fragilità nuove

Penso che la fragilità interiore, ed esteriore, aumenti. Che si copra, a volte, di aggressività, mentre in altre occasioni sia infermità che piega l’anima in sé e le impedisce di volare, di sorridere, anzi le fa sentire il peso di un mondo che s’abbuia.
Penso che tutto questo avvenga senza comunicare e che a cresca la solitudine, la difficoltà di avere una comunicazione profonda. Forse non è così ma è la sensazione che leggo nella violenza insita nelle immagini, apparentemente innocenti, nelle parole che vengono ritrattate o relativizzate e poi ripetute sino a non distinguere più la realtà. Non la verità che è un processo che si svela ma la realtà, ossia ciò che percepiscono i nostri sensi e la nostra mente interpreta. Nel digerire ogni cosa aumenta la fragilità e la violenza e non c’è bisogno di repressione ma di condivisione etica, di sentirsi nella stessa condizione precaria, di lottare per lo stesso cambiamento sociale. Leggevo oggi la percentuale di anidride carbonica in atmosfera, siamo a valori che superano di molto le 400 ppm, questo indica una irreversibilità progressiva del degrado ambientale che per noi sarà un dato statistico, per i nostri figli e nipoti, una realtà che renderà più fragili le esistenze.
A questo si somma una tensione crescente tra i popoli indotta dalle volontà di potenza, dalla mancanza della percezione che proprio le armi rendono più necessaria la tolleranza e la comprensione della differenza. Un mondo di eguali parte dalla giustizia e dall’equita per stabilire rapporti profondi tra modi diversi di sentire. Tutto questo evidenzia l’umano prima delle idee e rende compatibili le diversità, così si può stare assieme, meno fragili, diversi, sicuri che saremo orientati ad affrontare assieme i problemi di sussistenza della specie. Il contrario di questo è violenza, sull’ambiente, sugli uomini, sulla bellezza, sui deboli, sulla crescita comune interiore ed esteriore. Siamo diventati vecchia plastica, apparenza che si decompone e si disfa alla luce, questa è la fragilità che percepisco e siamo ancora a tempo per mutare, ma non è possibile farlo senza pagare un prezzo che non tocca le esistenze, anzi le rende migliori, è la volontà di dominio che deve pagare il prezzo, l’economia di rapina, la glorificazione della diseguaglianza. In cambio c’è vita e bellezza, rispetto, futuro, questa è l’alternativa che vedo dinanzi.

silenzi per fare la differenza

Avremmo bisogno di una giornata di silenzio della cultura, della musica, del teatro, delle analisi e delle discussioni sulla realtà,. Privati dalla lettura, dal racconto, dalla filosofia, dei commenti su quanto è spirito, bellezza, occasione di pensiero. Tutto questo per un giorno intero, per far capire quanto conta la cultura nelle nostre vite. Sarebbe un silenzio terribile, infarcito di notiziari, di commenti su una realtà priva di analisi che non sia il proprio evolvere, un listino di borsa che non finisce ed è privo di sogni, di aspirazioni, di difficoltà. L’uomo sarebbe solo nella sua condizione di non poter comunicare il pensiero che devia, la bellezza che solo lui nota, il sentimento che cerca conferma in altro sentire. Una condizione di solitudine assoluta, perché anche chi non legge, non ascolta musica, non va a teatro o a vedere un museo è protetto dalla cultura che lo circonda e gli parla e il suo silenzio lo lascerebbe privo di ogni protezione da questo mondo che egli stesso ha reso muto. Una proposta difficile ma necessaria e rivoluzionaria per far capire quanto davvero conti la cultura per vivere, per far emergere la verità e la libertà, per sconfiggere il nero del relativo che toglie la luce e costruire una società più giusta.

il poco, quasi niente, che per me è molto


Sai, volevo fare altro, usare il mio tempo per costruirmi piano. Divagare. Stendermi sulla spiaggia nel tardo pomeriggio, quando la sabbia non è più così calda e la sera viene in fretta. Dopo l’acqua genera una luce fioca e ancora si vedono i pesciolini guizzare. Se entri nell’acqua ti girano attorno alle gambe, fiduciosi. Mi sarebbe piaciuto scalare più montagne, leggere molti libri che erano utili solo a me. Perdere tempo senza sentir colpa e amare di più le persone che m’hanno riempito d’amore. Mi sarebbe piaciuta l’inutilità operosa, quella che porta fuori la stranezza e la fa restare al passo come i cani addestrati bene. A Caccioppoli venne l’idea di portare a spasso un gallo e lo fece, perché il regime fascista considerava poco virili gli uomini che uscivano con un cane. Ma lui, il grande matematico, la stranezza l’aveva sempre con sé, solo che era come una ferita che non rimarginava e gli toglieva qualcosa che forse nemmeno lui sapeva.

