Scendeva per il bosco. Non c’era neve, solo sassi, qualche pozza ghiacciata, erba bruna. Dagli alberi pendevano foglie cotte dal gelo, piccoli rami ghiacciati, il muschio avvolgeva i tronchi a nord, verde brillante, insensibile alla stagione. Dopo il bivio che portava al paese, avevano tracciato un sentiero nuovo, largo e limitato da filo spinato lucido, recente. Un tempo quel sentiero era limitato da alberi, in gran parte faggi e qualche abete nero, non si vedevano più e il sentiero era servito per trasportarli a valle ed evitare gli sconfinamenti nelle proprietà da parte dei perditempo che camminavano anziché lavorare. In una piccola radura c’era un roccolo ormai semidistrutto dalla stagione. I rami di abete e i tralci di faggio pendevano e non mascheravano più nulla mentre uccelli si posavano sul tetto sconnesso. Sorrise. Alla fine natura omnia vincit, già da qualche anno i lupi erano tornati nei boschi e transitavano in piccoli branchi nella corona di altopiani che corre dall’Adige a Tagliamento e poi proseguivano nelle alpi carniche e giulie. Forse erano venuti da lì, sloveni i croati, ma di certo si erano trovati bene perché crescevano di numero e d’inverno si spingevano tra le stalle o nelle ultime case. Attaccavano un asino o un vitello, quando non si cibavano dei piccoli animali da corsa e da tana del bosco, poi sparivano, sollevando le proteste degli allevatori, albergatori, cacciatori che oltre al rimborso regionale volevano un diritto di caccia e se possibile di eradicazione, ma tra le proteste degli animalisti e i rinvii, il tema non doveva essere così urgente perché passava di stagione in stagione.
Scendendo per il sentiero, pensava ai cacciatori di Brueghel, al loro paesaggio livido, dove la neve contrastava gli ultimi bagliori di luce e impediva alla notte di avvolgere i pendii. La notte era regina del bosco, innevato e ricco di trappole, ma i cacciatori ne erano fuori e con i cani formavano un corteo che scendeva verso case calde, camini fumanti, polente che cuocevano nei paioli. Le prede da spiedo avrebbero spento il selvatico appese al trave vicino alla porta, festa per altri giorni ma intanto, c’era una allegria stanca, impacciata nei muscoli. Qualcosa da mostrare e da dimostrare. Pensava all’anno trascorso, il più caldo nella labile memoria umana, che già disorientava le piante e gli animali, in questo mese avrebbe dovuto stare molto più attento a non scivolare e invece c’erano solo piccoli tratti ghiacciati e qualche sasso infido. Mi servirà un ginocchio nuovo. Pensava. Quello che aveva faceva male a ogni passo ma di quel dolore che è puntura acuta che subito si spegne e non si somma sino a rendere impossibile procedere. Sarebbe stato peggio con la neve, ma sarebbe stato bellissimo vedere che copriva tutto, che ingentiliva il taglio dissennato del bosco ormai ricco di varchi e sarebbero scomparse le lordure dei turisti senza sesto, sarebbero rimaste solo le sue impronte e prima quelle degli animali. Le più gentili degli uccelli da nido, quelle dei cani, delle lepri, delle volpi, di qualche capriolo o addirittura di un cervo che scappato dal Cansiglio, cercava nuovo pascolo. Sarebbe stato più difficile camminare, ma avrebbe reso compatibili le case nuove che continuavano a costruire e si allineavano pretenziose di legni e di poggioli vista bosco, pronte ad essere acquistate e poi arredate e abitate per poco tempo. Come un capriccio, destinate a passare di mano in mano e poi a decadere come accade per carenza di manutenzione e di amore.
Natura omnia vincit, bastava aspettare e intanto scendere guardando dove mettere gli scarponi.
nel lavoro si predicava: Tu puoi trarre il massimo da me se mi consideri persona e non cosa. Se la mia opinione vale e non viene usata contro di me. Se valorizzi ciò che posso dare attraverso quello che do, posso essere fedele ai progetti dell’azienda che poi sono i tuoi se mi meravigli con una nuova conoscenza e così i progetti diventeranno i miei. Ciò che non puoi fare è essermi indifferente.
Esisteva un piccolo negozio di dischi, una stanza incastonata tra un’osteria e un ferramenta, con due cabine anecoiche e i dischi stipati in verticale in mobili di formica. Ci si sedeva su una panchetta all’interno di una delle cabine, si chiudeva la porta pesante con una piccola finestra e si metteva la cuffia. All’esterno un signore, forse proprietario, ma di certo possessore della musica, metteva il disco e lo faceva assaggiare nel pezzo scelto o in uno a sua discrezione. Mi piacevano molto i pezzi che lui sceglieva, preannunciavano un piacere sconosciuto, che poi avrebbe avuto modo di diventare parte di me. Mi convinceva con un annuncio di bellezza, un inizio di conoscenza e di passione. Non funziona così anche per le grandi imprese tra gli uomini?
