lettera 5

caro Dottore, la settimana scorsa ho passato giorni intensi in quella zona del Carso, ora è Slovenia, dove mio Nonno paterno perse la vita nella prima guerra mondiale. Camminare in quei luoghi, ora totalmente trasformati dalla vegetazione che ha ripreso a occupare i terreni difficili del sasso e dell’arsura, ma ha dato una sensazione di continuità. Credo l’ avere almeno la cognizione d’esistenza di dove erano accaduti fatti così insensati e devastanti e avervi rivisto la vita, mi abbia rasserenato e commosso. Questo è un sentimento antico di cui le ho parlato poco, ma che ha influenzato, non solo la mia percezione, ma le vite di chi mi ha preceduto e con cui ho vissuto. Se quand’ero bambino, il tempo aveva attenuato l’asprezza di una rottura così vitale nella famiglia di mio Padre, dall’altro, la presenza di questo Nonno era parte dei discorsi di casa. Di Lui erano rimaste poche fotografie, una croce di guerra, i racconti di una vita di emigrazione e di problemi affrontati con decisione sino a una tranquillità economica e familiare che aveva resa stabile tranquilla la famiglia in un Paese straniero. Ho pensato spesso a quegli anni, pochi, di tranquillità che erano stati dati a questa famiglia, dopo i contrasti nei luoghi d’origine e il lavoro, cercato, cambiato, trovato. All’origine c’era una rottura, a me sconosciuta, ma certamente profonda e poi un dividere il passato accumulato in molte generazioni che non si erano spostate dai luoghi, dalle cose, dal cognome. Da quella scissione un intero ramo di famiglia aveva preso la strada dell’emigrare e pur sciogliendosi per strada, perdendo donne e uomini, il Nonno non s’era fermato finché non aveva trovato quello che lo tranquillizzava. Forse questo ripartire da lontano era la necessità per sanare una rottura, ma la guerra aveva rotto il proseguire di quella vita, il ritorno, l’arruolamento, le battaglie insensate per conquistare una buca, una dolina, un dosso e poi la morte. Quanto era accaduto allora, e proseguito poi, aveva distrutto felicità, cambiato vite, facendo finire definitivamente un mondo che era continuità, luoghi, appartenenza fisica. Era rimasto il ricordo e la certezza di essere una famiglia, ma altrove da dove era stata per secoli.

Ho spesso sentito la tenerezza e la sollecitudine del rapporto tra i miei nonni, la singolarità del rispetto e amore reciproco, e ripercorrere i luoghi dove era avvenuta la distruzione di quel loro mondo, mi ha fatto percepire che c’è qualcosa che continua nelle vite. Che si esprime ed ha influenza anche tra chi non si è conosciuto e che la mediazione che viene fatta da chi ci racconta o tace, è comunque qualcosa che modifica la nostra visione degli avvenimenti. Sia quelli più grandi che sono ormai storia, ma anche di quelli più domestici racchiusi in piccoli fatti, nei rapporti e nella memoria. Se la psicoanalisi esercitasse un ruolo che osa oltre le scienze sociali e indagasse non solo i nodi della persona ma anche quelli della società e gli eventi storici, forse il quadro di ciascuno si preciserebbe e finalmente le persone non sarebbero solo collocate nelle vite vissute ma anche in ciò che le ha determinate, dando a ciascun evento il giusto peso.

Essere figlio di, nipote di, non è solo una questione di censo ma di eventi che rendono la storia come quella terra fatta di carbonato, di sali ferrosi, di humus che odora di terra da semina e si sgrana tra le mani, sentendone la fertilità e il pensiero che in essa si andrà a generare la vita. Ma questo credo non faccia parte del suo mestiere, Dottore, e se glielo dico è per farle capire che anche quando si rivela il bisogno insoddisfatto, il trauma, l’assenza, l’affronto subito e non regolato, quando i rapporti familiari e sociali diventano filo che porta dentro il labirinto ma non ne fa uscire, tutto questo può essere raccontato, però omette il terreno in cui la pianta è cresciuta e che se volessimo bene a quel suolo, a quella continuità di seme e semantica che che ci ha generati allora qualcosa in più si capirebbe e si potrebbe relativizzare e piangere assieme pensando non di riparare l’irreparabile ma di dargli un senso, un luogo nella vita e che assieme a tutte le sbucciature di ginocchia, ci sarebbero queste cadute che pure hanno trovato un terreno pietoso che le ha accolte e se ne è stato zitto, lasciando a noi il compito di capire, interpretare.

