3 novembre, Redipuglia

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Facevo tutta la scalinata di corsa, fino alle tre croci, fino alla lapide dei 30.000 ignoti. Era una gara, un uscire dal luogo. Ma almeno il nome di mio nonno c’era, ma gli altri dov’erano? Possibile che nella contabilità della guerra, nei ruolini dei reggimenti, si fosse perso il nome oltre al corpo? E i dispersi, dove vuoi che fossero finiti, erano morti come gli altri.  I corpi chissà dov’erano in quell’immane confusione che faceva recuperare, possibilmente senza farsi ammazzare e seppellire in fretta.  Solo una medaglietta faceva la differenza, e il trovarla certificava la morte. In quel macello che furono le alture tra Gorizia e Trieste, si poteva ben dare un nome a tutti, scriverlo e poi lasciare i piccoli cimiteri di guerra con le tombe e le armi frammiste, le armi ormai inservibili che raccontavano che la follia si era compiuta e ora c’era la pace. Basta sangue, fucilate alle spalle per chi non andava all’assalto, per chi non si faceva ammazzare, basta contadini e operai che si massacravano anziché lavorare, sfamare le famiglie, i figli piccoli. Basta quelli di là e quelli di qua. Basta. Sarebbe bastato un luogo dei nomi, delle identità e un luogo delle ossa per le visite, per i fiori. Non importa chi c’era sotto, ma un luogo serviva, era un porto del senso, l’idea che non fosse sparito tutto e rimanesse solo il dolore, l’affetto, l’amore senza oggetto.  

Mia nonna ricordava il primo cimitero  la fatica di ritrovare il nome, le croci che arrugginivano velocemente, la confusione che riportava alla necessità di seppellire velocemente, non alla pietà o al sentimento. Necessità che reparti assolvevano come logistica: un luogo per i vivi a termine, la trincea, un luogo per i morti, la retrovia dove non si moriva. Si invertiva la logica delle cose: dov’era il pericolo i vivi, dov’era la sicurezza, i morti.  Il morale della truppa, l’igiene, la necessità. Ma lo iato nelle teste non esisteva se non ricacciato dal reale: chi era amico del morto moriva assieme o di lì a poco. Il carnaio era per forza anonimo, solo la medaglietta attestava che qualcosa era avvenuto e nella contabilità dei reparti ciò che non si trovava era disperso. Non vivo e non morto, non utile alla guerra, incapace di essere per testimoniare un’azione, un assalto, una vittoria che valeva dieci, venti metri.

Quattrocentomila, contadini per lo più, e operai, assieme all’intelligenza interventista dalla nostra parte. E dall’altra, ancora contadini e operai e ragazzi di liceo e universitari subito ufficiali. Non c’è più distinzione ora, tutti assieme. E non c’era neppure allora, era solo impossibile ribellarsi all’evidenza, all’insensatezza.

Da piccolo pensavo che il colle di Redipuglia fosse un cumulo di ossa e che sopra ci avessero fatto i sacrari. Centomila morti dovevano avere un volume, essere messi da qualche parte. E invece chissà dov’erano i morti veri, serviva il numero, non le ossa, e la retorica fascista aveva avuto bisogno di grandi numeri, di più sacrari e più inaugurazioni, fino all’ultimo con i 22 gradoni, con quel PRESENTE, scandito sulle cornici, ripetuto all’infinito. Mio nonno a casa era presente. Lo era stato ai suoi anzitutto: pochi, una moglie, due figli. Poi a noi, ai nipoti, pochi, due ancora, che sentivamo di avere una presenza particolare in un luogo particolare. Sacro. Era importante quella parola, alta, riportava alle chiese, a ciò che era inviolabile. Come ci fosse qualcosa di sacro nella guerra, in una vittoria o in una sconfitta e la morte senza senso diventasse più alta. SACRO. Era scritto ovunque, ma il fatto di non poter mettere un fiore incrinava tutto, ogni giustificazione e sacralità. Anche i santi avevano un corpo, un luogo dove mettere i fiori, lì c’era un immenso libro aperto con i nomi che si susseguivano e non c’era un posto per dire: era assieme a me, era mio, c’ero io accanto a lui. Mia nonna, che qualche ragione per quella morte voleva trovarla e non le bastava il nome e il PRESENTE, anche per lei il posto per un fiore, una tomba normale, un luogo per depositare gli affetti mancava. Nonostante il sacro, la croce di guerra, una fotografia e il figlio, le era rimasto quel vuoto aggiuntivo di una pietà impossibile, di un corpo sottratto due volte, e quell’epiteto di guerra santa, magari lo ripeteva per attaccarsi a una ragione tangibile, ma non le bastava,

Così si andava a Redipuglia a novembre e io mi chiedevo cosa c’entrasse la Puglia con Trieste. E infatti non c’entrava, ma tutte le congetture erano buone per dare un nome a un luogo che non doveva essere sloveno. Sennò che senso avrebbe avuto tutto ciò? E neppure tutte le ossa dei centomila sopra e dei centomila sotto c’entravano con quello che vedevo. Dove li avevano messi? Una collina di morti con un’unico marmo sopra, un segno, un lenzuolo di pietra, questo vedevo.