Si diceva che in fondo non abbiamo altri criteri per scegliere in un gruppo: gli amici, i nemici, gli indifferenti.
Vale anche ora, gli indifferenti a noi, non contano.
Ognuno di noi contiene la propria malattia e su questa costruisce vita e relazioni.
Ne ha sensibilità, ma la mette in disparte, la maschera di necessità.
Scrivo di marginalità, penso cose strane e futili, uso quello che conosco per indagare con lo sguardo a lato. Mi interessa vedere intorno dopo aver guardato negli occhi, perché lì dentro ho trovato pezzi di me.
Conoscere la propria malattia significa averne intera la paura, vedere che l’indifferenza è appena dietro l’angolo pronta ad azzannare.
Quindi non è vero che l’indifferenza non conti, specie quando si maschera di cinismo, non è più inazione e azzanna la volontà.
Curare la propria malattia, significa capirla e temere il cinismo che non fornisce interessi veri. Solo le passioni sono a lato del cinismo, agiscono con chimica strana che combina occasioni e sentire. E se quasi mai si completano negli enunciati che le avevano generate, forniscono, comunque, la materia del vivere.
Scrivo spesso di piccole cose per me grandi e mi occupo di cose vere, mi saturo di realtà ogni giorno, al contrario di quando si parlava molto e si faceva poco o nulla e si viveva altrove. A lato. Allora restava quel vuoto, quell’inanità che genera la percezione della propria insufficienza colpevole.
Anche adesso.
Così la mia indignazione diventa passione e si scatena appena fuori della banalità di ciò che questo paese è diventato.
Ognuno è soggetto felice delle proprie passioni.
Per età potrei dire che non è più compito mio, che non m’interessa più. Ma in fondo la terza metà della vita, non è destinata a fare ciò che non si poteva fare prima, quello che non si è fatto è definitivamente perduto, ma il nuovo che è interessante, i nuovi percorsi e vincoli, le nuove virtù.
Ognuno di noi contiene la propria pazzia e ne ha nozione.
Spesso è l’unica libertà, la parte vera che si possiede, per questo è intollerabile viverla con continuità. La pazzia non conosce il limite tra il particolare e il generale. Totius ex parte. Era uno dei principi della magia antica, nel particolare c’è tutto il conoscibile dell’universo, tutte le contraddizioni, tutte le forze e le equazioni fondamentali. Per questo cerco la mia pazzia nei particolari, li lego alle passioni con sottili rossi fili di seta, scrivo di sciocchezze e m’intrido di realtà.
Ormai certe notizie non riesco più a leggerle, c’è un limite al sapere quando si sa che l’orrore corre e che non c’è più pietà. Mi chiedo come quei soldati, quegli uomini riescano a non vedere ciò che vedono, a fare ciò che fanno. Quale ideologia stravolga così tanto l’umanità, ciò che si è considerato giusto, rispettoso delle vite.
Noi viviamo lontani e vicini e percepisco una dimensione di disillusione nel futuro, che si è interrotta l’attesa del meglio e con essa la sospensione del giudizio. Sostanzialmente con il mutare dei governi non è mutato nulla per l’umanità crudele ma anche per gli aventi bisogno di una prospettiva positiva che cambi la visione del mondo e nel piccolo, la situazione del lavoro, del benessere familiare, mentre i furbi traccheggiano come prima. Si va consolidando e purtroppo accettando, la novità del presidente del consiglio, donna di destra destra, che porta avanti una politica liberista di destra, con continui annunci di distrazione dimassa a fronte di una realtà pessima, nazionale e internazionale. Provate a pensare a cos’era l’Europa fino al Covid, pur con le sue crisi e iniquità era un protagonista della politica internazionale. Ora non esiste più un leader, una nazione guida, un patto di crescita mentre ci sono nazioni un tempo traina ti in recessione, la Brexit è stata derubricata da problema continentale di libero scambio, la dipendenza e l’ossequio verso gli Stati Uniti si è trasformato in appiattimento politico e industriale. L’Europa è un insieme di stati dipendenti che accettano l’idea della guerra e della propria distruzione. Pazzia, ancora pazzia oltre l’inanità. La politica nazionale d’opposizione è sempre in frenesia elettorale e mai attenta al cambiamento delle necessità di chi è in sofferenza. I silenzi del presidente del consiglio sulle derive para fasciste vecchie e nuove, sono ancor più evidenti nel clamore competitivo delle singole forze di questo governo e la narrazione fluisce nel disincanto di una opinione pubblica inerte e atona. Si capisce che ciò che si decide in Italia al più compiace i mercati, segue la corrente ma non la dirige. Se si pensasse a ciò che si spegne e a ciò che si accende, in termini di speranze di futuro positivo il bilancio sarebbe impietoso dal punto di vista del cambiamento. Continueranno a darelper tutti, i soliti noti. Sostanzialmente, oltre la deriva di destra culturale e ideologica, il governo è neoliberista come purtroppo quelli che l’hanno preceduto, ma con una accentuazione nuova che toglie la speranza di cambiamento:accelera la privatizzazione dei diritti, muore lo stato sociale e questo avviene con la sola protesta del sindacato. È neppure tutto, mentre l’opposizione non riesce neppure a contrattare un salario minimo di 9 euro. Gli aventi bisogno avranno sempre più bisogno e meno prospettiva di mutare le loro vite. Se si pensasse a ciò che si spegne e a ciò che si accende il bilancio sarebbe impietoso dal punto di vista della partecipazione.e solo una rivendicazione radicale dei diritti e della dignità dovuta a ogni uomo di questo Paese, di questa Europa, di questo mondo potrebbe ridare speranza. Si celebrano i 75 anni della dichiarazione universale dell’O.N.U. per la pace e i diritti umani ma ciò che accade nel mondo, a Gaza, è morte, distruzione di speranza e di vita, è il fallimento di una speranza.
