diventa esatto ciò che è stato

Nel muro, tra pietre, una è un ricciolo che s’aggroviglia,
fiore d’una mano antica che lo pose a rincorrere i fratelli,
un frontone, forse, o l’alzata d’un uscio.
Il limes del dentro e fuori la casa,
cioè il nulla che guarda
e ci lascia indenni, attraversando la soglia.
Dentro, il pensiero che prima spingeva,
si quieta, s’interroga o trema
mentre le parole diventano inesatte
o insufficienti a dire,
a raccontare, ciò che muta il cuore.
È sorprendente come ciò che è stato si ripeta
e ogni volta sia insoddisfatta l’attesa.
Le parole mutano e diventano esatte
dopo che il tempo è già stato.

indifferenze come ideologie

Sarà il caldo inusitato, ma ormai è vietato pensare in auto, anche ascoltare la radio o musica è a rischio, a ogni passaggio pedonale c’è una bici che sfreccia e prima era dietro di te. Ti ho tagliato la strada, embè, stai attento. I vecchi col caldo dovrebbero stare dentro ai supermercati non per strada. Raddoppiare le attenzioni e pensare che l’indifferenza per gli altri dilaga e non importa il rischio. Credo che ci stiamo abituando a tutto quello che era maleducato oppure privo di attenzione, come si gestirà una società senza cura, senza un noi che prevalga sull’io? Finita la musica ora c’è il giornale radio e i toni sono roboanti, strafottenza e alterigia forse rassicurano chi deve comunque farsi votare, ma dove si trova quella piccola parte di verità che è il possibile adesso, il presente che risolve e prepara il futuro?

Ma non avvertite anche voi il fastidio di questo gioco delle parti, di queste indifferenze che diventano ideologie e una politica che si nutre di piccole rivincite, che non ha grandi ideali da offrire e tantomeno cambiamenti profondi e giusti della società, bensì solo un presente fatto di elargizioni, di privilegi ed elemosine? Non c’è un’idea di Paese da costruire, urgenze che se affrontate, tolgano le persone dalla sofferenza, un futuro che appassioni e meriti lo sforzo di essere parte di una nazione. Ho visto un manifesto che si richiamava ai patrioti. CI sono i patrioti, quelli che hanno una patria, un luogo fatto di tradizioni, di valori, di sentimenti condivisi assieme al loro cambiamento. Un luogo dove ci sia il progresso e il cambiamento, non solo le cose che si importano , ma quelle che si costruiscono e di cui essere orgogliosi. Sono questi i patrioti oppure sono quelli della caccia all’immigrato e che in tanti si mettono a picchiare due ragazzi che si tengono per mano. Penso che patria è il luogo in cui si cresce e si vive, la si ama perché essa si prende cura di cambiare il presente e il futuro e renderlo più condiviso, partecipato, eguale nella differenza di ciascuno. Per questo penso e credo che siano le cose che fa la politica e ciascuno di noi che danno un senso alla differenza tra l’essere di sinistra o di destra, perché un senso esiste ma implica che si scelga con chi stare, chi difendere davvero e come rendere egualitaria la società.

Ciò che è accaduto in corso di pandemia (mai finita per davvero e che non finirà finché non ci sarà una vera vaccinazione nei paesi poveri, incubatori di varianti) è divenuto lo specchio di ciò che comporta cambiare perché non è più possibile continuare come l’insieme dei rapporti sociali propone. Il benessere si ritorce contro di noi e diventa una variante sociale che anziché modificare in senso più sano le vite, renderle più belle e mostrarci ciò che è bello, toglie vita e sicurezza, presente e futuro. L’epidemia ha reso le strutture ospedaliere inadatte allo scopo per cui erano state costruite, ha ritardato cure che non potevano aspettare e riversato la paura e il peso dove il contagio si manifestava senza mutare nulla. E continua perché il ricco sta bene in tre giorni e al povero non si chiede se è ammalato. Dovevamo uscirne diversi, più forti e determinati a risolvere i problemi che erano atavici, ne siamo usciti più poveri e precari.

