Ci fu un tempo che amai ciò che era perfetto. Poi mi conquistò l’imperfezione nascosta. Infine il disordine apparente, la falla beffarda nell’ordine.
Degli infiniti nomi di dio che diamo a ciascun amore, riconoscendo altrove l’impossibile definire, troviamo noi e la diversità che gli appartiene: lì, c’è un definitivo stupore. e quella chiara differenza, così perfetta e desiderabile.
È noi non ancora avvenuto, assurdo nella sua fragilità e forte d’ansia d’essere, definitivamente appartenente e parallela, che metterla nell’ordine sarebbe una bestemmia.
Tu non eri ordine, ma l’ infinita pazienza della contraddizione. Eri l’abbandono e l’abbraccio, il trovare col barlume del conosciuto, la certezza del diverso. Eri l’impossibile che non si racconta, la paura che si spegne nella pozzanghera di luce. Cuore forsennato di tutti i passati possibili, fuso in quell’unico reale che ti conteneva, eri parola che arrossiva la voce, che rendeva dubbioso l’accento, silenzio mormorante, desideroso d’ombra.
Eri la solitudine cercata, il corpo riunito in tutto ciò che ti era accaduto, e nulla sembrava più naturale della spinta di un caso che ricomprendeva tempo . Eri l’incontro che gettava reti forse per non nascondere la luce che scoccava ad ogni tocco, ad ogni carezza.
Se la tua pelle non fosse stata un’infinita emozione, sarebbe stato solo un piacere, e dei piaceri non si ha memoria, ma solo rimpianto del possibile di ciò che non hanno generato.
Così accoglievo il tuo disordine in me, lo mescolavo al mio, ne vedevo l’infinita forza e il porre ogni cosa nella sua importanza. E il disegno appariva, nitido e naturale, finché si scriveva, graffiando, indelebilmente l’anima.
Ci sono quelli che non si voltano mai indietro. Hanno una grande coscienza di sé, lasciano uomini e cose e pensano al nuovo. Altri, più incoscienti, sono incollati alla propria storia, l’hanno ficcata dentro uno zaino che è diventato pesantissimo. Pensano di conoscerne a memoria il contenuto e così ci guardano di rado. Ma se lo facessero scoprirebbero cose interessanti. In compenso lo portano in giro rassicurati dal ricordo e dai fili che sembrano tener aperte comunicazioni. Dall’altra parte dei fili ci sono esigenze ormai spente, oppure altre che non s’accontentano. Intendimenti diversi che si erano incontrati. Ora che resta? Per fortuna pesi diversi.
Qual è il limite di peso consentito per volare davvero con la mente e la fantasia? E quale è il peso tollerabile del vivere se in un momento di quiete, oppure di passione, venisse voglia di andare e basta. Di togliere senso al tempo non proprio e camminare? Si sarebbe fatta la pace con ciò che non è accaduto, e vuotato lo zaino, riprenderebbe la storia dall’incipit evitando quelle noiose prefazioni che spiegano tutto e tolgono gusto. Capire il limite del passato non è accontentarsi e neppure farsi una ragione.
Nell’adattarsi il corpo si piega e si chiude, lo si vede nella postura che a volte si ribella; soccorrerebbe allora l’immagine del risveglio felino, che si stira e si guarda attorno stupito. Per un attimo, solo per un attimo, prima di una nuova mobile indifferenza.
Ammiro l’ordine tuo rigoroso, lo continui in pareti pastello, nei libri in attesa, ben distinti da quelli già appresi. ti accompagna una scelta corte di cose che attendono il tuo cenno e volere. Ammiro la tua agenda nel tavolo, sola, le caselle con i nomi accennati, gli orari di color lineati, in obesi caratteri, a margine, note. Sono annuncio di appuntamenti già dati, giorni che scorsero e riposano quieti: li penso governati ed amati.