75 anni di promessa di eguaglianza, di riconoscimento di diritti fondamentali alla vita e alla dignità di ogni essere umano spente nelle mura, nei reticolato, nelle avi affondato, nelle frontiere bloccate alla pietà, nelle bombe intelligenti, negli odi a cresciuti, delle diaspore e nei genocidio, nel benessere stivato dove non c’è bisogno, nella realtà occultatano, mutata, smentita, resa virtuale così il dolore altrui non si percepisce. Non c’è nulla da celebrare se le parole non diventano sostanza e vita, dignità e possibilità concreta di esistere. Non si può celebrare nulla se l’ingiustizia, l’arbitro, la discriminazione regnano e regolano i rapporti tra stati e tra uomini.
Ogni parola diviene ipocrisia, ogni fascismo, dittatura, libertà violata, compatibile con una politica che mistifica la realtà e pone la domanda:volete ciò che avete oppure che vi sia tolto?
Certe cose cominciano bene poi finiscono peggio in un rallentare vischioso che affatica sino alla perdita di senso. C’è una legge dell’usura che riguarda l’attrito, ha dei lati positivi perché il tempo leviga le cose.
Fa attrito il bene?
E cosa ne resta nella sua immagine accuratamente polita che conserviamo in noi?
Nel rinnovarsi il bene come muta? E se esso apprende dai suoi errori, cosa diventa?
Di simmetrie è fatto il procedere del ricordo che poi si muta in storia, sono grandi quelle che prendono i molti, li avvincono in sogni apparentemente uguali e poi si consumano nella relativa abitudine all’accadere. Così per i piccoli immensi sogni troviamo simmetria mai eguale e dovremmo sapere come i sentieri sempre incrociano altro cammino, ma ciò non fa deflettore e giudica unico il proprio sentire, com’è giusto sia. Non è la fine che in fondo interessa ma il principio e il suo primo svolgersi, potente ed ogni volta unico. E simmetrico.
Ma allora, cosa affatica il sentire emotivo dopo l’inizio in cui l’entusiasmo soverchia ogni calcolo di tempo?
Forse il ripetersi mai eguale, che torna. Anche per noi che siamo eccezione, mai regola. Torna il tempo che quando s’avverte è già trascorso, già pesa, già toglie. Non è come allora, quando iniziò ed era nuvola impalpabile di ciprea, un soffio di profumo nell’aria da cui essere imbevuti, respirati respirando. Il tempo gassoso dell’inizio è diventato prima olio e poi pietra e ha frenato la corsa. La dittatura del presente, del perenne decidere senza poter assimilare, è un ansare di pensieri che faticano a coagulare, che sono fatica interiore, un non dirlo mai prima del tempo, perché non sarebbe capito e sarebbe un’offesa. E nel frattempo, se l’abitudine non diventa nuovo, il sapore non c’è più, perché il tempo s’è incattivito in rimasugli. Costretti per recuperarne in senso a cercarlo tra gli spazi. Ciò che non si dice è detto, impreciso nei significati, pauroso nel mancare di contorni. Dilaga, chiede e ripete la richiesta d’essere interpretato.
Uccelli impagliati sognano l’antico splendore. Evocano, ricordano, e rendono il passo più lento, la memoria pasticciata, scrivono cielo e mostrano l’abisso.
Eppure c’è una luce. Non per necessità di naufraghi. È nella sublime incoscienza che vede oltre il succedersi immoto delle cose, il loro ripetersi. È nella capacità di sapere che non si sa, nel maneggiare la naturalezza del volo sentendo l’aria. Ciò che sta in essa, sapendo che oscuramente, felicemente, ci riguarda.