A me fa aggio la memoria, le sensazioni, gli errori che hanno più evidenza delle cose buone fatte, la stessa melancholia che s’acquieta nel ricordo dei luoghi, nei sentimenti suscitati, negli amori.
Può essere strano chi è silente anche quando parla, chi ha familiarità con i luoghi che per lui riacquistano evidenza, per i sensi che rammentano, per chi ricorda e il passato torna ad essere il preparatore del futuro, una caldaia che ribolle molecole alla ricerca della loro combinazione e quindi del senso delle cose, dell’attenzione, dell’attrarre le proprie passioni a riva come in una pesca fortunata.


Da molto scrivo, ancora da più tempo leggo e cammino. Mi piacerebbe, ma solo un poco, esser letto fino alla comprensione però è più importante guardarsi attorno, attuare, toccare ciò che è scabroso e con pazienza diventa liscio. È più importante trovare ciò che è migliore di quello che si pensato e scritto, esercitare i sensi per dar forma alle cose, ai fatti che accadono. Tener nel giusto conto l’esperienza sino al limite del nuovo e come negli origami dar forma a ciò che pare altro e che per molti è solo carta.

Così si sono accumulate miriadi di rappresentazioni in forma di parola, sulla carta, in questi metaluoghi, su ciò che s’è poi disperso allegramente in onde elettromagnetiche e quanti di luce. Ma era solo voce e ogni parola, col tempo, cercava di precisare significato. C’è da esser contenti se con fatica ci si assomiglia. Almeno in parte, a volte piccola, a volte grande, perché ogni raccontare porta con sé un approssimarsi e un’attesa e trova un gemello, solo se si è oltremodo fortunati . Ma in fondo basta e avanza il comprendere e l’interlocuzione che prosegue un discorso.

Alcuni animali parlano alla luna oppure borbottano alle cose, per loro, i fatti sono narrati nel compiersi. Un delfino non racconta il nuoto e mentre vive l’esperienza la muta in emozione, nel timore del predatore oppure nel piacere di sentire l’acqua che gli scivola sul corpo e accelera la velocità sino a un balzo di gioia nell’aria. Quel balzo è la sua gioia e la nostra meraviglia, per noi resta un’emozione della singolarità, per lui un piacere senza tempo che si ripeterà secondo voglia. È più immerso il delfino nell’universo e nel suo scorrere, di noi che mettiamo un tempo alle cose. Cose che nulla sono se non un insieme probabilistico che si può scegliere se vivere e nutrire di sentimento oppure far solo accadere.


Uno degli scrittori di rete che sempre leggo volentieri, narra l’esperienza mescolando volontà, ricordo e presente, con un linguaggio che dà vita alle cose e mette in scena scogli, reti, vino e ciò che a tutti accade, ma filtrato nella sua sensibilità che aggiunge senso mutando i tempi e i significati comuni. La sua poesia è fatta di ricordo e di presente che premono sulla porta del futuro. E non è una semplice porta ma una barriera di legno spesso, scavato dalle intemperie che hanno scritto le loro storie da decifrare. Una porta rafforzata da borchie di ferro rugginoso, chiusa da grosse serrature, inventate da fabbri sapienti, allora aprire il varco significa scivolare nel nuovo che ha il sapore dell’antico vissuto e del pesce fresco appena cotto.
E il pesce e il vino portano a barche tirate a secco, dove la prua ha un antico colore che non si vergogna di mostrare a quello nuovo, così com’è, scrostato dal vento, dalle piogge, dal mare solcato, e tutto diviene protagonista e conosce la battuta e il tempo, allora la rappresentazione e il ricordo possono compiersi.