Il mio ordine sparso è luogo di tempeste furiose, di colpe notturne, di bulimiche scritture sconfitte, i libri s’accumulano, le pile si sorreggono mute, rifletto, respingo le ragioni sensate, convivo con geometrie di senso dai desideri create. Non si può chiedere troppo all’ingegno comunque ci è stato donato, e non trovo colpa nell’innamorarsi del volo e dello scavo, nel correre l’insaziabile orizzonte, dischiudere porte, vedere luci mai osate capire, sapere che tutto il poco raggiunto è meno di quanto ci sarebbe bastato. Aggiungere desideri a quelli non ancora esauditi e poi non trovarsi smarrito. Ma nel tuo pensiero mi riposo, riconosco le geometrie del governo delle cose e dei cuori, le penso come le carte di Alice: i battaglioni affiancati della regina di cuori che avanzano lieti e divorano il tempo. Il tuo che ordinato si offre con un piacere che azzurra i pensieri, mentre il mio s’attorciglia e nasconde, d’infinito s’illude esagera, ride, dispera e rispera. Un sasso che s’arrotonda nel flusso, a volte è felice, di tanto inconsistente sentire, e nel curioso conoscere abbandona piccole parti di sé, all’acqua e all’aria senza nulla richiedere. In questa sera che accumula notte e genera stelle mi chiedo se a te accade di donare il tuo ordine lieta di riceve scomposte parole. O forse è nei tuoi sogni che succede di lasciare che l’ordine fugga e come un cane d’autunno possa godere delle foglie in cui rotolare.
Un pomeriggio d’autunno, come tanti d’allora, nell’adolescenza piena d’indecise voglie. Tra riottose stanchezze, si formavano furori, passioni, proterve libertà, bisogni d’amor nuovo. Il prima era casa, vincolo e certezza, ma c’era dubbio, rossori e vampe al viso. Pomeriggi percorsi di febbre, d’inutile pensare e di rimorsi a sera. A noi spesso vengono dati ripetuti segni, non li riconosciamo per creare speranze prive di volontà.
Ora come allora, la luce spegne rami e cose, liquida attraversa i vetri, costruisce il ricordo su tracce di ferite. Ciò che non è stato detto nessuna memoria aiuta. Restano lembi di sentimenti lacerati, a sventolare nello scirocco della sera, orifiamma dei tempi sciupati, delle sequenze dei giorni d’insoddisfazione eguali. Nella sera incauti uccelli, cercano briciole nell’erba, suonano nel tepore della casa voci amorevoli e nel cuore le malinconie d’allora.
Non c’era motivo o forse non lo percepivo, ma le cose, lentamente, si erano voltate e da baluardo delle giornate, assieme alle abitudini, si erano ribellate. Era il mio modo di vivere e ora si ritorceva, riottoso al ragionare fatuo, manifestava una precisione puntigliosa nel mostrare l’inutile più inutile allo star bene. Cominciava dalle cose che si erano accumulate ed erano instancabili nell’esercitare una richiesta costante di scelta e di ordine. Con la loro presenza, un tempo rassicurante, ora richiamavano incontrovertibili logiche generali che non riguardavano me e il mio piccolo mondo, ma una severa dimensione del potere dell’ordine sulle vite. Dicevano che ciò che era stato benevolmente concesso, il tempo posticipato, non poteva continuare ad essere tale, né ritornare ad una dimensione in cui tutto poteva ancora accadere nella misura del desiderio. Quel mondo si era esaurito, era già stato e ora non più.
Non c’è antidoto alla logica che ci portiamo appresso, solo il rifiuto della fretta del decidere e l’attesa del ristoro del sonno, perché non si deve per forza capire tutto subito, né tanto meno razionalizzarlo sempre. Ciò che non si capisce o non si accetta è comunque un peso, ma almeno lascia spazio al mistero, all’apparente inconciliabilità di ciò che ci accade con il mondo di cui abbiamo notizia. Questa inconciliabilità rende estetico l’ordine personale con la vita e ci fa capire che ci può essere un disordine senza colpa grave a cui si contrappone un ordine senza umanità. La misura del nostro piccolo mondo, della nostra sofferenza e del nostro piacere è un fragile equilibrio ma non per questo, l’una e l’altro sono privi di effetti nelle nostre vite. E bisogna capire che non la felicità ma già lo stare bene, il progetto dello stare bene, include la speranza e quindi una mitigazione forte del razionale che ci indurrebbe a non perdonarci.
Quello che non abbiamo e che sarebbe giusto avere, dovrebbe servire a vivere trovando passione e compassione per noi stessi, per le speranze di cambiamento, per non subire la dittatura della logica della necessità.
