amicizie virtuali

Mi viene chiesto di confermare una “amicizia ” su fb. Me lo chiedo anch’io, confermo? Amicizia ha un significato preciso, e per me il social ha meno rilevanza del rapporto umano vero, però c’è anche questo mezzo. Mica mi obbliga nessuno a starci, basta non raccontare come non si è. Quello che dico, sia nel virtuale o meno, è sotto mia responsabilità, quindi se si parla si dovrebbe permettere d’essere ascoltati. Ma la vita è altro, su fb è tutto è così parziale… Anche se possono nascere vere amicizie, in fondo tra affini ci si riconosce.

Non facciamola lunga, i veri amici hanno il mio telefono, sanno che ci sono, e questo basta per tracciare un confine. Non ho obiettivi, non devo crescere in popolarità, non ho nulla di cui vantarmi, leggo il profilo e acconsento. Può finire qui, ma sarebbe meglio avvisare che sono un po’ esigente e che se qualcosa mi disturba, prima dico che non mi va e poi taglio. E non si tratta di avere idee diverse, o almeno non troppo, ma se i nostri mondi che non si parlano, qui lo si scopre dopo. Mica è come nella realtà che capisco se cercarti o bere il caffè con te. E’ importante un caffè assieme, perché ti parlerei di ciò che penso con fiducia e senza pesare troppo le parole.

Questo è il limes con la realtà: cercare davvero l’altro e unire un piccolo piacere alla nostra fiducia. 

 Amor mio fedele, primo, pure la notte in sogno ti vedo; / mi sveglio e non ti rivedo, / e comincio a piangere a lungo. / Poni il mio amore nella tua anima / com’io l’ho nel mio cuore, / perché così vanno le cose nella vita: / amare come si è amati.

l’ultimo giorno di scuola

Con gli ultimi giorni di scuola, irrompeva l’estate, quella vera non quella del calendario. Le aule, allora come adesso, erano fatte per l’inverno, per le stagioni a mezzo, così il sole di giugno, mostrava lo sporco degli angoli e dei banchi, si perdeva tra gli intagli pazienti contornati d’inchiostro, batteva sui vetri opachi di polvere e polline e finiva per illuminare impudiche pareti sporche di pedate. Eravamo in un mondo povero e senza gloria mentre fuori c’era il mondo vero. Ascoltavamo le ultime, stanche, spiegazioni, le interrogazioni per salvare il salvabile, ma le teste erano già oltre le finestre, sui prati, nei campetti per giocare fino al buio, in spiaggia. Qui il mare è vicino, si frequentava ed era un’attrazione forte dell’estate, che cresceva con gli anni. Poi diventati più grandi, ci sarebbero state le gioie, le attese, le malinconie infinite, le paure nell’estate che era, lei, prorompente e noi timidi del tumulto di sangue, ormoni, pensieri che già ci travolgeva. Paura e desiderio che ti dicesse davvero di sì. Paura di ciò che non si conosceva e desideri da rimettere in ordine con la realtà. Ma i luoghi, gli scenari, erano gli stessi con calzoni più lunghi e gonne più corte. Quando arrivava l’estate, la sequenza degli ultimi giorni di scuola tornava indietro, diversa eppure sempre uguale, ed era la differenza tra costrizione e libertà, tra tempo dell’obbligo e tempo proprio. Non so come sia ora, nei pochi anni che ho insegnato a me spiaceva lasciare i ragazzi, e negli ultimi giorni, trasformavo l’autorità in un far domande, in un nuovo fraternizzare, quasi per tenere di più il ricordo, ma la loro testa era già altrove. Non dipendevano più, erano nell’estate, com’era accaduto a me non troppi anni prima. 

Dell’ultimo giorno di scuola mi è rimasto molto, ma in particolare l’immagine della corsa giù per la scala, oltre il portone, incontro al sole. Poi ci sarebbero stati gli scrutini, la paura e la speranza fuse assieme, ma era già comunque estate. Ed era la mia lunga estate.

di notte, allora

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Stanotte penso a mia madre allora, donna eppure ragazza. Lo sarebbe sempre stata nella vita. Penso al mio nascere in casa, in piena notte e che ero sveglio allora come adesso. Penso a mia nonna che mi ha visto prima di mia madre e voleva una nipote femmina, ma io ero maschio e così ci ha messo più amore per insegnarmi chi ero. Penso a mio padre giovane e provato dagli anni di guerra, ma che non si tirava mai indietro. Penso al suo coraggio e alla passione che mi ha insegnato. Penso alle difficoltà in cui erano tutti, lì attorno, e alla speranza che li alimentava. Penso a mio fratello che spiava la culla e al fatto che dopo tanti anni ci ripetiamo che ci vogliamo bene. Penso alla forza che c’era allora per rinascere dopo gli anni bui e alla voglia di prendersi in mano. Penso che sono stato fortunato a nascere in mezzo a tanto amore, che le difficoltà sono state superate, che un futuro migliore si è creato. Penso che è bello avere una storia, aggiungere un anno e cercare di trasmettere qualcosa a chi prenderà il tuo posto. Penso che c’è continuità e che non siamo soli, e che dopo esser nati c’è bisogno d’un amore che ci riconfermi l’amore ricevuto, ma che entrambi restano e non ci lasciano mai soli davanti al mondo.

