Il 17 agosto era il suo compleanno. 17 anni li aveva lasciati nel secolo precedente e 17 nel nuovo. Era abituato a fare conti, confrontare numeri, vedere i risultati. I numeri erano curiosi a volte, ma non tradivano, si sommavano, sottraevano, dividevano, ma alla fine restava un numero che rappresentava qualcosa di univoco. Un dare e un avere. Lui pensava che doveva ancora avere molto. Aveva persone che amava, due figli, una moglie, un lavoro, una vita da vivere assieme, quindi i conti erano aperti, i numeri dovevano tornare.
Quella notte ci fu il trasferimento che era stato comunicato in giornata. Poche parole in italiano ripetute dagli ufficiali, verso i sotto ufficiali, e poi giù fino alle orecchie dei soldati. Le sue. Tra soldati parlavano in dialetto, il battaglione era stato costituito all’interno di due province vicine. C’erano anche altri che venivano da regioni diverse e parlavano altri dialetti, ma alla fine ci si capiva. Lui era abituato a capire lingue e dialetti differenti, parlava anche la lingua di quelli dell’altra parte dei reticolati, ma non serviva, non c’era molto da dirsi in linea, c’erano solo urli e sfottò. Ed erano meglio i secondi perché significavano quiete.
Venivano da un turno di riposo, dopo essere stati in linea dal 13 maggio al 23 luglio, sempre da quelle parti, ed erano stati dimezzati: 1806 uomini e 36 ufficiali morti. Poche centinaia di metri conquistati, erano passati da quota 224 a quota 247. Numeri che erano piccoli dossi e buche che lì si chiamano doline. Buche in cui si ammucchiavano vivi e morti, pietre e ordini, assalto e fortuna. Numeri. Si contavano muti, la sera, poi c’era la notte per pensare e la speranza che la sera dopo si potesse contare di nuovo.
Chissà cosa pensava ricordando maggio, giugno e luglio. I visi si confondevano, le persone e i fatti, tutto nel rumore degli scoppi, la corsa dell’assalto, l’acquattarsi nella dolina. Fare, sparare, correre e attendere la notte, non pensare, restare vivo.
Nei momenti di quiete ci si aggrappa a quelli certamente vivi, alla famiglia. Contava la famiglia e lui, lui e la famiglia. Vivo.
Durante il riposo e le esercitazioni si formavano gruppi, assonanze sociali, quasi parentele, ma sapevano tutti che erano su un crinale, vivere era questione di attimi, dipendeva da una coincidenza con una pallottola o una scheggia, dalla caduta di quello a fianco, dal caso.
Fino ad agosto riposo, meno di un mese e poi il 17, il giorno del suo compleanno, di nuovo in linea, immersi nel caldo torrido del giorno, con la pietra che si arroventava e lì c’era solo pietra. I pochi alberi erano stati spazzati via dai bombardamenti preventivi, i cespugli bruciati dai lanciafiamme. Pietre a pezzi, sminuzzate, frammiste a metallo di scheggia, reticolati, doline e trincee, teli sbrindellati e la comunanza di essere accalcati gli uni sugli altri. In attesa.
Il tempo si comprime e dilata, lì per giorni si caricava con la molla dell’attesa. Non passava mai ed era sempre corto, immediato.
La notte del 17 era fresca, come tutte le notti, si faceva sentire l’alito del vento del mare di Trieste che s’incanalava tra quelle valli strette, lambiva quei cumuli di pietre.
A luglio, dal colle di Sant’Elia, il mare si vedeva e sembrava così strano che laggiù ci fosse una vita normale, che le persone andassero al lavoro, a casa la sera, dormissero in letti normali, facessero l’amore, bevessero birra fresca nelle osterie e a cena accarezzassero la testa dei figli chiedendogli com’era andata la giornata. Li, anche se non formalmente, c’era la pace.
Il Papa aveva parlato di inutile strage per tentare di fermare la guerra, non c’era riuscito anche se i re e gli imperatori erano tutti cristiani. Ma poi quelle parole così comprensibili e adatte ai tempi non erano esse stesse una contraddizione: quale strage può essere utile?
Lui non pensava tutte queste cose, la notte del 17 agosto, sentiva che andava in linea, compiva gli anni, e sperava che quella pace poco distante nelle retrovie avrebbe potuto raggiungerla. Contava i giorni in cui restare vivo. Iniziava quella notte l’11.a battaglia dell’Isonzo, un numero palindromo. E bisognava conquistare quota 219 poi quota 246, la dolina della bottiglia.
Ma tutte queste cose non gliele dicevano, quando la molla del tempo si scaricava, usavano parole semplici: baionetta in canna, tutti fuori, all’attacco. Qualcuno gridava Savoia, qualcun altro moriva subito, altri correvano e i feriti urlavano. Col cuore in gola, sparavano e correvano, vivi, finché durava.
Era la notte del 17 agosto, compiva 34 anni, si chiamava Antonio, aveva due figli piccoli e una moglie e li amava tutti.