L’individualismo di cui ci si ammala, fa perdere il senso della misura. Risponde ad altro. Non è logico e asserve a dipendenze di giudizio. Porta in sé l’aporia dell’indifferenza e del lasciare che gran parte delle cose si facciano per loro conto purché ci sia ordine estetico. La colpa poi le concilierà con il voler determinare tutto ciò che è utile. Possediamo davvero un noi, che apre gli occhi, consente di guardare avanti ed attorno e che libera? Non lo so per davvero perché si è prigionieri di un ragionamento assoluto, l’io elevato a discrimine, socchiude gli occhi e scarta tutto ciò che non è razionale a sé.
La filosofia del momento è la razionalizzazione del pessimismo del vivere, del sapere già cosa accadrà e quindi negare nel profondo un progetto personale aperto alla sorpresa, al disordine della logica. Questo ci rinchiude unicamente nel sé immediato e non consente di posticipare perché presume che tutto finirà presto e che nulla sia davvero solido.
Le cose e ciò che accade, mostrano invece che non siamo un progetto razionale; con i costanti bisogni d’amore, di benessere nostro e di chi ci sta vicino. I bisogni non sono razionali e ci dicono che abbiamo necessità di introdurre la speranza, la fiducia nel corso positivo del nostro mondo.
Questo è un progetto poco ordinato e inclusivo, dove la relazione ha un aspetto sostanziale: noi siamo esternamente ciò con cui vogliamo avere una relazione. Questo implica il dare, e in esso c’è un passaggio che ognuno risolve a suo modo: il dare implica una idea di vantaggio relazionale oppure è un bisogno di equilibrio interiore? Se do perché m’aspetto di ricevere, ho già messo un limite, un giudizio, a ciò che riceverò e questo mi toglierà la speranza, l’inatteso dal vivere. Se invece il dare è “solo” un bisogno di rendere concreto ciò che sento, allora è un’apertura senza oggetto. Corro il rischio di essere solo e quindi di fraintendere ciò mi arriva, di attribuirgli significati impropri. Tutti abbiamo esperienza dell’innamoramento, momento in cui la comunicazione si basa enormemente sul dare, ma sappiamo, poi, che se questo dare non è equilibrato diviene un prendere, un pretendere, e il fraintendimento emerge con tutta la sua carica negativa.
Ciò che penso è che la necessità di un progetto personale implichi dosi molto misurate di razionalità, che la percezione del proprio ignorare sia cosciente e accetti il mistero, ovvero ciò che non si conosce e non si razionalizza. L’imprevisto è l’apparente irrazionale. Penso che la proiezione in avanti di un progetto personale includa il momento, la soddisfazione del desiderio, ma anche il suo divenire e quindi introduca prepotentemente la speranza come filo rosso del vivere.
Ciò che resterà incompiuto non si doveva per forza compiere ma già l’incompiutezza è un percorso che ha aumentato la consapevolezza. Le cose vanno ricondotte al proprio posto con la benevolenza che ci dobbiamo, sapendo che ognuna di esse pretende l’attenzione del ricordo o dell’incompiuto, ma non è solo l’ordine che le riporta a un rapporto interiore, è la loro carica di irrazionale che deve essere espressa, vista e messa da parte. Chi scarta tutto ciò che ha significato e il rischio che lo accompagna, ha paura di essere privato di qualcosa, si consegna al transitorio, alla mera razionalità e alla sua finitezza immediata. Vuol portare a casa subito un ordine interiore che non è suo. Se tutto è destinato a finire si consuma per la propria solitudine.
Ma non è forse questo il presupposto per impedire una risposta positiva al bisogno d’amore?
Singolare e plurale, continuità che sciolgono gomitoli di fato, eppure ognuna resta a suo modo eguale. Segno d’un armistizio che sa, quali strade frequentare, o le abitudini ch’è fatica lasciare.