Quando una persona che conosci e che spesso è a casa non ti risponde più volte al telefono cerchi qualcun altro che gli è vicino o lo conosce. Ho cercato allora suo fratello, un mio vecchio collega con cui avevamo condiviso, storie, cene, lunghissimi discorsi, vino. Non necessariamente in quest’ordine, ma sempre con il piacere di incontrarci. Neppure suo fratello ha risposto al telefono.
Un mio caro amico mi ha raccontato che più o meno un secolo fa era accaduta una tempesta elettromagnetica solare così violenta che per settimane c’erano state aurore boreali a tutte le latitudini, disturbi dell’umore, tracce sulla crescita delle piante, animali che impazzivano, interruzione in tutte le macchine elettriche che a quel tempo facevano ben poco per tenere assieme la civiltà. in questi giorni c’è una tempesta in corso, ma ci ha regalato solo splendidi tramonti, se avesse voluto infierire l’intera civiltà si sarebbe paralizzata e nessun telefonino, centrale elettrica, macchina ecologica e non ecologica avrebbe funzionato. Che fare in questi casi se non tornare a carta e penna e così ho fatto: un biglietto in cassetta postale con la richiesta di notizie. Dopo qualche giorno è arrivata la telefonata da un nuovo numero e con essa la relazione dello stato di salute non buono del mio amico e ancor peggio quello del fratello. Era in un istituto ormai da mesi, spesso scordava dov’era e cercava il suo banco da lavoro, la lente da mettere all’occhio, gli infiniti cassetti da cui estraeva viti e ingranaggi, poi la sua mente andava ai viaggi innumerevoli fatti in tutte le parti del mondo, in condizioni molto vicine agli abitanti dei paesi che visitava, allora venivano fuori racconti di avventure, di fatti inusitati per l’esperienza comune, di meraviglie viste e perdute, ma ben presenti nella sua mente. I vicini lo ascoltavano, poi pensando fosse un romanzo, ed invece era una vita, si stancavano e andavano dietro ai loro pensieri.
Il mio amico, mi raccontava con precisione cosa era accaduto e accadeva al fratello e a sé e traeva delle conclusioni sul vivere, sulla necessità di avere qualcuno vicino, sulla solitudine che inevitabilmente prende il sopravvento quando ciò che si ha da dire è molto, troppo per chi ascolta e non ha la stessa esperienza. Finché parlava, poi glielo dissi, immaginavo che al fratello, portassero il tavolo da lavoro, quello con il ripiano che aveva una insenatura per il corpo che si inseriva in esso, le fotografie ormai falsate nei colori messe in cornici con altre fotografie messe ai lati come compagnia di terre lontane da tenere vicine e che lui, messo davanti alla finestra come a casa, ricominciasse a mettere insieme macchine, piccoli automi meccanici, orologi che avevano bisogno di essere lubrificati, come accade alla mente quando ricorda e a volte si ferma per guardare lontano, oltre il vetro ma in realtà guarda dentro e vede, e sente, e un ricordo si mescola ai suoni esterni, e ha un sapore che nell’aria non c’è, un colore che non esiste perché è un frullo di luce che per un attimo ha colpito la retina molto tempo fa.
Le sue mani, il corpo stesso era un tutt’uno con ciò che aveva fatto e faceva, la delicatezza dell’entomologo, la sensibilità del pittore, la precisione dell’inventore che organizza in nuovo modo il consueto e rispetta ciò che già funziona per farlo funzionare meglio. Lui era tutto questo, capace di camminare per giorni mangiando banane e cocco in luoghi in cui passavano ben poche presenze estranee, era in grado di vivere tra persone che adottavano i linguaggi sconosciuti o dimenticati, del corpo, del viso, del tatto, delle mani e tornato a casa scaricava la sua piccola macchina fotografica. Faceva stampare le fotografie che erano sempre poche ma ciascuna l’inizio di un racconto, salutava il fratello e riprendeva il suo posto tra suoni di pendoli, battere di secondi, impercettibili sussurri di orologi di gran pregio che solo lui sapeva rimettere in ordine nella città.
