Camminare perché camminando non ci si prende troppo sul serio. Camminare anche con il male alle ginocchia. Camminare guardando dentro e avanti. Camminare sino al limite del bosco. Camminare nel bosco e sentire che respira. Camminare nella paura per liberarsene. Camminare nella città, sentendo che è un pezzo di noi che ci accoglie. Camminare dentro la notte e nei colori sul bagnato. Camminare tra un lampione e l’altro, mettendo i piedi in pozze di buio, nero come l’assenza che a volte si sente. Camminare tra un desiderio e una quiete. Camminare oltre il dicibile, perché c’è sempre qualcosa che si può dire solo a una persona, e magari nel momento giusto non c’è. Camminare immerso nell’aria e pensarsi come impronte di volume che si susseguono. Camminare prima nella luce e poi man mano nell’ombra. Camminare senza una meta sapendo che si arriverà. Camminare perché adesso tutti corrono e chissà cosa facevano quando non si correva. Camminare in tondo e scoprire la spirale. Camminare su un ciglio in equilibrio, per gioco e per scommessa, pronti comunque a ridere. Camminare senza pestare le commessure delle pietre come da bambini. Camminare pestando le commessure con indifferenza apprensiva. Camminare finché i piedi bollono e continuare. Camminare annusando i profumi che ci avvolgono. Camminare sentendo nell’aria la pioggia che arriva. Camminare veloci perché il pensiero è veloce. Camminare lentamente e fermarsi senza vedere nulla di ciò che si fissa perché il pensiero si è fermato, ha preso ciò che da troppo scappava via ed ora gli pare di aver capito tutto. Camminare da soli o in compagnia sapendo che un po’ si è sempre soli. Camminare parlando e raccontare ciò che c’è attorno: Camminare perché è a misura d’uomo, anzi no è a misura di bellezza. Camminare sui sassi con le scarpe buone. Camminare fino all’acqua e poi entrarci dentro. Camminare fuggendo qualcosa. Camminare cercando qualcosa. Camminare e restare fermi. Camminare cercando di mettere in ordine un amore. Camminare nell’amore senza alcun pensiero che non sia per lui. Camminare per sviluppare il senso dell’ironia. Camminare mentre fa freddo o caldo, sapendo che è camminare che conta. Camminare ascoltando quello che c’è da ascoltare e non è nelle cuffiette. Camminare guardando le spalle di chi sta davanti e pensare che chi cammina protegge non colpisce. Camminare perché abbiamo un’ombra ed è ciò che resta della luce che ci attraversa.
Camminare fino a ciò che non si vede,
che non si pensa,
che non si è mai sentito prima,
che non si sapeva di avere eppure lo si sapeva.
Da qualche parte.
Camminare fino al limite del conosciuto e trovarci dove sempre ci siamo aspettati.
Mi avevano insegnato a far la punta alle matite. Nel libro di disegno c’erano illustrazioni che mostravano il legno scolpito e punte esagonali bellissime. Non si poteva usare il temperino, e neppure il coltellino (forse temevano ci ammazzassimo a vicenda negli intervalli), bisognava adoperare un attrezzo strano, antenato del cutter, che conteneva una lametta da barba. E imparare a controllare la presa e la forza del braccio per avere un risultato era una disciplina zen che ci avrebbe insegnato anche a fare linee sottili oppure grosse con le stesse matite. Ma questo non lo sapevamo e nessuno lo spiegava. E anche se l’avessero spiegato sarebbe stato lo stesso. Così si consumavano le matite, nel profumo del legno di cedro e nel truciolo di grafite che c’ imbrattava le dita, i fogli bianchi A4, squadrati con attenzione, il banco e non di rado maglioni e camicie. Con successivo e insufficiente gran uso di gomme. Quelli bravi erano i puliti, gli ordinati, gli appuntiti. Ci voleva talento e io non ne avevo, eppure di quel fare ho nostalgia e se prendo una matita per farle la punta come un tempo, tralasciando i temperamatite evoluti che posseggo, lo faccio per mio conto, come fosse un piacere segreto. Non c’è un fine particolare, né un’utilità, è solo la verifica di un ricordo d’abilità che nessuna macchina riesce a dare. E in un sorriso altrettanto segreto finisce tutto.