dissipatio

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C’è dissipazione nel vivere seguendo se stessi? Forse, perché questo vivere riceve la fatica della corrente che si oppone e ogni qual volta si esce dal senso comune, viene spesa energia per marcare e tenere la differenza.

Questa è l’energia che dev’essere trovata in più dal pensiero e dalla convinzione propri. Ed è il delta tra ciò che siamo e ciò che vorrebbero fossimo.

Conformarsi è più semplice e meno dispendioso, funziona così, pare, il dna sociale, che muta solo in relazione alla fatica di chi va in direzione propria e ostinata. Quindi essere se stessi, non risponde solo alla propria necessità di identità, ma modifica ciò che sta attorno e introduce, per quanto poco, un nuovo modo di vedere le cose. Quanto tutto ciò sarà labile è legato proprio a quella dissipazione che altrimenti si chiama caparbietà.

hanno vinto gli integrati

Viviamo in una complessità crescente. Ingovernabile dal punto di vista della comprensione. Il cambiamento è così veloce e continuo che la sua metabolizzazione è impossibile. Nessuno, compresi gli artefici del cambiamento, è in grado di prevedere dove stiamo andando. Intanto la testa si adatta secondo ciò che conosce. C’è chi si attacca alle tradizioni, alla sua cultura appresa, cerca punti solidi anche se vede che il mondo che li ha prodotti sta scomparendo, come se questa interiorizzazione del conosciuto si trasformasse in qualcosa di stabile. Altri puntano sulla non conoscenza, non ritengono, e non vogliono, capire, restano alla superficie e utilizzano l’utilizzabile. Altri ancora, vivono il cambiamento come condizione essenziale per sentirsi vivi, devono cambiare per non pensare a ciò che accade e comunque hanno una fede illimitata sulle capacità correttive della scienza. Ben pochi si chiedono dove stiamo andando, si fermano per una riflessione, si oppongono con motivazioni che analizzano, prevedono e danno alternative. La divisione è ancora tra apocalittici e integrati, solo che hanno vinto gli integrati e gli altri aspettano, amaramente, di avere ragione.

il senso dell’inutile

Molti hanno, il senso dell’utile, ci conformano le vite. Altri, pur capendo cos’è utile, perseguono l’inutile. Così, per confronto con me stesso, ho maturato il senso dell’inutilità, non del vivere, ma del mio lavoro e di molto d’altro. E la cerco l’inutilità trovandola utile nel momento, ma sapendola. Anche di questo mio scrivere, e in parte pubblicare, così legato al momento che si spegne, che apre più domande di quante ne risolva, vedo l’inutilità. E’ parte di quell’inutile che potrebbe portare all’inazione, ad essere muto, non perché non ci siano più cose da dire, né che manchi come dirle, ma proprio per il loro essere nel momento e nel loro disperdersi, sicché poco o nulla resta. E nel pensare il confronto con ciò che davvero servirebbe, ci si sconsola. Naturalmente poi ci si contraddice e tutto è relativo, si continua a fare e scrivere, come ogni guitto recita, ogni musicante suona, ogni giornalista di cronaca scrive. L’assoluto è un pungolo per il delirio di onnipotenza, ma questo ha pur sempre un limite. Però in questa inutilità relativa faccio cose, mi muovo e se di rado son soddisfatto, comunque faccio. Come molti. E non mi lamento, è tutto scelto, anche coltivar l’inutile, per cui nulla può essere imputato ad altri. Eppoi lagnarsi è un atteggiamento che non m’appartiene, si dovrebbe aver pudore del sé e dell’esibire altre nudità che non siano quelle del corpo. Invece ci viene insegnato altrimenti e così ci si impedisce di capire perché ci sia insoddisfazione e come questa sia più costante della felicità. Il fatto è che ciascuno di noi ha radici oscure in qualcosa che accadde e mutò, ed entrambi i modi di sentire, felicità e insoddisfazione, sono in quella radice che per strade seppur diverse portò ad analoghe conclusioni. Certo in differente misura, ma c’è una radice comune, una svolta che portò a scegliere tra utile ed inutile, tra vantaggioso e gratuito. 