Restò vivo e li pensò fino al 22 agosto, in quattro giorni morirono tra quota 219 e 246, 1594 soldati e 67 ufficiali. Numeri, ma Lui fu uno di questi e il suo luogo convenzionale di morte fu indicato in quella dolina della bottiglia che ora non c’è in nessuna carta geografica.
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archi ribassati
Spiegava l’evidenza, ovvero che un arco ribassato, una volta senza l’ausilio della cuspide gotica, premeva sulle spalle di appoggio. Il ponte della Costituzione a Venezia è un po’ così e magari se le rive non tengono tutta quella spinta, oppure s’allontanano perché annoiate dai tanti piedi distratti, alla fine cadrà in acqua. Sarebbe una logica conclusione all’imperizia e all’incuria, al mercantilismo con cui il bello è diventato bazar, consumo di pietre per piedi trascinati, confusione di economie tra chi risiede e chi viene, prende e se ne va.
Intanto, pensucchiando, era diventata notte e nella via dov’ero nato, gli archi ribassati dei portici che vedevo erano chiusi da solide barre di antico ferro, stanco persino di ruggine e delle mani che si erano appese per dondolarsi come scimmie, per tirarsi su, per dimostrare che anche da piccoli si riusciva ad essere forti quando non esistevano palestre e gli esercizi ginnici erano in aule polverose vicino ai banchi. Ovvero, esistevano le palestre ed erano un retaggio ottocentesco, forgiavano ginnasti e spadaccini oppure pugili che avevano giri e parole loro. Ma erano guardati con quel giudizio imbecille che li apprezzava solo quando combattevano oppure conquistavano medaglie, per il resto erano persone a parte, confinate in circoli dove era meglio non andare, frequentare, parlare.
Così ricordando, scorrevo, quegli archi tenuti da sbarre malfidenti, che poggiavano su pilastri di diversa dimensione. Alcuni tozzi e massicci, sembravano fatti per sorreggere l’intera casa. E anche se non era vero, se ne atteggiavano e avevano intonaci strani, riccioluti in punte aguzze di malta grigia, forse per impedire che le persone s’appoggiassero. Pensavo che i proprietari avessero pensieri grevi e che pur costretti a un pubblico portico volessero difendere la proprietà oltremisura, per cui un povero non potesse riposare nell’ombra, non ci fossero questuanti davanti casa che togliessero decoro e infastidissero i visitatori, fosse precluso il sostare che cerca un muro a cui posare la schiena o la spalla. Precauzioni inutili perché il lezzo greve della pescheria poco distante, toglieva ogni aspirazione di nobiltà acquisita a quelle case e quella strada, pur con i suoi palazzi nobiliari, i merli ghibellini, le porte alte e i legni pregiati dei portoni, era pur sempre terra di botteghe e d’artigiani e il fabbro, che aveva la fucina davanti alla mia casa, forse era stato quello che aveva battuto quelle barre per gli archi, aveva forgiato catene per tenere insieme pareti perimetrali stanche e non aveva badato al fortore della pescheria che s’appiccicava ai mattoni, li permeava d’estate di una patina di decomposizione organica, confondeva spazzatura e portici come accadeva nelle vie medievali, in attesa che una folata di vento ripulisse le narici prima che l’aria, no, batteva, lavorava, scherzava col vicino commerciante, salutava le signore e si schermiva della sua canottiera blu che portava in estate e inverno, ridendo, cantando e facendo.
Altri archi erano su colonne più sottili, su capitelli recuperati da scavi che si distinguevano proprio per le loro diversità. Sembravano poco preoccupati di spinta e peso, quei contrafforti esili, che avevano una eleganza da ballerini consumati, tangheri, come si diceva storpiando e sorridendo dell’andatura un po’ claudicante del ballerino di tango che spazza la pista col passo strascinato prima d’ essere richiesto. Leggeri e pieni d’anni, incoscienti, reggevano pesi e sostenevano. Mi chiedevo nei pensieri oziosi di calura, cosa tenesse davvero quel marmo, se non vi fosse una convenzione tra cose che alla fine, cooperando, mostrasse non la realtà ma l’apparenza, ovvero se il tenere o meno fosse altrove e quegli archi con quelle sbarre, adesso davvero necessarie, non si reggessero da soli, per cui l’appoggiarsi fosse carezza al marmo, bacio affettuoso e non peso. Un affetto per tutti gli anni passati assieme, per la vicinanza che ingentiliva e rendeva lieve l’arco di mattoni con l’ormai inutile chiave di volta, come accade alle coppie dove lei fornisce a lui quel supporto di leggiadria che lo illumina e gli raddrizza le spalle, ne rende interessante il viso e la figura, perché assieme stanno bene e si vede.