Nella luce da est, già alle 7 di mattina, le auto erano scaglie variopinte d’un serpente che si muoveva poco e, in attesa di mordere qualche metro, s’attorcigliava nella libertà negata, con i suoi pari in amplessi irosi e pieni di rabbia. Salito in auto, avevo fatto i 100 metri fino all’incrocio e non mi muovevo. Ho guardato lo smartphone, ascoltato la radio, ma restavo senza possibilità d’immissione. A destra e a sinistra si stendeva una linea d’auto priva di soluzione di continuità. I paraurti si baciavano secondo un kama sutra meccanico, fatto d’impazienza e privo di piacere. Nessuno dava nulla a nessuno per cortesia, dovendo girare a sinistra, ho voltato a destra, nella corsia libera. Le strade che si conoscono dalle gite al mare potevano servire alla meta ed erano pure più belle, immerse nella pioggia e nella campagna. Muoversi per parallele e per tratti ortogonali o sghembi muoveva le labbra al sorriso di chi ne sa una più degli altri. Ho fatto 7 chilometri, ho cambiato comune godendo della vista di ville antiche e nuove case, le seconde molte e mai viste, le prime restaurate per nuovi usi. Qualche capannone industriale con giardino davanti, auto che venivano in senso contrario e con cui ci si sfiorava su una strada fatta per la quiete agricola. Sono arrivato alla provinciale parallela e ancora, ma diversa per protagonisti, c’era una linea d’auto, furgoni e camion, senza soluzione di continuità che si stendeva nelle due direzioni. Dovevo girare a sinistra, ho girato a destra e mentre guardavo avanti vedevo che i paraurti si baciavano e ogni tanto c’era un piccolo sussulto che apriva una speranza subito spenta. Altri 7 kilometri nella direzione che sembrava allontanarmi dall’obiettivo e la coda non finiva. Si sentiva nell’aria un pensiero ronzante, cattivo ormai, che centinaia di teste riepilogavano nelle scuse per i ritardi agli appuntamenti, al lavoro, agli impegni. Tutti si lamentavano, si vedeva nei volti tesi e nel muoversi di labbra, perché altri avevano fatto la loro scelta, perché tutti andavano in auto ovunque, perché le strada erano comunque insufficienti, perché il mezzo pubblico non era un’ alternativa, perché pioveva. Se un drone con telecamera si fosse levato avrebbe visto la statale intasata e ferma, le provinciali che tentavano di entrare in essa e non ci riuscivano. Avrebbe testimoniato l’accumularsi di strisce di mezzi impotenti, di rotatorie piene d’auto come nodi di una corda ormai frusta e rabberciata. Tutto questo in entrambi i lati della statale che attraversava un corpo di case e di terreni soffocati nei gas di scarico e nelle imprecazioni. Nel mio lato c’era la libertà di andare verso i luoghi di provenienza di quelle auto e il traffico era minimo e scorrevole, così sono arrivato a un semaforo che interrompeva il muro d’auto e ho girato finalmente a sinistra. La strada era d’altre necessità, stretta, lungo un canale senza argini né protezioni, ma era frequentata solo da quelli che avevano avuto altre mete e altre code in passato.
Sono ritornati ricordi d’estate a notte, con il corpo che ancora emanava sale e profumo di pelle accaldata, gli occhi arrossati e la stanchezza bella di un giorno di mare. I chilometri intanto si accumulavano ma mi avvicinavo alla metà. Alla fine avevo aggiunto 10 chilometri alla distanza ma all’orario prefissato ero all’appuntamento che è poi durato 15 minuti. Le ore tra andata e ritorno, hanno maturato il pensiero che un premio me lo meritavo e l’ho riscosso in pasticceria, non era vicina ma eccellente. Poi il ritorno in una strada ormai svuotata, erano le 10.30 e ho pensato che è così ogni giorno. Se piove è peggio ma la coda che si allunga per molti chilometri è sempre la stessa, le imprecazioni le stesse, le considerazioni, le stesse. Così la vita si sciupa ma ognuno è solo, vuol restare solo, nella sua scatola di plastica e latta e pensa che la strada sia il problema mentre è solo la conseguenza.
Con il malfermo senno degli anni, vorrei che ottobre fosse ancora un mese gonfio di promesse, profumi e stile. Lo stile è il dialogo interiore che si mostra e che scrive, pensa, passeggia, ma sempre a suo modo.