Dovete sforzarvi per immaginare un luogo in cui le erbe erano cresciute alte, gli arbusti quasi alberi, e gli alberi sembravano centenari, anche se non lo erano. In un fiume di verde l’ortica fioriva indisturbata e le sue foglie erano motivo di sfida nell’essere prese. Un luogo in città, vicino a un fiume che era almeno fangoso, ad un passo dalle fabbriche ancora in centro, continuazione di un giardino curato e famoso. Li, oltre un’arena romana, una cappella famosissima, un corso che si riversava nella stazione, era il regno della favola, dell’ignoto, dell’avventura, della pesca infruttuosa e delle sanguisughe. Un posto da gatti e non da bambini, da pedofili e non da adulti, un luogo in cui il pericolo aveva il sapore dolciastro del sangue succhiato e l’odore del ferro ed era per questo così affascinante ed esclusivo. Noi c’andavamo, incuranti degli avvertimenti e dei ceffoni, incuranti del pericolo di qualche bomba a farfalla dispersa e mai bonificata, incuranti di chi ne aveva subito violenza. Incuranti come solo può essere un bimbo, invincibile nella sua paura, coraggioso perché la vita non ha ancora significato e i piccoli dolori li conosce, sa che durano poco e poi passano. Anche con una carezza passano. E anche con un ceffone passano. Va da sé che preferivamo le prime. Non desistevamo, e non per riottosità o dispetto, ma per l’avventura che era solo lì. Avventura che selezionava e andarci era cosa da coraggiosi e da racconto. Lì ho imparato a sfidare la paura di arrampicarmi sui muri. Lì per la prima volta ho creduto che sarei potuto morire. Lì ho sperimentato la gioia di essere vivo, ammaccato, ma vivo. Insomma per me, e credo per tutti quelli che lo frequentarono, fu un luogo di emozioni, di crescita e di gioco assieme che non avremmo dimenticato. Eppoi quel posto aveva un nome così selvatico e familiare, così colmo d’altro che lo si ripeteva nell’invito, nel bisbiglio, nel segreto che si negava agli adulti. Maresana era la vasta riva che precedeva l’alto argine delle mura del ‘300, l’inizio del guasto della resistenza alla lega di Cambray, un luogo d’ombra, gatti selvatici e topi della stessa taglia. Visto dall’alto sembrava una boscaglia incolta, nel mezzo si passava per stretti sentieri tra erbe e cespugli, luogo da fionde e frecce fatte di stecche d’ombrello, luogo incanaglito e pericoloso. Insomma era altro dalla normalità. Talmente altro che nell’ignoranza felice dei luoghi tutto travasava in una vita di corse, di fughe e d’attacchi, in piccole gambe rigate di graffi e di sangue, in battaglie cruente di grida, in spaventi, batticuore e risate, in scoperte che sarebbero state solo ricordo, poi soverchiate da ben altro. Ma di tutto sarebbe rimasto un sentimento, d’essere stati, lì, in quel luogo, allora, e l’impressione non se ne sarebbe più andata. Quando ci passo e ne vedo lo spazio ordinato, pulito, ma ormai vuoto di bambini, penso a come abbiamo vissuto, a qual’è stata l’iniziazione al crescere. E non perché ci fosse chissà quale prova, eravamo comunque curati, vestiti e ben nutriti. Noi in città non potevamo avere gli spazi della campagna, gli alberi da scalare, i nidi da raccogliere. Però quello spazio ci educò come altrimenti non avrebbe potuto la strada, i giardini curati, i richiami di nonne e tate. Eh sì, perché eravamo in centro e c’erano pure le tate che si sgolavano quando si accorgevano della sparizione dei pargoli affidati. E siccome i militari erano stati la distrazione che aveva permesso le fughe, la ricerca si allargava al contributo dell’esercito, e diventava vociante di nomi e richiami, con accenti foresti (stranieri di dialetto), avanzate ed ispezioni ad ampio raggio. Non ci prendevano mai nei posti segreti, ma credo sia stato questo cercarci che qualche volta ci salvò dalle esperienze che nessuno voleva fare. E quando il ragazzino veniva trovato, essendo precluso l’uso del ceffone, a lui non a noi, le tate cercavano di capire dove si potesse essersi compiuto tanto disastro, e sbridello di calzoncini, camiciole, berretti. Noi avremmo potuto narrare delle epiche lotte che c’erano state, ma eravamo intenti a scappare, dai ceffoni delle tate, che su di noi si potevano sfogare, e da quelli delle nostre mamme e nonne, che erano più leggeri, ma pur sempre ceffoni erano. Il ritorno alla civiltà, quindi, era un correre ulteriore in una confusione di fughe e in qualche caduta che la sera sarebbe stata debitamente pulita dei sassolini sotto pelle e disinfettata con alcool. Ma si sarebbe tornati.
