abitudini

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Nella veglia,
ma forse anche nel sonno,
non pochi gesti si ripetono.
Sono echi di significato,
cercano tranquillità nel ripetersi e nel conosciuto,
come accade ai modi di dire,
aggregati di parole
di cui si è smarrito il senso
o forse non s’è mai posseduto.
Eppure emettono giudizi,
guidano le vite;
senza la discrezione del dubbio
scelgono
e pesano sul sentire.
Così carico un orologio meccanico
metto inchiostro nella penna,
guardo la pagina bianca,
e a fatica comprendo che è l’assenza che mi parla,
i miei segni sono passi sulla sabbia
prima della marea,
allora penso a cosa prova la gemma che indomita si apre
e non teme d’esser fiore.

pioggia nel tramonto

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Splende il tramonto
luce di rossori lontani,
e la pioggia inizia a cadere,
fitta, calda, come lacrime senza oggetto di pena.
È solo vedersi inermi e nuovi per l’assoluto,
così temerari e innocenti nel contraddire il cielo,
sorpresi dalla gioiosa libertà dell’acqua
che accarezza margherite e alberi,
e pulisce con materna carezza
foglie bambine e fragili steli.
È l’acqua senza timori che alza I cappucci
genera sorrisi e sguardi scambiati
nei fugaci ripari.
Dice d’essere dolcezza d’amore
mostrata al tramonto stupito,
e ai cuori confusi dall’inutile fretta
chiede una sosta:
finalmente un vedersi
in tanta donata bellezza.

https://youtu.be/KcuRr47AGvQ?is=WrMA1Tt6em_z6xey

domenica a San Telmo

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La domenica a San Telmo ,
i tangueros troppo vestiti nell’estate di gennaio,
danzavano assorte figure da milonga,
passi nel sole a disegnare l’aria,
ma la mattina nella caffetteria Dorrego
si vedevano solo teste sedute,
e giornali spiegati interi
a coprire il lampo dei colori nella piazza.
Luccicavano i vetri,
nello scuro liberty del ferro
e i camerieri erano vecchi come i loro abiti neri,
ma profumato il caffè e buono.
Era un vagone di tavoli
allineati contro la vetrina,
un corridoio tra i bisbigli,
a dividere il bancone lungo, alto e scuro.
Dietro liquori e lustre caffettiere.
Dicono che il tavolino di Borges stesse quasi a mezzo,
non distante da quel cortile che sembrava un chiostro,
tavolo tra tavoli,
stesso legno dei ripiani,
e interrotte scacchiere tra le tazze.
Alle regine e gli alfieri già perduti
resistevano le torri e i cavalli,
Jorge Luis l’ avrebbe preferito.
Tra i giornali abbandonati,
col dorso stretto dai listelli scuri,
avvenne l’incontro con Ernesto Sabato,
un pomeriggio o forse era già sera,
e l’aria era vapore e fumi di bevande calde,
animale soffice che mutava ad ogni aprir di porta.
Non s’amavano,
accade tra i custodi di due grandi mondi
dove si muovevano figure
e fatti di realtà nascent.
Bisbigliarono a lungo
mentre attorno si stupiva il silenzio
tra i bicchieri
e poi si salutarono, forse,
per non vedersi ancora.
Amori che non combaciano
s’osservano sin nel profondo
e con dolore scelgono.
Borges tornava spesso,
già semicieco vedeva I rumori della piazza,
i ballerini e i venditori
d’abusive vecchie memorie,
con fasci di bastoni animati dalle lunghe lame
e oggetti che estraevano furtivi
raccontando storie.
Di certo li aveva conosciuti,
ora erano solo macchie di gessati
color bruno
tra sbuffi d’organza, volani e brillantina.
Arlt quei bastoni di certo aveva usato,
fuori dalle case dei cretonne sdruciti
e nel tango praticato in vita,
ma non lui, né Bioy Casares,
ad altri salotti abituati
con diverso accostare le labbra
al cristallo o ad altre labbra.
E neppure lo scrivere era eguale
una pagina e poi l’altra
in stanze calde d’inverno
e mai per strada,
senza il timore d’un passo
o d’una lama.
Nella caffetteria l’aria era smossa dalle grandi pagine voltate,
il sole ancora prigioniero delle case,
solo a tratti entrava il bandoneon con un saluto.
ma nel vagone tutti erano ospiti
e il viaggio senza fine,
persino il tempo era indeciso
dove andare o su chi scorrere
e intanto compitava le pagine perplesso
tra un mai passato
e il futuro indeciso d’esser stato.

https://youtu.be/-FzoJVzrO2o?is=QBGmkD5C9t1Tu3ID

bastare a sé

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Rendere colmo il giorno, l’ora, il gesto,
con quel tremore che scalpita
ed è già di nuovo sete.
Rendere colmo il giorno
per trovarsi a notte intrisi di fatica,
stanchi d’aver sentito oltre il necessario.
E allora bastarsi
gettando il molto che non serve,
perché sempre ci sarà
un nuovo limite che verrà donato,
ai tuoi, già così alti.
Quel misurare di te che hai chiamato bastioni,
sorridendo,
e sono una città cinta,
da dove lietamente s’esce ed entra,
e c’è festa, lavoro,
scambio d’anime,
e vita in cui liberamente vivere.
A che giova allora l’imposto utile
s’esso diviene limite
di te e del tuo sentire?
S’allunga in questi giorni la luce
come gatto al risveglio,
e s’inarca in nuvole nuove finalmente,
così salire al colmo di te è dolce
e dall’alto guardare la primavera
di libera vita ti riempie.