M’avvenne, durante l’ascolto d’un concerto, che la bravura del solista superasse la mia capacità di gioia interiore. Non sapevo come farla uscire costretto dall’immobilità del sedere, come si conviene nei concerti dove al più s’accarezza il mento o si stringono le mani. Eravamo distanti dalla conclusione del pezzo e volevo continuasse all’infinito ma anche che finisse perché la bellezza aveva bisogno di occupare tutto lo spazio sensibile. In questi casi, come nell’amore bisogna allargare l’anima, accogliere e non mettere difese e così ho lasciato entrare la musica come mai l’avevo sentita e lasciare che andasse dove voleva sino ad essere io stesso musica.
Lo stesso accade quando si vede un dipinto che ci illumina o si legge chi riesce a leggere il nostro animo senza conoscerci o, ancora, quando si mettono nel giusto ordine i significati e nasce ciò che assomiglia al sentire.
Questo fa pensare che la percezione profonda, la bellezza, siano un evento che raramente si può condividere, ma che è qualcosa che appartiene a chi la comprende e non oppone resistenza alla sua natura. O poco o tanto ci sarà ciò che viene generato e sarà dalla disponibilità ad accogliere che il tempo perderà significato e l’uno diverrà parte d’una continuità.

tra le pieghe del vero

Dai propri errori si impara, a volte, quelli degli altri si subiscono, sempre.
Eppure c’è la presunzione di chi ha un’ autorità, anche piccola, di non sbagliare. Mentre la moltitudine che si chiama pubblica opinione pensa che ripetendo opinioni altrui, di non causare danno con i piccoli assensi, con i silenzi che oscurano la realtà, che velano e la manipolano fino a non percepirne più il gusto, il profumo, la forma.
L’errore è la naturale ignoranza che possediamo, l’impossibilità di tenere nel giusto conto tutti gli elementi che compongono la realtà e ciò che si dovrebbe capire.
Quando studiavo chimica quantitativa, la teoria dell’errore veniva in soccorso, in qualche modo svelava il vero perché evidenziava la sistematicità insita negli strumenti e nelle procedure ma anche il compensarsi delle forze opposte che agivano sulle cose e proprio quel compensarsi, distinto e scrostato dalla superficie diveniva un indizio forte di ciò che agiva e mascherava il vero. Il risultato era lo stesso ma le dinamiche differenti e l’errore appariva.
In quel modo analitico di tener conto prima di emettere un giudizio, prima di una consapevolezza era contenuta una lentezza che metteva da parte l’azzardo ed era, nel suo essere vicina alla realtà, sostenibile in sé.
Se tutto questo lo si applicasse ai sentimenti, alla natura della comunicazione (anche amorosa) che conforma i rapporti e genera le cose si avrebbe, forse, una serie di mezzi silenzi, inframmezzati da parole pesate che esprimerebbero il dubbio e darebbero fiducia all’agire, perché se nulla nasce da nulla, il vero è fatica e comprensione profonda della realtà.
Ma il dubbio non è gradito, si vuole la certezza immediata e allora con il conforto di dati, di interpretazioni e autorevolezze costruite sugli errori occultati, sulle verità dette a mezzo, ciò che verrà detto sarà inconfutabile. Nei rapporti umani, nella politica, ma anche nell’ informazione che sceglie i fatti e li interpreta anziché mostrarli, abbiamo resuscitato il vaticinio e una pletora di pizie conformi che alla fine ci convinceranno che, non il loro affermare ma il nostro capire, è l’errore e così terranno intatta la ragione.
In fondo Guglielmo di Occam ci aveva insegnato a discernere e anche al chiedere se mi ami o no emergeva che non c’era via di mezzo, con la conseguenza che ogni spiegazione era superflua.
La risposta più semplice contiene più verità e se non ho la risposta che vorresti raccontami i tuoi dubbi, ciò che ti trattiene, ciò che è impossibile ma vero. Questo basterà e non sarà necessario che ci siano altre domande ma solo conseguenze, silenzi e rade risposte.