Mica lo sapevo di essere umbratile, l’aver imparato la pazienza, anche per predisposizione, occultava questo mutar d’umore e sopratutto il bisogno di solitudine. La solitudine quando si sceglie, non sempre, forse per questo l’umore umbratile è meno prevedibile perché vive sia in compagnia che da solo, partecipa, a volte è proprio un compagnone, ma a guardarlo bene è sempre un po’ distaccato, come se vi fosse un bisogno nascosto, un desiderio, che attende d’essere soddisfatto. Di questo star assieme, per bisogno di compagnia, e dello star solo per bisogno d’essere con me stesso ho imparato presto a considerarli come parti di me immodificabili e quindi tanto valeva accettare entrambi gli stati. Così giustificavo l’umbratilità, la facevo mia e potevo cercare di gestirla. Più complicati erano gli sbalzi d’umore che facevano star male se ulteriormente compressi. Ho ricordi da ragazzino di questo carattere e di questa ricerca di equilibrio tra solitudine e compagnia. Anche di risposte strane, così pareva loro, ai miei compagnucci per questo esserci e andarmene. Ho capito poi che non era una cattiva cosa, ma un modo per essere sinceri. Con se stessi anzitutto. Ho scoperto allora che essere chi si è oltre la superficie, non interessa poi tanto, che lo si può mostrare a seconda degli interlocutori, e che mettere assieme due opposti non è difficile, ma induce a cercare chi è simile per capirsi. Quindi un ragazzino che giocava assieme o da solo, che aveva bisogno di spazi per pensare oltre che di correre poteva accettarsi. Ma quando era solo pensava a cosa? A quell’età le cose non sono mai troppo complicate, c’era la voglia di fantasticare e questo si può fare assieme solo se si è in sintonia. Se avevo bisogno di star solo, fantasticavo.
Una bella ginnastica quella di mettere assieme tensioni differenti nella stessa persona. Ho scoperto che le donne la fanno molto più degli uomini, e non è solo una questione di ruoli, credo derivi dalla cura, dal farsi carico e che il bisogno di star da sole, nelle donne, sia una doverosa cura di sé che spesso viene loro negata. Quando lo capii, ebbi la sensazione di aver una parte che capiva e sentiva assonanza, ma si collocava comunque in un genere privilegiato. Non credo di poterci far molto, ma l’umbratilità altrui provoca in me una reazione che cerca di capire cosa ci sia dietro, se la cosa mi riguardi oltre la sua manifestazione. In questo è utile la pazienza, il vero legame tra opposti che fa tenere assieme solitudine e compagnia, temperando entrambe. Se accetto me dovrei accettare anche gli altri, ma non è necessario abbia empatia con tutti, ma solo con quelli che mi interessano, che sono simili, perché con loro posso comunicare a un livello di realtà maggiore. E di loro capisco la necessità di raccogliersi, di avere un proprio spazio riservato. Non è difficile capirlo, se qualcuno vuole essere lasciato in pace è perché ha bisogno di ritrovarsi, di recuperare energia, di riprendere a fantasticare, di essere libero. Almeno per un po’. Poi tutto riprenderà, ruolo, necessità, responsabilità, ma una pausa non si dovrebbe negare a nessuno e siccome nessuno ti insegna come trattare la propria umbratilità, bisogna imparare da soli a ricavarsi spazi, a dire di no. Almeno per un po’ finché la pazienza riprenderà il sopravvento.
Due giorni fa ho pubblicato dei pensieri in sequenza, senz’altro legame che non fosse il succedersi cronologico. Non era esplicito ma mancando una tesi e una conclusione, ricomporre la frammentarietà era affidata a chi leggeva. Si potevano scorrere le parole come dei frames, abbastanza banali, di proposizioni e archiviare il tutto, oppure potevano essere evocativi di sensazioni e convinzioni proprie sino a una conclusione o meno. Cioè la storia tra le slides può proseguire oppure no, a scelta, perché ognuno di noi ha una propria storia in un campo così abusato come quello dei sentimenti, ha delle convinzioni, dei luoghi personali e dei luoghi comuni. Ma perché poi dovrebbe leggerla in parole d’altri? E a che serve questo scrivere che vorrebbe far scrivere il testo in chi legge più che esporre il proprio testo?