Ora con una epidemia che va per suo conto, una crisi economica enorme che incombe e una guerra in corso a due passi da casa, si arriva ad elezioni con un Paese stremato socialmente. Di che parleranno i partiti in questi poco meno di due mesi? Di quale futuro e di come gestiranno il presente delle crisi aziendali, oppure ci spiegheranno che sono i problemi dei tassisti e dei balneari la priorità in cui riconoscerci? Ci sarà qualcuno che parlerà della precarietà diffusa e di come intende affrontarla, del peso che aumenta nelle famiglie per vivere e di come ridurlo e riportando in auge una parola che non si pronuncia più: equità. Parola che spesso evoca e chiede si elimini l’ evasione fiscale. Ci sarà qualcuno che parlerà dei costi umani e sociali di una guerra che la diplomazia non ha voluto risolvere e della necessità della pace? Su cosa dovrebbero progettare i giovani e perché dovrebbero aiutare una comunità che chiede loro senza dare. Sono meno patrioti quelli che scelgono di emigrare perché qui non si vive più, non si può formare una famiglia senza l’aiuto dei genitori, non si paga il dovuto per chi esprime professionalità ma gli si offrono stages non pagati e lavoretti? Temi come il ricambio generazionale, ci saranno nei programmi elettorali e parleranno del modello di società da trasmettere per mutarla, con che tempi e con il contributo di chi? Cosa verrà trasmesso? L’ odio del diverso, la dignità come disvalore, l’illegalità del più furbo come intelligenza?
Sarà questo il discutere di politica e di futuro? Oppure saremo dentro la noiosa rappresentazione di una tragedia per vecchi biliosi, incapaci di cogliere un senso al loro essere assieme?
Il fastidio è per questo essere presi per il naso, guidati allegramente verso il precipizio della solitudine sociale, della protesta senza risposta, e vedere che c’è chi ci crede, chi applaude, chi pensa di avere un vantaggio se uno più disgraziato di lui annega nel Mediterraneo.

Ho evitato ogni ciclista e ogni pedone, adesso ascolto musica a casa, l’auto me la potrò permettere sempre meno perché carburante e autostrade sono aumentate, forse è questo il cambiamento di cui non si parla, ovvero che stiamo diventando più poveri e forzatamente ecologisti, ma non credo che sarà materia di scontro elettorale.

lettera 8

Quando è il momento di dire e quando quello di tacere? Per Lei è una spinta terapeutica che si attiva nell’oscuro equilibrio tra la voglia di guarire e quella di restare come si è. C’è un disagio, altri lo definirebbero un piccolo dolore che ha l’aspetto piacevole della conoscenza, di esso si sa cosa provoca, dove si ferma e persino il punto in cui lo si può sostituire con altro. Manca il benessere, resta il lamento, che è una risorsa personale e nazionale, per non mutare nulla, per non essere ciò che diciamo dovremmo desiderare di essere. Ma c’è il bisogno di regolare i conti con noi stessi e ci sono due possibilità:tutto ti è rimesso e ci salutiamo caro dottore, oppure rammendiamo assieme. Entrambe le possibilità hanno infinite sfumature e ripensamenti, ma ci sono ed è già molto saperlo.

A lei, caro Dottore, interessano i fatti e i moventi delle cose accadute che sembrano avere un significato che lega il disagio a qualcosa di profondo. e invece ne hanno un altro, non le parlerò né degli uni né degli altri, perché stavolta sento importanti i meccanismi che ora, sembrano, aver costituito un legame tra ciò che accadde e come lo vivo e ricordo. Ho pensato che Lei mi fa tornare pescatore. Gettavo la lenza, attaccato all’amo c’era un boccone succulento e aspettavo con curiosità di vedere cosa si sarebbe lasciato prendere. Piccoli movimenti del galleggiante prima del suo repentino innabbissamento e allora contava il colpo in risposta del polso e il lento tira e molla del riavvolgere la lenza per ficcare il pesca. Che non sempre c’era anzi non mancavano le spazzature, qualche residuo di inciviltà privo di significato apparente, però a volte c’era il pesce e quello valeva l’attesa e il tempo. Tempo mio, non d’altri che come tale era ben speso. Il pesce lo slamavo cercando di non fargli male e lo gettavo in acqua per una seconda vita. Chissà cosa pensava il pesce e se imparava qualcosa. Era una bella metafora, ma a quei tempi non ci pensavo:quante vite ci sono donate e cosa ne facciamo?