Ecco, era un lenzuolo di pietra.

giù dalle colline verso la pianura

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Sono colline estenuate, stanche d’appennino. Riottose quel tanto da mostrare ferite di antiche gare geologiche, calanchi, che si gettano in mari che non esistono più. Ma verranno, oh sì che torneranno i mari, la terra è un galantuomo ( strano si metta al maschile le cose che si mantengono, le donne mantengono assai di più, forse pensare oltre il genere fa capire quanto poveri siano i modi di dire a fronte della realtà), ha tempo e si riprenderà la terra data a prestito, la riconsegnerà ai pesci, e attenderà che altre insensatezze la facciano reagire. A suo modo, certo, con quella pacatezza che si scorge in queste colline che contengono l’uomo, non ne sono contenute. Le città di pietra presa dai colli, le cattedrali meravigliose di marmi, il pavimento più bello del mondo, le opere d’arte, le torri arroganti, i palazzi rossi di mattoni, tutto questo immane ingegno profuso, si scioglie nel paesaggio. Perché basta un cipresso a fermare il passo. Un dorso di collina che si staglia contro il cielo, le scie di colori d’autunno giocati sulle variazioni del verde, la natura e l’opera dell’uomo, rallentano l’andare perché presi dalla quantità di bellezza bisogna lasciare tempo per accogliere, per esserne pervasi. Poi magari ci si accorge che mancano i colori del nord, che non ci sono i viali di platani che spingono frotte di foglie giallo marroni verso le auto, che i marciapiedi e i bordi delle strade non croccano sotto le scarpe, che l’aria è priva del mulinare nel vento di fine ottobre. Mancano perché questo è il regno dei sempreverdi, e le piante decidue, che pur ci sono, sembrano complemento al verde, mai protagoniste. Ma tutto manca distrattamente e rende lontano e privo di senso ogni confronto, qui e ora non può che essere così. L’immanenza dell’esistere nel momento qui trova la sua realizzazione, non nella piccola ricerca dell’attimo, nella soddisfazione che si esaurisce.

Scendere a Siena come Guidoriccio da Fogliano è semplice, i paesi sono un po’ più grandi dei castelli del ‘300, ma le colline sono le stesse. Mancano i nomi bellissimi dei condottieri e dei popolani (chissà che fine ha fatto questa capacità di dare ai bambini nomi originali, che tracciavano destini ed erano già un biglietto da visita, sostituendoli con le pletore di Katie, Samanthe, ecc. ecc.), ma se si scava nelle parole dei luoghi, Montaperti è ancora una ferita per una parte e una gloria per l’altra. Anche sui partiti, su quei guelfi (bianchi e neri, con non pochi distinguo, perché in Italia avere una posizione duale è praticamente impossibile e chi propugna sistemi politici binari dovrebbe rendersene conto che questo è il paese in cui ci si dilania sulle sfumature per non giungere mai al contenuto) e ghibellini che fanno parte del nostro modo irrisolto di gestire e separare la cosa pubblica dal credo spirituale delle persone. Scendere è facile dalle colline, meglio per le strade secondarie, meglio evitare le superstrade che puntano a obbiettivi lontani e tolgono la vista, meglio restare nel silenzio, fermarsi al ciglio e guardare. Prima guardare e poi fotografare. E non di rado tenere solo dentro sé l’impressione, perché quel verde, quel colpo d’occhio, quel profumo di legna bruciata, quell’eco di parlata nel borgo, quell’azzurro distante, e soprattutto quell’essere travolti dalla bellezza di esserci e vivere, non verrà mai in una fotografia. Ma dentro di noi sì resta la sensazione, che continuerà a lavorare sui particolari, che penserà alle colline belle come il duomo di Siena, che restituirà una sensazione di equilibrio nella gara del meraviglioso. Era una partita, l’uomo ha dato il meglio, ma il tempo non l’ha mai avuto dalla sua parte e le colline, piano piano hanno inglobato tutto, la cornice si è presa il quadro, rispettando le singolarità, i guizzi di genio, ma alla fine ciò che resta è la sensazione di essere immersi in un tutto in cui l’uomo si inchina, mostra la sua esistenza e si sente parte. questo è il vero equilibrio, la pace, la vittoria della bellezza che non ha vincitori.

