Dovrei essere abbastanza plasmato dalla vita e dall’esperienza per sapere che la delusione ne fa parte. A volte è palese, quasi la preferisco, spesso è subdola, si forma col tempo in una somma infinita di equivoci che non sono tali ma infingimenti, piccole deviazioni della verità, cose che si nascondono. Le persone che si raccontano diverse da come sono, le situazioni quando contraddicono la logica e l’evidenza, la riproposizione dell’arroganza nei rapporti personali.
In politica è ancora peggio perché il potere fa aggio sulla credibilità, alza il livello della promessa, dell’essere ciò che non è, cosicché i delusi si moltiplicano in relazione al distacco tra parole e fatti. E questo non si limita a generare un giudizio, ma diventa un modo di pensare che avendo l’autorevolezza del potere, dilaga tra le persone, diventa una perversione dell’etica. L’assenza della stima per l’umanità, per il gesto buono, per il rispetto, sono opzioni di un mondo di furbi dotati del potere di ammaliare. Così lo spregio della funzione pubblica affidata e piegata a fini di parte diviene lecito, anzi parte dello stesso successo in politica.
Molti accadimenti hanno prima del loro succedere, indizi di delusione imminente, avvertimenti, con cause distanti che maturano finché una goccia in eccesso renderà visibile il distacco tra realtà e racconto, fola o come si dice adesso, narrazione. Magari quell’ultima goccia viene ritenuta responsabile di una complessità che era stata banalizzata. Le cose importanti (lo so anche per mestiere), sono poche, ma ad esse si affiancano molte altre che rendono fragile ciò che non lo era, inaffidabile chi era ritenuto sicuro e attaccano persino le cose che deludono perché si dimostrano diverse da ciò che promettevano.
Questo deludere e diffidare diventa parte di un’etica pratica che investe la vita di tutti, dove la negazione di ciò che si era detto, dell’amore ricevuto, della passione profusa è parte del vivere. In fondo, se ben analizziamo, la delusione ha un effetto che tocca l’attenzione e l’ amore: quello per la verità, per i rapporti limpidi, per le cose dette e mantenute. È lo stesso sentire che quando non c’è delusione ci fa sentire accuditi. La nostra impotenza verso le azioni altrui, discerne e coglie la somma di ciò che non è stato amore e piange perché senza cura siamo abbandonati e soli. Deludono le persone e ancor più ciò che esse generano perché alla fine è difficile vivere nella sguaiatezza, nella protervia, nella volgarità, nella negazione dell’umana bellezza.
Quando è il momento di dire e quando quello di tacere? Per Lei è una spinta terapeutica che si attiva nell’oscuro equilibrio tra la voglia di guarire e quella di restare come si è. C’è un disagio, altri lo definirebbero un piccolo dolore che ha l’aspetto piacevole della conoscenza, di esso si sa cosa provoca, dove si ferma e persino il punto in cui lo si può sostituire con altro. Manca il benessere, resta il lamento, che è una risorsa personale e nazionale, per non mutare nulla, per non essere ciò che diciamo dovremmo desiderare di essere. Ma c’è il bisogno di regolare i conti con noi stessi e ci sono due possibilità:tutto ti è rimesso e ci salutiamo caro dottore, oppure rammendiamo assieme. Entrambe le possibilità hanno infinite sfumature e ripensamenti, ma ci sono ed è già molto saperlo.
A lei, caro Dottore, interessano i fatti e i moventi delle cose accadute che sembrano avere un significato che lega il disagio a qualcosa di profondo. e invece ne hanno un altro, non le parlerò né degli uni né degli altri, perché stavolta sento importanti i meccanismi che ora, sembrano, aver costituito un legame tra ciò che accadde e come lo vivo e ricordo. Ho pensato che Lei mi fa tornare pescatore. Gettavo la lenza, attaccato all’amo c’era un boccone succulento e aspettavo con curiosità di vedere cosa si sarebbe lasciato prendere. Piccoli movimenti del galleggiante prima del suo repentino innabbissamento e allora contava il colpo in risposta del polso e il lento tira e molla del riavvolgere la lenza per ficcare il pesca. Che non sempre c’era anzi non mancavano le spazzature, qualche residuo di inciviltà privo di significato apparente, però a volte c’era il pesce e quello valeva l’attesa e il tempo. Tempo mio, non d’altri che come tale era ben speso. Il pesce lo slamavo cercando di non fargli male e lo gettavo in acqua per una seconda vita. Chissà cosa pensava il pesce e se imparava qualcosa. Era una bella metafora, ma a quei tempi non ci pensavo:quante vite ci sono donate e cosa ne facciamo?
Sto divagando come al solito. Quand’è ora di dire ciò che si è trovato nel profondo e quanto questo ci cambia? Nella vita quotidiana la verità fa meno male, anche quella difficile collegata ai sentimenti diviene un tempo del dolore o del disagio che ha una durata e se cambia, gli effetti sono di un apprendimento, nel nostro caso le cose sono diverse, perché dopo non si è uguali, si è mutati nel profondo. Forse è questo profondo che fa paura (meccanismo) e induce a sopportare il malessere o ad attenuarlo, perché eradicarlo significherebbe entrare in un abisso.
Credo che sia ora di dire quando non se ne può più dei nodi che condizionano troppo è il momento di estrarre quello a cui si è girato attorno, lo si è diluito nei sogni, si è celato negli esempi e nelle finte rivelazioni. (necessità)
E bisogna essere pronti, non so se assomigli a un parto ma di sicuro qualcosa si chiude e qualcosa nasce. Serve una buona levatrice, Lei ha ancora voglia di fare questa operazione che è come la politica, vita, ma anche sangue e altro. Bisogna essere in due o si provvede da soli, vedremo caro Dottore, vedremo.