Sto divagando come al solito. Quand’è ora di dire ciò che si è trovato nel profondo e quanto questo ci cambia? Nella vita quotidiana la verità fa meno male, anche quella difficile collegata ai sentimenti diviene un tempo del dolore o del disagio che ha una durata e se cambia, gli effetti sono di un apprendimento, nel nostro caso le cose sono diverse, perché dopo non si è uguali, si è mutati nel profondo. Forse è questo profondo che fa paura (meccanismo) e induce a sopportare il malessere o ad attenuarlo, perché eradicarlo significherebbe entrare in un abisso.

Credo che sia ora di dire quando non se ne può più dei nodi che condizionano troppo è il momento di estrarre quello a cui si è girato attorno, lo si è diluito nei sogni, si è celato negli esempi e nelle finte rivelazioni. (necessità)

E bisogna essere pronti, non so se assomigli a un parto ma di sicuro qualcosa si chiude e qualcosa nasce. Serve una buona levatrice, Lei ha ancora voglia di fare questa operazione che è come la politica, vita, ma anche sangue e altro. Bisogna essere in due o si provvede da soli, vedremo caro Dottore, vedremo.

sassi sulla riva

Non posso pensare che tu pensi a me,
non come vorrei,
solo che mi sembra strano che non accada
e ciò dipende da quel sentimento che sembra rendere tutti eguali,
ma mi sbaglio,
e ad ogni errore sento che un pezzo s’è staccato.
Così nasce un piccolo dolore,
un’ asincronia tra ciò che sono e ciò che sei
anche se la ragione, con pazienza, spiega
l’inutile pretesa d’essere investigato
e compreso nelle pieghe dei desideri,
questo rivela almeno a me la complessità dei mondi che costruisco,
e ne vedo la bellezza e gli enigmi.
Resta la distanza del desiderio da ciò che accade,
e così sgorga la solitudine:
tra pensieri e sassi variopinti sulla riva,
che si calpestano incuranti,
d’essere stati loro vivi ben prima d’ogni nostro sentire. .

l’ordine ha fretta

L’orlo dell’inquietudine è tagliente
e arduo,
come certe lettere dove scivola il pensiero,
mentre dicono cose grandi, immense
tanto da far chiudere gli occhi
e predisporre labbra e cuore.
Sta in equilibrio sull’a di amo e corre sino all’o
dove scivolare è facile,
vive dello sperare o dell’attendere,
e rivela che è l’ansia di perfezione,
che trascina nell’abisso il cuore inquieto.
Solo il disordine sa attendere,
e sorride nell’incompiuto spingendo il passo,
l’ordine ha fretta, dispone le cose
come dovesse partire verso un dove che non sa.
Quieto è dentro al cuore, l’incompiuto amore.

scritture con tratti grossi e sottili

Come l’ uccello femmina che si tuffa nel profondo, senza timore cerchi, trovi, e riporti in superficie ciò che s’era nascosto.

Al mio richiamo non rispondeva, non c’era, non era, sembrava un abbaglio. Accade di vedere con la coda dell’occhio l’amore che fugge, il cielo senza luce.

Nel silenzio delle notti estive una voce d’aria, pare sussurri parole desiderate, ma accendere la luce, illuminerebbe solitudini difficili.

Eppure, credo, e tu lo confermi, che il nome di ciò che si sente è ciò ch’esso contiene, e che non sia perduto, ma attenda la giusta voce, lo sguardo che ama, la mano che, in punta di dita, accarezza.