C’è un antefatto e un postfatto.
Racconto l’antefatto. Ho riletto alcuni miei vecchi testi sparsi tra carta e altro, anche su questo blog. E, checché se ne dica, scrivere è una buona misura del comunicare a sé. Anche in altri modi di espressione si vede il cambiamento di interessi, il modo mutevole di vedere il mondo, gli apprendimenti che diventano sostanza. Accade nelle arti visive, in quelle plastiche, nella musica, ovunque ci sia espressione. Succede anche nel lavoro non tayloristico o burocratico. Però nella scrittura è più evidente e così rileggendomi in poche cose, però distanti, ho visto un’ attenzione diversa. C’è stato un tempo della ricerca della sintesi, un tempo di parecchia condivisione musicale, un tempo ricco di descrizioni, un tempo di ricordi, un tempo ermetico. E così via. Ma ora che tempo è ? Mi sono chiesto. Certamente un tempo di passaggio importante, di cambiamento (si cambia a qualsiasi età dipende come), dove tutto è molto più orizzontale, alcune cose sembrano capite e assestate, altre si sono aperte e non si capisce bene come evolveranno.
Il post fatto è che allora mi sono chiesto, non se continuare a scrivere, questo è un mio piacere e necessità, ma se farlo, e come, in pubblico. Avendolo fatto da sempre per mio conto, la considerazione è che non potrei che essere me stesso ovunque e riflettere ciò che sono ora. Ma adesso qual’è la differenza tra ciò che resta privato e ciò che è pubblico. Il pudore del sé profondo, cosa contempla in questi casi? Come nelle conversazioni, si è maggiormente espliciti a seconda che si sia tra amici oppure tra conoscenti o ancora diversamente tra estranei. Ma in questo contesto ho qualcosa di più (e qualcosa di meno, ovvero il contatto fisico) a disposizione, cioè posso dire, raccontare e ascoltare senza troppi vincoli di forma, grammatica, sintassi, regole, tempi, purché vi sia un senso. Almeno per me. Essendo poi un viandante, sarei portato a raccontare. Ma ora, in assonanza con quello che mi accade, sento che la mia scrittura pubblica muta, che c’è un bisogno di ascoltare finché parlo. La scelta potrebbe essere quella del silenzio. Si chiudono tantissimi blog ogni giorno, e altrettanti restano fermi a una data. Quando ci capito sopra mi chiedo cosa sia accaduto, come sia mutata la vita di chi scriveva e se c’è stata una corrispondenza, mi chiedo come sia proseguita la vita. Dove sia, cosa faccia, per alcuni mi chiedo persino se sia felice. Credo ci siano tantissime interruzioni nelle nostre vite, reali o virtuali, che molte conoscenze restino sospese, in attesa, e per chi non ha notizie questo sapersi, cristallizza al momento in cui c’è stata l’ultima comunicazione, al più con una prosecuzione logica immaginaria. Ma il tempo è andato avanti diversamente e la vita vera sarebbe ben più interessante dell’immaginazione, per questo mi piace ascoltare, per riempire il tempo di chi si è fermato, per dare a un frame la possibilità di diventare una storia.
Sembra mi sia perso. Mi piace perdermi e mi accade spesso di guardar per aria, ma in realtà mica ci si perde: si imbocca un’altra strada, ci si segue. Ed io vorrei conformarmi a ciò che sono ora, al bisogno di ascolto e al tempo stesso dire in maniera diversa ciò che mi sento di comunicare. Non so cosa ne verrà fuori. Portate pazienza, o anche no, dipende dall’interesse che avrete per come andrà a finire. E giusto per contraddirmi, una cosa ho capito in questo tempo in cui poco è certo: che non finisce mai.
Vorrei sapere chi fornisce il mio nome e numero di telefono ai call center. Vorrei sapere perché ogni giorno, l’80% delle telefonate su rete fissa mi offrono qualcosa che dovrebbe costare meno di quello che pago. Vorrei sapere se il tempo che perdo ad ascoltare è solo segno di una mia cortesia e del rispetto verso chi fa un lavoro mal pagato, con un accento straniero, messo chissà dove, oppure se è una mia debolezza. Vorrei che nessuno si permettesse di registrami senza che io lo chieda. Vorrei sapere perché mentre si vogliono mettere limiti ad internet, il governo non mette limiti a questa vessazione continua. Vorrei sapere perché le cose si sono degradate a tal punto che nessuno difende gli anziani che sono i maggiori utilizzatori di telefonia fissa. Vorrei sapere perché devo pagare qualcosa dove vengo venduto come possibile cliente e perché non pagano me. Vorrei sapere perché i servizi su banda larga sono sempre carenti e la pubblicità invece funziona sempre sullo schermo dei browser.