Ci si lamenta anche nel descriversi. Male perché il lamento è una richiesta di comunicazione inevasa o comunque non soddisfacente che aggiunge malessere senza dare soddisfazione. Quando si nascondevano i sentimenti profondi per educazione, si dissimulava un poco di apparenza buona per aiutare il disagio ad evolvere. Neppure questo andava bene e comunque l’epoca dell’educazione e della discrezione è passata, travolta con il romanticismo, con le guerre, le passioni che si sono spente. Ora ci si da del tu, si racconta tutto e non si riesce a dare un nome alla carenza di comunicazione che si nasconde sotto il troppo comunicare, forse per questo si parla d’altro oppure ci si lamenta.
Sembra che i vestiti che l’età ci confeziona non siano mai giusti. Tornano alla mente le parole: Manca qualcosa o qualcosa è troppo, entrambi accentuano un disagio privo di nome. Oppure c’è la gloria, propria o altrui, come se la vita fosse un trionfo di obiettivi raggiunti. L’adolescenza è l’età del desiderio sconnesso, non finisce mai, ma come ogni commedia a lungo andare, diventa farsa.
P. S. Un poco de queo che se ghe dise era l’innominata decenza che doveva accompagnare i gesti e il dire, frenare con l’educazione l’eccesso.
Caro Dottore, ricorderà, giugno era la stagione dei temporali, violenti e pieni di grandine, sembravano gli sfoghi giovanili di una stagione riottosa, profuma vano di fresco, di calcia strappata ai muri e di vestiti bagnati. Ne ho visti tanti, ovunque, anche se quelli di casa avevano un sapore particore, quelli dell’acqua che si faceva strada dal tetto attraverso la soffitta, a quelle furie improvvise risalgono ricordi dei miei primi anni. Vedevo dalla finestra di casa, le saette che si scaricavano sui parafulmini dell’ Università, che era oltre al canale. Un lampo e il tuono quasi assieme, tremavano i vetri della casa in cui ero nato, mia nonna era tranquilla, mia madre molto meno. Si diceva che l’acqua attirasse i fulmini, quindi dovevamo essere tranquilli, ma gli scuri venivano sbarrati e lo spettacolo finiva. Poi il canale è stato interrato con i suoi ponti romani e la casa dove sono nato è ora una residenza di pregio dove di certo non piove dentro, ma i temporali non ci sono più. È rimasta la consuetudine di finire la scuola prima del Santo, il 13 giugno, e questo mese credo abbia la funzione strana di essere estate senza esserlo e di preparare la vacanza che non c’è ancora.
Noi due siamo abbastanza legati alle abitudini da rispettare questa consuetudine scolastica e gli incontri aspetteranno settembre, però sappiamo entrambi che il riposo è una conquista e una predisposizione. La predisposizione l’ho perduta per strada, con la giovinezza e così devo costruirla sapendo che la vacanza ha un bagaglio in più con sé: i problemi nostri o altrui ricevuti in dotazione, che ci accompagnano. Questo riguarda me, non lei che avrà altri pesi da scaricare ed equilibri da riconquistare.
Dovrei parlarle di quanto mi ha influenzato la casa dove sono nato. I ricordi che ne ho, sono frammenti naturalmente, un balcone su cui posa a il piatto e venivo imboccato, l’ottomana foderata di rosso bordeaux su cui dormivo in attesa di chi mi mancava, il secchiaio di granito vicino a una finestra. Le scale di pietra di Nanto consumate e il portone al centro del portico. Credo importi anche il fatto che ci sia un asse del camminare che unisce la casa a quella parte di città, a come sono cresciuto, cosa ho visto e capito allora. Questa relazione con quella casa ho tentato di riprenderla, ma la proprietaria, oltre a trattarmi in malo modo, mi ha rifiutato di venderla e temo, dal tono, che ci fosse qualcosa di personale. Forse l’attività politica o un bagno di realtà a fronte di una romanticheria. Comunque lle cose sono andate altrimenti dai desideri e a me restano i ricordi.
I giorni di vacanza da adulto, avevano bisogno di una settimana di decompressione. La chiamavo così come fosse un riemergere, perché in essa c’erano ancora tutte le presenze della vita ordinaria, il lavoro, le questioni aperte che riguardavano il personale e il collettivo, il telefono. Per anni mi sono lasciato prendere dal mito del non chiudere mai il telefono, di esserci sempre. Lo faccio anche adesso ma lo metto talmente distante da dove dormo che potrebbe essere spento, solo che superare questa abitudine mi costerebbe almeno una riflessione interiore che mi spedirebbe indietro nel tempo e ad alcuni miti che comunque ho lasciato si creassero. Quello del non dormire mai nelle ore canoniche, ad esempio, altrimenti come facevo a camminare di notte per la città o a rientrare che albeggiava da qualche incontro che era avvenuto a centinaia di chilometri di distanza. Conosco il canto dell’allodola ma non sono Romeo. Quella vita era intessuto di miti e deliri di onnipotenza che dovevano servire a rappresentare la responsabilità del capo ai miei collaboratori, ma in realtà penso che non solo non mi prendessero sul serio come esempio, ma che scuotessero la testa pronunciando qualche frase pesante nei miei confronti oppure che pensassero a qualche seconda vita che avrei vissuto a loro spese.
Lei ha già capito che questi non sono che in parte nodi che rimandano a un antico senso del dovere e alla cattolica etica del sacrificio, così come mi era stata insegnata, con le dovute trasgressioni. E’ l’idea del mare e della montagna, i comunisti al mare e i democristiani in montagna, poi non era così, ma tra un mare libertino e una montagna castigata era chiaro cosa doveva essere preferito. Al mare si andava con la famiglia o da malaticci, in montagna per scelta libera e autonoma. Io andavo al mare, da solo, in compagnia, con la famiglia, ma al mare. La libertà era ovunque ma bisognava maturarla questa libertà prima di poterla vivere e capire che per essere liberi non serve il consenso altrui. Questi nodi del dovere e del farsi carico rimandano a cose più profonde e questa è una lettera non è una seduta in cui lasceremo svolazzare questo nodo, che fortunatamente non è diventato scorsoio ma qualche danno l’ha fatto.