Leggero il polso, sublime il tatto, scrive parole grosse e sottili che si stendono, restano, penetrano, sollevano. E in quell’attimo infinito pare ci sia la felicità.

la vita altra

Si è levato un forte vento che scuote gli alberi del giardinetto. Il vento si vede così, nello scuotere di foglie, nel sollevare mantelli che ormai non ci sono più e nel pulire le cose e l’aria. La vita queta osserva da dentro casa, dai bar, dalle finestre di alberghi in cui resteremo qualche notte. A volte una. Quanti alberghi ho cambiato durante gli anni dei vari lavori, stanze linde stili che riflettevano il Paese, luoghi al limite dell’accettazione in Africa o in Medio Oriente. Il vento continua a folate e mi torna a mente un albergo sul Carso Triestino che aveva una finestra che guardava il golfo verso Muggia. Le folate di bora increspavano l’acqua in modo uniforme e il riflesso la rendeva un tessuto dalla plissettatura infinita. Ho una particolare predilezione per il golfo di Trieste, per me è uno dei luoghi che nel mondo si dovrebbero vedere e assaporare, la città lo accoglie con il vestito della festa ed è un susseguirsi di piazze e palazzi che guardano il mare. In piccolo, questa struttura che assomiglia ad un abbraccio si ripete nei piccoli paesi che sono lungo il crinale carsico, come vi fosse un invito al vento e una necessità di vedere nella sua interezza l’arco del golfo. E’ una cosa strana per chi viene dalla pianura ed è abituato alle piazze che si chiudono in se stesse e nei palazzi che le circondano, vedere questo mostrarsi al mare è una generosità reciproca che accoglie e chiede protezione.

In ogni albergo c’era una poltroncina e ovunque mi sono seduto vicino alla finestra, per leggere il libro che avevo con me o per completare una relazione e gli occhi, ogni tanto, si sollevavano dalle parole e guardavano fuori. Spesso era sera, prima di cena e il cielo si scuriva, rendeva diverse le cose, una parola, l’ultima lettta, voleva dire di più. Essere scavata nel significato e messa in quel luogo come un segnalibro della mente. Da una parola è facile saltare ad altro, evocare un ricordo che apparentemente non ha relazione con nulla di ciò che attornia, oppure la parola trasformata suscita un sentimento e questo cerca una corrispondenza dentro di sé e al tempo stesso in ciò che gli occhi vedono in quel paesaggio strano che sono i panorami fuori delle finestre degli alberghi. Così il cielo non è più estraneo, le cose sembrano già viste e gli uomini hanno lo stesso linguaggio, le stesse passioni che sento, ma cambiate e ognuna riportata in una casa , in un angolo dove ci si siede per leggere, in mobili che non conosco ma che a quella persona sono familiari. Ciò che ci unisce è il sentire le emozioni, la forma dei desideri prima che vengano distorti da ogni educazione, la capacità di pensare e riflettere. Ciascuno a suo modo e con la sua profondità e nulla è banale o scontato.

Molti anni or sono, stavo facendo una traversata a piedi dell’appennino e giunto sul passo trovai due case, l’una di fronte all’altra, in una c’era un negozio emporio, piccolo, con la porta a vetri incorniciati e il campanello che suonava quando qualcuno entrava. C’era di tutto disposto su scaffali di legno, il cibo era su un tavolo di marmo che fungeva da bancone e i panini erano veramente ottimi, curiosai in mezzo alle tante cose e c’erano gli oggetti non venduti di un passato che si era accumulato pacificamente in attesa. La casa di fronte era del 1500, solida e con la forma di un edificio che doveva durare. Una lapide accanto alla porta riportava il nome di un antico, forse famoso, proprietario, che al servizio del Granduca di Toscana ritornava a questa casa per essere se stesso. E lì aveva trascorso gli anni della vecchiezza in studi e pensieri nuovi. Mi aveva colpito come in tempi in cui non c’era nessuna comodità vicina, ci fosse stata una scelta di quel genere e come Montaigne l’immaginai in una poltrona vicino alla finestra e attorniato dai suoi libri, che confrontava il suo tempo e la sua casa con ciò che passava per una strada di passo.