disagio

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Non conosco il limite del disagio altrui, per cui mi fermo molto prima. E m’infastidisce la battuta greve, il gesto ostentato, l’imposizione sguaiata di un atteggiamento. Tutto questo mi fa sentire a disagio e m’ammutolisce, perché mi pare di sentire la difficoltà altrui, l’aggressività subita. Poi vedo gli altri attorno che ridono, anche le risate forzate vedo, e mi chiedo se il mio sentirmi estraneo ecceda le relazioni, se non mi ponga troppe premure. Però non mi è possibile sentire altrimenti: o si è portati oppure queste situazioni daranno fastidio sempre. Un conto è l’intimità, il condividere una confidenza che è fatta di parole, gesti, attenzioni e curiosità, un conto è la vita tra chi a malapena si conosce. Eppure ostentare pare segno di sicurezza, forse di dominio e sembra che il violare le regole sia divertente, a volte gradito. A me dà solo imbarazzo e la sensazione d’essere fuori posto.

la giornata del cronista

La città è contornata da mura, ammassi ordinati di pietre, mattoni e calce. Il rosso delle mura è un orizzonte e un porto sicuro per chi giunge attraverso le strade antiche e quelle nuove, appena accennate nel fango. La via Annia, la via Popillia verso Altino, le strade di un impero morto 800 anni prima continuano ad essere usate. Dentro le mura, case basse in legno addossate le une alle altre, quasi tutte le strade sono in terra battuta, vicino alla reggia e al castello del vescovo, svettano le case a torre, sono più di 50 e testimoniano un benessere raggiunto dalla nobiltà di campagna scesa in città dai feudi. I palazzi veri e propri, non sono molti oltre a quello del signore. C’è molto legno nelle case e la pietra riempie i muri portanti, non si fa molta strada per trovarla, i marmi e i laterizi romani, affiorano ovunque. I veri palazzi importanti sono quelli civili e rivaleggiano, spesso vincendo, con le chiese, entrambi testimoniano la solidità economica della città e i suoi commerci. Le case dei nobili, dei mercanti, dei notabili, hanno una loro relativa bellezza e comodità, le facciate sono decorate a fresco, ma il rinascimento si sente appena e gli spazi testimoniano più l’uso che l’apparenza.

La casa del cronista non è dissimile da quella del grande poeta toscano, che fu canonico della cattedrale: due piani, uno spazio verde avanti e nel retro della casa. Al piano terra la cucina e una stanza ampia per ricevere e desinare, un uscio si apre su un piccolo orto, verdure, albero da frutto, qualche gallina e coniglio. Al primo piano le camere da letto, due, abbastanza piccole, lo studio con pochi libri e il tavolo e la sedia rivolti verso la finestra, un leggio molto alto riceve la luce. I domestici dormono o in cucina o in una piccola stanza dove si accatastano le poche cose in disuso: mobili tarlati e rotti, abiti smessi per consunzione, un baule dipinto.

Il cronista scrive spesso in piedi, sul leggio che porta il calamo e un lume. Il lume viene acceso di rado. Scrive con caratteri regolari in latino e in volgare. Le parole sono ordinate e fitte, l’inchiostro è solitamente il nero, i capitesto possono avere qualche nota di rosso. Scrive ogni giorno o quasi, la tarda mattina e il pomeriggio. i fatti gli vengono riportati e riguardano la città. Ogni giorno si reca a corte e raccoglie altri fatti notevoli. Racconta ciò che vede e vuol far vedere, il frutto delle sue peregrinazioni tra i luoghi della vita politica, economica e civile della città. Le piazze del mercato, il palazzo di giustizia ( che qui si chiama come in altre città vicine, della Ragione e il sottinteso è che nella città vi sia una giustizia giusta, che non si pratichi l’arbitrio, ed è questa una grande conquista di civiltà), frequenta lo Studio, in particolare l’università dei giuristi. Quella degli artisti è più impregnata del fare e meno interessante nel discettare. Le lezioni hanno grandi maestri, pagati dagli studenti che li possono licenziare, per questo sono stimolati a eccellere in persuasione, profondità di dottrina e retorica. Il pensiero è aristotelico, ma totalmente nuovo rispetto all’impostazione tomistica di Tommaso e appare qualche vena di platonismo e di attenzione al corpo e all’uomo pur governato dallo spirito. Dopo che un amico di Marco Polo, Pietro d’Abano, filosofo e medico, è stato arso dopo morto per la condanna come ateo ed eretico, lo Studio è meno ardito, però si discetta molto sull’immortalità dell’anima e un suo studente è diventato rettore della Sorbona e poi consigliere dell’imperatore. Si chiama Marsilio ed è riuscito a porre le basi del potere laico sottraendolo all’imperio religioso.

