze vengono spente come in una maledizione che rovescia e schiaccia nella polvere, le candele accese.
La nostra misura è poca cosa ma è tutto ciò che abbiamo, e in essa si mescola la ragione e l’ambire dell’infinire nostro. Sentendo l’orlo della speranza, e la cinica attrazione dell’abisso, è ancora bello cercare nell’affinità, l’aria per dare ali all’intuire e non sentirci soli.
Ho mani grandi, che hanno appreso la leggerezza, per contenere e prendere, i polsi sono teneri, non a tutti i pesi indifferenti, come ai pensieri che debordano, sguaiati.
Aveva mani forti, mio padre, precise e ad ogni giorno adatte, parlava il necessario, ci amava forte senza dirlo troppo. Mia madre era attenta e delicata, belle e morbide, le mani, use a onorare la fantasia d’ogni concretezza. Mia nonna aveva mani magre, avezze al lavoro e all’affetto, sapeva percorrere la mia guancia con cura leggera, la stessa con cui aveva percorso il mondo. Nel loro suono collocava le parole, figurine d’album dal profumo di violetta e sorprendeva senza parere, il sogno. Dell’amore, nella casa, nulla lesinava così il bene tracimava, lo si sentiva nell’abbraccio, nella parola che fioriva anche d’inverno. Nella febbre di bambino rinfrescata era la fronte, nelle prime lettere, il pennino sostenuto e accompagnato, dopo un giorno di corse e giochi, polvere e sudore, venivano lavati.
Nelle mani che sono casa e vita c’è il compendio dell’amore, la sua passione, l’intelligenza e la cura innata, il sapere, la parola da tenere a mente, la frattura che si ricompone, il pianto deterso e spento. Se il tempo d’ognuno converge, mescola e s’unisce, accade in una carezza del profondo nostro universo che non teme di generare un sole.
Immagino l’attimo che precede l’evento, l’energia pura e senza nome, prima d’essere materia. È lo scoccare da cui il tempo inizia, prima era polvere di vibrazioni, ricerca di coagulo, ora implode, s’inabissa, sceglie, guarda stupita il sé che non conosce, ed era disperso in mille abitudini di pensiero. È la prima attesa in essa è ogni possibile, ma essa ha deciso: necessità libera d’assoluto, genera. È corpo velato e suono che sveste, tutto combacia e scopre nel tocco: è armonia di coscienza e desiderio d’essere, acqua di vita che scorre incessante, portando e ricevendo i doni del profondo.
La linea dei monti risucchia la luce, cova un bagliore di rosso che posa velluto d’ombra agli angoli e precede la notte. Il liquore di realtà che scalda e brucia, è dolore nel capire, condizione d’umore e d’assenza è la quiete pasciuta dove son finite le parole e gli aggettivi, le iperboli sono vuote di senso e non servono più per illudere. La vita è altro, ha distanze a disposizione, luoghi per svolgersi, distante e vicino coincidono in noi, se lo vogliamo, come fantasia e pensiero, e sono lo scrocchiare delle ossute dita del reale, che digrigna dubbi indicando dove ci perdiamo.
Se la strada mi calpesta, se il mare mi sommerge, se il cielo mi schiaccia, di chi sono io? Sono terra, acqua, aria? Oppure nella mia pretesa individualità, nella differenza che ostento, nell’offendermi dinanzi all’essere accomunato, in realtà sono pasta nel mortaio, mescolanza tra le dita di un demiurgo a cui incautamente mi sono affidato? La mia libertà è essere elemento e direzione, cosa ed essenza, ghepardo, delfino e aquila. E uomo. Tutto e infine, solo uomo.
Chiediamo a noi fatiche per dimostrare d’essere vivi scordando l’essere strumenti per mani antiche, del tempo prigioniere. Nel nostro cielo irto di nubi, consola la proiezione di certezze, in esse scorgiamo parte di ciò che dentro urla e lacera, cosí usiamo la bellezza per affermare mentre bisbiglia parole per mutare. La testarda meraviglia, che spinge innanzi il nostro agire chiede con insistenza dolce di tornare all’innocenza del colore puro, alla dolcezza d’essere nel percorrere sincrono dei passi. Quando passavo nella strada, ed ero ragazzetto. le cose chiamavano attenzione, accendendo improvvise luci, volevano fermarmi nel tempo loro quieto ma io non m’accorgevo e canticchiavo e fischiavo con la musica che ordinava il passo e all’improvviso lo mutava in corsa. Di tutto questo perdermi non ho alcun rimorso e ciò che ho perduto, vive, lampada accesa nel crepuscolo di fronte al sole.
Questo cielo, che piove luce grigia, pesa sui rami spogli, distilla gocce che bagnano le erbe stanche di verde, di freddo, di occhi che non vedono né curano. Sarebbe colore di ritratto questo grigio che si stende, opera d’ombre e sollievo per un viso intento, qui è il riposo della passione, che sente la fatica del giorno e del domani incerto. La parentesi che spegne lo sguardo ancora vede oltre le palpebre socchiuse e sussurra… tregua, perché combattere non finisce mai.
Nella sera un arco rosso intriso di emozioni, nel canale gli uccelli, rompono il ghiaccio davanti ai nidi: con un suono di vetro, senza echi. Forse l’acqua ricorda la sua morbidezza, l’esser stata pioggia sul tetto, e poi il lento fluire. Nel meriggio il sole accarezzava l’ombra, scavava immagini sepolte nel tappeto, poi cercava tra il bianco del soffitto, e bussava ai vetri spargendo polvere nell’aria. Aveva il suono sommesso, del ricordo che fatica, della carezza attesa. Il tempo è acqua, conchiglia e mare, onda limpida che trascina, maceria di vita e attesa d’essere altro senza memoria dello sconosciuto nuovo.