Siamo pressa poco della stessa generazione, anche se lei è più vecchio, quindi dovremmo avere abitudini e ricordi generali, comparabili. Una texture che ci rende parte di qualcosa, di un territorio e di fatti letti o vissuti. Parlo delle grandi costanti, di quelle in cui poi si innesta una vita che si fa diversa all’interno degli stessi luoghi e invece il passato ci allontana. Sono così differenti e insieme uguali, i passati quando filtrano attraverso il crivello della famiglia di appartenenza. Venivo per raccontarle di nodi da sciogliere e di problemi contingenti, ma erano cose mie, come quando ci si taglia un dito e il problema è arrestare il sangue e nei giorni successivi, lavarsi le mani e il viso senza bagnare la ferita, ma si sa che basta attendere e il corpo aggiusterà quella parte come se nulla fosse. E’ potente il corpo nelle cose che lo riguardano, cerca sempre di ripristinare, sanare, naturalmente ha i suoi limiti ma ci prova con decisione e fiducia. La mente ha più difficoltà , sta a guardare. Anche i nodi guarda e se sa come scioglierli, se lo nasconde, perché per farlo deve farsi male, deve tagliare dove non si risana e tutto, poi, non sarà come prima. Si deve ingannare la mente con le associazioni libere, con i sogni da interpretare e lasciare che un altro ci convinca che andare nel profondo a tagliare e ricucire non ci farà stare peggio di quanto stiamo. Ecco la sua funzione.

Non devo bere caffè il pomeriggio tardi, non più. Anche in questo il corpo avvisa e ci racconta come siamo. Anche la città non mi risana più : camminare, riflettere, capire, credere, non basta e per credere serve qualcosa che impegni la mente a essere positiva verso se stessa. Un lavoro, una passione aiuta, non risolve ma direziona verso un risultato. Un tempo pensavo che la mente superasse il corpo e aggiustasse tutto. Credevo nelle infinite possibilità di avere una vita differente, come se essa fosse una sequenza di gesti: un biglietto aereo che ti portava altrove, una lingua e un posto sconosciuto dove tutto potesse cominciare con altre basi, con presupposti diversi, ma restando me e tenendo i ricordi, anche quelli che non ricordavo più, da mettere insieme agli altri in un contenitore che stava dentro e galleggiava . Quello ero io e potevo scegliere liberamente. Questo era il potere della mente: non l’aggiustare ma il creare il nuovo che ancora non c’era stato. Mio Nonno l’aveva fatto, in modo totale, magari con timore però con coraggio, sinché aveva trovato un luogo in cui fermarsi ed essere ciò che desiderava. Poi tutto era andato a catafascio ma non era stato dimenticato, c’era in chi era rimasto e anche in chi non l’aveva conosciuto attraverso il racconto. Quando camminavo tra le doline, in Slovenia, capivo che il posto esatto non era importante, anche se era quello perché attorno era tutto così sereno e ordinato che neppure sembrava ci fossero stati centinaia di migliaia di vite e famiglie spezzate. Pensavo al suo nome e alla speranza che la Sua vita fosse cessata subito in quell’ultimo assalto, quasi senza dolore e senza pensiero, per non aggiungere sofferenza e sentire l’ingiustizia che pativa.

Di questo ricordare e sentire che è me da sempre, cosa potrei dirle Dottore, visto che non voglio scordare da dove sono venuto e neppure la mia vita voglio privarla dei ricordi. Se sciogliere qualche nodo fa male si potrà fare, ma le cose che mi hanno costruito dovranno essere preservate, perché con quelle ancora desidero il nuovo. Noi cosa lasciamo e a chi? Se l’è mai chiesto dottore? E non l’ha presa un po’ di vuoto dentro ? Ci pensi, poi ci sarà tempo per parlarne. Buona serata Dottore.

2 pensieri su “lettera 5

  1. Ti ringrazio, spero di riuscire a mettere insieme 20 testi che abbiano un filo conduttore e farne un libretto. Hai va benissimo 🤔

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