Il cronista conosce queste vicende, ascolta, parla, interviene. Chiede ai forestieri, e forestieri sono tutti i non villani, che entrano in città, raccoglie notizie sulle città vicine, sui principi e la loro potenza. E’ un giornalista ante litteram, ma non ha l’obbligo dello scoop e della notizia, così la sua cronaca punta più al quotidiano del potere e della città per fare in modo che resti traccia, non si consumi il ricordo. Nella sua pelosa oggettività evita le vicende che lo costringono a schierarsi contro qualche potere costituito. La chiesa è uno di questi ed è pericolosa. Ma la libertà ha concetti molto diversi da quelli attuali.  Scrive con continuità, è il suo mestiere e il signore lo ricompensa per questo, però scrive anche per sé, per questo m’interessa. Gli piace il racconto del vero, il succedersi dei fatti e delle stagioni. Ha un crivello del tempo che distingue ciò che è notevole da ciò che non lo è. Le cose di pietra, le feste, gli stemmi che poi sono narrazioni di famiglie, sono miniere di simboli, che vengono decifrati e collocati nella giusta ascendenza del potere, il suo è un percorso di gloria, non la sua ma quella di ciò che descrive attorno. Durante la sua vita succederà un rivolgimento assoluto, il signore decadrà, perdendo vita e potere, lui se ne fa rapidamente una ragione e continua a scrivere, ad annotare e il libro si riempie di caratteri e di nuovi fatti. Le persone sono sempre un contorno, premono sulla pagina per entrare, ma al più emergono dai particolari, le singole vite si mescolano nella rappresentazione della città. Anno dopo anno le annotazioni dipingono il luogo di una città non piccola e una grande storia. E’ la stessa storia che serve per far ascendere alcuni e ignorare altri, perché la sua cronaca è l’oggi, ma è rivolta al futuro. A futura memoria, il passato deve servire a qualcosa. A legittimare, lasciare traccia di un consenso presunto.

Lui sa che quasi nessuno è in grado di leggere quanto scrive, può farlo il potere o i professori dello studio, ma la sua cronaca è destinata alla città e al futuro, e attraverso la narrazione del potere, dei fatti, della meraviglia, narra per sé e per pochi che possono condividere. Con costanza allinea storie, fatti, interpretazioni, in un lavoro che percorre la sua vita ed in questo giornale che lui scrive ad memoriam, trova la sua felicità. 

ottobre

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Ottobre era la scuola. E quel cortile mi sembrava immenso. Così vuoto e contornato dalle finestre alte delle aule, era una piazza d’armi per piccoli soldatini schierati. Un luogo per adunate e queste accadevano quando iniziava l’anno scolastico o in quelle feste che sembravano arrivare dalla rivoluzione francese o dal libro Cuore. Noi mica lo sapevamo che arrivavano da così distante, ci lasciavamo educare a qualcosa, in cortile, con le classi, allineati.

Il resto dell’anno, con il tempo buono, serviva per ricreazione, si riempiva di corse, merende, chiacchierate, spinte, risate. Oppure era un contenitore deserto in cui fare correre lo sguardo, incantarsi di neve e di pioggia Era il luogo delle tre stagioni scolastiche, il nostro scorrere del tempo. L’estate era altrove, fatta di terra, sabbia, alberi e cespugli, qui c’era ghiaino, uno spiazzo in cemento e un gruppo d’alberi, olmi credo, che sembravano enormi. Tutto sembrava enorme, anche quello spazio vuoto in cui si poteva correre, cadere, rialzarsi, ridere, giocare, guardare, perdersi, essere rimproverati, e poi comunque, col corpo o con la testa, rientrare nelle classi che profumavano di legno, carta e inchiostro.

A ottobre c’erano subito delle feste, san Francesco che era proprio festivo, ma anche delle feste civili, molto scolastiche, senza vacanza: la festa  del risparmio e quella degli alberi.