Penso che da qualche parte, in ciascuno, esista una casa interiore, un luogo dove essere accolto e che quella casa abbia un angolo di desiderio di quiete da cui guardare se stessi e fermare il tempo delle cose per essere in sintonia con il tempo nostro. Il kairos interiore che ripropone la vita, il significato dell’occasione, la pace e l’equilibrio del sentirsi parte di qualcosa di molto più grande ma di essere unici e irripetibili. Non c’è nostalgia in questo tempo, solo il mettere i sensi al suo servizio e cogliere il vento, le luci che s’affiocano, il libro, le parole che sussurrano di altre vite e il tepore di questa casa interiore dove domina la quiete e l’attesa del buono.

ho paura

A parte gli occidentali ciechi e quelli ideologici, che tracciano una linea invalicabile tra bene e male, mettendo l’uno tutto da una parte e l’altro riservandolo ai “nemici”, penso che chi investiga un poco sul mondo in cui vive, abbia paura. Per i propri cari e per sé. Mai come in questo tempo si sono concentrate e intrecciate minacce globali che esigerebbero approcci in un clima di equilibrio cooperante. La devastazione climatica del pianeta, la pandemia in atto, le guerre in corso e in particolare la guerra in Ucraina sono tre problemi che si rafforzano l’un l’altro. Il clima è passato in secondo ordine e sembra sia un problema di auto eletttriche mentre le centrali per produrrre energia hanno ricominciato a bruciare carbone e olio pesante. La pandemia risorge in estate, cosa che nessuno aveva previsto ma se si va a spulciare quanti vaccinati ci sono nei paesi poveri, si scopre che un miliardo di dosi di vaccino promesse non sono state consegnate ed è il 50% di quello che doveva essere dato per arginare varianti e malattia. Ora la malattia viene considerata una affezione ordinaria che ha vincoli contro il contagio basati sulla buona volontà o timore delle persone. Poi la guerra in Ucraina ha messo in luce che il mondo non è così in equilibrio come si pensava e che non bastano i commerci e la globalizzazione per definire scambi e interesse alla pace. La NATO modifica la sua strategia e diventa soggetto globale di difesa per gli aderenti, ma anche di offesa se questa si intende come eliminazione di una minaccia. Per far aderire Svezia e Finlandia che venivano rifiutate dalla Turchia, vengono dalle prime, firmati impegni a consegnare esponenti del PKK Curdo, considerati terroristi dalla Turchia. Basterebbe pensare a quanti peana sono stati indirizzati allae donne e agli uomini delle forze Curde nella lotta contro il Califfato per rendersi conto che viene sacrificato un intero popolo a cui dovremmo essere solo grati per il sangue versato.

Quello che si fa strada in occidente e nella pallida Europa, che rafforza i suoi armamenti e non esercita un proprio ruolo di pace, è un relativismo sulle questioni che contano e sugli equilibri necessari perché vi sia un mondo pacificato. Anzi circola una sorta di rimozione o indifferenza sulle dichiarazioni per la presunta necessità di una guerra globale per stabilire il predominio dell’occidente. Altri, che si ritengono realisti, teorizzano nuovamente l’equilibrio del terrore come negli anni 50 e 60, ovvero il fatto che nessuno userà l’arma nucleare perché sarebbe la fine per tutti, ma non solo l’incidente, bensì l’addensarsi delle minacce unite all’indifferenza, diventano esse stesse fattori di possibile deflagrazione di un conflitto nucleare. E’ come fossimo tornati nella primavera del 1914 quando le capitali europee si interessavano delle novità della tecnologia e dei nuovi balli mentre si preparava il conflitto globale. Il ruolo della Gran Bretagna in questa visione che sceglie altre vie rispetto a quella diplomatica per la soluzione del conflitto, fa sparire i problemi della Brexit e l’instabilità governativa di cui gode dopo l’uscita dalla U.E. anzi detta a quest’ultima l’agenda delle azioni e delle priorità. Si dirà che i principi, l’autodeterminazione dei popoli vengono prima di ogni altra cosa e con essi la piena sovranità, sarebbe interessante scavare su questi diritti che valgono per alcuni e non per altri e di quale sovranità godono i governi e gli Stati che sotto il ricatto economico e/o quello dei vincoli dei trattati firmati in ben altri contesti, sono a sovranità comunque limitata. Può ben testimoniare la Grecia di cosa stia parlando, dopo la cura della Troika. Comunque la si pensi, l’euforia che circola è ingiustificata e ognuno dei problemi evocati è suscettibile di provocare disastri di migrazioni o peggio.

