lievi arroganze

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Al mattino riempio la brocca d’acqua fresca,
la trasparenza contiene la trasparenza,
non trattiene la luce eppure è luce.
Nei gesti che attendono, riposa il pensiero,
si muove nel sopore del tempo
seguendo sogni d’alterità,
si ordina, posticipa,
è trasparenza che guarda.
Ci sarà tempo costretto e anche fatica, ma verrà poi
con rumore di ferro
e l’odore della ruggine
maturata nel buio
di attese non tue.
Ora le cose parlano,
nella cura del primo caffè,
sento che il piacere viene sempre donato,
e così è il sorseggiare profumato che guarda
ed è guardato:
il verde che splende, la pioggia attesa,
le estati passate,
le ore che attendono d’essere colmate.
Attorno le cose pensano al modo dei gatti
quiete, pronte al balzo e alla carezza.
Tutto inizia altrove
e prima,
tra lievi arroganza d’essere e disporre,
nelle mattine di altre attese,
ora sento una coltre di pensieri,
d’altri e miei,
e in essa il tempo si rapprende.

Il vero e il falso della terra promessa e non mantenuta

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Una terra maledetta da dio

è una terra che non ha pace,

che affama e uccide i suoi figli,

che ospita l’ingiustizia

e la fa regola di parte,

che impedisce l’amore tra uomo e donna,

che abbatte le case,

uccide gli uomini nei campi,

dove è ancor più maledetto morire

tra il grano.

È la morte in una guerra che non finisce,

e c’è una maledizione particolare nel morire

andando a scuola,

perché il caso si veste con l’odore del pane fresco.

C’è una maledizione particolare nel vivere

in un campo profughi per sempre

perché la speranza si scioglie nel fango della pioggia.

Una terra maledetta da dio,

dev’essere tolta al dio che non è buono

e riconsegnata all’uomo,

solo così l’umanità potrà farsi strada

e il bene avere una ragione.

bon da gninte

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So bravo a far robe che non conta,
go na vocasion par questo
on talento, se diria,
che me fa perdare el fio de quel che fasso,
me perdo nel scoltar na parola nova
e vardar la bocca che la dixe,
come se tuto fosse nato desso,
mai dito prima del ch’el atimo
che no se ripetarà de novo.
Xe l’arte de far castei de sabia,
visini a riva,
sensa vardar l’ora,
e no pensar che a ogni siè riva l’onda,
la sabia se desfa poco a poco,
la magna el fosso e pò el muro,
la porta, el merlo
queo che gaveva vossuo pì cura, resta la sabia, un muceto,
moia e pronta
par n’altro zogar inutile al tempo
e bon par ti
che te pensi e te vedi el beo
nel fare e nel scoltare,
nel vedare e imaginare
l’ogni volta novo
che nel so desfarse
zonta sempre qualcossa dentro
a cavare la sen de no so cossa,
e zontar fame de vivare
sensa guadagno come un bon da gninte.

cruciverba senza parole

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S’accompagna, improvvisa consapevolezza, al brivido,
e l’emozione si sospende,
sembra non finire,
mentre scuote fibre ch’erano assopite.
Non sapere appieno
emerge allora dalla nebbia
dell’incongruo sentire,
è il tempo rattrappito dell’abitudine,
dove non ci sono più parole solide,
e camminiamo su ninfee,
consci e rassegnati.
Di notte viene d’andare,
spinti da una sorda furia,
in cerca di riposo,
via dalle solitudini senz’accordo,
del capire, l’essere e il desiderare.
Andare per spegnere l’energia scabra di creanza
ma onesta nel mostrare ciò che manca:
s’è persa nel gorgo,
la calma lieve e infida
del capelvenere che copre la pozza.
Appena lontano dalle case,
nel regno della serpe e della rana
convivono armistizi e fughe,
non noi,
che scandiamo ogni giorno
per cucirlo al precedente
e chiediamo il futuro al sole
ricevendo la notte in cambio.
In essa ancora alberga il senso,
del sogno con le sue parole
di certezza e d’assoluto,
e l’altro nostro sé, sino all’alba
che ogni possibile cancella.
E di nuovo la ragione contempla attonita il suo vuoto.

divagare

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Se una parola si facesse tessuto
Rivestisse prima la mano di bellezza per poi dilagare
Restasse in superficie agitando ogni molecola di pelle
E poi tornasse dov’è partita sarebbe un abito,
Uno squisito coprire ciò che s’agita quieto,
Coda pensosa di pensiero,
Singulto di desiderio,
E acqua limpida profonda
Dentro sino all’assoluto che non dura
Eppure è.

pleiadi

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Il cielo si è coperto di nubi,
ora è azzurra la linea dei monti
e c’è calma di vento
a quest’ora i marinari guardano l’orizzonte
e vedono la casa,
i volti amati, la cena sulla tavola.
Sale la nostalgia dell’essere lontani,
l’amore è sentire che lega
e che lascia,
un luogo dove approdare.

Tra le cime sfolgora la luce
si riflette l’ombra nella valle,
tornano dai boschi i villeggianti,
nel verde che incupisce,
i cani si chiamano tra le case,
le auto s’affrettano verso qualcosa.