Il danno maggiore lo connetto alla difficoltà di mettersi davanti, a far emergere l’io come priorità e trarre da esso tutti quei no che dovevano essere pronunciati a tempo. Il mancato no è corresponsabile delle delusioni successive, ma non ne è l’artefice. Le delusioni nascono da una forzatura del reale, da una cecità e naturalmente, dall’idea di poter comunque risolvere i problemi. Parlare di delusioni mi sarebbe facile nella casistica che rimanda a ferite aperte, ricostruzione della fiducia, necessità di ricomporre le coordinate per ricominciare a camminare. Lei credo conosca Puer eternus di Hillmann e la sua spiegazione della delusione e del tradimento, pensi che quel libro mi convinse talmente che ne regalai almeno 5 copie. Forse era ancora quando pensavo che se un libro cambiava il mio modo di vedere l’avrebbe fatto anche con altri. Emergeva l’entusiasmo dell’adolescente che scopriva i sentimenti, ma non funzionava così e penso che chi lo riceveva non ne traesse alcun beneficio personale ma continuava nella sua vita reale. Se in Hillmann la delusione e il tradimento fa parte del rito di iniziazione ad un diverso rapporto con chi aveva avuto la piena fiducia, posso aggiungere che mentre nel racconto del rapporto tra la fiducia del figlio e il tradimento del padre, esso viene comunque controllato, ossia il figlio si fa male nella caduta ma non troppo, nel mio caso questo paragrafo era stato omesso e ogni delusione è stata senza paracadute. Poi si parla del tradimento e di come questo può/deve essere inglobato nel vivere attraverso una sua maturazione che non lascia le cose come sono ma le evolve. Beh la teoria taglia la carne e nell’inglobare queste piccole batoste le ho messe tra i fallimenti.
Non c’è titolo a questo sentire, è parte della vita, come non c’è un nome vero a ciò che fa male, è una sensazione negativa lunga che sembra aspirare la speranza che le cose mutino. Ho capito che non si può stare fermi e che camminare muta le cose, non in meglio o peggio, quello si decide dopo, ma la mutazione avviene. Star fermi invece non cambia nulla, semplicemente attende che si ripeta la delusione e al tempo stesso la nega. Andare avanti, contare su se stessi, cercare il nuovo che può accadere, senza rinunciare a nulla. Ho una immagine di me bambino che in altri modi si replica da adulto: sono sopra una montagnola ed è fatta di terra, radici, piante, trucioli e sassi. La salgo di corsa e altrettanto di corsa la discendo. Altre volte è un’alta d’una di sabbia da scalare e dalla cui cima si vede il mare prima di lasciarsi scivolare avvolto da mille granelli di luce.
Buone vacanze Dottore, ci sarà tempo per risentirci senza parlare.
Caro dottore, vado al nocciolo di quanto ho pensato: non si può conservare immutabile (mi verrebbe da scrivere integro) ciò che abbiamo sentito o sentiamo e che ci spinge a costruire cose importanti o banali, che sono parte necessaria delle nostre vite. I nodi che vorremmo sciogliere, i bivi a cui vorremmo ritornare, per scegliere un’altra strada sono parte di questo nostro costruirci e trovare il modo perché essi diventino forza positiva implica che si riesca davvero a cogliere la ragione di allora. E per farlo dobbiamo fidarci della nostra buona fede. Quando penso alla mia vita, ho un’ immagine ed è quella di un vaso di porcellana. Ne vedo forma e colore e posso maneggiarlo tra le mani apprezzandone la levigatezza, ma so anche che esso contiene ciò che sono e che per estrarne qualcosa di indesiderato, dovrei romperlo. In un certo modo l’ho fatto e poi con pazienza l’ho ricostruito. Questa tecnica Lei la conosce, ma preferisco il suo nome giapponese kintsugi che porta con sé il rispetto sia dell’oggetto che dell’amore che lo lega a chi lo possiede. Ho saldato in oro e ho rimesso all’interno il contenuto, scoprendo non poche incongruenze, ma erano il legante di fatti e di scelte, toglierle avrebbe annullato il senso, non degli errori, ma di pezzi di vita. Non pochi di quei pezzi si nascondono e non vogliono essere ricordati ma so che ci sono e che a suo tempo furono scelte necessarie, controverse, opinabili, forse sbagliate, ma mie.
Non si aggiusta davvero nulla del contenuto caro dottore, ma solo il vaso e forse il suo messaggio era quello di annodare più che sciogliere, passato e presente. Ripensandoci ora mi rendo conto che scendere nel profondo significa anche perdonarsi e portare innanzi ciò che ci sembra importante da vivere.
Credo che non poco di quello che rende incerte le vite si basi sul confronto tra il passato e il presente e che tutto questo vada verso una domanda ovvero, qual è l’impronta che si vorrebbe lasciare nel mondo? Immagino sia accaduto anche a Lei: quali e quanti sogni ha sommato sino a farli diventare materia e poi che opinione ha avuto del segno che essi avevano lasciato? So che non risponderà e i suoi silenzi hanno sempre un valore, comunque dicono. Abbiamo parlato spesso del fallimento, dell’essere a un passo dalla meta e poi vedere che ciò che si è costruito si sgretola. Quando questo avviene, tutto quello che lo ha preceduto non perde concretezza, ma finisce in altre mani. Il fallimento è un proprio sogno realizzato che useranno malamente altri, sino a distruggerlo e dell’impronta che si sarebbe voluta lasciare attraverso esso non resterà nulla. Questo genera il senso della sconfitta e la disperazione che dilaga su altri pezzi della propria storia. Se si usa misericordia (uso questa parola dal vago senso religioso come comprensione e assenza di colpa) nei confronti di se stessi, restano le cose importanti. E’ come se il rasoio di Occam della vita personale tagliasse tutto quello che non è necessario per essere vivi e importanti a se stessi. Ma è anche un passare dalla dimensione che coinvolge altri a quella personale che fa il bilancio con la propria storia. E allora dovrei parlarle della fiducia, del sentirsi traditi, della delusione e di chi ha deluso e delude e se guardo lo specchio, dovrei anche dirle, chi deludo senza pensarci troppo. Quando sono venuto da lei evidentemente c’erano due motivi, non avevo le idee chiare e volevo reimpostare la vita senza ripetere errori recenti o più lontani. Non pensavo troppo alle ragioni ma molto agli effetti, la domanda era: perché sono così come sono?