Ho un dialogo per capello, con l’età il cervello si è fatto diversamente ciarliero. Adesso i capelli sono pochetti, ma sufficienti a far confusione. Lo stile non è confusione, bensì una precisa opinione di sé. Nasce dal sentirsi, dal dipanare e trovare il bandolo. Esiste sempre un bandolo e un bandolero (stanco), Jannacci ci parlava del Messico che ci accompagnava e noi lo ascoltavamo attenti.
Il primo ottobre venivamo condotti a scuola, poi più grandi si andava ed era libertà, ma prima era un consegnare intelligenze e attenzioni alla disciplina e al sapere. I nostri genitori si fidavano. I banchi erano altissimi, incrostati di ferite e di storie passate. Erano passati per quei banchi, ragazzini diventati uomini, poi padri. Anche mio papà. Il primo ricordo sono le lacrime per una mano che lasciava la mia, un portone enorme e marrone (mai è passato per la testa dei direttori delle scuole del regno che il marrone è un colore guasto e che un colore luminoso avrebbe reso leggero l’edificio e ciò che avveniva al suo interno) che si chiudeva per un indeterminato tempo.
Il secondo ricordo è l’odore dell’inchiostro, sarebbe diventato una droga che creava dipendenza e macchie. Eccellevo nelle seconde. Per le macchie qualche volta piangevo, altre volte mi fermavo ad ammirarle, con quelle curve perfette, quei bordi merlettati. Dipendeva dalla carta, certo, ma la macchia aveva in sé un disordine creativo, una ribellione. Chissà se Rorschach lo sapeva della carta e delle macchie che cambiano. Comunque ci guardavo dentro e immaginavo: Rorschach l’ho scoperto così, oppure lui ha scoperto me.
Bella cosa essere scoperti dalla persona giusta. Accade quasi mai.
Si era appena arrivati a scuola e subito si festeggiava Cristoforo Colombo. C’era un’immaginetta di lui, in piedi con la bandiera, che riceveva da indigeni piumati e ossequienti, oro e omaggi. In cambio il nostro Colombo elargiva civiltà, benedizioni e collanine di vetro. Con quel mantello corto, i calzoni con lo sbuffo, il corsetto, sembrava il mago Zurlì, mentre gli indigeni, pur rivestiti quanto bastava a marcare la differenza e a eliminare il nudo, sembravano più interessanti e pieni di stile. Non sarebbe stato meglio se fossero stati gli indiani a scoprirci? A me non sarebbe piaciuto essere scoperto da Colombo, e mentre meditavo sulla necessità di essere scoperti da una persona piacevole, mi scopriva il maestro. Vedeva che ero distratto, che parlottavo tra me e facevo disegni con le macchie. Le raffinavo. Cioè conformavo Rorschach a me. Il maestro non conosceva la psicologia del ‘900 e la cosa finiva in una domanda secca: cosa stavo dicendo? E ci attaccava il mio cognome, con una lieve indecisione sulla pronuncia. Nel mio cognome l’accento fonico va sulla prima vocale non sulla seconda, prima dell’ultima sillaba. Mi pareva di sentire il dubbio fugace, in quella testa grigia, così piena di cose da insegnare, ma pure di fatti suoi che erano come i miei, extrascolastici (però i suoi contavano di più). No, va proprio sulla prima vocale, tout court, e lei lo pronunciava alla tedesca. Non potevo dirlo, ma io il mio cognome lo conoscevo bene.
Finiva sempre male, note su note, sostanzialmente sinfonie alla disattenzione da far firmare e si confermava che l’essere scoperti dalla persona sbagliata non era cosa buona. Allora non lo sapevo, ma gran parte della vita si passa ad attendere di essere scoperti dalle persone giuste, dalle situazioni giuste. Ma per essere scoperti bisogna saper vedere, discernere, cogliere ed essere sufficientemente disponibili e curiosi. Quel tanto che basta per capire che c’è un dentro e un fuori e il fuori non è, per sua natura, ostile, ma spesso è indifferente, poco giusto per noi, e neppure comprensivo. Il fuori ha fretta e poco stile, arraffa quello che c’è, senza creanza. Lo divora, si chiama il presente, qualcosa di traballante esistenza, per darsi un tono, ma è uno screanzato, però dipende anche da noi. Il fuori è influenzato dallo stile. Piccola verità prêt à porter. E allora facciamo in modo che la giornata, il mese, abbia la possibilità di scoprirmi e che scopra i tempi giusti, gli attimi colti. Avete mai considerato che gli attimi sono colorati, mai grigi? Grigie sono le ore di inutile consapevole, attesa. Così di attimi ne colgo un bel po’, ne faccio un mazzetto e li guardo col giusto rispetto, amore, considerazione. Tema: completare il cogli l’attimo col suo significato.