Per questo pensai che ovunque fosse avesse bisogno della sua zattera, del suo tavolo, della luce concentrata, della lente sull’occhio e delle pinzette di varie dimensioni, ma tutte minuscole come i cacciaviti e le frese sottili. Pensavo al cassetto dei quadranti dove si mescolavano nobili e plebei in allegra confusione, perché l’utile non dipende dal nome ma da ciò a cui qualcosa serve, pensavo alle viti che erano come i grani di pepe che aveva portato dall’isola delle spezie e che forse per lui avevano lo stesso profumo. E forse pensava, chiamandolo e prendendoli tra le punte aguzze delle pinzette, ai nomi delle cose che ruotano, che trasmettono il moto con lentezze esasperanti, che dominano il tempo e sono così inusitate da richiamare ben altro nella vita quotidiana. Nomi antichi che venivano dal medioevo, nomi dati da eretici ugonotti poi ginevrini, nomi che si erano portati in una sacca gli attrezzi per la misura del tempo, per costruire orologi, assieme alle bibbie e le eresie che avevano rimesso in moto l’Europa e poi le Americhe. Nomi che gli orologiai scambiavano tra loro, che regolavano il mondo, il correre dei treni, gli appuntamenti amorosi e quelli d’interesse, nomi che muovevano migliaia di persone , che li allineavano in catene di montaggio, nomi da campanile quando l’alba e il tramonto, la fame e il sonno non bastavano più. Nomi assemblati con cura senza errore perché in un orologio è il mondo che funziona e il tempo si muove danzando con esso, in sincronia perfetta.
L’orologiaio che aveva conosciuto il mondo, gli orologi d’acqua e di sabbia, le sfere giganti delle torri, gli astrari e la precisione delle menti che sapevano descrivere l’ora dal moto del sole o da quello della luna. Lui che aveva capito che atmos, l’eterno orologio che si muove per le variazioni di pressione era pur sempre un’approssimazione del tempo, come ogni orologio, compreso quello atomico che basa se stesso nei tempi di decadimento di una particella, compreso quello dell’universo dove il tempo conta davvero poco ed è l’energia a farla da padrona finché non emergerà la gravità quantistica a rimettere ordine alle cose. Lui sapeva che ciò che metteva assieme, per quanto preciso, era una approssimazione di una convenzione e che l’esattezza era in chi guardava le cose evolvere, lo sapeva mentre adattava se stesso a ciò che mutava, fosse l’inferno della Dancalia o il verde infinito dell’Amazzonia o semplicemente ricostruire una mozza o un bilanciere perduto. Il tempo era nell’uomo e lo approssimava e da esso era approssimato. Questo lo rendeva leggero su ciò che di mirabile faceva, conosceva il senso del tempo e della sua misura e di tutto ciò che era apparenza e veniva portato al polso, messo su un mobile importante, appeso a un muro pregiato, conosceva il limite. Il tempo ripete se stesso, mentre l’uomo era una fonte continua di meraviglia, questo era il senso dei suoi racconti.
Non gli hanno dato la sua zattera, così penso che dolcemente si sia lasciato andare al flusso dei ricordo, al fiume di tutto il tempo che aveva regolato e che ora non aveva più significato. Penso che ora sia un bel viaggio, l’ultimo che ancora può raccontare senza parlare, certo che chi lo ascolta adesso sarà attento e sorriderà alle sue parole su ciò che è urgente e ciò che non lo è mai stato.
Nel tempo gaio in cui tutto importa, molto è disperante e finge la stessa natura della felicità, così la leggerezza è virtù di molti. Non di coloro che scavano nelle passioni, le scorticano come le parole che faticano a dire e restano intonse a percuotere il rimorso di ciò che non vien detto, allora le guardano sino a trovarne l’inconsistente anima ch’è solo porta per un altrove in perenne attesa di scoperta. Ci fu un tempo in cui l’addio era leggero, un prolungamento del tempo che ormai aveva preso altra attenzione. Certo c’era un arrestarsi, un riflettere, ma breve perché altro urgeva e soverchiava, cambiava il colore dell’alba e della sera, si immergeva nel giorno pieno d’attesa e di speranza nuova. Il soffrire entrava in un bilancio dove chi vinceva era l’urgenza del nuovo che cambiava l’ordine delle cose e come resistere a questa ondata di vita che non tollerava indecisioni. Si soffriva il giusto che sempre è ingiusto, così il difficile veniva consumato, reso relativo, portato nella natura delle cose e nessuno, o quasi, che aveva esperienza di notti consumate nell’attesa dell’alba, di un peso da portare verso una stazione, oppure un auto o un passo che s’allontanava verso un impreciso dove, giustificava se stesso se non con la necessità. Questo sentire sarebbe venuto poi, nel denso ribollire dell’interrotto, del non consumato, visto nell’esame impietoso dell’esausto andare, o nello strascicar parole che a nulla servivano se non a non dire. Quella parola che difficilmente si usa, regnava nel profondo e si scontrava con clangore immane di pensieri contrapposti: tradire era procedere, rompere ciò che sembrava essersi consunto e invece si sarebbe legato con tutto quello che prima era stato e ciò che sarebbe poi venuto .