Vorrei sapere se chi pensa di avermi venduto lo crede davvero oppure non gliene importa nulla, io propendo per la seconda soluzione e allora, mercante di indirizzi e telefoni, stai sicuro che non mi avrai, che ogni telefonata che ricevo mi allontano dai tuoi scopi e da quelli dei tuoi clienti, che sto usando la dissuasione del rifiuto, che non rispondo più a chi non vedo come numero conosciuto. Non mi avrai e se in molti faranno barriera fallirai. E’ il mercato bellezza e io voglio, che nel mio piccolo, tu scompaia perché sei noioso, infedele e usi due debolezze, quella di chi lavora per te e quella di chi risponde. Sei un mercante che importuna e ha merce opinabile, non ti rispetto perché tu non rispetti me.
Alle 16 i marciapiedi della strada si riempiono di bambini festanti, di voci acute, risate, corse, piccole bizze. Vengono a frotte dalla vicina scuola privata, gestita dalle suore. E’ una scuola di rango, ce ne sono diverse in città, famose per la qualità. O almeno così si dice sia. I bambini hanno una mamma, o una tata oppure qualche giovanile nonna che li accompagna. Sciamano tutti verso il piazzale e i parcheggi. Lì troveranno o le case vicine, oppure auto spesso voluminose. E’ uno spettacolo che mi rallegra molto, c’è la gioia dei bimbi di essere fuori da una costrizione e l’amore di chi li sta accompagnando. Tutto si vede sui volti distesi, sulla disponibilità a fermarsi a chiacchierare.
Bene, oggi pensavo che gli 80 euro, promessi da Renzi alle neo mamme per 3 anni, dati a queste persone che non ne hanno bisogno sarebbero sbagliati, mal posti, inutili. Pensavo anche che i servizi, gli asili nido, gli aiuti domiciliari, il lavoro, per le neo mamme che ne hanno bisogno sarebbero ben più importanti. Pensavo anche che l’eguaglianza non è per forza giusta se non tiene conto delle condizioni di partenza. Fine dei pensieri e mi sono goduto il concerto di grida e corse.
Dal 2010 è possibile inscrivere sulla carta di identità l’autorizzazione a donare organi. Sugli oltre 8000 comuni italiani solo 24 l’hanno fatto. Manca il regolamento della legge. Stamattina una funzionaria del ministero della Sanità ha dichiarato che siamo (chi siamo?) in dirittura d’arrivo, manca solo un passaggio formale e poi il regolamento sarà disponibile. Quattro anni. E questo è uno degli oltre 700 regolamenti in attesa di emanazione da parte dei ministeri dopo l’approvazione di leggi che spesso hanno avuto discussioni accese. Dopo l’eliminazione del Senato come fonte di lungaggini, chissà cosa starà pensando il Presidente del Consiglio e la Ministra competente per togliere questo spreco e vergogna amministrativa. Perché se si pensa che il balzello all’investire in Italia, sia nei diritti non più attuali dei lavoratori (esistono diritti non più attuali?) si sbaglia, in realtà ciò che limita gli investitori sono le incertezze sulle decisioni e sui tempi della burocrazia.
Il partito della nazione comincia a prendere forma. Ieri alla direzione del PD, c’è stato un uso smodato del termine “inclusivo”. Per avere un partito di tutti bisogna metterci tutti, da scelta civica a Sel e magari anche altri se lo ritengono opportuno. A mio avviso, allora, bisogna togliere il termine partito dal nome, è un non sense, partito è di parte, non può comprendere tutti, ma solo quelli che la pensano in un certo modo, che perseguono gli stessi obbiettivi. Allora come si pensa, e opera, in questo Paese? C’è un pensiero, e una azione, comune? Ovvero, sappiamo tutti dove vogliamo andare, con chi, in quali modi e con quali eguaglianze e diritti? Credo che il pensiero che si sta formando sia quello del tradurre le larghe intese, ossia una situazione transitoria e di emergenza, in un modo di far politica permanente, basato sulla eliminazione del confronto e del contrasto. Questo non avviene solo nel pd, ma ovunque ci sia un partito di grosse dimensioni: la lega, forza Italia, il movimento 5 stelle. Il Presidente della Repubblica spero stia meditando su quanto avviene, anche perché non è un arbitro, ma ha scelto di fare il giocatore. Il dissenso scompare, diventa un problema “inclusivo” oppure viene marginalizzato, espulso. E’ questo il concetto dialettico democratico che si ritiene utile per governare il Paese? Dire chiare le cose agli Italiani servirebbe, serve, è necessario. Poi ciascuno deciderà cosa gli piace.