padri e papà

Alle 11 già si prendeva il numero e c’era la fila fuori della porta. Alle 12.30 era finito il dolce speciale per la festa del papà, una torta con ripieno di nocciole e cioccolato con un bel 19 sopra. E pure le focacce con le mandorle e la granella di zucchero, evocatrici di prati e scampagnate, erano finite. Oltre al profumo di zucchero che veniva dal laboratorio, restavano le commesse stanche e pochi altri dolci bellissimi, ma di ripiego. Insomma la razzia si era consumata e adesso nelle case, con le prime finestre socchiuse, ci si apprestava al pranzo con quel qualcosa in più che valeva a significare cose differenti. Alla fine, credo, fossero i bimbi a percepire qualcosa di festoso. I padri sorridevano, le madri apparecchiavano più o meno come al solito, ma in più c’era quell’evocare un ruolo, una particolarità che apparteneva ai maschi della famiglia. Eh, sì perché se uno non era padre, un padre l’aveva pur avuto e tra i nonni e i figli c’era un’intesa verso i nipoti che trasmetteva qualcosa che doveva pur continuare. Tutto questo era generato da una festa commerciale, che aiutava il pil cioccolatiero, e magari induceva a qualche dono tra compagni di vita, ma che aveva la sua maggiore rilevanza dal basso verso l’alto ovvero dalle figlie e figli verso quei padri più o meno anziani che erano ben inscritti nei codici delle vite vissute.

Nel bene e nel male.

Forse proprio in questo ricapitolare ciò che c’era e ciò ch’era mancato si trovava il senso di quella paternità esercitata e ricevuta. Tutti noi siamo figli di un equilibrio di identità, o meglio del suo disequilibrio e la gratitudine portata ai padri è la stessa che portiamo alle madri. Però differente. Nel senso che dal padre ci si aspetta un bene sconfinato e una protezione che si aggiunga ed integri quella della madre. Ci si attende che ci sia quando non si ha voglia di parlare ma la sofferenza emerge. Lo si vorrebbe interlocutore e accogliente, non giudicante e portatore di risposte. Servirebbe sicuro, fermo, amorevole. Poi ciascuno nel fare il padre dà quello che ha, ci sono padri avari e padri inutilmente prodighi, né agli uni né agli altri viene chiesto dai figli, se non di essere capiti e amati. Anche chi ha le migliori intenzioni quasi sempre travasa ciò che gli è mancato, i suoi luoghi comuni, i concetti che hanno informato la sua vita. E sbaglia, ma per fortuna le capacità di autocorrezione dei figli sono molto elevate, e se non si risparmia loro la sofferenza del non essere capiti e accompagnati in quello che potrebbero esprimere, alla fine, anche attraverso la ribellione, l’equilibrio questi lo trovano.

Però oggi c’è un fenomeno che dilaga, quello dei padri che ci sono, ma lasciano alle madri il compito di reggere l’intero edificio familiare. Padri che abbandonano, che non pagano gli alimenti, che si pensano in una eterna giovinezza fatta più di sfarfallamenti che della costruzione di futuri comuni. Credo che di questo si parli troppo poco, che le madri dopo una separazione abbiano pesi ineguali ed eccessivi se il padre diventa evanescente. Il divorzio o la separazione sanciscono la fine di un rapporto tra adulti, ma non con i figli. E si dà per scontato che le cose si aggiustino con il diritto di famiglia o con i rapporti patrimoniali, invece dopo una rottura trovare un padre adeguato è un processo di educazione del maschio che nessuno gli ha insegnato. Si parla molto più, e con scandalo, delle paternità in coppie dello stesso sesso, dove i figli sono scelti e comunque partono con una grande dote d’amore, piuttosto che del fenomeno dei padri assenti. Nell’educazione del maschio dovrebbe esserci pure una educazione ai rapporti affettivi che comprenda la paternità, e di come esercitarla in tutte le situazioni che la vita mette in campo, invece si preferisce darla per scontata. Soprattutto non si dovrebbe lasciare ai figli il compito di sopperire a ciò che manca in termini educativi, di cercare altri padri, di fare da padre a chi li ha generati. Ma questi sono pensieri scontati, che peròe non cambiano le relazioni, non si impongono con norme, non sono educazione all’affettività e alla responsabilità.