Ciascuno è somma di ciò che è stato e sottrazione di quello che in vario modo gli è stato tolto. Gli addii sono sia nell’una che nell’altra parte e ciò che si è dato verrà subito, muta solo il porgere e il ricevere, l’essere sinceri con se stessi per dire ciò che è sentito e non può che far male mentre sembra solo bene. Non ci sono bilanci possibili, la vita è ciò che siamo nel momento in cui la pensiamo e sentiamo nostra, il resto è biografia. Essere fieri di ciò che si è diventati con fatica, piacere e fallimento e scontenti di non essere ancora ciò che si sarà.
In quei tempi così morbidi di vita, seta e sonno, dicevo che di me t’importava poco, troppa fatica per vedere oltre le parole, i piccoli moti d’espressione che già erano l’anima remota che s’agitava riconoscendo sé e te e che doveva usare il ragionar di perdere per trovare ciò che bastava, ma non bastava, ora come allora l’amore non si spegne, casomai muta e chiede d’essere riconosciuto, ed esaurito il tempo breve per capire mentre eravamo immersi nell’attenzione del desiderio, ciò che rimaneva era il ritirarsi come usa fare la luce al giorno, mentre gli sottrae memoria di colore, mette nella penombra i dettagli e chiama sommessamente a soccorso l’intuizione. Era poco e molto a seconda dell’ora della notte o dell’umore che il cielo regalava al giorno e agli uomini in attesa, eppure quel poco ancora cuce pezzi di tessuto, spazio, tempo, stato che non dissolve ma rammenda l’universo piccolo in cui ciascuno si rinchiude, fatto di finestre e piccoli canti d’ombra dove si posa polvere preziosa come ciò che ottenebra.
Gli anni perduti, sono quelli che sembrano mancare alla memoria, ma non lo sono per davvero perché inattesi, torneranno. Anni perduti sono quelli ben presenti, fatti di chiusure, conclusioni senza concludere, acquisizioni sospese, addii senza motivo.
Anni perduti sono quelli scialacquati nel dover essere, nelle prigionie di mode e di buoni sensi. Anni perduti sono tutti quelli che non hanno cambiato dentro, che non hanno camminato, che non si sono rincorsi nelle passioni, che sono diventati sabbia senza essere pietra.
Le sedute di analisi disseminate nella coscienza, semi che fruttificano per loro conto, maleducati ricordi che non leggono l’identità, fatiche difficili senza produrre svolte apparenti, sono anni perduti?
E aver ben presente come ci si lascia in una stazione, un po’ travolti dalla disperazione del rivedersi non quando si vorrebbe, ma seguendo la necessità, l’evocare nella mente ogni amicizia che si credeva vera e si è lasciata impallidire e svanire, sono anni perduti?
Le parole di Osip Mandel’stam in Tristia hanno l’odore del fuoco dei bivacchi, il freddo della notte che si insinua nelle parole e la definitività degli addii con l’amore vivo che ferisce e sutura, senz’altro pensante o di mano leggera nella vita. Oggi è meglio di allora, eppure questo addensare di sentire senza orizzonte certifica gli anni come necessari, importanti, definitivi, mai perduti. Quindi anche dove il cielo si rovescia nell’alba, la disperazione diviene dolore e partenza, nulla pensa che tutto sia stato inutile. L’analisi dovrebbe essere così definitiva e profonda da essere un eterno addio che apre nel sentire diverso il mondo e al tempo stesso tiene ben fermo ciò che si è stati davvero, perché quello stare si ripeterà come ogni verità.
Cosa c’entra l’analisi con gli anni perduti lo si trova nella sua necessità di veder dietro l’apparenza, nel cogliere noi nel pensiero e gesto solo a noi noto, ma in quegli anni del disvelamento, noi dove eravamo?
Presso il limite della terra fu come un’acqua che imbeve
e mentre l’attenzione scivolava a ciò che in fretta asciuga,
un appoggio si scioglieva,
veniva preso, portato altrove
e così divenne malfermo lo stare
e difficile andarsene.
Accadono cose terribili, disdicevoli anche per i ben pensanti, si disfa la materia di cui è costituito il comune sentire che ci sia una specie, una sua conservazione, un futuro che si poggia sul presente. Cos’è il presente se non è paziente costruzione, il capire dove sta l’errore, non ripeterlo, ripartire, collocare il piccolo, ma grande, contributo che definisce le vite come accesso alla contentezza di essere. Tracciare un confine tra possibile e impossibile, star bene e star male, momento e continuità, desiderio e felicità. Tutto questo è rimesso in discussione perché c’è un filo ma non si vede più dove esso finisca. Cade il principio di precauzione, l’intuito non sorregge e si dimostra fallace perché a cosa non consegue cosa se è l’abisso che si apre. Cave, cave, attenzione, attenzione, dicevano i latini e già poteva arrivare il morso se l’intelligenza non sorreggeva, non diventava modo di tenere la distanza
Noi leggiamo, leggiamo, leggiamo. Viviamo il presente come annuncio di bellezza, ma poco ci curiamo di essere costruttori di progetti comuni. Abbiamo opinioni, convinzioni, principii, tutto importante e personale, cercando il bandolo mentre non si vede la matassa, così il proporre torna a noi, ai principii e alle convinzioni su cui si è costruita la vita. Magari saranno utopie, pezzi di sogno che diventano materia, eppure in questa realtà guasta sono piccole barche su cui è ancora possibile navigare. Ora le domande si affollerebbero e una sola le riassume: basta tutto ciò oppure ciò che è semplice diviene conquista per avere una possibilità di esistere?