Così la via correva nella notte, tra odori intensi e silenzi di mura che trattenevano il respiro di chi passava. Mi sembrava che in quella via ci fosse più aria quand’ero piccolo, che gli odori non entrassero nelle case, ma scivolassero via come ombre sui muri. Che quegli archi fossero occasione di gioco, d’ombra e sosta per chi passava, che le grate delle cantine alitassero sempre quel misto di fresco e muffe di cose dimenticate ma non buttate. Osservando le superfici, passavo i polpastrelli su granulosità che erano lisciate dall’uso, dalla consuetudine che hanno i bambini di toccare. Come se essi sapessero che c’è una memoria del tatto e che quella resta a lungo pur estraniandosi dal luogo, e c’era il ferro rugoso, la pietra d’Istria che si sfaldava piano, il sasso liscio che parlava con il palmo. E c’erano quegli archi che incorniciavano il cielo sopra le case, e bisognava essere piccoli, per vedere il cielo, piccoli di statura e grandi di semplice sentire.
il tempo della morbidezza
Le mani hanno preso prima le spalle, poi i fianchi e infine le gambe. Hanno lavato con delicatezza, poi dopo il primo sorso d’aria e il primo pianto mi hanno posato dentro un panno morbido e mostrato a mia madre. Già quelli attorno mi avevano visto. Ci saranno stati commenti, espressi e silenti. Chissà quanto dei pensieri sarà stato detto e quanto taciuto. Poi le mani sono state usate ancora con delicatezza, ed erano quelle di mia madre, per rimettere in ordine una ciocca, sorreggere la testa.
Credo fossero morbide quelle mani. Erano mani di donna sostituite poi da altre mani di donna. Hanno parlato in silenzio dicendo cose che nulla avevano a che fare con i rumori attorno. Hanno protetto, rassicurato e dato forma alle carezze incavando leggermente il palmo a sfiorare la pelle. Morbidezza come parola ancora non esisteva ma c’era già il suo linguaggio del contenere dolce, del mettere a contatto la pelle. E subito si sono parlati i gangli nervosi con qualche algoritmo che non aveva bisogno d’essere scritto, eppure già conteneva risposte a sentimenti grandi: paura, caldo, protezione, dolcezza, cura.
Le mani comunicano molto sia quando toccano e accarezzano o quando interrogano, sollecitano, dicono per loro conto rispetto alle parole. Si nasce e le mani ci parlano, poi verrà il resto. Questo pensavo.
L’altra sera c’era quasi luna piena. Gli amici erano seduti in tavole staccate, si erano aggregati come gli veniva e i discorsi navigavano liberi nella notte. Il cielo era clemente e profumava di cereali pronti a essere mietuti. Al limite dell’aia, c’erano le piante aromatiche di un piccolo orto botanico che aggiungevano profumi ai refoli d’aria fresca. Su tutte primeggiava la lavanda.
Aguzzando gli occhi si leggeva, sull’architrave di quello che un tempo era stato l’edificio principale, che un Varoto, da Volta del barocio aveva fatto quella casa, nel 1708. E poi l’aveva abitata, ci aveva fatti nascere e cresciuto figli e nipoti, aveva depositato vite a far da legante per quelle pietre. Aveva, il Varoto, coltivato i campi attorno, superato guerre di cui non conosceva la ragione e stabilito una discendenza, compiendo un opera, la vita, che gli pareva naturale. Ma questo non l’aveva scritto, però volendo lasciar traccia del suo fare aveva stabilito un tempo e un luogo da cui era partito verso qualcosa di nuovo.
Eravamo là assieme e c’era anche chi non c’era. I discorsi che si sperdevano nella notte, le risate che si accendevano, come forse molte volte era stato fatto in quell’aia, in uno stare quieto tra amici che festeggiavano qualcosa.
Abbiamo necessità, pensavo, di tirare linee e riassumere progetti. Abbiamo necessità, fin da quando nasciamo, di essere in compagnia con qualcuno. Nasciamo immaturi e questa necessità d’essere insieme, con una rete di relazioni e di cura, ce la portiamo dietro per sempre. Dopo molti percorsi circolari, dopo essere spesso tornato, mi chiedevo cosa nasceva da quella pace e da quello star bene assieme che c’era attorno.
Erano pensieri slegati, quietati della vista e dal sentire d’essere tra amici, quindi solo per il vizio che ho di dar nome ai percorsi che vorrò fare, ne è uscita una parola che non era stata pronunciata molti anni addietro, ma era la prima. Morbidezza. Ecco, con quegli amici, e con chissà chi altro, si potrà parlare del noi che possediamo, si potrà dar senso a qualcosa che era iniziato molto prima: il tempo della morbidezza.
nodo e gropo
Un nodo. Come quelli che mia nonna mi insegnava a sciogliere.
(In realtà lei mi insegnava la pazienza e il nodo lo chiamava gropo. Che era cosa meno raffinata e suscettibile di analisi, ma la sua ruvidezza lo rendeva scioglibile. Sciogliere è riportare le cose in un ordine accettabile.)
Solo che questo nodo è dentro e riassume altro.
Cosa include la topologia di un nodo oltre all’evidenza ?
La complessità.
Cioè tutto quello che non si riesce a maneggiare: il futuro, i ricordi, le cose non fatte e quelle, purtroppo, fatte, i no non detti a tempo, il muro dei sì, ciò che si è tenuto a forza e ciò che si è tagliato. Beh, tagliato è una parolona visto che dentro al nodo c’è anche quel legame.