Alla conferenza di Vienna sulle armi Nucleari (ICAN Nuclear Ban Forum) di 15 giorni or sono, oltre alla necessità di mettere al bando ogni ordigno nucleare e lo sviluppo di queste armi è stato evidenziato dalle relazioni degli scienziati sulla guerra nucleare che queste non lasciano scampo né immediatamente né nel tempo con “l’inverno nucleare” che farebbe morire di fame chi fosse scampato alle esplosioni e al fall out radioattivo. Eppure la rilevanza che è stata data a questi 65 Paesi che chiedono di togliere questa minaccia aper l’intera umanità dagli arsenali, è stata marginale rispetto alle altre notizie sui media.

Questo ancor più mi convince di un clima di indifferenza o peggio di un preferire che le questioni siano risolte per via bellica. Trovo fuori di ogni ragione che questo accada e che non si faccia ogni sforzo per riattivare la via diplomatica alla soluzione dei problemi, che oggi riguardano apparentemente l’Ucraina, ma in realtà trattano del riconoscimento di potenza nel mondo dei tre blocchi che si sono formati in questi anni a partire essenzialmente dal 1991. Per questo scivolare in una logica di guerra, ho paura e ormai basta un nonnulla perché vi sia l’inizio di una reazione a catena. Poi il tanto peggio diventerà tanto meglio per chi avrà l’illusione di salvarsi.

Pensiamo a un mondo in cui non vi sia cooperazione, che vada verso il conflitto e chiediamoci che libertà potranno esserci in “democrazie” vincolate al pensiero unico? Quali economie e che progresso potranno essere usati per risolvere i problemi del clima e delle nuove malattie, Forse i luoghi più disgraziati saranno risparmiati, forse l’inverno nucleare e il fall out si dimenticheranno in una distopia inane delle parti meno accessibili del mondo, ma la specie farebbe un balzo indietro immane.

Anch’io ho un sogno e spero, vorrei, che Biden, come presidente degli Stati Uniti e leader dell’occidente chiedesse alla Russia e alla Cina di stabilire un equilibrio, che le armi in Ucraina tacessero e cominciasse il negoziato. Questo è quello che non avvenne lo scorso secolo, solo che ora non basta l’Europa, c’è il mondo che deve essere riequilibrato. Continuo invece a sentire i perenni giustificazionismi di una politica di potenza e predominio spacciata per libertà e questo mi fa capire che la discesa è cominciata.

E ho paura.

attese

Ho atteso non poche persone che non sono arrivate qunado dovevano. Segno di un talento che avrei potuto sviluppare: togliere scopo all’attesa e a ciò che essa nscondeva. Quando queste persone arrivavano, se arrivavano le scuse addotte erano banali: il traffico, un contrattempo improvviso, la batteria scarica del telefono oppure la cabina telefonica guasta che impediva di avvisarmi. Qualcuno, a suo modo onesto, mi diceva, gorni dopo, che se l’era scordato e che gli serviva un’agenda, entrambe le cose erano un’offesa ma mi rendevano allegro perché non aveva mentito su quanto contassi per lui. Devo anche precisare che non chiedevo nulla, non sollecitavo risposte, per cui alcuni incontri non avvenuti già determinavano il loro esito come fossero avvenuti davvero. Se non erano importanti per l’altro non lo erano neppure per me.