Non credo che il 19 marzo serva a questo, però tutti abbiamo avuto un padre che ha intersecato non poco le nostre vite. Sono tra i fortunati che lo hanno sentito tale, anche se quando sarebbe stata l’ora di parlare tra uomini non c’era più. Però c’è stato e c’è ancora, e tutti quei discorsi che non abbiamo potuto fare, li facciamo in silenzio. Oggi gli sarebbe piaciuto il dolce, avrebbe sorriso, e poi avremmo parlato di politica o di calcio, tra uomini. Ma non per la festa inventata per far vendere torte e regali, ma perché tra padri e figli ci si intende se si è compagni di viaggio e questo viaggio non finisce che con noi. Come il bene.

sette anni selvaggi

Sette anni selvaggi in cui la vita si è rollata come una sigaretta con tabacchi strani e quei sette anni l’hanno preparata per sottrazione, deviazione, fraintendimento, bisogno. Tutto questo mescolato nel bidone dello scorrere dei giorni, con tutti i loro luoghi comuni acquisiti e in formazione.

La regola aurea dell’umano sentire l’ho appresa così, aggiungendo, perché solo questa operazione contiene tutto, l’aritmetica, la fisica, lo spirituale, le cose. Ho aggiunto esperienze, fatto cose banali, alcune singolari, molte inutili e scavato la terra per creare trappole mentali in cui inciampare, ma ho imparato molto. Quello che s’impara resta a modo suo, cambia natura, diventa altro da ciò che è accaduto, da ciò che si è letto, scritto, visto. E ciò che resta si aggiunge con delicatezza inusitata, rispetta l’esistente anche quando questo lo accompagna alla porta del pregiudizio. Lo rassicura che resterà una traccia, un ricordo, e nel frattempo ci muta.

Sette anni di cui posso dire che ogni errore era necessario, ma non sufficiente, che esso si è sommato in silenzio, chiudendo strade per costringermi ad aprirne altre. Quanto pesa il caso rispetto alle scelte e alla necessità? Credo parecchio, anche se la controprova non possiamo averla. Quando penso a una sintesi, la sento sferica, morbida, globulare di piccole offese e di slanci improvvisi, ora ad ardua disposizione mentre guardo il soffitto.

Brani di immagini, il sole che filtra tra le imposte, un ricordo scacciato per l’umiliazione subita, per il prezzo eccessivo pagato che si somma ad altre umiliazioni. Brucia ancora anche se ora che ne vedo le motivazioni, sono poca cosa, i fatti spesso banali, le scuse superflue eppure pretese. Come imparare quando vengono aggiunte ingiustizie grandi a corpi piccoli, eppure sono cose che restano e flettono un cammino, una realtà che poteva essere differente.

Ognuno di noi contiene molte vite autogenerate, alcune di esse continuano parallele nel presente e nel ricordo. Ciò che le separa è la relazione che esse conservano con l’idea che abbiamo di noi stessi, che maturiamo nel profondo e che hanno la necessità vitale dell’omeostasi. Ciò che esce alla comunicazione è la capacità di suscitare emozioni in noi stessi e negli altri, i pensieri e gli atti conseguenti, espliciti o meno, che generano.

C’era una forma nella sintesi che quegli anni donavano, una sfera che ora si apre, il coraggio accanto alla paura, la difficoltà di crescere perché si deve perdere molto, l’innocenza e il nuovo che è bisogno prima d’essere fascino. Non è vero che a ogni domanda c’è una risposta , ci sono molte risposte e molti pezzi di realtà che vivono dentro e si ricombinano. Non serve più cercare ciò che viene da solo, basta mettere quiete, lasciare che la distanza renda piccole le ferite, le cose, quello che poteva essere e non è stato.

Dopo notte, atra e funesta,

splende in Ciel più vago il sole,

e di gioia empie la terra;

dove inizia l’umano?

Cos’è moralmente un assassinio? Mi spiego meglio, se scientemente si lascia che una persona muoia, se non si presta aiuto potendolo, se si ritiene che la vita possa essere affidata alla clemenza del caso, se si assente a una politica o alle norme di legge che implicano la morte come probabile, come si può definire moralmente questo modo di pensare, di distogliere lo sguardo?