Un nodo tiene assieme e impedisce di andare dove si vorrebbe. Come i cani a catena. E questo nodo non si scioglie. Non con la sufficiente velocità, almeno. E non va né su né giù. È lì a ricordare che solo con le dita che portano al cervello si può agire per non aggiungere complessità.
Il contrario della complessità non è semplicità, ma scelta, errore, pazienza.
Ecco, tutto qui.
Semplice essere complessi, molto meno trasformare i nodi in gropi per scioglierli davvero.
polvere e profumi d’Eritrea, ovvero il limite del viaggiatore

Nella via larga che portava al mercato, in cima, sulla destra c’era la moschea. Poco prima, lungo la salita, una grande vasca con acqua non sempre cristallina, e ai lati, le persone salivano, oppure stavano ferme. Da sole o a crocchi. Alcune sedute sul bordo sciacquavano accuratamente i piedi, dopo aver allineato i sandali accanto a sé. Vedevo la cura che ponevano sui loro piedi. Come li guardavano con amore e attenzione diversa da come io li vedevo. A me sembravano simili a terra arsa, percorsi da vene scure sotto il colore caffelatte dei dorsi e loro, forse, neppure coglievano quella differenza di colore della pianta che a noi, bianchi, a volte intenerisce e sempre stupisce, e sta tra il rosato e il marrone chiaro. Un colore che sembra appartenere ad un’altra pelle rimasta bambina, quasi fosse d’altro, mentre per loro, invece, è il luogo del contatto con il mondo, la parte sensibile in cui sentono sacralità a noi sconosciute. Comunque fosse, guardavano i piedi che spuntavano da vesti bianche e sembrava volessero parlar loro, farsi raccontare della terra calpestata con delicatezza, delle asperità superate, dei rovi e dei sassi che s’erano infilati senza ritegno nei sandali, ferendoli, cosìcchè ora sciacquandoli con cura dolce, ne riparavano l’offesa. I più anziani si soffermavano in questa operazione. Assorti, massaggiavano e aspergevano persi nei loro pensieri e di certo non vedevano il mio passo celere, poco elegante e sguaiato verso il tempo che loro sì sapevano scorrere come i corti rosari da preghiera di legno o d’avorio che le dita costantemente pulivano e rendevano lisci o luccicanti. Non mi vedevano davvero perché ero un altro mondo che, per fortuna, non aveva più nulla a che fare con il loro e così, se al mio saluto e sorriso, rispondevano, oltre alle bocche appena accennate, notavo che le fronti non s’increspavano perché non c’era nulla da capire o da pensare.
Oltre la moschea s’apriva una vasta spianata, in parte lastricata, ma percorsa da larghe chiazze di terra bruna rappresa. Probabilmente sotto c’erano pietre o asfalto, scavi di antiche strade che avevano ceduto e formato piccole depressioni in cui si era raccolta quella polvere scura che picchiava sui vetri nei giorni di vento e s’appiccicava ai vestiti, riempiva il viso uscendo all’aperto e s’ annidava in ogni cucitura o angolo da cui non se ne andava neppure strofinando o lavando a lungo e lasciando la sua piccola traccia di possesso perché lei era il luogo in cui si era. Capivo allora che i loro teli drappeggiati sul corpo, sempre così controllati ed eleganti, erano funzionali alla polvere che veniva dalla pianura sottostante e che, anche quelli dei loro che vestivano all’occidentale per un’inutile arroganza di stato, erano fuori posto: era l’uso e la conformità ad esso a fornire pensieri consoni al luogo e al vivervi. E il volersi imporre non aggiungeva nulla ma casomai toglieva coprendo il potere esercitato di un leggero ridicolo. Sulla piazza, quella polvere, si era consolidata diventando dura come il sasso da cui veniva e altrettanto impermeabile. Lo vedevo nei rari giorni in cui la pioggia arrivava improvvisa, come per caso, e lavava le strade, le case, gli uomini che non aprivano l’ombrello ma al pari delle cose, si lasciavano bagnare senza affrettare il passo, come a ricevere una benedizione che veniva elargita di rado e veniva direttamente da quel cielo, che le diverse religioni a più ore del giorno interpellavano a gran voce riempiendo l’aria di suono ma che però lasciava le cose più o meno come stavano, segno che era giusto così e che quello doveva essere. L’ombrello casomai lo aprivano in certe tarde mattine, in cui il sole sfolgorava implacabile e proprio per il loro incedere misurato e la distanza da compiere, il suo calore diretto sarebbe stata un’ulteriore fatica. Si riparavano il necessario, come nei bar quando sedevano lungo il muro e si spostavano appena il sole diventava intollerabile, nell’ombra temporanea con i loro discorsi e consumazioni, così camminando, aprivano l’ombrello per portare refrigerio al corpo e procedevano verso le loro necessarie mete con un poco di rispetto per esso. Guardavo quegli ombrelli pesanti, con la tela nera di cotone (ché quelli bianchi erano riservati ai preti), con le stecche grosse e piene, i manici di legno curvato a vapore, e mi sembravano una reliquia di un passato di cui avevo qualche ricordo, ma che era stato abbandonato in fretta a favore delle fibre leggere nate con la chimica, così che quegli ombrelli pesanti erano rapidamente spariti, come gli ombrellai ambulanti che da bambino sentivo passare mentre gridavano con una cantilena il loro mestiere, sotto casa. Lì c’erano ancora quei vecchi ombrelli e anche chi li riparava, e nel Paese pieno di sole, di altopiani e di deserti, venivano considerati un segno di distinzione e censo, riservato agli uomini. Le donne, nel sole eccessivo, alzavano sul capo un lembo del vestito, ma più spesso era lo scialle di garza o di cotone rado con la balza ricamata in colori accesi che si avvolgeva attorno al capo e al collo, disposti con un gesto che mi pareva di una eleganza così squisita e sensuale, da far parte non del mostrarsi ma dell’innato essere.