Questa sarà la riflessione della prossima lettera, ma un accenno vorrei farlo perché si lega a quanto sopra ho pensato sulla vita, gli errori e i suo dipanarsi. Parlare di fiducia significa mettere in campo un rapporto profondo anche con se stessi: ricostruire il vaso e mettere un titolo a qualcosa di complesso che è volontà, bisogno, ricordo. La delusione innesca tutto questo dopo aver distrutto. Ha toccato molto di sensibile ma lascia qualcosa, spesso molto, di integro in noi. Forse il suo mestiere sarebbe far venire alla luce quell’integrità che è ciò che ci riconcilia nel profondo.
Fuori l’aria s’ è riempita di piccole infiorescenze. Questo annuncio d’estate porta profumi intensi e notturni, la stagione del tiglio è tornata. Le stagioni erano prevedibili ora sorprendono sempre, e sono diverse perché assieme mutiamo. Un tempo i tigli erano un’ondata di profumo per le passeggiate serali e poi una poltiglia scivolosa che attendeva la cura degli spazzini, adesso sono un piccolo segreto che non si condivide. Ricco di sottigliezze e sensazioni. È il tempo vissuto che fa questi scherzi. Scorrono le nostre piccole virtù e con esse le abitudini a cui con l’età è difficile rinunciare tanto esse ormai coincidono con noi. Anche nelle persone che si amano ci sono aree di fatica, sordità e cose scontate. In fondo ci conosciamo col limite della curiosità e non siamo obbligati ad essere costantemente aperti e curiosi. Le passioni, dopo il tempo in cui tutto sembrava sovrapporsi, divergono. Non vanno distante, come per i bimbi che sperimentano le loro indipendenze, restano a tiro di voce e ogni tanto gli occhi si alzano e cercano il corpo noto e amato. Così non si parla di ciò che si pensa annoi o non sia sentito con altrettanta passione: forse è questa la stanza tutta per sé di cui si sente la necessità, anche se c’è disillusione se la porta non viene mai bussata.
Chissà che significano per gli altri le cose a cui dedichiamo tempo e attenzione. Mi sono dedicato per anni a mestieri come la politica, irti di spinosità e rade soddisfazioni, cosa emergeva delle notti insonni, delle piccole vittorie, delle immani cadute, quando ciò per cui avevo lottato, naufragava. Ogni sconfitta era un raccogliersi. Un dirsi che ci sarebbe stato altro tempo, che esso mi/ci avrebbe dato ragione e intanto passavano gli anni. Si poteva pretendere che il mondo a me/noi più vicino stesse fermo, che attendesse? No di certo, eppure nella sconsideratezza che accompagna ogni passione, la rende grande a noi e la giustifica, quell’irrazionale attesa da qualche parte c’era e doveva ogni volta essere rintuzzata, ricondotta a ragione.
Così ci si abitua a capire che le vite proseguono parallele e si toccano comunque, e nella sublime geometria dei sentimenti ciò che è separato non lo è mai davvero o del tutto. C’è un incomunicabile amoroso che rispetta e lascia crescere, guarda e anche quando non capisce bene l’importanza, accetta e lo mette sotto il nume tutelare della fiducia. Anzi ne fa materia sorridente, specificità d’un rapporto. Questa credo sia l’incomunicabilità fisiologica del non dire ciò che si agita dentro e che non ha voglia di raccontarsi perché neppure lui davvero si capisce, ma vorrebbe essere capito, ma pure viene ( a volte) accettato. E nulla di questo ha a che fare con l’indifferenza, sino alla consapevolezza che ciò che si riesce a dire è sempre incompleto (e a suo modo esaustivo).
Ci sono età che possono non finire mai, ma se per caso o volontà non rara, accade ch’esse finiscano, si sgretola un pezzo di ciò che ci costruisce. L’adolescenza e la giovinezza, ad esempio, consentono di avere illimitata fiducia nell’amore e nella poesia. Tutto in esse è possibile e spesso gratuito. Non c’è consequenzialità tra azione ed effetto se non per insegnamento esterno, spesso sporcato di buona volontà e sentimenti, ma distante dall’unica nozione che dovrebbe essere insegnata ovvero la distinzione tra bene e male e non fare ad altri ciò che a te fa male. Quando prevale l’età sui condizionamenti, la magia può essere integra nel generare sentimenti, desideri, gioie apparentemente immotivate, passioni. Non tutto è eguale, ma forse è l’età più vicina al sentire del possesso di un’etica interiore che conduce alla felicità. Il bene e il male, ovvero la costruzione del vivere e il tradimento si affrontano, ma ciò che ne esce non è mai definitivo, anzi ha spesso una riserva oltre la disperazione. Però è anche la stagione degli assoluti, dove tutto si acutizza, dove servirebbe aiuto e non precetti e più profonde divengono le influenze di chi cerca di inculcare, sostituire morale a vita, evitando il dubbio e il senso del bene e del male. Nella ricerca dell’innocenza connessa al proprio vivere, la disponibilità all’ascolto è elevata, viene chiesto di formare un sistema di valori dove il grave sia davvero tale e il lecito sia molto esteso e clemente per chi impara a vivere. Perseguire un bene nell’età della ricerca di sé, ricorda l’ uccello che si tuffa nel profondo, trova, e riporta in superficie ciò che s’era nascosto. E lo sente come un valore grande, perché coincide con sé. La domanda quando ci si stende nel lettino dell’analista è: chi ci ha tolto tutto questo, chi l’ha deviato, trasformato, chi ha fatto diventare male ciò che era bene e ha piegato il giudizio non verso una maggiore innocenza ma verso la paura che ciò che si vorrebbe fare non solo non è lecito ma è gravido di conseguenze.