Questa terra è il luogo che mi ha generato, con la possibilità di essere ciò che sono. Nascere qui ha significato avere un cielo e una finestra da cui vederlo, una strada per andare a scuola, un cortile per giocare, il luogo in cui crescere. Così è stato per altri, con cui condivido la lingua, le storie dei genitori e degli antenati che si intrecciate nei secoli. È un luogo da cui partire, ma che genera nostalgia anche quando provo la meraviglia del mondo nell’andare. Forse per questo indefinibile sentimento torno a questa terra, al calore materno che è nelle pietre, negli alberi, nelle case, nel cielo. È il luogo in cui ho imparato ad amare, ad avere memoria, per questo la chiamo mia terra e non mi serve possederla, ciò di cui ho bisogno è camminare nelle strade, fermarmi a riposare lungo il fiume, guardare le case, le persone, il cielo e ascoltarne le parole. Anche le lingue che non capisco, ascolto, e diventano parte di questa terra che chiamo mia ma ne posseggo solo il posto dove dormire, mangiare, lavorare. Quando penso che andrò via, so che altrove non ci saranno le stesse sensazioni, che in un altro luogo per chiamarlo mio, ci sarà bisogno d’ amore, di pazienza, di capire bene cosa pensa chi lo abita. Finché questo non accadrà sarò un ospite e sarò parte di quel luogo solo quando le storie e il capirsi si intrecceranno, ma ci vorrà tempo e forse non basterà. Possedere una casa, della terra, avere denaro non renderanno mio quel luogo, perché mio significa appartenere per essere uno e questa non è una proprietà. Undici anni fa ero in Syria, in un piccolo villaggio del nord ovest, non c’era nessuno per le strade, le case ogni tanto lasciavano che un bambino uscisse per chiamarne un altro e giocare. Faceva freddo, c’era vento, allora una mamma o una nonna usciva e chiamava i bambini dentro. Al caldo. In una lingua di cui non capivo se non la musica delle parole. C’era amore e sollecitudine nelle voci adulte e i bambini rispondevano con lo stesso altalenare di toni, di vocali e consonanti, come in una canzone mormorata all’orecchio dell’amata. Una di quelle case a un solo piano, c’era una insegna in legno con scritto a pennello: museo e dentro l’unica stanza, un bellissimo mosaico di epoca romana, forse di quando Tito era imperatore. Mostrava con migliaia di tessere sapienti e colorate, una grande geografia di navi e pesci nel mare, di coste e deserti, tracciava i luoghi e i nomi delle città . Molte di queste città erano state potenti, ricche di uomini e monumenti, ma erano scomparse, e quel villaggio era quanto rimasto di una di esse, particolarmente grande. In quei luoghi le generazioni si erano succedute, erano passati i persiani, i greci, i romani, i crociati, gli arabi, i turchi e poi nuovamente gli europei, i francesi, gli inglesi e poi di nuovo gli arabi. Per alcuni di questi quella era diventata la loro terra, perché l’avevano amata, si erano fatti possedere da essa, avevano imparato dai vecchi abitanti, abitudini, lingua, il tempo della vita e della morte. Avevano onorato e preteso rispetto agli uomini, tanto che ormai chi si era fermato, diceva che era la sua terra. Uscendo dalla casa museo, era tornato il vento, nubi di polvere portavano le ceneri di chi era passato, i bambini giocavano, le donne e gli uomini accudivano le poche pecore nei recinti. Era la loro terra, non occorreva possederla, bastava vivere in pace, crescere i figli, parlare con i vicini e ogni tanto ridere o piangere assieme. Nessuno di loro versava sangue altrui per avere altra terra, che non sarebbe stata la loro e avrebbe preteso altro sangue e tolto sapore e volontà alla vita. La loro terra era piccola e bastava per vivere, chiunque si fosse aggiunto avrebbe avuto bisogno del necessario e poi di vivere in pace con chi c’era. La mia terra non è bagnata di mio sangue, mi disse la mia guida, e neppure mi appartiene ma è il luogo in cui vivere. Qualche volta ci hanno cacciato, poi siamo tornati, perché chi aveva preso il nostro posto, versato il nostro sangue, non era riuscito a dire che quella terra li possedeva, erano solo i padroni e volevano cose diverse da quello che essa poteva dare. Potevano essere cittadini del mondo, se avessero condiviso la pace e la vita e il mondo sarebbe stato loro e nostro.