Ascoltavamo giudiziosi la virtù del mettere da parte. Non avevamo nulla, molti di noi portavano abiti rivoltati e rammendi, ma dovevamo mettere da parte qualcosa. Dopo essere stato indottrinato, a casa, osservavo quella cassettina di metallo che la cassa di risparmio diffondeva tra le famiglie, mettevo una monetina e subito mi pentivo. Quante volte ho cercato di invertire il corso del giudizio per una salutare dissipazione delle mie sostanze, niente da fare, la banca aveva pensato ai reprobi mettendo delle lamelle che impedivano il percorso inverso delle monete. Già allora le banche rivelavano la loro natura rapace che teneva ben stretta le virtù affidate ed era impossibile recuperare il maltolto, così mi restava il rimpianto più che la soddisfazione del gesto. L’idea del risparmio però passava nelle teste, anche attraverso i pentimenti e mi piaceva la cerimonia del vuotare la cassettina in banca. Appollaiato con i gomiti sul marmo del bancone altissimo, scalciavo con i piedi sollevati da terra, ma non perdevo di vista l’impiegato che apriva e contava le monetine. Erano cosa mia quelle poche, per me tante, lirette che nelle mie mani bucate sarebbero finite in un pomeriggio tra l’edicola e il negozio di dolciumi e che guardavo scomparire in un cassetto per venire annotate su un libretto di risparmio. Una cifra e tanti sacrifici. Era allora che cercavo di ricordare cosa mi era stato detto nella giornata del risparmio, almeno per conservare un briciolo di soddisfazione visto che altro non avevo in cambio delle mie privazioni. Quei soldi non li avrei più visti, sarebbero finiti in scarpe o maglioni, al più, invocandoli, avrebbero propiziato qualche giocattolo da vacanze. Insomma una ingiustizia, visto che ciò che mi veniva dato era subito in parte restituito, e questo doveva avere qualche significato salvifico, mi avrebbe preservato dalla miseria forse, ma mi pareva così inconsistente quello che avevo, che dovevo ingigantirlo e sentirmi ricco con niente. 

La festa degli alberi era altra cosa, la guerra aveva distrutto molto e bisognava rimboschire. A me sembrava abbastanza immaginifico quello che mi veniva detto, Padova era una città ricchissima di verde e tutt’attorno c’era campagna, i colli erano pieni di castagni e ciliegi. Ciò che non sapevo allora era che quel verde sarebbe stato sostituito da case, palazzi, fabbriche, cementificazione selvaggia, speculazione edilizia. Però non credo che chi ci insegnava a piantare e amare gli alberi prevedesse tutto questo, c’era solo un baco nel ragionamento, nelle teste perché era naturale che fosse così, il progresso erano case e fabbriche e così chi piantava alberi simbolici contemporaneamente nella sua testa li spiantava per far posto al cemento. Comunque ho imparato allora ad amare gli alberi e non ho più smesso, mi sorprende solo che la mia stessa generazione si sia resa responsabile di tali e tanti scempi ambientali successivi. Certo che un dubbio mi poteva pure venire allora, perché non ho mai capito dove venisse piantato quell’albero che veneravamo nella sua festa, non nel cortile, regno del ghiaino, neppure nell’orto del custode che altrimenti in un paio d’anni avrebbe avuto una foresta, insomma compariva e spariva. Ed io che sperimentavo la virtualità dell’albero, mi tacitavo pensando lo portassero fuori città, magari sui colli, dove c’era bisogno e sarebbe cresciuto forte e sano come noi, Almeno così speravo, perché se fosse stato riportato al suo vivaio, a noi ragazzi di città, sarebbe stata raccontata una bugia in più. E non ci avrebbe fatto bene.

settembre

E’ un pensieraccio, di quelli squinternati, senza approfondimento, che prendono per l’immediatezza e per un colore grosso e vivido, uno sbaffo di smalto su un muro bianco. La gente di lago è settembrina. Ecco l’ho detto, già un po’ vorrei approfondire, rifinire la frase, aggiungere un aggettivo: è settembrina e morbida. Morbida d’onda, chiusa nelle case con grandi finestre, adusa a vedere la neve e non considerarla un’eccezione, con l’ orecchio che avverte la differenza nello sciacquio e coglie il vento associandolo al bianco delle vele. Settembrina nella dolcezza del tratto e nella elasticità dell’acciaio che contengono. Molle lente, caricate per durare, tempi di pendolo e rintocco, ghiaia che si sposta senza alzare fango.

E così entro in settembre. Si è consumata l’attesa del caldo, la promessa garrula dell’estate, le pagine intonse in cui era possibile scrivere tutto. E con essa declinano i pomeriggi lunghi di noia calda, la luce sguaiata a picco, l’attesa della festa rumorosa, i colori bruciati che ravvivano solo nella sera. Dopo la folla orizzontale del mare, il profumo di salso bistrato di abbronzanti, ci si rizza per settembre, si cammina, si legge il verde che supera il giallo, è un andare senza fatica, un tenere la porta aperta al giorno, senza più il dovere di divertirsi e la relativa colpa nel non riuscire. Settembre è l’altra faccia dell’estate, il ritorno a casa mantenendo voglia di sole queto e acqua per riposare lo sguardo. Forse per questo mi porta al lago, verso una propensione al sentire/sentimento che l’estate rende leggera. Frizzar via di luce e ascoltare il suono che entra assieme al colore, accogliere, pensare che si cambia, lasciare che il pensiero riallacci e apprezzi ciò che altrove viene compiuto. Non noi che perseguiamo le nostre vite con soddisfazioni ardue, ma altri che scavano con metodo e leggerezza, che cercano in sé il senso di ciò che sta attorno, che non si fermano e si compromettono nel vivere.