La sera sospende la luce,
e ogni creatura lo sente,
è il tempo di raccogliere il giorno,
nel silenzio che scende con la notte,
adesso altre voci si rincorrono,
sbagliano il tono
e si sospendono indecise.
Attendono.
Stanotte le pleiadi manderanno messaggi,
si rinnoverà il mistero,
e più forte la speranza,
qualche scia taglierà il buio,
e i visi verso l’alto additeranno
ciascuno gemmando un segreto
e un sorriso che non si vedrà.

essenze

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L’essenza vuole ciò che le spetta
e non transige.
Chiude l’insoddisfazione in piccoli angoli di cuore,
ed è schiuma che trabocca
come birra dai bicchieri,
il dito la raccoglie,
sulle labbra è l’amaro freddo.
Apparenza per il vento, l’albero,
ma è nelle radici che ama,
e chiede la luce che gli spetta,
offre i frutti che non vorrebbe colti,
ma li cresce nel fulgore,
e sogna siano avvolti da amorosa mano,
e tenuti preziosi al dono.
La luce e il frutto,
sono sentieri che conducono al profondo,
chi potrà accedervi
se tu non lo dischiudi?
Ogni bisogno è un giardino solitario,
in esso c’è l’universo che racchiudi.

In evidenza

In un addensare di nubi,
di raggi che forano il cielo,
posa la nostra dimensione,
e l’attonita meraviglia
mescola consapevolezza
all’orgoglio d’essere vivi.
Attorno, ed entro noi
v’è un immenso desiderio
di queta, incoercibile, bellezza.

Francesco Guccini

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Pensavo all’America che avevi amato,
e alla via Emilia,
né l’una né l’altra sono uguali,
peggiorate e dissolte nei miti,
ma da te cantate hanno la speranza delle radici.
Ci hai accompagnato ovunque
con noi, senza essere di qualcuno,
la libertà è questo:
essere da una parte senza steccato.
E sapevi che fare,
con la musica, le parole e l’anarchia,
la bellezza che scalda i cuori e ci fa eroi
mentre rende più forte l’ideale.
Trattavi gli amori
come giunco che intreccia le vite,
nella leggerezza del dire tra noi,
mostrando come spinge
il nostro piccolo mondo normale.
assoluto
come ogni vissuto.


Grazie Francesco
per ogni stanco mio ritorno
cantato di notte,
dopo l’ultimo bicchiere di vino,
prima di avviarmi a casa
con gli ideali saldi e condivisi,
e la speranza d’ogni storia normale
che ha in sé una locomotiva.

si andava al mare

Si andava al mare quando si poteva, ma su questa sponda dell’Adriatico. Per anni si erano frequentate le rocce e il mare cristallino dell’Istria e della Croazia, poi era scoppiata una guerra e si era tornati alle solite spiagge. Sembrava una cosa dappoco, doveva finire presto e senza grandi danni, il tempo di un accordo, in fondo eravamo tutti civilizzati dall’ultimo conflitto, no? Eravamo europei allora, anche più di adesso, e in Europa non ci sarebbero state più guerre. Era un patto chiaro e semplice, tra Stati moderni e civili. E noi saremmo tornati al mare senza sabbia, al pesce a buon mercato, al sole senza limite.

Però quanto accadeva si vedeva da distante, dal mare, che poi era lo stesso, a Barcola, a Costa dei Barbari, come a Lignano o Jesolo, si continuava a fare il bagno, a prendere il sole. Nessuno pensava che arrivasse una barca dall’altra parte, che ci fossero profughi, anche se, con un buon motoscafo, erano distanti un paio d’ore di mare.
Gli scontri però non finivano, crescevano gli eccidi, le bombe. Sarajevo e il suo ponte che saltava, Ragusa bombardata, Spalato, Zagabria, ma ancor più Tuzla, Skopje, Pristina, fino all’orrore di Srebrenica. Come un corpo che si fosse risvegliato impazzito, quella che per noi era ancora la Jugoslavia, si scrollava pezzi di carne viva e pezzi si staccavano, ritrovavano ragioni e assetti che risalivano a conflitti antichi di luoghi, religioni, di guerre tra turchi e cristiani.
L’estate continuava, diventava autunno e la guerra non finiva, anzi si estendeva.
L’occidente anziché cercare la pace, prendeva parte, bombardava.
Ciò che doveva finire subito continuava, chi non condivideva la logica delle armi, aiutava i profughi in Istria e in Dalmazia.
In fondo si relativizza sempre anche se allora nei telegiornali, nelle fotografie degli inviati di guerra, c’era molta più verità e l’orrore cresceva.
Però la Bosnia, il Kossovo, sembravano così distanti…
Come l’Ucraina adesso. Alcuni dicevano: sono fatti così, sono slavi. Come ci fosse un’abitudine all’atroce che riguarda alcuni e che periodicamente risale dal profondo e noi ne fossimo immuni. E così anche l’estate dopo si andava al mare e non ci si pensava più di tanto. Era vicino, ma per le nostre teste tarate sui percorsi delle auto che ci portavano a quelle spiagge, sembrava tutto distante.

Anche oggi andiamo al mare e non capiamo cosa avviene sull’altra sponda di questa pozza che chiamiamo Mediterraneo, non diamo importanza, sembra non ci riguardi. Anche perché in Iran mica ci andavamo al mare, magari in Marocco o in Tunisia sì, ma quando mai in Iran. Sembra basti restare da questa parte e poi passerà.

Noi andavamo al mare vent’anni fa o giù di lì, e si pensava finisse presto. Eravamo distanti dalla realtà più che dai luoghi, perché quella realtà non ci piaceva, come adesso, non era quella che avremmo voluto, non è quella che vorremmo. E allora bastava metterla distante e non pensarci più.

In ricordo di un uomo grande: Alexander Langer. Perché per essere uomini bisogna vedere e capire e lui non si rifiutò mai di farlo.