In quella piazza, oltre a due vecchissime corriere, c’erano carretti con le stanghe rivolte al cielo e asini attaccati alle semplici staccionate di pali che delimitavano lo spazio davanti alle botteghe. Su un lato della grande piazza, rialzato e delimitato da strade strette, stava il mercato centrale. Era coperto da un grande tetto a falde piramidali che si fermavano a meno di tre metri dal suolo e pavimentato di cotto. Sotto ad esso si apriva un dedalo di sentieri tra banchi fissi e mobili, con la luce che diminuiva man mano ci si inoltrava, per cui al centro c’era la penombra che governava i colori delle merci esposte. Si vendeva di tutto, dalla verdura alla carne e al pesce essiccato o affumicato, dai mobili usati fino agli argenti e gli ori rossi per gli orecchi e le dita delle donne. C’erano vecchie radio, macchine da scrivere monumentali, biciclette, libri, immagini sacre e profane, quadri con soggetti del villaggio e delle processioni rituali, vecchi o dipinti da poco e tutti più o meno uguali.
E c’erano i banchi delle spezie. Queste erano in barattoli di latta e di vetro oppure disposte in piramidi colorate di polveri sui tavoli che eccitavano gli occhi prima di pensare ai gusti forti che avrebbero messo nelle bocche e nell’odorato. Ero affascinato dagli aromi. Mi mettevano tra le dita bacche da schiacciare e annusare, polveri che passavano dai polpastrelli al naso e poi alla punta della lingua. E tutto questo in un’ordalia di afrori che si sommavano fino a non capire più le sottili differenze, che pure c’erano, visto che me le raccontavano nella loro lingua ricca di vocali e di consonanti aspirate e che era essa stessa un degustare le parole, inghiottirle o girarle in bocca per sentirne il profumato suono. Non capivo e cercavo di interpretare dalle inflessioni, dall’accentuarsi, come se la parola dovesse descrivere con il suono, prima che col significato, il dolce e l’amaro, il piccante, il sapido, l’acuto nelle sue gradazioni fino alla morbidezza dei gusti avvolgenti che sembravano riempire la bocca ed erano solo polvere. E accanto alle spezie c’erano gli incensi, le radici disseccate, l’ambra delle resine, qualche acqua dal riflesso colorato, di cui mi facevano sentire il profumo e che immaginavo prodotta macerando fiori colti in particolari momenti della fioritura o forse di notte quando più acuto è il profumo per ringraziare il fresco che arriva con l’oscurità. Essendo un forestiero, ero una facile preda e di quei banchi ho ancora qualche acquisto dentro vasi di vetro, che raramente apro per annusare il ricordo. Mi davano le spezie o le bacche o le radici avvolte in carta di giornale. Non so per quale misteriosa ragione, quella carta piena di segni in tigrino o in arabo, che pur sembrava di poca qualità, sembrava non assorbisse i colori, ma al più conservava un lievissimo alone e il ricordo di un profumo, tanto che quando trasferivo i contenuti in sacchetti e barattoli, mi veniva da lisciare la pagina e, guardando i caratteri di quei fogli, così inusuali e privi di fotografie, poi annusavo il dorso della mano perdendomi in fantasie (e capivo perché era stata inventata la carta aromatica di Eritrea). La contrattazione dei prezzi esposti durava il giusto: prima lo sconto su ciascun acquisto e poi lo sconto sul totale. Erano cifre ridicole per un occidentale e il piacere era nella contrattazione e nel trovare il punto di reciproca soddisfazione o il minimo dell’insoddisfazione comune che poi si sarebbe chiuso con un gesto di richiamo alla furbizia dell’altro, fatto con la mano. Gesto che muoveva il sorriso di entrambi ed era ben compreso e restituito.