Traccia di svolgimento: rispetta il desiderio che gonfia il consueto di promesse, scopri la persistenza del bello che include e non svanisce, trova un ordine che nessuno conosce. Anche questo è stile.
Forse un improvviso freddo oppure un sogno fastidioso che non vuole finire, così si aprono gli occhi in un buio che non è mai tale. Ci sono piccole spie luminose, un allarme che occhieggia, eppure il buio scivola dentro. Il cuore è tranquillo, non i pensieri che sembrano enumerare le paure. Restare a letto è una pena se il sonno non arriva, meglio alzarsi, leggere un poco, guardare fuori dalla finestra verso oriente in cerca della luce. Nelle case ci sono luci accese. Qualcuna. Chi starà vegliando? Viene da pensare a qualche difficoltà, oppure a insonnie feroci. Tra le tre e le quattro è l’ora di chi vive di eccezioni. Quando prendevo spesso aerei diretti ad est era l’ora in cui un taxi mi attendeva per portarmi all’aeroporto oppure per riportarmi a casa. Il profumo del primo caffè era parte del rito di alzare il bavero e stringere la valigia, poi la porta da chiudere e le scale da scendere piano mentre la casa dormiva. Non c’erano i pensieri del risveglio insonne, era un lasciare temporaneo verso un luogo attendeva, con una giornata che già prendeva forma.
C’è sempre fresco di notte. Dalla finestra aperta entrano rumori e profumi di fiori estenuati dalla lunga estate. Si stanno preparando per l’ultima fioritura le rose, l’ibisco è impavido e nel buio si vede il punteggiare di fiori bianchi e viola. Divago per quietare i timori, per non ascoltare. Cos’è la quiete, il posare tranquillo che si abbandona alla fiducia? Non vedere quello che si accumula attorno. Guardo le nuvole tra le stelle, variazioni tra il nero e il blu, nella luce della casa di fronte si è acceso un televisore, lampeggia una luce bluastra. La frequenza di refresh indica che non è un apparecchio recente, si può intuire l’età di chi guarda. Prendo un libro e una coperta, mi siedo in poltrona e la luce illumina la pagina. Divago, raccolgo un pensiero, proseguo guardando verso le cose che conosco.
Il tempo passa, sono completamente sveglio. Condividevo con mia Nonna questo modo strano di trattare il sonno, sempre tardi, a volte poco. Come allora potrei uscire, fare fotografie di notte alle piazze vuote e ai lampioni. Lo facevo fino al primo bar delle cinque e mezza. Poi parlare con il barista che scaldava la macchina per il caffè, attendere il vassoio delle brioches calde di pasticceria. C’era un panificio che non chiudeva mai, serranda mezza alzata e profumo di pane e di focaccia calda, ci si arrivava con bisogni diversi. Chi in preda alla fame chimica, chi reduce da qualche festa che si era spenta anzitempo e mutata in malinconia, chi non voleva tornare a casa, chi andava a lavorare. Mille ragioni per una consolazione nell’alba che già era sole e luce, poi si sarebbe tornati da qualche parte con quel sapore che era tregua nel tempo proprio. Hanno chiuso da anni quel posto, avrebbe dovuto finanziarlo il comune. Era un presidio sociale, un luogo per raccogliere le vite diverse.
Torno a guardare verso oriente, sembra che il chiarore inizi a farsi strada. La luce rasserena, mantiene le promesse, potrei aspettare il sorgere del sole e fotografare la basilica che si arrossa di luce. L’ho fatto troppe volte. Meglio leggere un po’ a letto, prima del primo tram, prima del vociare smorzato che porta con sé il giorno. Verrà anche il sonno e i sogni del mattino, quelli che si ricordano e ci ricordano chi siamo.