Ognuna di queste domande attira fatti e parole, individua luoghi e interi sistemi di vita che sono stati offerti come soluzione e salvezza al prezzo non del discernere tra bene e male, ma dell’aderire a un conformarsi dell’essere e del vivere. E’ sempre una lotta impari e la via che faticosamente viene trovata è un compromesso che lascia macerie, ma permette una scelta: quanto della mia adolescenza e giovinezza voglio portare nella mia vita?
Nel meditare convulso che precede una scelta, la quantità di giovinezza rimasta fa la differenza, mantiene una fantasia e apre al futuro. Il richiamo che obbligava alla prova dei fatti, non c’era. Era un abbaglio. Dovremmo dire quante volte ci è accaduto di vedere con la coda dell’occhio l’amore che fuggiva, il cielo che perdeva luce perché questi sono indici di perdita della possibilità d’essere se stessi.
Di notte c’era sembrato che una voce pronunciasse una parola desiderata, ma sapevamo che accendere la luce, avrebbe illuminato la nostra solitudine difficile, proprio perché qualcosa si era smarrito in un baratto senza contraccambio. Ma se quell’età, così libera e poetica, è rimasta in noi, anche se poca, può ricominciare a vivere e attendere la giusta voce, lo sguardo che ama, la mano che, in punta di dita, accarezza. E si capisce che nel nostro profondo c’è la libertà di quell’attimo infinito contiene la felicità.
caro Dottore, la settimana scorsa ho passato giorni intensi in quella zona del Carso, ora è Slovenia, dove mio Nonno paterno perse la vita nella prima guerra mondiale. Camminare in quei luoghi, ora totalmente trasformati dalla vegetazione che ha ripreso a occupare i terreni difficili del sasso e dell’arsura, ma ha dato una sensazione di continuità. Credo l’ avere almeno la cognizione d’esistenza di dove erano accaduti fatti così insensati e devastanti e avervi rivisto la vita, mi abbia rasserenato e commosso. Questo è un sentimento antico di cui le ho parlato poco, ma che ha influenzato, non solo la mia percezione, ma le vite di chi mi ha preceduto e con cui ho vissuto. Se quand’ero bambino, il tempo aveva attenuato l’asprezza di una rottura così vitale nella famiglia di mio Padre, dall’altro, la presenza di questo Nonno era parte dei discorsi di casa. Di Lui erano rimaste poche fotografie, una croce di guerra, i racconti di una vita di emigrazione e di problemi affrontati con decisione sino a una tranquillità economica e familiare che aveva resa stabile tranquilla la famiglia in un Paese straniero. Ho pensato spesso a quegli anni, pochi, di tranquillità che erano stati dati a questa famiglia, dopo i contrasti nei luoghi d’origine e il lavoro, cercato, cambiato, trovato. All’origine c’era una rottura, a me sconosciuta, ma certamente profonda e poi un dividere il passato accumulato in molte generazioni che non si erano spostate dai luoghi, dalle cose, dal cognome. Da quella scissione un intero ramo di famiglia aveva preso la strada dell’emigrare e pur sciogliendosi per strada, perdendo donne e uomini, il Nonno non s’era fermato finché non aveva trovato quello che lo tranquillizzava. Forse questo ripartire da lontano era la necessità per sanare una rottura, ma la guerra aveva rotto il proseguire di quella vita, il ritorno, l’arruolamento, le battaglie insensate per conquistare una buca, una dolina, un dosso e poi la morte. Quanto era accaduto allora, e proseguito poi, aveva distrutto felicità, cambiato vite, facendo finire definitivamente un mondo che era continuità, luoghi, appartenenza fisica. Era rimasto il ricordo e la certezza di essere una famiglia, ma altrove da dove era stata per secoli.
Ho spesso sentito la tenerezza e la sollecitudine del rapporto tra i miei nonni, la singolarità del rispetto e amore reciproco, e ripercorrere i luoghi dove era avvenuta la distruzione di quel loro mondo, mi ha fatto percepire che c’è qualcosa che continua nelle vite. Che si esprime ed ha influenza anche tra chi non si è conosciuto e che la mediazione che viene fatta da chi ci racconta o tace, è comunque qualcosa che modifica la nostra visione degli avvenimenti. Sia quelli più grandi che sono ormai storia, ma anche di quelli più domestici racchiusi in piccoli fatti, nei rapporti e nella memoria. Se la psicoanalisi esercitasse un ruolo che osa oltre le scienze sociali e indagasse non solo i nodi della persona ma anche quelli della società e gli eventi storici, forse il quadro di ciascuno si preciserebbe e finalmente le persone non sarebbero solo collocate nelle vite vissute ma anche in ciò che le ha determinate, dando a ciascun evento il giusto peso.
Essere figlio di, nipote di, non è solo una questione di censo ma di eventi che rendono la storia come quella terra fatta di carbonato, di sali ferrosi, di humus che odora di terra da semina e si sgrana tra le mani, sentendone la fertilità e il pensiero che in essa si andrà a generare la vita. Ma questo credo non faccia parte del suo mestiere, Dottore, e se glielo dico è per farle capire che anche quando si rivela il bisogno insoddisfatto, il trauma, l’assenza, l’affronto subito e non regolato, quando i rapporti familiari e sociali diventano filo che porta dentro il labirinto ma non ne fa uscire, tutto questo può essere raccontato, però omette il terreno in cui la pianta è cresciuta e che se volessimo bene a quel suolo, a quella continuità di seme e semantica che che ci ha generati allora qualcosa in più si capirebbe e si potrebbe relativizzare e piangere assieme pensando non di riparare l’irreparabile ma di dargli un senso, un luogo nella vita e che assieme a tutte le sbucciature di ginocchia, ci sarebbero queste cadute che pure hanno trovato un terreno pietoso che le ha accolte e se ne è stato zitto, lasciando a noi il compito di capire, interpretare.
