una lettera almeno

una lettera almeno

La parola scritta e la calligrafia sono importanti per me, do anche attenzione a come le singole lettere si esprimono, all’andamento della sequenza nella pagina. Cerco di intuire cosa ci sia dietro il muoversi di quella mano che ha tracciato con intenzione di lettura e di comunicazione. Ma di lui, del nonno, non è rimasto nulla. Di certo scrisse più volte, in molte occasioni. Chi è distante scrive, e lui fu spesso distante, eppoi a quei tempi non c’era altro mezzo. Però si è perduto tutto. Credo in quei tre anni bui tra il ’18 e il ’20 o forse negli innumerevoli, successivi, passaggi di casa, migrazioni, comunque le carte si persero o furono guastate.

C’è una fotografia, da cui fu ricavato il suo ritratto che mostra un gruppo di fanti con le baionette innestate. I fucili, così, sono alti come loro, un po’ ridicoli a vederli ora, ma c’è un ordine, come in una foto di classe. Di sicuro il fotografo di reggimento li dispose secondo un’ iconografia consolidata che doveva fornire più idee a chi vedeva: l’ordine e la forza, la solidarietà di gruppo, la familiarità, la certezza di un ritorno. Una sorta di famiglia al fronte che doveva rassicurare chi era a casa. Non so cosa pensò mia nonna nel vedere la fotografia, di certo sperava e attendeva, aveva i bambini piccoli di cui occuparsi, doveva tenere assieme e sostenere la famiglia visto il rimpatrio affrettato, avere una casa. Se giunse la fotografia di sicuro era accompagnata da uno scritto, ma questo non si trova nel retro, così penso che la nonna tenne più cara l’immagine delle parole.

Il 233° reggimento fanteria “Lario” fu formato nel gennaio del 1917, il ruolino del battaglione fornisce ampie notizie sui periodi al fronte, sulle località di combattimento, sulle perdite subite. Il battaglione prima del definitivo scioglimento dopo la fine della guerra nel ’18, venne più volte ricostituito, segno che le perdite in combattimento erano tali da metterne in discussione l’operatività e l’esistenza. Un battaglione di morti, carne da macello. A maggio 1917 in tre giorni perdeva 1806 effettivi e 30 ufficiali, a luglio nuovamente perdeva moltissimi uomini e ad agosto in due giorni tra il 18 e il 20, le perdite erano di 1594 uomini e 67 ufficiali. Moltissimi, gran parte, sono i dispersi, cioè i non identificati. Il nonno, muore e  viene identificato il 19 agosto. Ho cercato la località: dolina delle bottiglie, riportata sia sullo stato matricolare che sui bollettini di reggimento, non sono riuscito a trovarne traccia geografica, di certo è nella zona di Redipuglia e colle di Sant’Elia.

Di quest’uomo resta il nome su un sacrario, mancano le testimonianze scritte. Perché mi soffermo su queste? Perché ho pensato spesso alla memoria orale, a ciò che mi raccontava mia nonna, che era molto poco di quello che accadde in quegli anni. Un riserbo sdegnato circondava le vicende delle famiglie dei maschi, tutti morti nella prima guerra mondiale, e su quello che ne seguì in termini di divisioni di proprietà, tutele, che non fu un capitolo edificante. La sua indipendenza e libertà le impedivano di dire. Era andata così, aveva provveduto a sé e ai figli. Ma a me interessava il rapporto tra lei e il nonno, e dalle parole pudiche emergeva un amore forte, una devozione alla memoria, collegata alla tangibilità, all’immagine, e all’uomo. L’uomo nel suo provvedere e nell’esserci, c’era stato e Lei era innamorata di quell’uomo. Finché aveva potuto c’era stata la cura, l’espressione dell’amore.

Dal ritratto che ho, si vede un bell’uomo, giovane, con folti baffi, il viso deciso e dolce. In quel viso ho ritrovato tratti di mio padre. Mi mancano i pensieri, posso immaginare una sofferenza mantenuta propria e un rassicurare chi era a casa. Ne sono sicuro, ma avrei voluto leggere le parole perdute. Noi che viviamo nell’epoca in cui le memorie digitali conservano tutto e quindi lo rendono di fatto inaccessibile, la memoria diventa un rumore di fondo, e nuovamente dobbiamo affidarci al tangibile: le parole, i sentimenti, i gesti concreti. Il significato è in ciò che si fa e si vorrebbe fortemente fare, per questo le calligrafie sono segni di qualcosa che avviene ed avverrà. Annuncio e traccia. Mi manca la traccia che era sottesa, come ci fosse un indefinibile precluso. E forse è giusto così, si ama per intuito e si vive l’amore, per gesti: c’erano entrambi. Riguardavano loro.

4 pensieri su “una lettera almeno

  1. Anche mio nonno Giovanni Sacchetti apparteneva al 233 Rgt. Lario, di lui (morto nel 1943) fino al ritrovamento del foglio matricolare nulla sapevamo. Di lui abbiamo un ritaglio di foto cartolina e la sua bella grafia nel retro..null’altro. Ho visionato anche io il roulino all’AUSME del suo reggimento..pensando ad un miracolo che fosse rimasto vivo ed un altro miracolo che fosse tornato dalla prigionia (catturato il 6nov 1917). Mancano anche a me i suoi pensieri e la sua storia di giovanissimo fante al fronte.

  2. Ti ringrazio Alessandro per queste parole, hai capito perfettamente cosa è mancato e manca, anche se la sua presenza in qualche modo si è sempre fatta sentire. Sono tornato più volte in quei luoghi, è come non fosse avvenuto nulla e tutto fosse nelle teste, anche il ricordo si sfrange e non è bene. Benvenuto

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