La mia terra non è mia, non mi appartiene, io appartengo a lei, e lei lo sa quando mi fermo, la sera, a guardare gli uccelli, il cielo. Quando ascolto la musica delle parole è poi cammino in mezzo a esse, sa che con la notte cerco il caldo della casa e che mi basta perché ciò che mi dona è quello che mi fa sentire parte di lei. Per questo amore questa terra è mia.
Quando il covid infuriava, teneva le persone in casa, riempiva i telegiornali ci si ripeteva in una l’indeterminatezza felice che finita la pandemia, nulla sarebbe stato come prima. E si intendevano i rapporti sociali, l’affannarsi per fare mille cose, la competitività esasperata, tutto questo è molto d’altro, sarebbe mutato in un mondo in cui gli affetti avessero più importanza, certamente più attento alle persone, alla cura, ai servizi comuni, alla salute. Il regno dell’inutile dannoso e del vano brancolare nel buio di una corsa senza meta, sarebbe mutato in un guardarsi attorno e nell’ assaporare le cose che pazientemente ci rassicurano e attendono di essere apprezzate. Tutto poi è mutato come sappiamo, in una ricerca spasmodica di recuperare vacanze, produttività, tempo che libero non è.
Si è dissipata la paura (ed è un peccato perché siamo stati male per niente) che ci aveva indicato il nostro malessere in un parlar d’altro, in un essere come ci vogliono, scevri di dubbi, pronti a dire si, incapaci di una reazione che muti la condizione che in fondo, nessuno ha scelto. Come accade in uno stagno, l’improvviso rumore ammutolisce le rane, non capiscono, la memoria si cancella e riprendono a gracidare. Magari una serpe d’acqua ha mangiato una di loro, un luccio ha fatto il pranzo, ma finito il rumore sono rimasti cerchi d’acqua che s’allontanano verso le rive. Come non fosse accaduto nulla e così è bastato che le notizie scomparissero dai telegiornali, che la scienza tornasse nei laboratori e tutto è ripreso come prima, sostituito dal brusio delle guerre che basta si pensino lontane perché non esistano. I politici che ora governano avevano detto cose importanti durante la pandemia, ma la campagna elettorale è venuta quando è sembrata tornare la normalità che è più precaria di prima, però è sempre normalità. Così non è cambiato nulla se non in peggio, meno sanità, meno attenzione al sociale, più povertà, una crisi alle porte, però chi poteva è andato in vacanza, è tornato a fare mille lavori, a competere, a essere insoddisfatto pensando che questa sia la normalità. Siamo soli perché quello che ci viene raccontato non solo spesso non è vero ma perché non vogliamo vedere ciò che conta davvero, non sentiamo le altre persone come portatori di problemi uguali ai nostri, vuotiamo il mare con il nostro cucchiaio mentre esso ci minaccia. Sono tutti segni quelli che ci colpiscono per poco tempo, la nostra mente dovrebbe metterli assieme. Una alluvione non è una fatalità, una guerra non è una necessità, un servizio vitale che non funzione non è una normalità. Se non si cambia perdiamo pezzi, persone, umanità, ma soprattutto perdiamo speranza di avere tempo futuro, di durare. I figli che non nascono non sono un problema demografico, ma la disperazione di non essere all’ interno di una società che non lascia soli, che si prende cura, che rende liberi perché possiamo amare non amazzarci di lavoro e di solitudine. Doveva cambiare tutto e non è accaduto nulla o quasi, se non in politica, non nella vita vera e il 50% che va a votare si è stancato, della sinistra e ha dato la maggioranza della minoranza degli italiani alla destra. Anche questo è un segno quando la maggioranza di chi può votare si fa guidare da meno del 30% dei voti. E ora quelli che negavano la pandemia l’hanno cancellata insieme al cambiamento, basta non parlarne più e non è accaduto mai. Non so se sia la stanchezza di un vagare senza meta che cancella i nuovi segni ci appaiono, oppure la fatica di decrittarli nella loro evidenza perché indicano una strada in cui assieme si può crescere e star meglio, ma costa fatica. Come sempre nella vita, sta a noi mettere insieme la grammatica di ciò che accade, scegliere se stare in pace, con un mondo diverso oppure sperare in una salvezza che qualcuno ci regali e non voler vedere che già ci viene preclusa perché chi ha il potere salverà i pochi che per lui contano. Non lo fanno tutti i giorni? Nello stagno spariscono gli indifesi, quelli che non si rendono conto che in molti possono mutare le cose che li riguardano e il racconto del mondo, così la biscia d’acqua e il luccio ingrassano, ma almeno, loro, non sono ingordi e lasciano le rane cantare.