Settembre, un tempo per fermarsi di più nel mattino, sentire sulla pelle nuda la sedia, la gamba ripiegata, il caffè che riempie l’aria, trattenere un gesto, un fiotto di bene, guardar fuori e dentro, ascoltare una felicità sottile che sa d’acqua dolce, di luce riflessa, di parole rade punteggiate di piccole risate: moti protesi nella terra di nessuno dove si condivide. Settembre. 

inutili fedeltà

Noi siamo il nostro destino ed esso comunque giunge a compimento, ma è diverso accettarlo supinamente oppure lottare perché esso sia differente dall’apparenza. In entrambi i casi interagiamo con esso e ciò che si produce è un poligono di volontà che genera situazioni, fatti, realtà.

E’ solo più difficile esserne consapevoli sino in fondo e trovare l’energia necessaria perché non tanto l’obbiettivo, poca cosa spesso, si realizzi, ma perché ci sia la coincidenza di noi con l’azione, o con ciò che avviene. Quindi il conformarsi al caso è un agire conformandosi a sé, accompagnati dalla coscienza di noi stessi: essere nella corrente e gestire la nostra direzione conformemente a noi.  Perché la diversità ci rende differenti, ci toglie l’alibi delle abitudini e del conosciuto e soprattutto ci estrae dal bozzolo della predestinazione in cui noi, non il destino, ci siamo ficcati.

La lotta con il daemon apparente ci spinge avanti verso quello profondo. E’ movimento ed è fatica muoversi. 

Se non lo si fa, se si attende e si pensa sia solo il destino a governarci, cosa resterà di noi? Come ci assomiglieremo davvero? 

Verrai solo tu a questo appuntamento,

vuoto di te,

e ancora non ti riconoscerai.

 

 

 

 

tre scalini

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Non è il bere ma il luogo. Passati i tempi in cui ci si imbastardiva di chiacchiere e vino, di spritz a cui seguivano prosecchi per poi finire nel rosso, perché il rosso pulisce la bocca e allora mangiamo un’acciughina e poi un bianchetto. Finiti. E se sono finiti bisogna prenderne atto. Anche il camminare adesso è footing o tapis roulant, gente che corre in mutande griffate, ma sempre mutande sono. E sono criceti o topi, similia similiantur, i pod, musica nelle orecchie, telefonino e corsa, prima erano vasche, ragazze, parole buttate da un marciapiede all’altro, allegria, insieme, risate, battute. Basta, finito!

E’ il posto non il bere. E il bel vedere umano e di pietre che fluisce attorno. Pieno di giorno: psicologia e ingegneria alimentano flussi alla Escher. Chissà dove andranno, entreranno, usciranno, ascolteranno, con i patemi d’animo di necessità, le pulsioni di necessità, gli slanci di vita di necessità. Ecchè è una condanna l’università? Poi la sera è diversamente pieno (cioè pieno con diversi, ché mica sono sempre gli stessi), solo perché e’ un bel stare, passare, andare. Credo che passare sotto la porta sia benefico, visto quanti vanno e tornano. Perfino la scalinata del porto ha sempre ragazzi che parlano, amoreggiano, bevono. Eppoi si mischiano con i docenti, con i congressini dove finite le relazioni fa figo bere all’italiana e tutti parlano inglese, ridono e s’annoiano da morire. Si mescolano con i fancazzisti come me che passano, si siedono e fumano mezzi toscani, con i tossici, gli spacciatori (adesso pochi, chissà dove sono finiti), quelli che arrivano in barca remando alla veneta, attraccano e vengono a bere e poi se ne vanno chissà dove, quelli che studiano in disparte e il mondo non esiste, quelli che discutono di fisica e si prendono a male parole sulle baggianate delle pseudoscienze, sullo spiritualismo, sulle religioni, sulla filosofia e trovano un accordo sulla musica, mentre si fanno un rosso e un prosecco, quelli che chiedono quanto costa uno spritz e intanto ti scroccano da fumare, quelli che fumano e non hanno mai da accendere, quelli che si prendono le pizze alla focacceria e il vino al bar, così si spende meno, quelli che sbarcano dal Burchiello e sono rintronati di sole e tompegane e non sanno più dove sono e vagano in gruppo tutti soli, quelli che cercano un ristorante e finiscono dai cinesi, quelli che sono lì per il concerto due ore prima, quelli che le zanzare e ‘sto cazzo di comune che non fa niente, quelli che si fanno la birretta, poi lo sprizzetto, poi il bianchetto, poi il rosso, poi il tramezzino, poi non c’ho fame e mi gira un po’ la testa, quello che vende il pop corn che nessuno compra ed è vestito di bianco come un gelataio, quelli che si sono laureati e cantano dottore dottore del buso del c.., quelli che gli hanno fregato la bici e vengono a vedere  le occasioni al volo, quelli che vorrebbero stare quieti e per i fatti loro e hanno proprio sbagliato posto.