In fondo chi persegue l’inutilità mantiene l’ingenuità di un bimbo che pone nella vita la rappresentazione di se stesso e la considera un gioco che non finisce, e non lascia traccia, perché non ce n’è bisogno e ogni giorno è attesa del nuovo che non si esaurisce mai. E così procede tra scoppi di felicità e improvvise malinconie.

la festa della mamma

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A mia madre questo giorno piaceva, lo sentiva come una cosa sua e che fosse una ricorrenza commerciale basata su interessi molto venali non le importava niente. Se le spettavano cioccolatini e fiori e il pranzo assieme ai propri figli, lo voleva. La società doveva riconoscerle quello che non le aveva dato e noi eravamo il tramite di quel riconoscimento.

Amava questa festa, anche più dell’otto marzo, che pure sentiva e le ricordava quanto fosse stato difficile essere donna in una società maschilista. Ma l’essere stata madre era una soddisfazione e una responsabilità in più e questo era un conto aperto con la società. Non con noi che la riempivamo di bene, ma con tutto quello che avrebbe dovuto essere riconosciuto a chi dava continuità a un popolo, a una cultura, a un genere: servizi, eguaglianza, rispetto, lavoro. Queste cose le diceva in altri momenti, raccontando sorridendo quanto fosse stato naturale e insieme difficile avere figli, senza nessuna risorsa che non fosse il lavoro suo e di mio padre. E crescerci, e darci di più di quanto lei avesse avuto, con gioia, senza pensarci. In fondo l’amore era facile, ma l’impegno per andare avanti era ogni giorno.

Non le piaceva la retorica dei politici che parlavano di famiglia, e tantomeno l’osannare le  madri del fascismo per farne carne da cannone, non le piacevano le parole prive di concretezza. Le piacevano i fiori, i cioccolatini e che il giorno in cui qualcuno aveva deciso, per chissà quale motivo, fosse la festa della mamma, che noi la festeggiassimo. Io non la pensavo come lei, dicevo che erano tutte cose che inventavano per vendere, che le volevamo bene sempre non un giorno solo, ma poi le facevo gli auguri, le davo un regalino dicendole che oggi le volevo bene di più. E lei era contenta. Anche oggi gliel’ho ripetuto che le voglio bene, anche se c’è sempre e non c’è più, perché in fondo questa, oltre che delle madri, è la festa del voler bene e dei figli. E tutti figli lo siamo di una donna.

Buona festa a tutte le mamme e a tutte le donne.

dipendenza sensibile alle condizioni iniziali

Una farfalla batte le ali in Brasile e si scatenerà un uragano nel Texas. In un incendio a Odessa, per gli incidenti, muoiono 44 o 46 persone (come fosse lo stesso) e un conflitto si andrà a generare chissà dove e quando.  Tutto sembra collegato nella teoria del caos e tutto affoga nel discontinuo, nella disattenzione, nella percezione del particolare. Anche ciò che si vede e per un momento ci riscalda il cuore: il cielo, i fiori, il verde dei prati sono per gran parte del tempo ignorati e non fanno parte delle nostre vite vite se non per assenza. Minuzie, sembrano e non sono. Nel contempo, piccoli desideri, conferme di difese efficaci contro le paure senza nome (ché difficile e faticoso, ma esorcizzante è dare nome alle paure) prendono posto e urgenza. Il quotidiano è una grande coperta e una torre ben munita che difende contro l’irrompere delle idee più eversive: che la bellezza esiste e vive anche senza di noi se non la cogliamo, ad esempio. Che ciò che sembra importante è nel contesto sbagliato, che il mondo e le cose sono indifferenti rispetto al particulare se non vengono collegate a noi stessi. E che tutto questo comunicare, quando è privo d’amore, è solo rumore. 

E’ la dipendenza sensibile alle condizioni iniziali, e ben rappresenta il punto di partenza per entrare nella teoria del caos, ma chi mai l’ascolta davvero? Se lo facessimo, le vite muterebbero e tutto, compreso il debito pubblico, la bce, e tanto di quello che riempie i telegiornali avrebbe meno ragione d’assillare, semplicemente perché ci sarebbe più attenzione per l’altro e per ciò che ci circonda. Eversiva, davvero eversiva l’attenzione.

il nome cambiato

Dei Lorenzo che apprendevo,

col procedere degli anni,

mi piaceva il nome

prima delle imprese

e il muovere labbra, lingua e bocca

nel dirlo. 

E fosse la gloria della della nascita d’un regno,

oppure il difficile dipingere

tra grandi che offuscavano il grande,

o anche solo il chiamar l’amico,

che d’estate risplendeva al mare,

nei crocchi desiderosi d’altro che d’azzurro,

quel suono l’ associavo al mio

e lo ascoltavo dalla voce 

pronunciarlo prima del cognome, 

ma poi, infine, tornavo sul suono mio usato,

e mi dicevo che al più l’avrei sostituito con Andrea, 

che pur privo di gloria aveva un fascino 

di sensuale attendere, 

come se il riposo oltre l’amore

fosse già inscritto nel nome

e aspettasse d’esser sussurrato piano 

tra i rossori che imperlavano i corpi

dopo l’estasi sognata:

così pensavo sarebbe proseguito il piacere

nel solo essere chiamato con amore.