Questo è il momento di chiederci dove inizia l’umano nelle nostre società, dove i principi, ciò che sembra contraddistinguere questa epoca, non siano solo parole e contenitori vuoti di sentire.
Lo misuriamo nella difficoltà del cambiamento verso il meglio nelle nostre piccole società fintamente libere, e vediamo che non dipende solo dalla volontà di poche persone, ma ha la necessità di trovare un denominatore comune che ne giustifichi la fatica. Cioè essere contro ha dei costi fisici ed è una fatica rispetto al conformismo che assente, non ascolta, si volta dall’altra parte. Partiamo dal fatto che esistono certamente diversi modi di vedere la realtà, che il giusto è un concetto con una discreta relatività e che in un’epoca post ideologica forse dovrebbe essere più praticabile, almeno dialetticamente, ma che invece scivolano verso il pensiero unico. Ciò che troviamo di assoluto in una fotografia, in un testo magari diffuso attraverso questi mezzi immateriali, ha però una forza che supera la barriera dell’indifferenza. Il dolore delle donne e dei bambini, il sangue degli innocenti, i morti sulla spiaggia o tra le rovine, la narrazione delle infinite angherie che uomini infliggono ad altri uomini riesce a colpire per poco tempo le menti. E forse per pochi minuti subentra il sospetto che il mondo in cui viviamo abbia un’ingiustizia diffusa e profonda. Così quando guardiamo il lavoro senza speranza di riscatto di persone immerse nel fango, quando vediamo le città che affastellano catapecchie in cui si ammassano persone, quando si sente il racconto del cammino di fuga dalla fame, dalle persecuzioni di uomini che portano con sé bimbi e donne che sarebbero solo cose se rimanessero dove sono nati, qualcosa in molti si muove. Per poco ma si capisce che questo mondo che viene distrutto per mero profitto, ha in sé qualcosa di profondamente ingiusto. Il povero, il perseguitato, l’annegato, la violentata, l’ucciso dovrebbero maledire, raccontare del loro dolore e rendere tutti responsabili perché indifferenti. E forse lo fanno, forse questa maledizione rende ciechi e inani, guasta il mondo e la vita, rende vana la bellezza, impedisce di cambiare e porta alla distruzione. Non voglio pensarlo, voglio pensare che la somma delle ingiustizie ne generi la coscienza, che il dolore non sia sprecato, disperso occultato, che ogni amore, ogni benessere, ogni tranquillità debba considerarlo per restare tale. Voglio pensare questo perché quella parola: maledetti, non aleggi dove viviamo e neppure altrove, altrimenti non ci sarebbe nessun cambiamento e per le nostre città, nazioni, continenti non ci sarebbe speranza, perché l’indifferenza è il peggiore dei contagi e non ha cura.

salvare qualcosa

Salvare qualcosa del tempo in cui non saremo mai più. Annie Ernaux

A volte il peso dei ricordi è puro e leggero come fieno. Ha profumo d’erba tostata, accoglie e avvolge ridendo. Come la sapesse lunga e prendesse un poco in giro perché alle domande vere non si risponde mai. Al più si ironizza e poi si passa ad altro.

Lei mi diceva di stendermi e si sedeva alle mie spalle, guardavo le vetrine colme di oggetti portati dai bisognosi di comprensione. Guardavo i libri di teoria e di clinica, in italiano e in tedesco e lo sguardo cercava un punto di cesura tra l’essere lì e insieme altrove. Un punto dove si potevano chiudere gli occhi e lasciar fluire le parole. Ha mai osservato che ciascuno di noi parla con una lingua appresa di ciò che sarebbe solo sentire e non avrebbe nome.

Quando usiamo il silenzio per capire o anche non dire, tutto resta dentro e non finisce in un cestino da cui il sistema operativo si incarica di cancellare il contenuto, ma continua a parlare con altri modi e lingue. Quanto di tutto questo è parte di quel non sapere la risposta. Lasciare un traccia di sé fa trasparire il giudizio sul poco che è costato molto. Lei dovrebbe lavorare su questo, dottore, ma come gestisce i silenzi senza premessa, senza il racconto che si blocca dopo aver aperto una storia?