Siamo pressa poco della stessa generazione, anche se lei è più vecchio, quindi dovremmo avere abitudini e ricordi generali, comparabili. Una texture che ci rende parte di qualcosa, di un territorio e di fatti letti o vissuti. Parlo delle grandi costanti, di quelle in cui poi si innesta una vita che si fa diversa all’interno degli stessi luoghi e invece il passato ci allontana. Sono così differenti e insieme uguali, i passati quando filtrano attraverso il crivello della famiglia di appartenenza. Venivo per raccontarle di nodi da sciogliere e di problemi contingenti, ma erano cose mie, come quando ci si taglia un dito e il problema è arrestare il sangue e nei giorni successivi, lavarsi le mani e il viso senza bagnare la ferita, ma si sa che basta attendere e il corpo aggiusterà quella parte come se nulla fosse. E’ potente il corpo nelle cose che lo riguardano, cerca sempre di ripristinare, sanare, naturalmente ha i suoi limiti ma ci prova con decisione e fiducia. La mente ha più difficoltà , sta a guardare. Anche i nodi guarda e se sa come scioglierli, se lo nasconde, perché per farlo deve farsi male, deve tagliare dove non si risana e tutto, poi, non sarà come prima. Si deve ingannare la mente con le associazioni libere, con i sogni da interpretare e lasciare che un altro ci convinca che andare nel profondo a tagliare e ricucire non ci farà stare peggio di quanto stiamo. Ecco la sua funzione.
Non devo bere caffè il pomeriggio tardi, non più. Anche in questo il corpo avvisa e ci racconta come siamo. Anche la città non mi risana più : camminare, riflettere, capire, credere, non basta e per credere serve qualcosa che impegni la mente a essere positiva verso se stessa. Un lavoro, una passione aiuta, non risolve ma direziona verso un risultato. Un tempo pensavo che la mente superasse il corpo e aggiustasse tutto. Credevo nelle infinite possibilità di avere una vita differente, come se essa fosse una sequenza di gesti: un biglietto aereo che ti portava altrove, una lingua e un posto sconosciuto dove tutto potesse cominciare con altre basi, con presupposti diversi, ma restando me e tenendo i ricordi, anche quelli che non ricordavo più, da mettere insieme agli altri in un contenitore che stava dentro e galleggiava . Quello ero io e potevo scegliere liberamente. Questo era il potere della mente: non l’aggiustare ma il creare il nuovo che ancora non c’era stato. Mio Nonno l’aveva fatto, in modo totale, magari con timore però con coraggio, sinché aveva trovato un luogo in cui fermarsi ed essere ciò che desiderava. Poi tutto era andato a catafascio ma non era stato dimenticato, c’era in chi era rimasto e anche in chi non l’aveva conosciuto attraverso il racconto. Quando camminavo tra le doline, in Slovenia, capivo che il posto esatto non era importante, anche se era quello perché attorno era tutto così sereno e ordinato che neppure sembrava ci fossero stati centinaia di migliaia di vite e famiglie spezzate. Pensavo al suo nome e alla speranza che la Sua vita fosse cessata subito in quell’ultimo assalto, quasi senza dolore e senza pensiero, per non aggiungere sofferenza e sentire l’ingiustizia che pativa.
Di questo ricordare e sentire che è me da sempre, cosa potrei dirle Dottore, visto che non voglio scordare da dove sono venuto e neppure la mia vita voglio privarla dei ricordi. Se sciogliere qualche nodo fa male si potrà fare, ma le cose che mi hanno costruito dovranno essere preservate, perché con quelle ancora desidero il nuovo. Noi cosa lasciamo e a chi? Se l’è mai chiesto dottore? E non l’ha presa un po’ di vuoto dentro ? Ci pensi, poi ci sarà tempo per parlarne. Buona serata Dottore.
Caro dottore, non credo abbia letto i miei ultimi scritti, o forse l’ha fatto , ma come da copione è rimasto silente. L’ultimo l’avevo scritto seguendo un filo che pensavo le sarebbe piaciuto, con considerazioni diverse, eppure legate sotto la superficie di argomenti che sembravano buttati. Non accade questo ai nostri pensieri inespressi: seguiamo una traccia che muta ( mi verrebbe di scrivere, cangia, perché ha un significato forte e colorato, come certi galli che faceva uno scultore, Poli, fatti di ferro smaltato a fuoco e che, per vederli bene bisognava cogliere la forma nelle singole parti e poi metterla nell’insieme e associarla alla variazione dei colori che l’arte e la fiamma creavano con i pigmenti) ed è il seguire questo sentiero mai percorso che ci fa trovare fatti e considerazioni che ci riguardano profondamente. Così accade a me e così lei chiedeva, a volte, facessi, nel dire senza preordinare. In realtà non funzionava molto perché m’innamoravo sia della sorpresa d’un fatto che riemergeva ( una bolla di ricordo ), ma anche delle parole per dirlo.