Queste sortite lasciavano una gran soddisfazione. Come fossi entrato davvero nella comunicazione che dovrebbe accompagnare il viaggiatore. E la provavo più nei mercati che visitando palazzi o chiese. Neppure nei negozi che attorniavano la piazza e che erano spesso botteghe d’artigiani, avvertivo la stessa sensazione del mercato, che mi accompagnava a lungo con un senso di appagamento. E capivo che era scollegato dalle meraviglie inutili che avevo nella borsa di tela, ma era l’idea di essere entrato per un attimo, nell’anima impenetrabile del Paese. Quello che pestava radici, macerava fiori, raccoglieva resine da piante che affondavano le radici nel deserto, come quei piedi che avevo guardato salendo e che portavano inscritte le geografie misteriose dell’uomo che viene segnato dalla terra. Una sorta di relazione mistica con tanti aspetti che interagivano e di cui portavo con me una traccia fatta di colore, di profumo, di rapporto. Un patto tra terra e uomini che riguardava loro e di cui, per una minima misura, ero stato ammesso a far parte. E di ciò rendevo grazie. Questa è la soddisfazione: rendere grazie.
libri e scaffali
Molti sono stati aperti una sola volta. Hanno generato curiosità, aspettative. Hanno parlato di un presente che mutava e non si era ancora visto tale, hanno tratto energia consequenziale da un passato, si sono avventurati in un futuro. A volte titubanti, spesso arditi, quasi mai così sicuri da cogliere l’interezza e per questo aperti a più soluzioni. E del resto come si potrebbe? Vedere ciò che accade, seguirne una piccola traccia nel dipanare delle alternative, farsi prendere da un lampeggiare di novità, è già un’avventura che posticipa il tempo, diventa passione del guardare, del capire, allora se a tutto questo dovessimo unire l’intera essenza delle probabilità verificate ci resterebbe solo il contemplare. Il sedere silente davanti a qualcosa di così grande che si mostra e non si esaurisce, come fanno i mistici, gli illuminati, ma se non siamo tali allora ci resta l’intuizione verso un infinito tascabile, a portata presunta d’intelletto. Continua a leggere
la festa della liberazione
Il palco era collocato in una posizione inedita, tra l’università e il municipio. Guardava entrambi come se la libertà riguardasse il sapere e l’amministrare. L’università medaglia d’oro della resistenza da cui era partito il richiamo alle coscienze di chi aveva asservito anche il sapere alla dittatura. Il municipio avrebbe aspettato il 28 aprile per cambiare idea, non molti cittadini che ritrovarono nella parola libertà il modo di fare i conti con se stessi e con le proprie scelte. Questo pensavo mentre i discorsi proseguivano e il cerimoniale, così rigido e anacronistico, scandiva il susseguirsi delle corone da porre davanti alle lapidi dei caduti; la retorica evaporava significati che invece dovrebbero essere parte delle vite.
E così guardavo la traduttrice per la lingua dei segni, i suoi gesti che erano parole sintetiche e così esplicite da riassumere, non il ieri raccontato, ma l’oggi. La costrizione, il suo rifiuto, il disastro dei corpi e degli spiriti, l’ascesa della libertà, il dentro e il fuori, rappresentati e chiari nella nettezza delle mani che raccoglievano il senso e lo redistribuivano. Ero affascinato dal suo muoversi controllato ed essenziale, che non era un riassunto, ma il senso per quanti erano sordi. Le sordità e l’indifferenza senza gesti che le richiamino alla coscienza sono nei fatti, sinonimi. Adesso l’oratore parlava delle ultime, ancora più inutili stragi, delle torture efferate che si erano svolte in un palazzo poco distante, e le mani riportavano a sé quel dolore che le parole dovevano esprimere. Non erano cose lontane, in altri luoghi stava accadendo lo stesso. Resistenza e libertà, venivano prima l’una e poi l’altra e non erano gratuite.
Bisognerebbe avere coscienza che gli uomini sono unici quando viene praticata l’eguaglianza, l’asservire toglie ad essi la loro unicità ancor prima della libertà.
Le parole e i gesti della traduttrice aiutavano a riflettere, a considerare che fruivamo di un privilegio che non era costato nulla ai figli e ai nipoti ma molto ai padri.
La religione della libertà di Croce mi è tornata a mente quando è stato evocato il nome di Antonio Gramsci, il cervello a cui doveva essere impedito di pensare, secondo lo stesso Mussolini. Oggi è l’anniversario della sua morte, ma quel cervello non smise mai di pensare, restò libero preparando la libertà di altri.
Così la cerimonia ufficiale finiva tra battimani e fanfare, si formavano i capannelli di persone che si conoscevano da sempre. Molti sorridevano perché si era sentita una giornata differente. Guardavo la traduttrice che ora parlava con le autorità, c’erano molti militari sul palco e pensavo che le sue mani, ora quasi ferme, avrei voluto spiegassero di nuovo quel gesto che aveva fatto alla fine. Sì, quando era stata chiesta, per la pace oggi minacciata, un’ azione agli uomini liberi, lei con le mani, aveva mimato la colomba che vola verso il cielo e mi era sembrato bellissimo.