Erano pensieri di quell’età in cui tutto è possibile

eppure arduo,

dove il giorno ancora non ha abitudini

e il nuovo suscita scontata meraviglia,

e così anche il nome mutava

per diventar davvero mio,

nel gioco serio del riconoscersi, 

tra l’irrompere di nuovi desideri.

 

salento

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Di tutta questa pietra gialla bisognerebbe saper che farne. Ora non allora. Allora hanno tirato su chiese, palazzi e case, adesso fanno soprammobili intricati, pigne di pietra tenera scavata, lampade di poca luce e grande sensualità, e sperano che oltre a venderle, magari ci sia un buon motivo d’uso. Nelle case ancora s’usano i lastricati e i rivestimenti, segno di pregio e ricchezza. La mobilità sociale, quella degli anni ’60, ha bisogno di riconoscibilità e i nuovi ricchi restaurano di buona voglia. I ricchi d’un tempo, o vivono in città tra cemento armato e palazzi difficili da mantenere oppure non sono più. Nei paesi, anche quelli che si pregiano dell’altisonante titolo di città, il centro storico tra tre o quattro chiese e palazzi annessi, mostra con orgoglio piazze chiare di lastricature in pietre e marmi, olivi piantati come d’alberi d’ornamento, una fontana e non di rado, una colonna che sale per appoggi e volute barocche verso il santo protettore benedicente. Ai lati panchine, vecchi che le occupano sotto il sole, discorsi laterali, di sguincio, a due, a tre. Sono di più di quelli che parlano, ma gli altri ascoltano zitti. Far compagnia è anche questo esserci ascoltando.

Appena fuori delle vie del centro, dei negozi addossati e fitti, delle motorette, delle auto parcheggiate su entrambi i lati, la campagna spunta e preme. E’ rigogliosa e ordinata, con oliveti tenuti come giardino di casa, piccoli orti, alberi ovunque. Questa parte della Puglia è il regno dell’albero. Dopo le piane sterminate del tavoliere, qui gli alberi sono identità. C’è l’ arcaico dell’ulivo, ma non è solo questo l’ albero perché i lecci, le querce, gli agrumi, insieme a specie che altrove sono piccoli arbusti qui divengono signori del territorio. La città è il luogo dei contadini, degli artigiani, dei commercianti, ma tutti questi dipendevano – e ancora nella testa sembrano dipendere- dalla campagna e dal coltivare. Anche i signori hanno i palazzi in città, ma c’è una masseria dove curano gli interessi di campagna, perché la terra non tradisce. In città avvengono le cose, si dice, si parla, ci si mostra, insomma accade il tempo, ma fuori c’è il tempo vero, quello che conta e non muta. La campagna preme sulla città, sui paesi, rivendica il diritto di primazia sul territorio. Le strade più antiche sono i confini dei poderi, l’ accesso a questi. E a questo servivano non per andare chissà dove. Diversi dolmen tra tracce di fondazioni, testimoniano la presenza prima dei greci, una linea retta da Muro Leccese arriva a Melendugno, 21 km di dolmen che ritmavano agglomerati e piccole comunità lungo un asse. E’ bello pensare che lo spirito riposi sull’asse e che il mondo gli ruoti attorno, ed egli, forte del suo equilibrio divino, lo veda, lo osservi con l’occhio che fa propria la realtà, che la raccoglie in sé come dono, ma se ne distacca e la ordina e la domina. Del resto qui la realtà ha avuto ciclicità talmente stabili da poter generare riti che diventavano sostanza del vivere e attesa. Nulla più della cura dei campi è vita, previsione, attesa e accadere. Nel lavoro della terra c’è certezza anche quando irrompe l’eccezionale e speranza che l’ordine verrà ristabilito. Stagioni per amori, piaceri, fatiche, nascite, crescita e poi di nuovo, ripetendo ciò che non si può ripetere eguale.  In questo il cielo è specchio di ciò che accade nel microcosmo umano e lo ridimensiona, lo rende relativo, accettabile, lo apre ad una infinita nascita e quindi ad una infinità speranza. Così anche cavare una pietra gialla di sole, che s’imbeve d’acqua e asciuga in fretta, è mettere radici nel cielo, come le piante che trovano il loro luogo e lo uniformano a sé. Così immagino il restare in questi luoghi di bellezza, cavare e l’allineare sapiente come lo stabilire un legame solido con il terreno, non la violenza del cemento, ma l’unire pietra a pietra, nella terra, là dove tutto si ripete e mai è eguale.