Credo che il fascino delle bolle sia nella capacità di essere fragili eppure capaci di volare con una trasparenza translucida di colore e piene di un’aria di cui non sappiamo nulla oltre la trasparenza. Potrebbero essere miasmi oppure ossigeno nativo, comunque si dissocerebbero dal luogo in cui nascono, come ci fosse una purezza intrinseca e indipendente dalle cose. Così accade a certi ricordi che si riempiono di un’atmosfera che è indipendente dal luogo e dal modo in cui sono nati e quando ritornano hanno una purezza che diventa nodo e lacerazione con quanto è accaduto poi, anche in loro conseguenza. Voglio dire che, almeno per quanto mi riguarda, il non sciogliere alcuni nodi ha significato trovare poi soluzioni che li ricomprendevano intonsi. Il procedere della vita li ha incorporati come accade ai nodi in un albero, che diventano legno diverso, più duro e inaccessibile ma con una loro bellezza generatrice. Pensi alle venature che il tronco dispone loro attorno, ai cerchi sempre più larghi che mutano densità e colore. Sono parte e al tempo stesso, pensiero indipendente, rivolta e libertà, che dev’essere accolta con amore. Inglobata nella vita per renderla più forte, testimoni della nostra incapacità di risolvere un problema che ci riguardava profondamente e ci metteva in contraddizione con i nostri principi.
Ho immaginato molto nella vita, alcuni sogni sono diventati realtà, altri si sono risolti in fallimenti di cui sento ancora il peso. Il fallimento è l’aver compiuto tutto ed essere ad un passo dalla meta per poi cadere e il riprovare porta altrove, fa perdere lo spirito originario: genera qualcosa di cui ci si deve accontentare. Ma all’inizio non c’erano fallimenti, c’erano tentativi che potevano risolversi in un successo, in risa, allegria comune, anche da parte di chi era coinvolto e soccombeva, è stato poi, con l’instillarsi di regole, divieti, principi, senza un ordine che definisse l’importante dal banale, che piccole cose risolvibili (ora le penso tali) hanno elevato una contraddizione tale tra desiderio e insegnamento da travolgere lo scorrere quieto del crescere e del vivere.
I nodi si sciolgono a tempo, poi diventano sempre più stretti e la soluzione sarebbe quella di Alessandro il grande, ma a me era stata insegnata la pazienza dello sciogliere, del dipanare, per cui con le mie piccole dita, con le unghie cercavo di ripristinare una continuità che non fosse compromesso, ma corretto scorrere degli eventi. Bisogna concentrarsi in quell’età, in quei luoghi, facendosi accompagnare dai profumi, dai gesti, dalle assenze e dalle presenze. Bisogna guardare in faccia ciò per cui si è sempre distolto il volto e capire che qualsiasi cosa accadde era minuscola, priva di colpa anche se in grado di generare segreti, silenzio, dubbi irrisolti.
Pensi al suo paziente amico, cosa che non può essere per i suoi principi, non per i miei, che ad un certo punto capisce che non era importante ciò che accadde, ma che è quasi bello sia accaduto, che senza quelle tempeste sarei diverso e che ciò che è mancato davvero è avere qualcuno che rendesse naturale e possibile tutto quello che accadeva come una logica, gioiosa, progressione del vivere. Nel sogno che raccontavo, e che in diverse versioni faccio spesso, c’è la sensazione di un compito terminato ma non finito, lasciato aperto. Accade anche in certi amori che le storie non si chiudano, tutto il romanticismo di cui siamo intrisi, lo declina in continuazione nel suo narrare le vite. All’inizio erano gli eroi, la purezza raggiunta attraverso l’atto esemplare che chiudeva perché di meglio non si poteva fare, poi vennero gli imitatori che trasformarono le commedie in tragedie, ma soprattutto erano incapaci di un atto esemplare che interpretasse il desiderio silente dell’uomo di essere dio e assoluto, semplicemente perché non tocca all’uomo essere tale. Compresa la possibilità di essere molti, eguali ma differenti, non restava che un piccolo rapporto con noi stessi che diventasse identità, diversità, impronta da lasciare con orgoglio.
Lei mi dirà, che sto diluendo il brodo in considerazioni generali, un po’ è vero perché questo mi difende, ma anche lei fa parte di questo brodo, ha molte capacità da donare per condurre le persone verso la comprensione della propria normalità eccezionale, può far diventare piccolo ciò che sembrava grande, ma tutti siamo immersi in questo secolo che è stata la coda delle nefandezze compiute scientemente in varie parti del pianeta e credo che la nostra tendenza all’ allegra estinzione (per fortuna chi ha meno e fugge spinto dal bisogno non ha queste tendenze), sia un modo per conservare assieme il delirio del profitto e della crescita infinita delle cose, praticando l’abbandono della crescita interiore come sentimento comune di umanità. Se l’uomo non riesce a diventare uomo, cioè capace di umanità, che opinione può avere di se stesso. E neppure lei è fuori da questo mondo e non può renderlo migliore se non facendo capire che ci si può vivere dentro essendo diversi. Diversi e sottoposti a tutte le tentazioni, i desideri che vengono indotti, consci e quindi capaci di capire la finitezza della colpa. Le cose, i gesti, le scelte non durano all’infinito, estinguono la loro capacità su di noi quando ci perdoniamo. E di cosa ci perdoniamo? Di non essere felici a volte e sempre sereni. Insomma di non vivere dando spazio a tutto il patrimonio che possediamo nell’ironia, nel relativo, nell’allegria dell’inutile, nel piacere, comunque vissuto, nella limitatezza di ciò che si realizza, ed è sempre molto se ci riguarda.
Caro dottore, dovrei raccontarle di alcune impressioni di questi giorni vissuti con allegria, stanchezza e libertà, non di rado con commozione positiva e con molta capacità di sentire, che magari era immaginazione, ma era così verosimile che in qualche multiverso di certo sarà accaduta. Ci sarà tempo per raccontare e scavare alla ricerca di tesori. Stia bene e legga poco di ciò che non la interessa.
Caro dottore, la strada dove lei ha scelto di abitare superava un fiume, che purtroppo non esiste più ma che ha accompagnato la mia fanciullezza. La strada lo superava allegra appena fuori della porta della città antica e si snodava, non proprio diritta, fino a una chiesa, che prima era un tempio romano e prima ancora chissà che altro, perché qui, come nella coscienza e nel ricordo, gli strati si sovrappongono e scavando si trova sempre qualcosa.