19 marzo
Alle 11 già si prendeva il numero e c’era la fila fuori della porta. Alle 12.30 era finito il dolce speciale per la festa del papà, una torta con ripieno di nocciole e cioccolato con un bel 19 sopra. E pure le focacce con le mandorle e la granella di zucchero, evocatrici di prati e scampagnate, erano finite. Oltre al profumo di zucchero che veniva dal laboratorio, restavano le commesse stanche e pochi altri dolci bellissimi, ma di ripiego. Insomma la razzia si era consumata e adesso nelle case, con le prime finestre socchiuse, ci si apprestava al pranzo con quel qualcosa in più che valeva a significare cose differenti. Alla fine, credo, fossero i bimbi a percepire qualcosa di festoso. I padri sorridevano, le madri apparecchiavano più o meno come al solito, ma in più c’era quell’evocare un ruolo, una particolarità che apparteneva ai maschi della famiglia. Eh, sì perché se uno non era padre, un padre l’aveva pur avuto e tra i nonni e i figli c’era un’intesa verso i nipoti che trasmetteva qualcosa che doveva pur continuare. Tutto questo era generato da una festa commerciale, che aiutava il pil cioccolatiero, e magari induceva a qualche dono tra compagni di vita, ma che aveva la sua maggiore rilevanza dal basso verso l’alto ovvero dalle figlie e figli verso quei padri più o meno anziani che erano ben inscritti nei codici delle vite vissute.
Nel bene e nel male.
Forse proprio in questo ricapitolare ciò che c’era e ciò ch’era mancato si trovava il senso di quella paternità esercitata e ricevuta. Tutti noi siamo figli di un equilibrio di identità, o meglio del suo disequilibrio e la gratitudine portata ai padri è la stessa che portiamo alle madri. Però differente. Nel senso che dal padre ci si aspetta un bene sconfinato e una protezione che si aggiunga ed integri quella della madre. Ci si attende che ci sia quando non si ha voglia di parlare ma la sofferenza emerge. Lo si vorrebbe interlocutore e accogliente, non giudicante e portatore di risposte. Servirebbe sicuro, fermo, amorevole. Poi ciascuno nel fare il padre dà quello che ha, ci sono padri avari e padri inutilmente prodighi, né agli uni né agli altri viene chiesto dai figli, se non di essere capiti e amati. Anche chi ha le migliori intenzioni quasi sempre travasa ciò che gli è mancato, i suoi luoghi comuni, i concetti che hanno informato la sua vita. E sbaglia, ma per fortuna le capacità di autocorrezione dei figli sono molto elevate, e se non si risparmia loro la sofferenza del non essere capiti e accompagnati in quello che potrebbero esprimere, alla fine, anche attraverso la ribellione, l’equilibrio questi lo trovano.
Però oggi c’è un fenomeno che dilaga, quello dei padri che ci sono, ma lasciano alle madri il compito di reggere l’intero edificio familiare. Padri che abbandonano, che non pagano gli alimenti, che si pensano in una eterna giovinezza fatta più di sfarfallamenti che della costruzione di futuri comuni. Credo che di questo si parli troppo poco, che le madri dopo una separazione abbiano pesi ineguali ed eccessivi se il padre diventa evanescente. Il divorzio o la separazione sanciscono la fine di un rapporto tra adulti, ma non con i figli. E si dà per scontato che le cose si aggiustino con il diritto di famiglia o con i rapporti patrimoniali, invece dopo una rottura trovare un padre adeguato è un processo di educazione del maschio che nessuno gli ha insegnato. Si parla molto più, e con scandalo, delle paternità in coppie dello stesso sesso, dove i figli sono scelti e comunque partono con una grande dote d’amore, piuttosto che del fenomeno dei padri assenti. Nell’educazione del maschio dovrebbe esserci pure una educazione ai rapporti affettivi che comprenda la paternità, e di come esercitarla in tutte le situazioni che la vita mette in campo, invece si preferisce darla per scontata. Soprattutto non si dovrebbe lasciare ai figli il compito di sopperire a ciò che manca in termini educativi, di cercare altri padri, di fare da padre a chi li ha generati. Ma questi sono pensieri scontati, che peròe non cambiano le relazioni, non si impongono con norme, non sono educazione all’affettività e alla responsabilità.
Non credo che il 19 marzo serva a questo, però tutti abbiamo avuto un padre che ha intersecato non poco le nostre vite. Sono tra i fortunati che lo hanno sentito tale, anche se quando sarebbe stata l’ora di parlare tra uomini non c’era più. Però c’è stato e c’è ancora, e tutti quei discorsi che non abbiamo potuto fare, li facciamo in silenzio. Oggi gli sarebbe piaciuto il dolce, avrebbe sorriso, e poi avremmo parlato di politica o di calcio, tra uomini. Ma non per la festa inventata per far vendere torte e regali, ma perché tra padri e figli ci si intende se si è compagni di viaggio e questo viaggio non finisce che con noi. Come il bene.
un vecchio signore di provincia
Un vecchio signore di provincia. Ecco quello che sono.
Mi piace la parola signore, come molte altre me l’ha insegnata mia nonna, prima in dialetto, sior, e poi in italiano. E aggiungeva la e finale per dare il giusto tono a ciò che evocava. Quella e metteva assieme il rispetto e la gentilezza, dovuti anzitutto agli altri, sennò che sior sarissito, uno de quei che gà solo più schei de i altri, ma no i xe siori dentro. E così insieme evocava il tratto un po’ distante che si doveva acquisire per chi cerca di capire gli altri ed è cosciente d’essere uomo.