I luoghi In cui attendevo dopo i primi 5 minuti, m’imbarazzavano. Se erano bar mi sedevo e mi sentivo obbligato a prendere qualcosa, un caffè o almeno un’acqua minerale, poi quando mi portavano via la tazzina o il bicchiere, prendevo un aperitivo o un birrino. Nel frattempo estraevo, una penna stilografica, un taccuino e scrivevo. Scrivevo di tutto senza un fine che non fosse quello di portarmi altrove. Ho un cassetto pieno di questi taccuini dell’attesa. Mi sembrava che attendere fosse un tempo sospeso, di elapse, tolto dall’elaborazione della vita e che quindi non contasse per davvero. Quindi negli anni tutte queste attese dovevano essere tolte e messe in una vita parallela che aveva bena latri contenuti: quelli dei taccuini ad esemio, oppure quelli dell’osservazione delle persone che mi stavano attorno con le loro storie, così simili alle mie, che immaginavo e trascrivevo. Questo tempo che non contava faceva parte della vita diversa che ciascuno vorrebbe vivere, ma poi riprendevo coscienza di altri impegni e mettevo un limite all’attesa. Guardavo ripetutamente l’orologio, il telefono, l’orologio del bar e dopo aver dato 5 minuti oltre il limite che mi ero concesso, pagavo e me ne andavo. A quel punto speravo che la persona che dovevo incontrare non arrivasse più perché avrei dovuto ascoltare le scuse, sorridere, risedermi e prendere un’altro caffè. Credo fosse per quel secondo caffè e non per il ritardo che diventavo nervoso, ansioso di chiudere l’incontro, fare in modo che non avvenisse come avevo desiderato per ritrovare una libertà che mi sembrava mi fosse stata donata,.Mi alzavo, cominciavo i saluti, rinviavo a momenti con più tempo le cose da decidere e se la persona si offriva di accompagnarmi,declinavo con cortesia, dicendo la verità :avevo bisogno di pensare prima di arrivare altrove. Un incontro aveva smarrito un senso e riordinare, senza farsi prendere da rabbie inutili, la vita successiva esigeva un riprendere possesso di quel me che avevo messo a disposizione.

Ho scoperto che facevo lo stesso con l’attesa di una lettera o di una telefonata. Se l’attesa non provocava ansia per il particolare legame con la persona, aspettavo con curiosità, facendo altro. Subentrava il gioco del chiamo io o attendo che chiami tu ed era un buon crivello che, superata la cortesia dei convenevoli inutili, lasciava come necessità solo chi importava davvero. Se c’era un feeling comunicativo, i messaggi erano folti, rimbalzavano dall’uno all’altro con una loro necessità e sintonia itrinseca che li rendeva sempre urgenti e insufficienti. Poi si avvertiva la parabola discendente, era stata fatta una scelta, non era avvenuto quello che si era preparato attraverso la comunicazione e la delusione cominciava a farsi strada, rarefaceva, telefonate, messaggi e contenuti sino a scomparire. Non era più necessaria.

Ciò che è necessità per un lasso di tempo è il contrario dell’attesa inutile, è pieno di contenuti, di speranze di evoluzione, di costruzioni del possibile. Si nutre di simboli, tempi e alimenta in continuazione il presente e il ricordo. Comunque determina decisioni che diventano irreversibili, nella freccia del tempo sono un prima che non cessa di produrre effetti, anche se il suo scopo apparente non lo raggiunge. Ho conosciuto persone che hanno costruito la vita su una possibilità che era sfumata e non posso dire che, apparentemente, fossero vite meno piene o soddisfacenti. Si erano basate su un’attesa dando ad essa un significato assoluto e continuavano ad attendere.

p.s. non sono mai riuscito a spiegarmi bene questa assenza di insofferenza all’attesa, una risposta me la sono data sul fatto che chi mi faceva attendere apparteneva a una vita complessivamente poco importante, ma un’altra spiegazione era più radicale ovvero che quelle persone diventavano più o meno importanti in relazione al loro giudizio su di me. Chi mi faceva attendere mi considerava non determinante per la sua vita e la comunicazione al più sarebbe stata formale, avrebbe usato il mio tempo senza profondità e rispetto, questo li collocava nella mia mente tra quelli che non avrebbero avuto interesse, anche se non poche volte poi mi sono accorto di aver sbagliato.

perdere i treni, gli aerei, e andar via

Dalla finestra entra una luce di lato, alla Hopper, illumina e ingentilisce i profili delle case mentre rende indistinti quelli delle persone controluce. Non dovrebbero esserci assembramenti ma ci sono frotte di famiglie e amici che usano le stesse piccole strade e allora nel distanziarmi guardo i capelli che diventano masse e le ombre che s’allungano, mentre sbiadiscono i colori. Ripenso alle domande senza risposta, quelle che si annegano nelle parole perché non si può tacere oppure il silenzio diventerebbe assenso. Ci sono domande che ne nascondono altre e che vorrebbero una risposta che vada al giusto livello di comunicazione, ma quasi mai siamo/sono disponibile a dire cosa non va davvero oppure spiegare il dubbio e la sua natura, ciò che ferma un entusiasmo mentre il desiderio s’alimenta, lo squilibrio che esiste tra ciò che verrà fatto e quello che si era pensato e voluto.