Rovistare nel passato ha un fascino che conosciamo bene. E’ quello delle nostre scoperte bambine, delle soffitte impolverate, dei cassetti chiusi, delle porte male accostate delle case disabitate. La fisica o le scienze soggette alla grammatica galileiana hanno altre eroicità e coraggio. Un conto è muoversi tra il provando e il riprovando, altro è il connettere condizioni e ipotesi che si rafforzeranno ma saranno sempre mancanti di qualcosa. Cos’è la storia se non un’infinita processione di assenze e incompletezze? Eppure in questo regno così labile, che però esce dalla favola e si solidifica in prove, riscontri, analisi di carbonio 14, raffronti con certezze o quasi, c’è molto di ciò che siamo. Archeologia e neuroscienze, genetica e paleosociologia, paleoetnografia e storia, in un fondersi di discipline che datano, raffrontano, ipotizzano, trovano tracce, danno percentuali. La falsabilità delle tesi in questi campi è davvero labile, Popper non soccorre, eppure a poco a poco la nebbia diventa meno fitta e se ci manca il nitore di un’ esattezza resta il calore di uno sguardo possibile. Il mistero nel passato ha un portatore di mistero: l’uomo. E allora si procede all’interno di un’antinomia. Così quando emergono le statue di mont’e Prama, in provincia di Oristano (chissà fino a quando potremo dire in provincia di…), non è in discussione il primato greco, ma ciò che avvenne e avveniva in questo crogiolo di pensiero esplosivo che fu il Mediterraneo. E il mistero della Sardegna, custode di misteri, richiama tutte le Atlantidi del mondo, che si danno appuntamento nella nostra testa, e si fanno largo sgomitando, presentandosi con una tale ricchezza di vita che riscrive le certezze. Abbiamo la fisica, la chimica e le tecnologie, ma l’uomo è sempre quel tramite tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo. Lì, collocato a mezzo e quasi lo stesso di allora, intriso di mistero perché portatore di pensiero e di rapporto con il sé. Il mistero ha bisogno di sintonia, di accoglienza, e così penso ai bronzi di Teti, alle raffigurazioni intense e familiari da una parte all’altra delle sponde mediterranee, ai tumuli etruschi visitati in solitudine, alle sensazioni provate nel Mandrolisai, oppure nelle Barbagie, o in Ogliastra, ai silenzi dell’avellinese, all’idea che gli uomini camminavano come io facevo e che non c’era distinzione nel mezzo e nel fine, tra l’uomo di Similaun dalle mie parti e gli uomini che popolavano le rocce aspre delle parti interne della Sardegna o di ogni montagna. E nella solitudine dei luoghi si sentiva che c’era stato altro, e che non era morto, ma dormiva, emergeva e scompariva, come i fiumi carsici.
L’antico, anche biologico non era poi così lontano, parliamo di 3000 anni, ed è davvero un attimo nella storia, se si guarda nelle soffitte di casa, nella natura attorno, nelle pietre sbozzate, nelle abilità scoperte e perdute. In queste presenze/assenze si capisce che l’universo della precisione coesiste nell’universo del pressapoco e che il secondo non è meno umano. Anzi.