Così questa ed altre parole fondamentali sono cresciute con me, si sono radicate nei significati, divenendo quasi ideogrammi di vita, sigilli per racchiudere contenuti ed esprimerli. Se gioventù sapesse e vecchiezza potesse, me lo ripete spesso un quasi coetaneo che guarda le cose con più distacco di me e ha un concetto del tempo più concreto del mio. S’approfitta, non di rado, della sua prima qualità e io ascolto e poi faccio a mio modo. Come sempre ho fatto. Come si fa ad essere vecchi? Mia madre a 92 anni non lo era e tantomeno mia nonna, entrambe avevano molto da fare con la vita, trafficavano con essa e le davano l’impressione che essa avesse il predominio nella cronologia degli anni, ma non era così.
Sempre mia nonna, mi insegnò che lo scorrere, il lasciar perdere si diceva transete in dialetto e non aveva una sola parola che lo traducesse in italiano, perché era un atteggiamento che faceva parte della nostra cultura nei confronti della vita. Poi scoprii che era venuto direttamente dal latino transeat e che aveva attraversato i secoli e le invasioni, annichilamenti di civiltà, le rovine domestiche sino a definire un modo di vedere nei confronti della vita e del tempo. Passa e scorre. Transete. Non badarci troppo.
Ho tenuto lo scorre perché il flusso avvolge come un abbraccio e fa sentire chi è davvero vicino. Non è facile condividere in un flusso. Bisogna parlarsi nel movimento, lasciarsi intuire, avere tempi coordinati. Chi corre troppo si perde e chi rallenta per suo conto è impossibile aspettarlo, ma se la fortuna assiste una vena di un flusso ne incontra altre di simili. Con loro riesce a parlare, il che significa condividere la sostanza delle cose: quelle preziose, quelle a cui si tiene davvero. E che poi, a ben rifletterci, si racchiudono in poche parole. Ciascuna così densa di significato da essere un contenitore e ciascuna contenente molta ricchezza di umanità per riconoscersi. Questo non ha tempo, ma spera solo nell’occasione di trovare chi può capire, perché in un flusso bisogna rispettare per amare chi è vicino ed avere lo stesso tempo, e viceversa. Cosa non facile, ma possibile.
Per descrivere ciò che ho attorno, ho a disposizione un lessico che si è costruito deponendosi negli anni, come quelle rocce limose che solidificandosi mettono in mostra diversi colori delle stagioni passate. Anche per questo c’è una parola della mia lingua materna che mi assiste ed è ponà. Parola che dice l’accoccolarsi nella cuccia, l’appoggiarsi a un sostegno comodo, ma anche e soprattutto il depositarsi. E quando ne chiedevo ragione a mia nonna, lei mi spiegava che come il mare lentamente deposita cose poco consistenti sulla riva sino a farne un terreno solido al camminare, così le cose, con dolcezza, si depositano dentro di noi e diventano ciò su cui troveremo sostegno.
Sono un vecchio uomo di provincia, che lavora il necessario per dirsi che sa far qualcosa e che sta tra libri e altre cose poco utili. Uno che si arrabatta col tempo, che lascia depositare le parole e ne tiene alcune come importanti per davvero. E quest’ultima frase potrebbe essere il curriculum a cui tengo.
ma c’era il sole?
ma c’era il sole? Sí, c’era. E faceva caldo come adesso? Certo. E i bambini c’erano? C’erano anche se restavano poco. E giocavano ? In qualche modo giocavano, i bambini trovano sempre qualcosa per giocare. Però avevano paura, tanta paura, ma anche si consolavano. Come potevano. E le loro mamme e i loro papà? Se li stringevano forte addosso o li tenevano per mano, finché potevano. Per dargli coraggio, come fa la tua mamma con te quando hai paura. E così la paura gli passava, vero? Si, passava. almeno per un po’. E poi?
Questa è la prima delle due domande terribili, perché la risposta è: li uccidevano. E di solito segue il silenzio e poi un’altra domanda altrettanto terribile: perché?
Molti anni fa, quando mio figlio era piccolo e visitavamo luoghi come Terezin, mi chiedevo come si potessero raccontare gli eccidi, la shoah ai bambini. La risposta era quella di dire la verità entrando nel loro mondo. Dicendogli che esiste il male, che gli adulti lo devono contrastare e non subire e non devono avere paura di altri adulti che scelgono di uccidere chi è diverso. Ma perché questo avvenga esigeva spiegazioni lunghissime che i bambini non seguivano. Perché neppure lo noi lo sappiamo fino in fondo.
In questa giornata c’è troppa memoria e domani più nulla. E nulla collegherà la memoria a quanto accade, eppure il male sarà ancora presente e vigile. La natura ci ha insegnato a scappare davanti al pericolo, ma oggi è anche difficile scappare e allora abbiamo una sola alternativa: combattere. E la risposta a quella domanda sarebbe: perché esiste il male e non ci furono allora abbastanza persone che lo combatterono.
Ma noi siamo in tanti adesso, vero, papà? E non lo faremo accadere, vero? Sí, hai ragione, siamo in tanti, vedrai che non accadrà più. Vedrai…
Almeno avere la speranza che quando si ripresenterà la bestia ci siano molti che vogliono combatterla. Almeno quello.