E poi c’è Julija che fa gli esami per fare la psicologa terapeuta e tutti facciamo il tifo per lei, Julija che fa uno spritz buono e carico di bitter che due sarebbero troppi, ma il troppo non stroppia, Julija che parla dell’olio di canapa e dei suoi benefici effetti e tutti capiscono altro, Julija che sorride mentre dà la seconda dose di patatine, Julija che canta ma mai al bar, Julija che viene da distante ed è di casa, Julija che ti chiede come stai e sembra volerlo sapere davvero. Poi sulla terrazzetta ci sono Ale e Moreno, la partita di calcio sul lenzuolo, e tutti a dire e a criticare e magari si tira tardi, fino all’ennesima fumata perché tutto è un’altra storia e anche a parlar di tutto, alla fine poi si chiude e ognuno se ne va.

C’è un mondo in quel posto, che a coglierlo bene ti strappa dai pensieri di prima e di dopo, un mondo durante dove si vive solo lì, perché non si porta via e neppure si toglie, un mondo dove ricevi e dai quello che vuoi, un mondo dove tutti aggiungono e nessuno ha il bandolo del puzzle, perché è nell’aria, nelle pietre, nell’acqua, in quei tre scalini che sono quattro, nelle persone che si fermano e in quelle che passano, nei cani portati a spasso e non hanno voglia e in quelli che corrono sull’argine, nelle biciclette nel canale e in quelle appoggiate ai muretti, nel vociare, nei sorrisi, nei silenzi, nelle lacrime che qualche volta seguono un esame, un amore, un pezzo di vita, come la coda di una nutria che attraversa il fiume, guarda la barca e chi rema e poi se ne va.

silenzi

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Ci sono parole che durano poco, altre lasciano nell’aria il sapore frizzante della frutta troppo matura. Parole aspre si confondono nei noccioli tondi di significato, altre parole restano sole, chiedono, torcendo interrogativi. Con le parole si può fare molto, arrotarle per ferire, oppure renderle tonde e polite per accarezzare. Si possono plasmare o lasciar scorrere, trattenere o sbottare. In fondo le parole sono facili come i gatti di casa: dormono molto e graffiano il necessario. Diverso il silenzio, o meglio, i silenzi. Dipende dal loro peso e imposizione. Bella forza, direte, questo s’impara da piccoli, magari ricordando la punizione del silenzio imposto come una privazione di amore prima che di libertà di dire, ma se usciamo dal contesto del proprio ricordo, non è sempre così. Ci sono silenzi pubblici e silenzi privati. Silenzi che non parlano e silenzi che gridano. C’è un silenzio amoroso che non ha bisogno di parole e un silenzio d’intelligenza che è avido di concentrazione.

Ci sono silenzi politici che assomigliano molto alle parole della politica, non dicono quello che davvero pensano. E non è che, essendo mentitori, dicano di meno, anzi portano avanti un’assenza di coerenza che confonde, fa male alle idee e alla speranza. Pensate al silenzio del Pd sulle vicende attuali di Berlusconi, è un silenzio imbarazzante, prono ad equilibri inconfessabili, un silenzio che non è rispetto verso la magistratura, ma incapacità e malessere per sé stessi e per la verità. Ma come, ci sono condanne che si susseguono nei confronti della stessa persona che è stato prima avversario e poi nemico, e non si dice nulla? Ci si trincera dietro al fatto che le sentenze si rispettano e non si commentano? E la mutazione antropologica dei costumi portata innanzi in questi anni, fino a giustificare tutto nel nome del denaro e del potere, non vale nulla? Una sentenza ripristina un confine, dice ciò che sta da una parte e ciò che è dall’altra, ripristina il bene comune, la giustizia, riconciliandola con l’etica sociale. Tutto questo non merita un commento? Oppure il timore è che cada il governo? E se anche fosse, un tornare verso i valori importanti per tutti, non basterebbe per essere evidenziato, detto ad alta voce? Questi fatti hanno un valore politico e il silenzio in politica è omissione, confonde chi attende una parola chiara, un segnale che gli sforzi hanno un senso, che il vivere assieme e avere delle leggi, ha un senso.