La porta d’ingresso laterale era una staccionata da cantiere, fatta d’assi sconnesse e legata col fil di ferro. Appena dentro il buio, forte e poi penombra, il fresco d’estate e il freddo umido d’inverno. E un immenso cantiere che andava in verticale dal pavimento, già a rettangoli di marmo rosso e bianco, al soffitto, ricostruito nel legno della carena di nave rovesciata; poi, in senso longitudinale, per più di cento metri, si andava fino a quell’abside rabberciato, quell’altar maggiore sbeccato dalle bombe, quelle pareti di cappelle che erano state una chiesa colpita, offesa, polverizzata, che ora ritornava pian piano ad essere edificio, memoria, vita. La guerra era finita da dieci anni e quella ferita rimaneva. Anche in noi ragazzini che pure la guerra non l’avevamo vista ed ora correvamo scivolando su quei pavimenti lisci, facevamo battaglie con pigne tra le staccionate, ci arrampicavamo sui ponteggi inseguiti dai carpentieri. Era accaduto l’irreparabile, ma noi eravamo vivi, spensierati, pieni di voglie piccole e immediate, giochi, dolciumi, corse, stanchezze felici.
Cosa può interessare del ricordo personale a chi non l’ha vissuto ed oggi vede una porta grande, in noce di una chiesa apparentemente, ben conservata? Poco o nulla, ma facciamo un esperimento e provate a seguirmi nella grande chiesa che allora non era più tale, alla fine degli anni ’50. La chiesa degli Eremitani, era stata bombardata per stupidità e incompetenza dagli alleati, l’11 maggio del 1944. Dovevano colpire un edificio vicino, il distretto militare, centrarono una delle più belle chiese di Padova, e un caposaldo dell’arte distruggendo il ciclo di affreschi del Mantegna giovane che aveva cambiato il pittore prima della pittura. Quella cappella Ovetari era stata contrastata sin dall’inizio, piena di lotte tra giovani e anziani artisti, gloria di una famiglia e altempo stesso di una Padova che voleva rivaleggiare con Venezia. Mantegna veniva da un paesino del contado, Isola di Carturo, ma era un caratterino non da poco. E per fortuna è stato così, altrimenti mica ci sarebbe stata la rivoluzione che cambiò modo di intendere la rappresentazione del vero. Da altre parti erano ancora alle prese con i fondi oro, con le quantità di lapislazzuli da mettere in un affresco con manti e abiti da rendere munifici e salvifici. Lui, il riottoso allievo, ha molto altro da dire e si dovrebbe parlare dei suoi rapporti burrascosi con Squarcione, Vivarini, Niccolò Pizzolo, Bono da Ferrara, Ansuino da Forlì e con i Bellini per via di matrimonio, ma sono notizie che potrete trovare ovunque. Eppoi a 8 anni mica le sapevo quelle cose, e neppure di Mantegna sapevo. Giocavo in quella bellezza infranta, con una frotta di ragazzini, inseguito dalle imprecazioni degli operai che disturbavamo. Ogni tanto eravamo richiamati dal Parroco, che era troppo buono per non capire che in quelle corse non c’era nulla di male e credo pensasse, c’era meglio tenerci vicino al campanile, piuttosto che altrove. La chiesa man mano veniva ricostruita, noi correvamo e gridavamo e a volte se ne parlava in casa. Il giorno del bombardamento, molti padovani erano andati a vedere il disastro. De Poli, Zancanaro constatarono piangendo la rovina, sparsero la commozione, anche i miei ne parlavano. Poi, constatati i recuperi nelle casse di “ruinassi” (il dialetto in queste cose è impietoso ed icastico, rovine, ecco quel che erano), forse qualche pezzo di figura o testina di affresco finì altrove. Chissà che riemerga col tempo, le cose nell’arte se non vengono distrutte, ricompaiono. Comunque il danno era stato immane e irreparabile. C’è stato un tentativo eroico di rimettere assieme i pezzi, ciò che si vede sono lacerti ed è giusto sia così, il miracolo non ce lo meritavamo. Tutti, perché ciò che si è perduto definitivamente è emblema della stupidità e non c’è giustificazione. Chi mise un distretto militare tra cappella degli Scrovegni ed Eremitani era stupido e altrettanto stupido fu chi fece l’incursione e sapeva. Se non ci fosse stata la stupidità quel luogo magico in cui si erano scontrate due visioni dell’arte ci sarebbe ancora. E forse anche la storia di noi ragazzini sarebbe stata diversa. Qualche sera fa Edoardo Boncinelli, presentava il suo ultimo libro sulla fisica e su “le leggi di Dio” nella immensa sala del Palazzo della Ragione, e così ha iniziato: sono stato a tenere conferenze in molte parti del mondo, ma in un luogo così bello non mi è mai capitato di farlo. E tutti, assieme a lui, abbiamo guardato le pareti affrescate, il soffitto a carena di nave rovesciata, e magari abbiamo pensato che quel luogo era stato ancora più bello con gli affreschi di Giotto e il soffitto di fra Giovanni Eremitano perduti nel ‘500. Ma eravamo consci della bellezza concessaci e della fortuna di esserci.