Questa strada congiungeva la mia città con un’altra città della decima legio imperiale, era importante anch’essa e ricca. Quindi era un luogo trafficato e fonte di scambi importanti. Sotto la sua strada, a circa 3 metri di profondità, lei potrebbe ancora trovare, perché ci sono, le grandi pietre del basolato romano, segnate dalle ruote dei carri che trasportavano persone e merci in un’ ordinata confusione che durò a lungo. Entrambe le città hanno poi contribuito non poco alla nascita di Venezia. Quando le invasioni furono troppo frequenti e cadde l’impero, le città ricche furono preda degli invasori, le popolazioni fuggirono e cercarono rifugio dove prima avevano visto paludi inospitali, mestieri poveri e difficili. La ricchezza cercò posto dov’era la miseria, perché lì si sopravviveva e si poteva ridiventare ricchi. La speranza dei ricchi è diversa da quella dei poveri, più intrisa di emozione mai rassegnata, può essere l’anticamera dell’annientamento oppure la spinta per una nuova avventura, che sarà prima solidale e poi molto egoista.
Lo sa che a un certo punto la terza città dell’impero era ridotta a 2200 abitanti? Era anche il risultato di un abbandono, perché i ricchi non solo non l’avevano difesa ma erano andati a ricostruire le loro fortune altrove, là dove i ricchi di un tempo si sentivano al sicuro. Chi invade i poveri, avranno pensato: solo chi è ancora più povero, ma i barbari non erano tali e quindi tra sabbie, canne e acqua potevano ricominciare a vivere.
Proprio davanti alla porta del suo androne, la strada fa una specie di dosso, è il punto più alto della città, non per merito di una orografia speciale, ma per l’accumularsi delle rovine dei palazzi e delle ville distrutte nei secoli che hanno alzato il profilo del terreno, in questo e in altri luoghi. Volevo attirare la sua attenzione sulla strada dove lei vive e sui simboli che la circondano: una porta, un corso d’acqua, ora interrato, un ponte a tre arcate che si vede solo da cantine inaccessibili, una chiesa romanica-bizantina in fondo alla strada, un sottostante tempio. La strada ha anche ora molti palazzi antichi che la fiancheggiano, alti portici e una piazzetta dall’etimo incerto, dove forse c’era una casa di briganti rasa al suolo. Sostanzialmente è una via che finirebbe in un tempio o in un vicolo cieco, anche se poi non è così, e come accade molto spesso nella ricerca della propria verità, del proprio equilibrio si finisce in una fede oppure in un vicolo senza uscita. L’essere bastevoli a se stessi implica comunque un modo di vivere e delle soluzioni, e quasi mai queste comportano l’assenza di dubbio o la felicità. Ho pensato più volte che questi luoghi in cui sono cresciuto, erano la metafora del pensiero che non si libera, che soffre, che chiede aiuto per uscire e pone il problema o alla divinità oppure alla sua capacità di andare oltre. Aggiungo che gran parte dei motivi che mi spingevano da lei, si erano svolti nelle strade che sono attorno al suo studio e che di questi luoghi ho la conoscenza incarnata che derivava dall’averli vissuti nel loro disfarsi e rifarsi, moderni e peggiori, per non piccola parte. Percorrevo quelle vie, da solo o in compagnia, ma più spesso in dialogo con me stesso, e raggiungevo luoghi dove avrei trovato il gioco. Cos’è il gioco se non l’esercizio di ciò che non c’è, la trasformazione del reale in finzione altrettanto reale di un mondo in cui essere protagonisti e compartecipi? Questo era il credo comune delle nostre bande di ragazzini, il modo in cui vedevamo il lecito e il proibito, il luogo mentale dove ogni cosa veniva collocata, il tempo modificato, la colpa trasfusa in trasgressione e poi di nuovo in colpa. Alla sera eravamo stanchi, sudati e felici, incapaci di vedere i pericoli corsi, ma anche consci di una protezione, nel mio caso mia nonna, che ci era discreta e vicina. Come un amore di cui non serve la prova perché è così certo e incarnato che ha in sé la durata illimitata. Allora, in queste strade in cui risi molto, fui allegro e qualche volta piansi, si formarono equilibri che nel tempo assunsero altri nomi. La porta mi portava fuori dalla città difesa dal canale e dalle mura, la strada verso un luogo in cui lo spirito doveva trovare equilibrio e quiete. Poi c’era stata la vita in mezzo, ricca di timidezze, paure, amore, doveri, responsabilità, felicità improvvise e non ripetibili. Cos’è la vita quieta che ho sognato a lungo, dottore, se non una tregua che preparasse a correggere la rotta e trovasse la felicità oltre la quiete? Potrebbe essere il titolo di un libro, sulla ricerca della saggezza che può essere la coscienza progressiva della propria impotenza fisica o una stanchezza che viene da lontano ed è fatta di pochi nodi irrisolti che ancora attendono di poter essere trasformati in quel motore che spinge la vita, genera entusiasmi e fa dormire tranquilli. Quando sono venuto da lei pensavo di volere l’ordine e invece cercavo l’innocenza, come se le cose fossero identiche e si sovrapponessero scambiandosi i ruoli nella vita che ha un fine, che costruisce, che vuol lasciare traccia. Esattamente come quelle ruote cerchiate di ferro che segnavano il basolato nel profondo oppure nello svolazzare dei mantelli di feltro pesante che disegnavano la velocità dei pensieri verso un fine già maturato. Credo che molto più umilmente il mio fine aveva iniziato a farsi in quelle strade ed era uno scopo, non un fine. Proprio come lo è ora. La ricerca di quello scopo e se esso fosse possibile in un equilibrio spesso sereno e a volte felice, era il motivo per cui mi stendevo sul divano e cominciavo a parlare o tacevo. Ma sempre qualcosa sfugge e il senso non si compie, le racconterò allora, ma non subito perché le cose con me funzionarono o fallirono a loro modo.