Il cambiamento come possibilità a qualsiasi età della vita, anzi proposto come antidoto alla noia del vivere, alla sua ripetitività è nella riflessione della nostra epoca. Un antidoto all’insoddisfazione, una pezza messa sull’abito mentale che elimina l’infelicità come condizione generatrice di passioni e promette una felicità di diverso colore. Leggo sempre più frequentemente libri che aggiustano la noia e il sé, con l’autocoscienza e il cambiamento, ma attorno la gabbia resta eguale ed è uno sbattere contro il vetro questo mutare senza ricerca di un senso comune. Ho letto una frase illuminante sulla poesia, come ciò che rende illuminato e fuori dal tempo il presente. Una verità improvvisa e disvelata che diviene esperienza. Credo sia questo il mutare che genera passioni e ci porta fuori dai luoghi comuni accumulati come visione di noi stessi e del mondo. Necessariamente noia e prevedibilità perché sappiamo come va a finire. Ecco in cosa dovrebbe esserci una cesura che riclassifica e riordina i sensi e il percepire, il passato e il suo ricordo, come la fine di un amore per un noi che si è consumato e un nuovo amore di sé e degli altri.

Dirsi che dei giorni inanellati senza grazia non è rimasto nulla ed ora tocca ai nuovi.

Lei ascolta me che mi ascolto e in questo dire percepisco la limitatezza delle parole, la loro necessità e il loro limite se da esse non scaturisce passione e vita.

sintesi

Le parole sono semplici e vive, spesso gonfie per troppo cammino, ma se ridotte a puro significato, si innalzano e divengono essenza. Diventano lance acuminate di significato, pregne di quella forza che contiene l’emozione. Non serve l’antecedente e il susseguente, si mettono sulla carta, possibilmente con penna e inchiostro perché anche il segno, la sua forza e larghezza, è parte del significato. Sono fonte di meditazione, sino alla sintesi, all’emozione pura. Così si realizza la sintonia tra chi ha tracciato un segno e chi lo legge, ed è una cosa che attraversa la bellezza e va oltre.

La parola si poggia sulla bellezza ma è trasferimento di pensiero, quanto più semplice essa è, ridotta a sequenza minuta, scollegata apparentemente dal tempo e dal contesto, tanto più aumenta il suo potere evocativo. Un dialogo tra menti che non dimostra ma mostra, che non può offendere, che si curva sino a diventare un oggetto intangibile e posseduto definitivamente. Ecco, tutto questo è avventura e influenza la vita, fa essere tra gli altri ma con una dolcezza in più: quella di aver compreso.

scene da un matrimonio

Un film che colpì molto nel ’73, parlo di chi allora aveva 20 anni o giù di lì, fu “Scene da un matrimonio” di Bergman. Vivevamo in un Paese in cui, pur con il ’68 appena passato,  era meglio sottacere, far finta di nulla. Si discuteva di divorzio, ma il divorzio ancora non c’era, si parlava e si tentava l’amore libero, ma i sentimenti erano gli stessi di prima. Allora vedere che un matrimonio normale si rompeva perché lui s’innamorava di una sua allieva, ma poi le cose continuavano, i sentimenti evolvevano, si intrecciavano di nuovo, restava la sensazione che la vita era normale, dolorosa, difficile e civile. Un bel bagno di realtà, rispetto al ribollire di idee e di confusione che avevamo dentro e attorno. 

Di tutto quel film mi restarono in testa due scene. La prima era quella in cui Liv Ullmann-Marianne parla degli anziani zii, (vicini ai 70 e allora era già vecchiaia) che la sera si ritrovavano nel grande lettone e la vita sembrava ormai pacifica per loro. Invece la zia chiede il divorzio perché i figli sono grandi e non c’è più motivo per stare assieme, non c’è più amore. La seconda scena era il ritorno assieme dei protagonisti per una notte, entrambi si sono risposati, si dicono felici, si ritrovano assieme per un anniversario. Stanno cercando una traccia importante di loro nel presente, forse un futuro, anche se non lo dicono. Fuori c’è silenzio, freddo e buio. Che sia la solitudine il motivo?

Il matrimonio veniva visto come contenitore di sentimenti: l’amore si era svolto, poi l’affetto non bastava più e la soluzione risiedeva nella razionalità del divorzio. Ma pure questo non bastava per rimettere assieme vite e sentimenti. Come se il lasciarsi fosse comunque una ferita che non rimarginava perché l’amore era una risposta alla solitudine e questa permaneva per sempre, al più si attenuava. Così mi pareva che la tesi fosse che le vite procedono e includono i sentimenti, ma l’esito può essere lo stare assieme oppure lasciarsi e che l’una o l’altra cosa dipendesse dalle scelte contingenti e che alla fine tutto ciò dipendesse dalla solitudine.