Essere cresciuti in luoghi che oscuramente riportavano al bello, che parlavano di cose che non conoscevamo, mi piace pensare che sia servito per essere un po’ più attenti, che ci abbia spinto appena un poco sulla curiosità del conoscere. E se ora ho una diversa, e più pesante, ignoranza da allora, ho anche la consapevolezza di un Paese che, ben oltre quello che si dice negli slogan e nelle stupidità che riguardano la cultura e i monumenti, ha dentro di sé la possibilità di essere migliore. Di giocare e di essere felice, ma anche di fermarsi di fronte a quello che sente superiore a sé, goderne immeritatamente e poi restituirne il senso in rispetto, tutela, crescita e nuova felicità. La bellezza non fa PIL, ma dà una cosa che nessuna ricchezza è in grado di dare, ci rende migliori.
“For the great desire I had to see | fairPadua, nursery of arts, I am arrived… | and am toPaduacome, as he that leaves | a shallow plash to plunge in the deep, and | with satiety seeks to quench his thirst. “
Per il grande desiderio che avevo di vedere | la bella Padova, culla delle arti sono arrivato… | ed a Padova sono venuto, come chi lascia | uno stagno per tuffarsi nel mare, ed | a sazietà cerca di placare la sua sete.
(William Shakespeare: la bisbetica domata . Atto 1, Scena 1)
Prima la vita, dopo la pace. Hanno distribuito le armi alle donne, a tutte, anche a quelle anziane, a Kobane. Le donne hanno sopportato le follie degli uomini, hanno accudito figli e protetto compagni, che altri avrebbero ucciso. Sono state custodi nella storia di questo animale pericoloso che si chiama uomo, di quello che gli permetteva di continuare ad esistere. L’ultimo baluardo, prima culturale, poi fisico, all’estinzione. C’è una fierezza particolare e un’ appartenenza al genere, nelle donne, che l’uomo fatica a possedere. E a capire. Per lui funziona l’istinto di sopravvivenza, per la donna si aggiunge la protezione della propria continuità. A Kobane le donne curde stanno combattendo, come altre donne hanno fatto e continueranno a fare nel mondo. Ciò che sorprende è lo scarso clamore che tutto questo suscita, anche i gesti individuali, così tanto amati dai media, si spengono in una quotidianità offensiva. Arin Mirkan, finite le munizioni si è fatta saltare in aria in mezzo ai jihadisti dell’IS, Ceylan Ozalp, 19 anni, ha riservato l’ultimo colpo per sé, per non essere catturata. Chissà quante donne hanno sinora fatto, e attuato, lo stesso pensiero: meglio morte che preda della violenza del terrore. Eppure quanto accade laggiù fa un rumore ovattato, privo di consistenza per le nostre coscienze assuefatte. Tanti anni di individualismo ci hanno abituato al fatto che tutto ciò che è lontano non ci riguarda. Eppure quelle donne e quegli uomini curdi stanno morendo in una Stalingrado attuale, per arginare una furia che se dilagasse non lascerebbe nulla di quanto amiamo come valori, come modi di vita, come libertà. Queste donne e questi uomini, muoiono da soli, per loro e per noi, senza uno Stato che li comprenda tutti. Combattono in nome di valori comuni e di una Patria che è stata solo oggetto di spartizioni e interessi cinici delle potenze occidentali. L’America scopre che i bombardamenti non sono sufficienti, che il ritiro dall’Iraq non è stata una grande idea. Magari scopre pure che le armi vengono da paesi che sono amici dagli Stati Uniti. Scopre la sua inefficienza nel governare il mondo. E’ inefficace e quindi il capitalismo provvede per suo conto. Non ci sono principi, né frontiere, tutte balle, impicci, così il petrolio comprato a 30/40 dollari il barile dai giacimenti in mano all’IS, magari finisce anche nelle nostre auto. Noi in silenzio, distratti, la notizia è in fondo alle pagine dei giornali, i telegiornali hanno bisogno di fatti più eclatanti. E a mille km da qui sono solo i Curdi a difenderci dal dilagare del califfato. Almeno il pensiero, la partecipazione, l’onore e il sostegno a queste donne e uomini. Almeno quello.