Anche nella vita quotidiana, in quella dei sentimenti, in particolare, il silenzio ha un valore se è legato al cuore. Altrimenti il silenzio può essere assenza ribadita d’amore e quando subentra dovrebbe essere colto, almeno per quanto esso sta raccontando, ovvero una scelta differente, un’ incapacità, un patto che si rompe. L’innamoramento è ciarliero, entusiasta, fatto di flussi di parole dove anche i silenzi sono talmente ricchi di condivisione da assorbire la stessa parola, per questo nei sentimenti, il silenzio parla, proprio perché fa parte del sentire comune. E quando smette di parlare è perché la comunicazione si è interrotta e con essa il sentire comune. Quindi il problema non è stare in silenzio, ma dare ad esso un senso univoco, farlo parlare. E questo non è difficile, anzi al contrario della politica, il silenzio tra le persone può essere articolato in tutte le sue gamme, anche quelle oscure e pesanti, frutto del disamore, ma importante è che non nasconda, che sia inequivocabile.

Chi frequenta il silenzio, conosce la sua chiarezza, la forza che esercita su di sé prima che sugli altri, che lo porta verso la verità. Ecco, importante nel silenzio è che ci sia la verità interiore, ovvero ciò che si sente. La parola cerca di fare le stesse cose, ma fa fatica, si porta su terreni ambivalenti, e quando subentra la stanchezza dell’essere confusi, un po’ di silenzio fa bene. Aiuta molto a capire ciò che si vorrebbe dire e non trova le giuste parole.

maturità

Chissà cosa significa oggi l’esame di maturità, quanto conservi delle antiche paure che facevano perdere il sonno e cosa rappresenta ora come passaggio. Mi chiedo anche quanto distante sia la percezione dei ragazzi da quella dei genitori, che rivivono qualcosa che li ha colpiti allora. Certo è che l’esame di maturità è mutato molto negli ultimi 30 anni.

Quando l’esame di maturità nacque, nel 1923, pochi anni prima, a 17 anni, i ragazzi avevano fatto la guerra e comunque, anche in tempo di pace, a quell’età la giovinezza si avviava alla fine. L’università, per i pochi che la facevano, era l’anticamera del lavoro, per gli altri il lavoro iniziava subito, ed erano stati privilegiati rispetto ai coetanei che avevano iniziato a lavorare 6-7 anni prima. Gli uomini a 18 anni facevano il militare, altro passaggio verso la maturità, comunque tutti erano convinti di essere grandi e autosufficienti. E la maturità non rappresentava forse questo, sia pure camuffata da esame? ovvero la capacità di disporre del proprio presente, costruire un futuro, avere un posto proprio nella società. Eh sì, era proprio questo lo snodo: il posto nella società, il ruolo, l’essere titolare di famiglia, generare figli, ecc. ecc. Oggi questo non c’è più, ovvero non è garantito e infatti l’essere maturi non certifica nulla se non il superamento di un esame scolastico e al più fa cambiare scuola. E allora, forse adesso, il solo significato della maturità è che in essa c’è la prima vera prova in un mondo iperprotetto. 

Ci si dovrebbe anche chiedere se aiuti a crescere, se l’esame sia sufficientemente severo da proiettare negli anni precedenti la sua ombra e quindi essere formativo anche in tal senso. 

Nel ’69, durante le occupazioni, si studiava come funzionava l’università altrove, secondo il buon principio sul colore dell’erba del vicino, un esempio che mi piaceva era quello francese dove tutto avveniva alla fine con l’esame di accesso alla professione, dopo la tesi. Una sorta di esamone di maturità, che faceva di uno studente un laureato vero, cioè una somma di nozioni che diventavano competenze. Non so se sia ancora così in Francia, ma in Italia l’impressione che si ha, è che in questi anni gli ostacoli della corsa si siano abbassati e che si corra più veloci, ma verso dove nessuno lo sa.

p.s. non è che mi piaccia il brivido nefando dell’esame di maturità, tra l’altro l’ho fatto quando si portavano tutte le materie e la commissione, tranne uno era fatta tutta di esterni, e neppure vorrei che si restaurasse qualcosa che non ha più senso. Quello che mi chiedo è proprio questo: il senso. Se la maturità è la prima vera prova allora come tale dovrebbe essere vissuta, ma mi piacerebbe che non fosse una finzione, perché allora servirebbe a poco e soprattutto nasconderebbe altro, ovvero l’incapacità sociale di dare un ruolo e il convergere verso l’iperprotettività, quello che insomma non aiuta a crescere.