C’era una logica stringente nella meccanica delle cose, gli amori nascono, crescono, finiscono e pensavo che questa idea era così naturale che la sapevamo tutti, ma lì funzionava e qui no. Forse perché in Svezia c’era la razionalità protestante mentre da noi diventava persino arduo pensare l’idea che i sentimenti evolvono, e così il bene delle persone veniva spostato verso una loro relativizzazione. Una sorta di utilitarismo legato alla famiglia come entità socio economica prima che come insieme di affetti e siccome non si era trovata una buona soluzione economica tutto veniva tenuto assieme, si derubricava la paura del disamore, la solitudine. Certo gli amori per una vita esistevano, e si raccontavano, ma non erano la norma, erano una conquista delle persone, non del matrimonio. Quello che stava dietro a questo evolvere assieme l’amore, non si indagava, era un patrimonio personale che si chiudeva in un incontrarsi e in un mutare assieme. Per noi che eravamo giovani, già il poter esibire l’amore, sperimentare, discutere era rivoluzionario. Bastava, e sembrava che alla fine il cambiamento sociale collettivo avrebbe risolto tutto toccando motu proprio la radice del bisogno di stare assieme. 

Cosa e quanto è mutato da allora? In mezzo c’è stata la legge sul divorzio che ha tolto molta ipocrisia, sono scomparsi (ma ora tornano trionfanti) i vecchi partiti del si fa ma non si dice ma questi anni sembrano aver riguardato il contorno, il sesso, la liberalizzazione di alcuni comportamenti mentre sull’evolvere dei sentimenti, su come le persone possono educarsi all’amore e anche a lasciarsi, non c’è stata una consapevolezza sociale profonda. Perché non si indaga abbastanza su questa solitudine che si insinua tra di noi e che nessun contratto riesce a sciogliere?

La domanda che si fa Marianne-Liv Ullmann, anche oggi pare abbia solo risposte personali e che in fondo non sia mutata:

“Credi che viviamo in una totale confusione? Credi che dentro di noi si abbia paura perché non sappiamo dove aggrapparci? Non si è perso qualcosa di importante? Credo che in fondo c’è il rimpianto di non aver amato nessuno e che nessuno mi abbia amato?”

Ecco questa forse era una radice del problema, ma allora esisteva il cambiamento, la psicoanalisi, gli psicofarmaci, e tutto veniva semplicemente rinviato ad un oggi in cui tutto è scontato e nulla è approfondito. Leggevo nell’ultimo libro di Paolo Giordano, Tasmania, l’evolvere della sua vita di coppia e la frase che a un certo punto pronuncia alla sua compagna, che è molto più innanzi di lui nella comprensione dell’amore come rifiuto dell’egoismo: non vedo noi nel futuro. E infatti il suo apporto alla vita di coppia è fatto di indecisioni personali, di dubbi, di paure sul futuro della specie e sull’inarrestabilità del degrado climatico, tutto concreto, ma paralizzante e non genera una catarsi nell’amore. Ci sono amori che si formano attorno a lui, ma sono atipici, disorientanti e non si chiede della natura di questo evolvere. Non analizza, eppure è un fisico, un uomo di scienza.

Ai tempi di scene da un matrimonio era più semplice, l’evoluzione dell’amore era all’interno di un paradigma codificato che se viene scardinato genera un altro amore simile, difficile ma ripetitivo. Ciò che non è accaduto è rendersi conto che la cosa di cui più si parla, l’amore, non può essere espunta dalla società. E’ un fatto personale e collettivo, ha aspetti pubblici e privati, ma ciascuno ha a disposizione le soluzioni che l’educazione, il sentire, il contesto gli offre. Ora esaminare l’amore ai tempi della possibile estinzione, cosa significa? Parlarne adesso significa considerare che l’amore romantico è mutato, è diventato specie e interpello personale, ma anche problema di massa che non ha adeguate risposte. E questo lascia attoniti.