Si potrebbe pensare ad una propensione all’insoddisfazione, ma non è così, da qualche parte la pienezza esiste, come la bellezza quando viene colta. Solo che a volte si vorrebbe essere altrove, in quel luogo dove tutto questo è facile, naturale, conseguente. Per tutta la vita ho avuto fama di ritardatario e ci ho sempre riso sopra, ma non ho mai perso un aereo, un treno, un appuntamento importante, ebbene ora capisco che bisogna perderli i treni per far accadere altre cose, che gli aerei possono attendere e che il luogo in cui portano non era quello che avremmo voluto. Capisco che le persone importanti, ne ho conosciute molte che si ritenevano tali e si comportavano di conseguenza, non sono poi importanti per davvero. Comprendo che molte cose lasciate a un filo dall’essere concluse non sono state non finite per caso e che la fuga, come ci insegnava Laborit, è il primo istinto che aiuta la specie a salvarsi. Lo penso ora, e credo che sotto traccia, l’ho sempre pensato, come un disordine interiore che si ribellava alla costrizione ma pretendeva più verità. Il coraggio si costruisce su cumoli di piccoli errori, qualche viltà veniale, di verità precarie conquistate con fatica e con i gesti che rimettono tutto in ordine dentro di noi. Così ho anche pensato, mentre la luce aveva perso la sua brillantezza, al gusto per i particolari, a quanto essi rivelano e come sono capaci di andare a dormire quando nessuno più li guarda. Un particolare è un pensiero realizzato, privo di contesto nello sguardo, ma funzionale al tutto. E’ una metafora della vita quasi perfetta perché ha un posto e una funzione, ma non sgomita per apparire essenziale. E può essere non terminato per lasciare la possibilità che la mente completi ciò che manca.

Davvero dobbiamo mettere in ordine la vita esteriore, fare l’esame di maturità ogni volta che ci guardiamo indietro, completare le età? I nostri curricula fortunatamente incompleti, racchiudono la possibilità dell’incontro, del mutamento e insieme a questo c’è la possibilità di essere sereni perché si è vissuto come si è potuto, ma quell’enorme mucchio di cose fatte e rifatte non appartiene a una sola età bensì a tutte e tutte ha continuato a far vivere. In diverso modo, con intensità che che crescono oppure diventano ciò che sono: polvere che si perde.

Il passato si fonde con il presente e con le età in ciò che sono diventato e non ho un giudizio su di me, casomai il bisogno aumentato di assomigliare a qualcosa che mi porto dentro da quando ho iniziato ad articolare i pensieri, a mescolarli con gli altri sensi e farne un essere che si cercava. La vita diviene un flusso in cui si nuota e se qualcosa resta aperto non c’e bisogno di chiuderlo ma solo di vivere. Tanto si è quello che si è in ogni momento, la somma di tutto ciò che si è stati e saremo.

I nostri nonni chiudevano le fasi della vita ed erano incapaci di una carezza, la riconquista dell’affettività senza tempo è una grande consapevolezza che lascia aperte molte porte e lotta ad armi pari con il senso di morte. Avere un futuro rende positivo il presente e quasi sempre allegro il passato. Le sciocchezze sono passate, erano in maggioranza negazioni di ciò che ero davvero, solo il ridicolo interiore mi fa paura e addestrarsi a riconoscere il ridicolo e’ una grande scuola di vita. L’autoironia e una risata libererà gli uomini, questo ho capito e mi piacerebbe molto venisse insegnato non dall’esperienza ma dall’amore.