https://youtu.be/PmcI5IJR8S4?is=fLQ02hQqWAb9zegJ

ristare

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E’ sera
di tanto muovere le cose e di capire,
ora ho stanchezza.
Nostalgia dei miei scaffali,
delle pagine bianche, 
di ciò che sarà
e adesso è meno che pensiero.
Un singulto d’intuizione
che non si forma,
ancora,
ma paziente attende
confonde il tempo delle cose.
Assenza, e lo sguardo punta ad est, 
dove già nata è la notte
e vive il cuore del sole ancora nuovo. 
Una transitoria  tranquillità m’ha preso
come un torpore d’ambra
E sento che il mio tempo sussurra
nel silenzio:
hai preteso e ora vedi la misura,
cosa chiederai ai tuoi giorni?

incerte verità

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e forse non è vero che un battito d’ali, dalle parti dell’Australia,
generi un tornado nel golfo del Leone.
E neppure è vero che questo canto confuso d’uccelli parli un’unica lingua per chi sa capire.
Ci sono confusi segni attorno a noi: notti che dall’alba scavano la luce, uomini difficili da intendere nel male.
Ma è pur vero che un antico battito di ciglia ha riordinato il mondo,
e ancora fa vibrare il suono delle foglie,
a compitarlo è un segno nuovo, forte,
e caro.
Ma tutto questo è natura,
è scorrere e disordine apparente,
si snoda e tesse il mistero ordinato delle ore,
e non c’è arroganza nel fiume,
e neppure nella gravità d’un peso,
per questo se a un desiderio accade d’accadere,
meglio lasciar che sia.
E basta.
Per far di noi, bambini nel tempo, l’incerto attendere,
che riaccada diverso,
se ne avesse ancora voglia.

isole a navigare

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Indifferente il mandorlo
è fiorito senza pena,
ha sparso fiori rosa
sull’ indecisa salvia,
e sulle margherite
a indicare la strada
e il buono che dovrà accadere.
La stagione s’è rimessa in moto,
a ciascuno per suo modo
s’è scosso il meditare che guardava a terra
e lo sguardo s’è proteso al cielo.

Nella sera isole a navigare,
sciolte le nostalgie nella luce rosa, issano vele d’alberi,
tra tintinnare di rami e foglie nuove,
e chiedono all’universo di scorrere
come accade alla vita
che si guarda mentre si vive.

Mentre il tempo scorre il suo futuro,
il presente somma volontà voraci,
ma è solo questione di misura
e in questo andare lento
dove tutto si sospende
quiete è fare il giusto,
lasciare lo sguardo al petalo che cade
mentre il vento scrive
desideri che s’infrangeranno
sui selciati.

l’aria presumeva la nuova stagione

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C’è nell’aria una vaga apprensione,
come usa, non di rado, agli uomini la vita.
La delusione viene senza compagnia,
prende, divora l’orlo delle ore di luce.
Fuori, nell’aria che presumeva la nuova stagione,
l’erba s’è oscurata nel freddo.
Luci nette hanno traversato l’ombra appesa,
e si sono soffermate sulle finestre, curiose delle coste dei libri.
Il tramonto s’è acceso,
odorava di nulla,
se non delle età altrove vissute.

Pace è parola breve, inconscia dove vive,
chiude in sé l’abitudine
e con fatica s’apre per accogliere.
Nel profondo d’ogni vero dubbio
c’è il germe della tempesta,
un nonnulla improvviso che non s’era compreso,
ed è già suono di basso,
pedale d’organo e vortice d’abisso,
che ruota e aspira ogni quiete.
L’ora invoca il sogno e il sonno che ripara
ma anche l’agire per arginare noi dal nulla che s’annulla .
.

egotismi

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Che finiscono cose, situazioni, amori
e pure odi ed emozioni,
bisogna pur saperlo.
Per l’ora che ci trasale,
per la nebbia che ora insegue
mentre attorno il colore attende.
Non noi, non chi è distratto da sé,
ma il pensiero che ascolta
e comprende, consola.

8 marzo

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Altrove gli occhi,
nubi ed erba bruciata d’autunno,
distratta la mano nell’acqua,
raccoglie,
spartisce,
ascolta,
il pensiero che rattiene lo sciogliersi
per furia il vestito, i capelli
e poi tutta,
seguendo lo scialo d’amore che preme.
Dispera il sentire,
ma la mente ribelle ricuce,
rammenda il racconto di sé
e ora l’acqua, stringe
e rilascia la mano,
come se il cuore,
così vivido e netto,
fosse tutt’uno col mordere la vita,
di nuovo.